Capire Hegel 17 | A
1 Il principio dialettico di non-contraddizione in Hegel e il suo movimento concettuale
Una riconsiderazione del principio logico fondante attraverso il pensiero dialettico e il suo ruolo nel descrivere il divenire.
Il testo affronta il superamento hegeliano del principio aristotelico di non-contraddizione, presentato non come un errore logico ma come il motore stesso del pensiero e della realtà. Come evidenziato, “assolutamente vero Hegel assolutamente infrange il principio di non contraddizione” (8) e “l’unica cosa fissa è la negazione del principio di contraddizione” (566). Questo approccio si manifesta in un movimento dinamico del concetto, descritto come “il movimento che abbiamo visto dall’esser alla differenza dell’esserci” (529), un “movimento che ritorna indietro” (254) o “di stacco da sé e di ritorno a sé” (542). Tale dinamica non è confinata alla realtà concreta ma vale “anche per il concetto cioè banalmente per le idee” (541). Il discorso riconosce che i concetti di “universale assoluto hanno un valore limitato entro ambiti limitati” (580) e si addentra nella contraddizione evidente che emerge quando si presuppone “che gli elementi di questa pluralità siano semplici” (652). Viene inoltre notato come lo stesso Aristotele, pur avendo “enunciato il principio di non contraddizione” (22), nel concettualizzare il movimento ricorra alla contraddizione: “Aristotele quando concettualizza il movimento usa la contraddizione” (30). Il confronto con Aristotele è visto come un momento mediatore cruciale, definito “un mediatore incredibile tra gli antichi [e] moderni” (404).
2 La natura della determinatezza e della qualità nell’esserci
Un’indagine sulle forme fondamentali attraverso cui l’essere si specifica e si nega, distinguendosi dal nulla e dall’altro.
Il discorso si concentra sul concetto di “determinatezza” come principio di specificazione. Viene inizialmente presentata come ciò che differenzia un ente da un altro: “Il ciò che lo differenzia da altro. Quindi la sua determinatezza è stata differenziata” (223). Questa determinatezza, quando presa isolatamente, viene identificata con la qualità: “la determinatezza presa isolatamente è la qualità almeno è Innanzitutto la qualità” (112). La relazione tra determinatezza e qualità è stretta, al punto che “la determinatezza di questo colore” (179) ne è un esempio concreto. Tuttavia, si distinguono due forme di determinatezza: una “indifferente” (184) e una “riflessiva”, quest’ultima descritta come “tale che l’altro vi appare ed essa appare in altro” (193) e collegata all’identità dell’oggetto singolo (187). La qualità stessa viene analizzata in una duplice veste, poiché “nella qualità si sono distinte la qualità con l’accento sull’essere e la qualità con l’accento sul nulla” (113). Questo dualismo si ripresenta come distinzione interna alla qualità tra “la realtà e la negazione” (227, 242). Il fondamento di tutto è l’esserci, inteso come “essere dentro di sé” (262), dal quale la determinatezza emerge come sua “propria determinatezza” (225, 262). Il processo logico mostra che la negazione è costitutiva, essendo “altrettanto necessario legato al alla natura della realtà della negazione della qualità” (255), e che l’esserci si definisce proprio in opposizione al nulla: “chiama più essere e il nulla non si Chiama più nulla nell’esserci il nulla si chiama propriamente determinatezza” (220). Il percorso concettuale, riconosciuto come “oggettivamente difficile” (72), richiede di tenere a mente concetti che “restano e bisogna tenerli a mente” (155), muovendosi tra la negazione, la qualità e la singolarità (82, 147).
3 L’unità dialettica di positivo e negativo
Una relazione riflessiva in cui ciascun termine si definisce solo attraverso il suo opposto, rivelando il significato positivo della negazione.
Il discorso esplora la natura inseparabile delle determinazioni opposte, come positivo e negativo o realtà e negazione, mostrando come ciascuna contenga in sé il momento dell’altra e non possa essere pensata in isolato: “non possiamo pensare a un positivo senza negativo, un negativo senza positivo” (201). Questa relazione riflessiva, dove “positivo e negativo sono le forme riflessive di realtà e negazione” (196), non è puramente logica o soggettiva, ma ha “sempre un significato oggettivo” (61). Il momento propriamente dialettico risiede nella “capacità di tenere il contenuto positivo nel negativo” (77), trasformando la negazione da puro annullamento in un processo costitutivo. Da qui emerge il concetto chiave della “negazione della negazione”, che “ha un significato positivo” (331) e rappresenta “l’inizio del soggetto” (485), in quanto processo attraverso cui una determinazione, differenziandosi da sé e ricongiungendosi, afferma la propria realtà. La realtà stessa, infatti, “contiene essa stessa la negazione” (234), e la determinatezza ha “un significato fondamentalmente negativo” (221) poiché si definisce in relazione a ciò che non è. Il risultato è una visione in cui l’opposizione è una “relazione di sé con se stesso, cioè una differenziarsi da sé” (514), il cui superamento non è cancellazione ma un ricongiungere “ciò che è stato differenziato” (56).
4 L’evoluzione del concetto di sostanza: da Aristotele a Hegel
Un percorso attraverso le categorie dell’essere, dalla sostanza prima al qualcosa come unità concreta e dinamica.
Il confronto tra la concezione aristotelica e quella hegeliana della sostanza e dell’individuale costituisce il nucleo del discorso. In Aristotele, emerge con chiarezza “la superiorità della sostanza rispetto agli Accidenti” (271), con un’ulteriore distinzione interna tra “sostanza prima” e “sostanza seconda” (272). La sostanza non è un dato immediatamente visibile, ma consiste nel fatto che “i diversi caratteri che le spettano Non sono più” (283) elementi separati, bensì uniti in un’attività immanente, poiché “essa non consiste in altro che nella attività di ciò che la compone” (289). Questo approccio, che ha una “forma logica precedente” (341) a successive elaborazioni come l’atomismo, pone “il momento della singolarità” (276) non come un ineffabile, ma come unità concreta. Tuttavia, si osserva che “Aristotele non è così non lo si vede così… non si tiene presente” (388) la piena portata di questa lettura. Hegel, pur non ispirandosi direttamente ad Aristotele secondo alcune interpretazioni – “Hegel non si ispira sicuramente” (556) –, si muove in un orizzonte concettuale affine, arrivando a definire il “qualcosa”. La formazione di questo “qualcosa” o sostanza avviene perché “ci” (632) è un processo dinamico di determinazione. Per Hegel, “l’individuale come unità del concreto” (615) è qualcosa di metafisico rispetto al concreto stesso, e “l’unità singola non è il semplice ma è la legge di una” (399) complessità. Il processo hegeliano implica la negazione, dove le negazioni non sono mere nullità: “quando Vediamo le negazioni pensiamo che siano soltanto nulla Sì E invece le realtà sono degli” (642), diventando momenti costitutivi per cui l’“oggetto [è] più ricco dell’oggetto precedente” (68). Questo panorama concettuale si distingue da una visione che privilegia “la necessità dell’universalità” (475), dalla quale si è “completamente fuori dal suo Orizzonte”. Il discorso si colloca storicamente dopo una “forma precedente” (340) e considera anche la possibile convergenza tra Platone e Aristotele, dato che “l’ultimo Platone tende a dinamizzare tende ad avvicinarsi molto ad Aristotele” (553).
5 La singolarità vivente tra individualità, specie e negazione
Un’indagine sul rapporto dialettico tra l’essere determinato del vivente e le categorie che lo negano e, al contempo, lo preservano.
Il discorso si concentra sulla natura del vivente, inteso come una specifica “relazione tra individualità e genere” (353), o più precisamente “tra individualità e specie” (354). Questa relazione costituisce una forma particolare di singolarità, dove “il concreto” è definito come “ciò che tiene insieme il diverso” (477). L’analisi procede distinguendo diversi livelli e tipi di negazione. Viene introdotta una “negazione di primo tipo”, associata alla qualità, e una “negazione di secondo” tipo legata all’individualità (150). La morte, inizialmente evocata come “la negazione della negatività assoluta” (351), viene poi ricollocata, poiché “appartiene a contesti molto più” complessi (363) e, a un certo livello analitico, “non c’è spazio per la morte” (365). Il ragionamento suggerisce che la mortalità individuale sia connessa alla permanenza della specie: “dobbiamo morire perché la specie resti” (360). Il processo logico arriva così a definire “la nozione di singolarità di individualità all’interno dell’esserci” (367), in cui le differenze vengono presentate come “la negazione delle differenze” (327), per poi essere considerate “nulle” (230). In questo quadro, la fissità di un determinazione “non è che viene negata alla radice” (567), ma piuttosto “si preserva la fissità momentaneamente all’interno di un certo contesto” (582). Parallelamente, viene tracciata un’analogia con la differenza tra spazio e tempo, dove “in lui essere e nulla Sono perfettamente identici” (177).
6 L’unità dialettica di essere e nulla come fondamento del divenire
Una legge speculativa in cui la realtà si determina attraverso la negazione e il ritorno a una unità superiore, dominando la differenza.
Il testo esplora la natura della realtà attraverso il principio dialettico per cui “le cose sono il contrario di se stesse” (379, 563). Questo non è un paradosso assurdo, ma equivale al divenire e al movimento (9). Il punto di partenza è l’essere, il “concetto più semplice che ci sia”, ma proprio “per la sua semplicità l’essere equivale” al nulla, poiché, come nella metafora della luce, “la pura luce è equivalente al puro buio” (88, 93, 94). Tuttavia, questa negazione non è il “nulla iniziale” o “il puro nulla astratto”, bensì un nulla concreto che è “esserci” (235, 246). La realtà, quindi, “non è puro essere astratto”, ma “essere e nulla nell’unità” (245). Questo movimento è il metodo stesso: “tutto il metodo… sono sempre questo prodursi della differenza dalla semplicità iniziale” (372). Il processo è ciclico: è un “prodursi della differenza dalla semplicità iniziale e un ritornare all’unità”, che però non è un ritorno all’identità originaria, ma una “nuova” unità che “domina sulla differenza” o meglio “unisce la differenza” (369, 381, 268). In questo senso, la “semplicità” finale non è quella iniziale, ma quella che “domina sulla differenza” (380, 381). Un tema correlato è quello della potenza e della materia, dove “la potenza equivale alla materia” e “la materia in atto… è la compresenza degli” opposti (31, 33). Il pensiero stesso partecipa di questa dinamica, rischiando di perdersi nel momento in cui si mette in atto (600).
7 L’idea hegeliana di sviluppo: negazione, mediazione e assoluto
Un dialogo che esplora i nodi concettuali della dialettica, dalla negatività astratta alla concretezza dell’Assoluto.
Il dialogo ruota attorno alla comprensione di concetti chiave della filosofia hegeliana, in particolare la “negatività assoluta” e lo “sviluppo dell’idea”. Si parte dalla domanda se esista in Hegel una “negazione assoluta”, inizialmente intesa come “negazione non mediata” (425), per giungere a definirla invece come “negazione della negazione” (607, 492). Quest’ultima non esclude la mediazione, ma ne rappresenta “un momento ancora più profondo” (608), configurandosi come “mediazione assoluta” (606). Tale processo è la legge interna dello sviluppo dell’idea, che “rimane uguale a se stessa” pur differenziandosi (561, 531). La “negatività assoluta” è così identificata con questa doppia negazione che costituisce la singolarità concreta (345, 492), in opposizione alla semplice “negazione astratta” (492, 322). Il confronto evidenzia come si passi “da un’idea di fissità assoluta e universale a un’idea di stabilità momentanea e contestuale” (581), toccando anche il tema della ciclicità nella storia (676). La discussione, dunque, chiarisce che la negazione assoluta non è un’assenza di relazione, bensì una relazione complessa e costitutiva: “È una cosa non mediata. Cioè una cosa assoluta una cosa vista al… chiamiamo relazione” (511).
8 L’ideazione filosofica tra sostanza, sintesi e negazione
Un’indagine sulle modalità di composizione del reale e del pensiero, tra critiche alla metafisica tradizionale e nuove proposte di unità.
Il testo analizza il concetto di sostanza, mettendo in discussione la visione aristotelica vulgata secondo cui “quando si parla di individuo si parla” in un certo modo consolidato (385). Emerge una critica radicale all’idea di sostanza come fondamento semplice, poiché “la sostanza è semplicemente una somma di idee semplici” a cui “è negata” un’esistenza autonoma (659). Questa operazione è definita negazione, specificando che “la negazione è sempre una negazione conservante” (568). Il meccanismo principale per comprendere la composizione del reale viene identificato nella sintesi, benché se ne precisi il significato: “non è che io ho due cose diverse le metto insieme e faccio la sintesi” (447). Essa si configura piuttosto come “negazione assoluta” (438) e “negazione della azione” (440). La sintesi assume diverse forme: come “composizione degli accidenti” e come “composizione delle sostanze seconde” (275, 277). Viene inoltre associata al pensiero kantiano, dove “Kant… è la sintesi a priori quindi… l’unità di tutte le possibili rappresentazioni” (336), e all’io come “singolarità per eccellenza” che “si pone come sintesi” (337). Un tema minore ma ricorrente è la critica a una certa metafisica delle idee, accusata di “superstizione delle idee” (620, 628), dove le “idee semplici sono il sostanziale” per alcuni autori (621). Queste idee sono distinte in “idee semplici di sensazione o di riflessione” (639) e il “percepire non è un’idea è semplicemente la complessità delle idee complesse cioè ciò che tiene unite le idee” (617). Il discorso si conclude riconoscendo la complessità degli elementi in gioco, come “le sostanze seconde” che “però sono elementi ulteriori” (392), e il fatto che le idee semplici, una volta private di sostanzialità, “gli diventano qualcosa di” altro e sfuggente (656).
9 L’unità del concetto: essere, nulla e divenire come momenti dialettici
Il processo attraverso cui i differenti si mostrano identici e l’identico si articola in momenti determinati, rivelando la struttura inquieta e concreta del qualcosa.
Il testo esplora la genesi e la struttura del concetto a partire dalle determinazioni più astratte. Si parte dall’analisi del divenire, in cui “essere [e] nulla sono dei momenti però sono momenti ancora differenti” (102). Questo movimento iniziale, dove si ha lo “svanire dell’essere nel nulla e infine lo stesso divenire svanisce” (105), costituisce il fondamento. Il risultato è un’unità più stabile: “il qualsomething è la prima negazione della negazione come riferimento a sé semplice essente” (467). Questo “qualcosa” non è statico, ma “in sé è anche divenire” (667), sebbene i suoi momenti non siano più l’essere e il nulla astratti, ma differenti più concreti (668, 547). La vera connessione sostanziale tra questi differenti sorge solo quando “questi differenti si mostrano” (647) nella loro identità, poiché “i differenti che si mostrano uguali” (454) sono colti nell’unità. Tale unità, che “conserva i differenti come suoi momenti” (470), è dinamica: “in ogni concetto… c’è il momento della” (594) inquietudine, il che “non vuol dire che ciò che è colto dall’inquietudine non abbia anche una sua stabilità” (588). Il concetto quindi non è un presupposto, ma “nasce… per il moto dei differenti” (377), ed è “lo svelarsi di quello che c’è già stato nel corso di” (543) un processo in cui momenti prima astratti e indipendenti perdono la loro separatezza (500).
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