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Capire Hegel 18-2 | A


1 L’individualità vivente tra Aristotele e Hegel: sostanza, negazione e mediazione

Un percorso che dalla ousia aristotelica giunge alla concretezza dello spirito hegeliano, attraverso il confronto con la natura e la negazione dell’alterità.

Il discorso prende le mosse dalla riflessione su Aristotele, dove l’interesse non è filologico ma volto a “mostrare che in Aristotele la singolarità” (58) ha un statuto peculiare. In questo quadro, “l’individuo ciò che lui chiama ousia non è l’ente sensibile che esclude gli accidenti quindi la molteplicità” (59), presentandosi piuttosto come “un’immagine concreta della singolarità non un’immagine sensibile” (62). Questa nozione di sostanza, individualità o singolarità (3) viene posta in relazione con “quella individualità così complessa che è l’individualità vivente” (19). Il pensiero di Hegel si inserisce in questo solco, insistendo “nel passare dallo spirito da ciò che è immediato o semplice alla sua versione concreta” (701). Tale passaggio è una mediazione, anzi, “la mediazione ultima cioè la negazione della negazione” (339). In questo processo, lo spirito si confronta con l’esterno: “la natura dice lui è l’altro dello spirito” (337), e “la natura [è] dal non io” (420). Tuttavia, questa alterità viene superata dialetticamente, poiché “l’altro dell’altro è” (383) un ritorno a sé, in una “negazione dell’alterità” (392). Il risultato è una “sostanza che abbia fuori di sé qualcosa” (339), che trova la sua “consistenza interna bene saper resistere… allo scoraggiamento oppure alla alle offese” (689). La conclusione è che “ciò che la natura è in sé e ciò che essa è per lo spirito” (345) sono uniti in una mediazione totale, poiché “tutto questo è mediazione” (129).


2 L’inizio logico: dal divenire al qualcosa e al finito

Un percorso attraverso le determinazioni fondamentali dell’essere, tra passaggi, riprese e chiarimenti dialettici.

Il testo esamina il movimento concettuale che dall’astratto conduce al determinato. Si parte dal “divenire” quale “si è presentato all’inizio cioè l’essere e” il nulla (153), per giungere al “qualcosa che è l’essere” determinato (366). Questo passaggio non è lineare: “anche nel qualcosa c’è il divenire” (151), ma si distingue dal primo, poiché “il divenire del qualcosa non ha come suoi momenti i momenti del divenire” iniziale (153). L’introduzione del “qualcosa” comporta la co-implicazione del suo “altro” (186, 645). La riflessione si sposta quindi sulla dialettica tra finito e infinito: “con il finito è posto l’infinito però non c’è un rapporto di produzione” (645), sottolineando che il finito non produce l’infinito ma, al contrario, “il finito Non produce l’infinito non lo pone nella sfera dell’essere” (617). L’infinito, a questo stadio, appare come “immediatamente essente e stabilito per sé” (621). Il discorso procede per ripetizioni e chiarimenti, come quando si avverte la necessità di “rispiegare qualcosa” (189), e si interroga sulla “destinazione” di questi concetti (222). Il metodo stesso è oggetto di attenzione: non si tratta di una successione storica, poiché non è vero che “nella storia della filosofia sono arrivati storicamente i concetti via via più complessi” (33), bensì di un dispiegamento logico. L’analisi si concentra infine sulla “semplicità che è propria del qualcosa” (671), chiudendo una sezione e preparando il “successivo paragrafo” (662).


3 L’organizzazione triadica della “Scienza della logica” hegeliana e il suo sviluppo storico-concettuale

Un’indagine sulla struttura interna dell’opera e sulla dinamica del concetto che si manifesta tanto nella logica quanto nella sua realizzazione storica.

Il percorso della Scienza della logica di Hegel si articola in tre parti fondamentali: “la logica del dell’essere” (568), “la logica dell’essenza” (634) e “la logica del concetto” (15, 572). Il motore di questo sviluppo sistematico è la “negatività del concetto” (36), intesa come il principio dinamico per cui “ogni concetto è quello che è ma presuppone un processo” (127). Questo processo è descritto come “il processo del dell’andare e del tornare cioè del negare” (101), un movimento che si ritrova nelle sezioni sull’essenza, dove ci si “imbatterete nel porre nel presupporre nell’essere posto” (634). La trattazione non è solo formale, ma ha uno “sviluppo essenziale” (36) che si riflette anche nella storia della filosofia; ad esempio, si osserva che solo con uno “sviluppo logico adeguato” (47) l’atomo di Democrito può raggiungere la sua piena determinazione concettuale, poiché la trattazione che ne fa Democrito “è una trattazione logicamente del tutto incoerente” (44). Il sistema logico, quindi, non è statico ma dinamico, dove “il qualcosa si conserva nel suo non esserci è essenzialmente uno con esso” (450), e il suo sviluppo formale “riflette lo sviluppo” (34) storico. Questo movimento culmina in un’identità che sarà “identità di Esterno” (549), mostrando come il concetto logico si ripeta e si realizzi “nello spazio e nel tempo” (37).


4 L’identità dialettica e la negazione come motore del mutamento

L’altro da sé come momento costitutivo dell’essere determinato, in cui la negazione non è annullamento ma relazione.

Il discorso prende le mosse dal “qualcosa” come determinazione iniziale, riconoscendo che la “realtà non è semplice essere ma è un essere negato e la negazione non è semplice nulla ma è un nulla riferito ad” (66) qualcos’altro. Questo riferimento all’altro è fondamentale, poiché “ciò che nega l’altro è ciò che costituisce la mia identità” (249). L’identità stessa, pertanto, non è staticità, ma implica già la relazione con l’altro: “il momento della identità dell’uguaglianza a sé [ha] il non essere è altro” (506). Questo meccanismo di negazione determina un mutamento, inteso proprio come “mutare invece Alter alterare” (193) e come “ubergang” (191). Il processo conduce a una negazione della negazione, che “è una” (80) ristabilizzazione del “riferimento semplice a sé” (80, 115), il quale non è più l’essere iniziale ma un “essere in sé” (469) mediato. In questo percorso, le determinazioni si pongono e sono poste: “l’essere posto poi sarà un” (605) momento successivo, mentre “l’essere per altro è primo negazione del semplice riferimento a sé” (516). L’intero movimento si svolge come un autoriferimento che si fa disuguale al proprio interno, poiché “ciò che si nega” (431) è sempre un momento di sé.


5 L’elemento negativo e la relazione fondativa tra causa ed effetto

Una riflessione sul momento negativo dell’esserci e sulla sua connessione con le dinamiche di fondazione e causalità.

Il testo esamina la natura della determinatezza, intesa come “il non essere dell’esserci” (97) e “il nulla” (676). Questo elemento negativo, che in tedesco è indicato come bestim (674), costituisce il momento negativo massimo nella prima sezione dell’analisi (272). La determinatezza è ciò che qualifica qualcosa, ma è anche il suo limite, “il negativo del qualcosa è l’altro” (351). La trattazione procede isolando questo concetto, considerandolo inizialmente in modo astratto (678). L’essere in sé, in quanto primo riferimento negativo al non esserci, ha “l’essere altro fuori di lui” (509). Questa negatività si connette alla relazione tra fondamento e fondato, dove “il fondamento pone il fondato” (639) e, analogamente, “la causa produce un effetto” (639, 612). Tuttavia, questa coppia (positivo/negativo, causa/effetto) presenta una peculiarità: pur essendo distinti, i termini sono interdipendenti e non completamente autonomi, “per quanto siano anche come completo anche senza il suo altro” (622). La discussione tocca anche la sfera logica ed ontologica, escludendo “la sfera delle sostanze seconde che non è nient’altro che la sfera dell’universale” (60). L’indagine si conclude riconoscendo la presenza di una domanda paradossale, “una domanda senza risposta cioè è una domanda formulata in modo tale da non” (584), che rimane aperta, sottolineando la complessità del rapporto tra negazione, determinatezza e causalità.


6 L’unità dialettica dell’esserci e la relazione tra qualcosa e altro

La dinamica attraverso cui i differenti, mutando, si conservano e trovano la loro verità in una superiore unità determinata.

Il testo esamina la struttura dell’esserci come unità risultante dall’abolizione di una differenza, dove “I differenti mutano l’uno nell’altro E quindi nasce un’unità che li contiene” (51). Questa unità non è un semplice aggregato, ma una relazione in cui ciascun momento, pur essendo diverso, “resta nella loro unità nell’unità dell’esserci ciascuno contiene Perciò in lui anche il suo momento diverso da lui” (482). L’analisi si concentra sul “qualcosa” e sul suo “altro”, mostrando che sono momenti inseparabili: “essere per altro ed essere in sé costituiscono i due momenti del qualsomething” (475). Il processo rivela che “ciò che da prima era differente poi si mostra come non differente” (67), perché l’altro, anche quando si altera, in un senso “resta identico a sé” (432). L’esserci emerge così come la sintesi concreta di essere e nulla, i quali “non sono più come essere e nulla sono tali solo al di fuori della loro unità” (495). Un tema minore è la critica alla singolarità isolata, poiché “la singolarità non è puro essere a parte” (425), ma è sempre in relazione. Il movimento complessivo dimostra che la determinazione sorge dalla negazione, dove il qualcosa “afferra dalla negazione” (437) la propria identità, prefigurando che “questi differenti finiranno in unità” (523).


7 L’identità, la differenza e la mediazione nella sfera dell’Essere

La distinzione tra un’identità formale e un’identità concreta che si costituisce attraverso la relazione e la differenza.

Il testo affronta il concetto di identità, distinguendolo da un mero “riferimento semplice a se stesso” (110, 112). L’identità implica invece necessariamente una “mediazione di sé con sé” (112, 123). Questa mediazione avviene attraverso la differenza: si parte dalla “differenza tra l’essere in sé e l’essere per altro” (560), e si afferma che “affinché ci sia identità è necessario che ci sia la mediazione con sé” (123). L’identità iniziale, spesso solo formale e “risultante formalmente già nella sfera dell’esserci” (543, 567), deve svilupparsi: “questa identità si differenzi bene e diventi una differenza posta bene” (651). L’obiettivo è che gli aspetti concreti “diventino degli esseri cioè vale a dire che la differenza non sia soltanto in sé nell’identità ma che” (650) sia esplicitata. Questo processo si colloca in una “sfera di esistenza aperta all’altro” (673) e conduce verso un’identità che è “identità di Esterno” (549), legata al concetto di “l’esterno e il l’uscire da sé” (518). Il discorso si muove all’interno di una “sfera essenziale è separata dalla sfera dalla sfera storica” (40), cercando di superare “una differenza puramente soggettiva che ricade tutta in noi” (325) per giungere a una determinazione oggettiva.


8 L’idea di verità come corrispondenza tra concetto ed effettività

Un’indagine sulla struttura interna del pensiero, che muove dall’essere per giungere all’idea attraverso i momenti dell’essenza e del concetto.

Il percorso logico si sviluppa a partire dalle forme immediate dell’essere, dove “l’essere per altro è la prima forma dell’esteriorità” (556). Il nucleo della trattazione risiede nella sfera dell’essenza, in cui “domina la riflessione” (606) e dove il rapporto tra “interiorità ed esteriorità è una determinazione riflessiva” (570). In questo ambito, “essere posto” viene dalla riflessione ed “è la forma essenziale” all’interno dell’essenza (637). Il concetto emerge come sintesi superiore, definibile come “nesso interno delle sue determinazioni” (594), ed è “internamente concreto” (593). Il tema culminante è l’idea di verità, che viene identificata come “corrispondenza di concetto ed effettività” (590). Questa corrispondenza è anche espressa come identità tra “concetto ed effettività” (571) e come rapporto tra “interno ed” esterno (559). L’intero processo è animato da un principio dinamico, poiché “c’è una vitalità interna, un movimento interno” (327).


9 La dialettica dell’alterità e della determinazione

La relazione costitutiva tra un’entità e il suo altro, esplorata attraverso il movimento dialettico che nega l’indipendenza per rivelare la determinazione concreta.

Il testo analizza il processo attraverso cui qualcosa acquisisce concretezza mediante la relazione con il suo “altro”. Questo “altro” non è un’entifferenza assoluta, ma un lato costitutivo della cosa stessa, in un rapporto di “vulnerabilità” e “apertura all’altro” (423). L’identità di qualcosa di concreto si fonda, in modo determinante, su un’uguaglianza a sé stesso che passa attraverso questa relazione (692). Il nucleo del discorso è il “Progresso dell’esposizione” dialettica (625, 667), dove l’alterità iniziale viene negata: un’entità “deve negare l’alterità” (515) perché il suo senso è quello di “avere la sua cosa il suo essere in un altro” (613). Questo superamento, o “porre”, è un produrre (638) che trasforma un’astrazione in concretezza. L’“alterazione” diventa così un “divenire divenuto concreto” (165), in cui i momenti astratti e indeterminati – pensati come “nulla” (576) o come “cosa astratta da ogni determinazione” (581) – acquisiscono definizione. La “determinazione” emerge quindi come concetto chiave (699), spesso legata alla nozione di “definizione” (694, 649), ed è il risultato di questa “sfera di esistenza aperta all’altro” (673). Il percorso muove dalla nozione di “altro assoluto” (478) verso una comprensione più articolata, dove il riferimento all’altro non è più “esclusivo” (336), ma integrato nella definizione della cosa stessa.


10 La traduzione di “Grenze” e “Shranke” nel pensiero di Moni

Un’analisi lessicale sulle scelte di resa in italiano di due termini tedeschi chiave, che svela un problema concettuale e una grave svista nella trasposizione.

Il testo analizza la traduzione operata da Moni dei termini tedeschi grenze e shranke. L’operazione rivela una fondamentale ambiguità semantica. “Grenze” viene reso con “limite”, parola che in italiano non ha solo il significato negativo di “difetto” (258), ma anche quello spaziale di “confine” (245, 714). “Shranke”, invece, viene erroneamente tradotto con “termine” (248). Questo è un grave errore, perché mentre “termine” in italiano può significare la fine di qualcosa (“il finire”) (251), il suo secondo significato è “carattere” (717) o “determinatezza” (687) di una persona, ovvero “una convinzione” (225) o “una persona determinata” (220). La corretta corrispondenza è quindi chiara: “termine” corrisponde a shranke e “limite” a grenze (718). L’analisi mostra la difficoltà nel decidere la resa di shranke, oscillante tra “confine” concettuale e “difetto” (256, 258), e sottolinea come “carattere” significhi anche avere dei principi, per cui “certe cose non le fa” (688).


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