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Capire Hegel 16 | A


1 La natura della realtà, la negazione e la concretezza nel pensiero di Hegel

Un’indagine sui concetti di qualità, realtà e negazione attraverso la critica alla prova ontologica e la dialettica della coscienza.

Il testo affronta il concetto di realtà e la sua relazione con la negazione, prendendo le mosse da una critica della prova ontologica. In questa prova, infatti, “il concetto di realtà” è “del tutto particolare” e significa “perfezione cioè una qualità affermativa” (17, 19). La discussione si sposta poi sulla filosofia hegeliana, dove emerge una distinzione cruciale: mentre “concreto per noi significa che possiamo afferrarlo con le mani”, per Hegel “concreto significa tutt’altro” (237, 236). In Hegel, la qualità, come “l’altezza la forma la figura”, è “qualcosa di” determinato proprio “per il semplice fatto che sono diverse” le une dalle altre (358, 71). La negazione gioca un ruolo fondamentale, essendo presente come “negazione prima” e in “una forma più profonda di negazione della negazione” (417, 333). Questa dinamica si collega a una “figura più intensiva di essere” e alla “lotta”, che è anche “momento e anche tormento”, significato che la parola tedesca per ‘qualificazione’ purtroppo racchiude (417, 448, 440). Tale lotta è alla base della “figura del signore”, colui che “preferire il pericolo la morte alla vita” (152). L’analisi si fonda sulle opere hegeliane, in particolare sulla “fenomenologia dello spirito” e sul suo “secondo capitolo della coscienza”, nonché sull’“Opera del 1812” (430, 304). Il nucleo del discorso sembra essere l’identità di sostanze “completamente differenti”, un’identità che “si mantengono uguali a se” stesse attraverso la negazione e l’autodeterminazione, poiché lo spirito “forma se stesso” (524, 333, 591).


2 La dialettica del limite e della negatività nella filosofia hegeliana

Un’indagine sul concetto di limite come negazione determinante, che muove dalla qualità astratta per giungere alla negatività assoluta dell’individuo finito.

Il percorso analitico prende le mosse dall’esame del concetto di qualità, definita come un’“idea molto” basilare (446). Questo esame è strettamente connesso alla discussione sul termine tedesco Grenze, tradotto con “limite”, una scelta che ha generato “problemi” e, secondo alcune interpretazioni, persino “un macello” (117, 119). Il “limite” emerge così come una figura ambivalente: è una “negatività imperfetta” perché “nel limite cessa l’altro”, ma è anche ciò che definisce (112). Hegel sviluppa questa nozione, arrivando a sostenere che “la quantità per Hegel è fondamentalmente il limite indifferente” (344). Tuttavia, il nucleo della riflessione si sposta dalla negatività astratta del limite alla “negatività assoluta” (162). Il finito, in quanto tale, è caratterizzato da una negazione; la sua essenza (“in sé”) e la sua manifestazione (“per sé”) sono in tensione, al punto che si “potrebbe dire che l’in sé è l’astrazione semplice mentre il per sé è la complessità concreta” (242). Questo movimento non è semplice, ma richiede molte pagine di analisi (244). L’individuo finito “è un essere che ha una negazione e nega questa negazione”, e in questo duplice movimento dialettico “raggiunge” la sua determinazione (460). La sua capacità di “porre termini porre confini” si rivela al contempo una trappola, poiché “nel porre confine l’individuo stesso resta confinato” (136). La vera attività non è quindi il porre limiti statici, ma un dinamismo per cui “il porre limiti può porre confini che si fa valere essenzialmente come negazione e lo trascina nello stesso movimento” (164). Questa dinamica è un’“inquietudine secondo la quale si produce e si conserva solo nella lotta” (438). Il testo accenna anche a una critica interna alla filosofia, ovvero il “disprezzo di se stessa”, l’idea che essa “non raggiunga” una verità salda, atteggiamento che risulta “antipatico da parte di molti scienziati” (389). Infine, viene toccato il rapporto tra idea e realtà, notando come l’idea venga “usata un po’ in due sensi opposti: per un verso un’idea senza realtà è un’idea falsa” (8), e il tema della potenza, come “una negatività che ha qualcosa di positivo” (32).


3 L’unità della sostanza e il principio “Omnis determinatio est negatio” in Spinoza

Il fondamento monistico della realtà e la riduzione delle determinazioni a momenti soppressi nell’unità assoluta, come conseguenza del principio cardine della determinazione come negazione.

Il discorso prende le mosse dal principio spinoziano “Omnis determinatio est negatio” (37), di importanza infinita, la cui “conseguenza necessaria… è l’unità della sostanza” (56). Questo principio, secondo cui “la determinatezza è negazione” (56), porta all’identificazione dell’essere con “l’assenza di di” limitazioni, stabilendo che “C’è un’unica sostanza” (83). Tutte le differenze e determinazioni sono assorbite in questa unità: gli attributi e i modi non hanno realtà per sé, “ma sono solo come soppressi come momenti cioè come momenti della sostanza” (80). La sostanza è infatti inizialmente “indeterminato” (81), e le determinazioni sono viste come negazioni. Si distinguono “due forme di negazione: per un verso quella della degli attributi, per altro verso quella dei modi” (64), entrambe riconducibili all’unità sostanziale. La differenza “tra gli attributi e la sostanza è una differenza debolissima” (93), poiché ogni determinazione è una “determinazione immanente… che resta dentro” (311). L’intelletto umano, nella sua finitezza, è il soggetto di queste “rilevazioni compiute da un modo finito” (95), e il suo operato rischia di ridursi all’uso di un “negativo con cui l’intelletto fa svanire tutto nell’unità astratta nella sostanza” (165). Contro questa visione che assorbe tutto nell’unità, viene talvolta rivendicato il valore della “complessità cioè il presentare una concrezione di momenti” (241).


4 L’individuo, il concetto e la sfera dell’essere in Hegel

Una disamina del movimento dialettico tra singolarità determinata e negatività assoluta.

Il testo analizza la natura dell’individuo e del concetto all’interno del pensiero hegeliano, mettendo in luce la loro collocazione in sfere diverse. L’individuo, nella sfera dell’essere, è caratterizzato dalla determinatezza e dalla limitatezza: “l’individuo la singolarità nella sfera dell’essere è contrassegnato dalla determinatezza” (166) e, sebbene sia “certamente più del limitato in ogni aspetto”, questo “più appartiene a” (122) una dimensione ulteriore. Questa determinatezza implica dei confini che, tuttavia, non sono solo esterni: “i confini che metti all’altro non sono soltanto” (108) per l’altro, ma “sono anche confini di se stesso” (103). In netto contrasto, il concetto appartiene a una sfera diversa, quella del pensiero, ed è definito come “una negatività assoluta” (124, 125). Questa natura lo differenzia radicalmente dall’individuo nell’essere, che “invece non” (125) possiede tale assolutezza negativa. Il concetto è intrinsecamente movimento: “il concetto è sempre come entrare dalla” (542) e coincide con “il movimento di sviluppo dialettico speculativo” (508), al punto che “anche di sottrarsi a questo movimento” (541) sembra impossibile. Questo movimento dialettico ha come risultato o manifestazione la singolarità: “è sempre la singolarità” (508). Il testo avverte contro visioni unilaterali o parziali: un singolo momento, come un individuo, è solo “un momento della verità e non è la verità intera” (14), e si critica esplicitamente il concetto di “unilateralità” (254). La riflessione tocca anche conseguenze etiche, osservando come una certa prospettiva porti al crollo della “distinzione tra qualità oggettive e soggettive” (351) e come gli Stoici concepissero un ideale di imperturbabilità, essendo “indenne al dolore e alla gioia” (616).


5 La logica dell’essenza e la riflessione in Hegel

Un’esplorazione della sfera speculativa dove le opposizioni non sono immediate ma riflesse, con un particolare riferimento a Spinoza.

Il testo si concentra sulla “logica dell’essenza”, presentata come una sezione specifica della Scienza della logica di Hegel, in cui operano le “determinazioni riflesse” (207, 222, 265). Questa sfera è chiaramente distinta da quella dell’immediatezza (271) e si caratterizza per un’opposizione peculiare: qui, la negazione “è opposta al positivo che è la realtà” (207, 222). Tuttavia, si precisa che questa non è un’opposizione immediata (214), bensì una “riflessione” che, in questa fase, “è soltanto posta” e non ancora pienamente sviluppata (234). Il discorso collega questa struttura logica al pensiero di Baruch Spinoza, suggerendo che Hegel “trova che in Spinoza si rifletta” questa medesima sfera logica (171). L’analisi, sebbene riferita a Spinoza, non è specificatamente collocata in uno scritto preciso, ma probabilmente nelle “lezioni dedicate alla storia della filosofia” (188). L’esposizione tocca anche le conseguenze di questo impianto teorico, accennando al fatto che le determinazioni della logica dell’essenza diventeranno poi “le qualità della cosa” (427) e che gli stessi temi saranno ripresi a livello della “filosofia del diritto” (533).


6 La dialettica del positivo e del negativo

Una riflessione sulla struttura della realtà, dove gli opposti non si escludono ma si definiscono reciprocamente, e dove la negazione non è un puro nulla ma un momento costitutivo.

L’analisi prende le mosse dalla relazione dialettica tra positivo e negativo, dove “il positivo è l’indeterminato” (202) e non può essere pensato da solo. La realtà è vista come un essere in cui gli elementi opposti coesistono: “eh al tempo stesso positivo e negativo” (217). In questo quadro, la negazione non è annichilimento, ma un principio attivo; c’è il rischio di scambiarla “per puro nulla” (217), mentre in verità è un elemento nascosto e costitutivo: “Vale l’elemento nascosto della negatività” (10). La sua scomparsa apparente dà luogo a una percezione distorta della realtà, che “ci sembra un semplice essere” (472) quando “il negativo scompare” (26, 470). Questo meccanismo si applica anche al concetto di infinità, concepito come “un’operazione” (88) di “annullare la finitezza” (89), dove l’infinito emerge proprio “eliminiamo il momento negativo” (76) della finitezza stessa. La dinamica trova una sintesi nel processo triadico: “il positivo la seconda il negativo La terza è la sintesi delle prime due cioè propriamente la negazione della” (200). L’incapacità di cogliere questa dialettica, come nel caso di chi era “innamorati della pura negazione del puro annullamento” (144), porta a una visione sterile. La relazione si concretizza anche in figure come quella del Signore e del servo, dove “mancherà il Signore l’elemento costruttivo l’elemento positivo e invece nel servo l’elemento costruttivo” (589), mostrando come i ruoli e le qualità positive e negative si distribuiscano e si invertano nella relazione concreta.


7 La natura delle proprietà e il rapporto tra qualità e quantità

Una riflessione sulla distinzione tra l’essere in sé di un qualcosa e il suo modo di relazionarsi con l’esterno, passando per l’esempio paradossale della matematica.

Il testo esplora il concetto di “proprietà” come determinazione che nasce dalla relazione di un qualcosa con l’esterno, in contrasto con il riferimento a sé stessi che definisce l’essere. Come evidenziato, “le proprietà hanno a che fare son in rapporto il qualcosa con l’esterno” (324). Questo rapportarsi non è neutro, ma qualitativo: si parla infatti di “determinatezza qualitative” (377) e di un “rapporto qualitativo” (370), diverso da uno quantitativo. Un esempio concreto è dato dalla piuma, la cui proprietà è definita dal fatto di poter “fare il solletico” (421, 425). La difficoltà nel comprendere appieno certi concetti, come la matematica, sembra risiedere proprio nel trascurare questo aspetto qualitativo e relazionale, riducendo tutto al calcolo: “calcolare è facile” ma bisogna cogliere “il lato qualitativo della matematica” (379). Il discorso tocca anche il tema della persistenza, notando come le cose “meno quiete permangono e vincono sull’altro” (332), e accenna all’origine etimologica tedesca di un termine, forse “proprietà” (Eigenschaft), legata al concetto di “confine” (118).


8 L’esserci e il movimento della differenza

Il percorso dialettico dalla determinazione immediata alla sua mediazione attraverso la negazione e il superamento delle differenze.

Il testo analizza il concetto di “esserci” (Dasein) nel suo costituirsi attraverso un movimento di differenziazione e negazione. Si parte dall’essere immediato, in cui “si sono manifestate delle differenze” (484). Tuttavia, queste differenze non permangono come stabili: “queste differenze si annullano” (504) e “questa differenziazione si annulla da sola” (510). Questo “annullarsi della differenza è un essere” (510), indicando che il processo stesso della negazione è costitutivo. L’esserci iniziale “è qualcosa in sé che è per noi” (503) e ha il destino intrinseco del “differenziarsi” (491). La differenza è definita come “il momento negativo” e si afferma che “c’è stata una negazione prima dell’esserci” (486), una negazione che le differenze operano “a loro stesse” (487). Il risultato è che le differenze, pur essendo presenti e prodotte “nell’esserci” (476), sono allo stesso tempo “nulle e soppresse” (475). Il discorso si estende al concetto di “distruttività”, che nell’autocoscienza non è assoluta ma “frenata dimezzata limitata” (593), una “distruttività controllata” (593) che si frena nel formare la cosa, poiché “quando io formo la cosa mi impedisco di distruggerla” (592). La conclusione verso cui si muove è uno stato di non-estraneità, in cui “nulla di estraneo esso si trova. Essa si trova a suo agio in ogni estraneità” (528).


9 La natura dialettica della libertà in Hegel

Una disamina del concetto oltre la scelta e la negatività assoluta, verso la realizzazione concreta dello spirito.

Il pensiero hegeliano sulla libertà si sviluppa oltre la nozione comune di libero arbitrio e scelta. Il primo momento è definito come “negatività assoluta” (128), una capacità di “sottrarre a qualunque cosa” (147) e persino di desiderare la morte, affermando così un’indipendenza radicale. Tuttavia, questa “libertà negativa assoluta” (140) è solo un preliminare, poiché “la scelta invece è una libertà è un preliminare della Libertà non è la realizzazione della Libertà” (543). La scelta, infatti, è legata alla casualità: “la scelta è la casualità” (538) e “è il primo momento della Libertà nel senso più profondo” (538), ma non ne costituisce l’essenza integrale. La vera libertà si realizza superando questa fase: “la libertà quindi in senso proprio… è l’innalzarsi sopra la stessa scelta” (540). Ciò implica un volere concreto, poiché “il Volere Nulla… è esso stesso un volere qualcosa” (569) e “la libertà è volere qualcosa e nel suo momento concreto è volere se stessi” (571). Questo passaggio comporta coraggio, in quanto “la libertà è coraggio e il coraggio è volontà di morte in definitiva” (612), inteso come l’abbandono di ogni determinazione particolare per affermare l’assoluto. Il concetto maturo di libertà emerge quindi come caratteristica dello spirito che, attraverso la negazione e la successiva determinazione, giunge a una piena realizzazione di sé.


10 L’autocoscienza, la morte e la dialettica servo-padrone

La dialettica del riconoscimento tra autocoscienze, dove il confronto con la morte fonda la libertà e definisce i ruoli.

Il tema centrale è la costituzione dell’autocoscienza attraverso il confronto con l’altro e la paura della morte. L’autocoscienza si fonda sulla “capacità di preferire la morte a qualunque altra determinatezza” (141), un tratto specificamente umano. Questo confronto iniziale tra due autocoscienze, in cui ciascuna “mostra all’altra di preferire la morte” (149) per ottenere riconoscimento, è il motore della relazione. Colui che, in questo scontro, “vuole la morte è superiore” (565) perché dimostra di non essere legato alla mera esistenza biologica e si afferma come “negatore assoluto della cosa” (564). Chi invece si sottrae “per paura di morire” (562) diventa servo. La figura del servo, tuttavia, non è determinata primariamente dall’oppressione del padrone, ma dalla sua stessa paura: “il servo è oppresso perché ha paura di morire” (606). È dunque “il servo a fare se stesso in quanto ha paura di morire” (610). La relazione non è statica: il servo, attraverso il lavoro e l’autocontrollo, sviluppa una “realtà positiva” (595). Imparando il dominio di sé, il servo diventa “superiore al padrone” (594) e la sua figura risulta “più produttiva” (609). Il padrone, al contrario, si rapporta “negativamente al servo” (577) e la sua dipendenza dal lavoro del servo limita la sua autonomia.


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