Capire Hegel 15 | A
1 La distinzione hegeliana tra termini sassoni e latini
La scelta linguistica di Hegel tra parole di origine germanica e neolatina per segnare una differenza concettuale fondamentale all’interno del suo sistema.
Hegel opera una distinzione sistematica tra termini immediati e termini riflessi, servendosi di parole di diversa origine etimologica. “Il termine che deriva dal sassone suona ai tedeschi più familiare del termine che deriva dal latino” (16), pertanto usa “il termine sassone per indicare le nozioni immediate usa invece il termine latino” (9) per quelle mediate. Ne è un esempio cardine la coppia Dasein/Existenz: “deriva dal latino quindi dasin è sostanzialmente sinonimo di existence però Hegel usa dasin nel contesto della logica dell’essere che è un contesto di Termini immediati ed usa existen nel contesto della logica dell’essenza che è il contesto dei termini riflessi” (19, 20, 21). Questa scelta riflette una caratteristica della lingua tedesca, simile “dell’inglese che ha i termini concreti derivanti dal sassone… i termini astratti in versione latina” (5, 7). La traduzione in italiano pone problemi specifici, come per Dasein, che “noi sostanzialmente non lo” (24) abbiamo e per il quale si propone “esserci” (24, 294), e per Realität, dove “il termine normale per realtà è verisk” (597) ma Hegel usa il latino realitate (597), traducibile con “effettività” (598). La difficoltà nel comprendere questa scelta non sta nella sua semplicità – “invece è una cosa elementare elementare elementare” (26) – ma nel fatto che “poi Hegel È tutto difficile” (26).
2 L’essere determinato e la negazione nella dialettica hegeliana
Una disamina del concetto di determinatezza come limite, finitezza e negazione determinata all’interno del processo logico.
Il termine “determinato” significa “limitato, finito” e si oppone sia al “semplice” sia “a quella semplicità che viene dal negare la negazione” (101, 103). La determinatezza è quindi l’esserci come “essere limitato” che “viene da termine” (69). Questo carattere finito e negativo del determinato è ribadito: “il qualcosa è contro un altro è alterabile finito determinato come affatto negativo” (86). La negazione non è assoluta, ma a sua volta determinata: “il nulla come il determinato di una determinatezza è ugualmente un riflesso una negazione” (570). Questo movimento genera la dialettica: “un momento un soppresso un determinato negativamente” (335), dove “l’intero è nella determinatezza dell’essere” (362). Un esempio concreto è dato dal verde: “non è che una parte non verde poi sulla sua superficie è verde” (489), a illustrare la determinatezza come limite interno. La “parola concreto” in Hegel non ha significato sensibile, ma logico (476). Il processo ha una genesi: “che diciamo nasce dall’essere del precedente ma nasce dall’annullamento” (220), ed è “riflesso in sé” (296). La “realtà” come esistenza empirica risulta inadeguata a esprimere questo concetto logico (622, 611). La determinatezza si articola in momenti “qualitativa quantitativa riflessiva” che ne costituiscono il “genere e significa carattere” (77). La qualità, in questo sistema, “è tutto” (564). L’autore ammette la difficoltà espositiva di questi passaggi, notando che un tentativo di maggiore chiarezza “non c’è riuscito ad essere troppo più chiaro” (424).
3 L’esserci come unità quieta risultante dal divenire
Il passaggio dialettico dall’inquietudine del divenire alla concretezza determinata.
Il movimento speculativo parte dall’analisi del divenire, inteso come l’unità inquieta di essere e nulla, in cui “essere nulla Non sono più affatto differenti a differenza che nel divenire” (237). Questo processo trova una sua risoluzione quando “il divenire si è annullato la sua inquietudine si è annullata e adesso abbiamo un’unità” (236), un’unità in cui gli opposti “sono perfettamente uguali” (241). Il risultato è l’esserci, che “viene da essere e nulla e [è] l’unità semplice quieta di essere” (224). A differenza della pura immediatezza, l’esserci è una forma concreta e determinata: “l’esserci non è semplice è un concreto E quindi contiene rapporti differenti” (480), essendo per l’appunto “unità di più momenti” (477). In questa nuova determinazione, ciò che era nel divenire viene superato e conservato: “ciò che è annullato in unità è è conservato in unità nel nuovo essere” (221). Un tema minore che emerge è il riferimento al pensiero teologico, dove si osserva che un approccio puramente negativo “porta a far sì che Dio sia una semplice affermazione che sia semplicemente il puro essere” (733), e a questioni linguistico-filosofiche, come la traduzione del termine aristotelico “energhia” (600).
4 L’elemento negativo nell’esserci: immediatezza e determinatezza
Un percorso attraverso la logica hegeliana che esamina il palesarsi della negazione nella struttura dell’essere determinato.
Il discorso si sviluppa attorno alla dialettica tra l’immediatezza dell’esserci e l’emergere del suo elemento negativo. Inizialmente, “l’esserci da prima è preso nella sua immediatezza” (353) e “l’elemento negativo ancora non è posto” (367). Questo elemento negativo, quando si manifesta, è inizialmente colto nella sua forma immediata, “preso però nella sua immediatezza cioè preso esso stesso come” (276) qualcosa di positivo, una “qualità” (535). La trattazione si articola in due sezioni principali: una prima parte dominata dall’elemento positivo e “una seconda sezione in cui sarà l’esserci sarà dominato dall’elemento negativo anziché dall’elemento positivo” (228). Il “punto A è sempre l’immediatezza semplice” mentre il “punto B è sempre il palesarsi del” (325) negativo, che si rivela essere “nulla” (227) rispetto alla prima. Questo palesarsi avviene da un “punto di vista unilaterale” (384), poiché l’esserci è “preso in una determinatezza Cioè in un punto di vista” (346). Il percorso può anche essere osservato “da un altro punto di vista cioè preso come l’insieme di tutte le negazioni” (688). La dinamica essenziale mostra come l’identità con sé, come nel caso del punto che “è uguale a sé in quanto si ritrae” (136), derivi da un atto di repulsione, un elemento attivo che alla sostanza “manca” (127). La conclusione a cui si giunge è che “la qualità è qualità negativa e qualità positiva” (304) e che queste due determinazioni “sono assolutamente la” (305) stessa cosa, superando la loro separatezza iniziale. Le suddivisioni in punti (A, B grande, B minuscolo) e le relative anticipazioni sono da intendersi come mere “facilitazioni per per orientarsi” (464) nella complessità dell’argomento.
5 La critica hegeliana a Spinoza sulla determinazione e la negazione
Un confronto dialettico sulla sostanza, l’infinito e le strutture del pensiero.
Il testo analizza il rapporto tra essere e nulla, partendo dal concetto di determinatezza come “negazione posta come affermativa” (697). Questa discussione si inserisce in una più ampia “critica che Hegel rivolge a Spinoza” (758), incentrata sulla natura della sostanza. Per Spinoza, infatti, “la sostanza… è pura affermazione” (780), una posizione che Hegel problematizza. La riflessione procede esaminando coppie dialettiche fondamentali: la negatività interna “si svilupperà come infinito” e “L’infinito è… opposto al finito” (93), sebbene tale opposizione risulti spesso di difficile comprensione (“noi non abbiamo capito nulla di tutto ciò” (96)). Il metodo indaga anche le forme del giudizio, notando come non fossero state “ulteriormente dedotte” (271), e riconosce il ruolo della scrittura come “strumento di pensiero” (407) per costruire significato. L’analisi mostra come parlare di un “insieme di tutte le realtà” significhi implicitamente includere anche la determinatezza, che nasce come “mancanza” e si costituisce come “confine limite” (578). Il dialogo tra i partecipanti rivela un percorso di comprensione accidentato, segnato da momenti di disorientamento (“Ti disorienti… perché io ho capito quella cosa ma non capisco” (292)) e dalla consapevolezza che una spiegazione chiara lo è “soltanto per chi lo abbia capito” (425).
6 L’autodistruzione dello sviluppo come processo dimostrativo
Un’idea di sviluppo che coincide con la critica di sé e il passaggio in altro, definita da un processo dimostrativo che precede e fonda la nozione stessa.
Il testo esamina una “nuova nozione” di sviluppo, la cui definizione è interamente affidata al “processo dimostrativo” con cui essa viene mostrata (312). In questo quadro, lo sviluppo non è un progresso lineare, ma coincide con il suo contrario: “lo sviluppo è anche l’autodistruzione ed è quindi dimostrazione di quello che arriva dopo” (439). Questo meccanismo è descritto come “auto annullamento e il passaggio in altro”, ovvero “la critica di sé” (449). La relazione tra dimostrazione e contenuto viene capovolta: “invece prima c’è la dimostrazione e poi arriva il teorema” (309), suggerendo che la validità della conclusione derivi interamente dal suo processo di genesi. All’interno di questa dinamica, elementi opposti possono rivelarsi identici, come nell’affermazione che “essere [e] nulla Sono perfettamente uguali sono la stessa cosa” (242), e la loro opposizione risolversi in un nulla (311). Il processo lascia traccia di sé nella “determinatezza”, la cui “scomparsa lascia una cicatrice” (659). Il discorso si colloca esplicitamente in un “ambito filosofico” (25) e sembra riferirsi in particolare alla “filosofia speculativa” (706, 715), per la quale “negazione e realtà non sono” separate (711).
7 La contraddizione nella definizione metafisica di Dio
Un esame delle aporie generate dalla prova ontologica tradizionale e dalla sua concettualizzazione di Dio come totalità.
Il testo critica la definizione metafisica di Dio come “l’insieme di tutte le realtà” (635), concetto posto alla base della “prova ontologica dell’esserci di Dio” (627). Questa definizione conduce a una serie di paradossi: se Dio include ogni realtà, che contiene anche “le determinatezza e quindi conterrebbero anche le negazioni” (640), allora Egli diventa “lo stesso indeterminato e vuoto del vuoto assoluto” (673), “puro essere indeterminato cioè come vuoto” (679). Per evitare questo esito, si tende ad astrarre dalle negazioni, ma così “Dio apparirebbe come potenza assoluta” (689). Emerge quindi una opposizione tra Dio come “insieme di tutte le realtà” e come “insieme di tutte le negazioni” (689, 690), dove la potenza assoluta diventa “l’insieme di tutte le contraddizioni” (683). Il discorso si sposta così sull’“elemento negativo nella realtà” (657), arrivando a considerare “le negazioni delle negazioni” (724). La trattazione tocca anche le implicazioni etiche di questa indeterminatezza: “la bontà di Dio non deve essere bontà nel senso” comune (653), poiché “temperando la bontà non è più bontà e la giustizia non è più giustizia” (656). La “potenza dovrebbe essere temperata dalla saggezza”, ma se così fosse, “con la bontà non è più giustizia” (662), svanendo “il vero concetto di infinito” (664). La soluzione sembra risiedere in un “concetto più elevato rispetto a questa opposizione” (712).
8 L’unità astratta della sostanza e la scomparsa del negativo in Spinoza
Una lettura che evidenzia come il sistema spinoziano, partendo da determinazioni opposte, le dissolva nell’indeterminato.
Il sistema filosofico di Spinoza viene presentato come centrato sull’idea di un’“unica sostanza” (721), caratterizzata da un’“infinità” di attributi (761). Di questi infiniti attributi, però, solo due ci sono noti: “pensiero ed estensione” (122, 734). Tutte le altre determinazioni, compresa l’opposizione stessa tra pensiero ed estensione, non hanno una realtà autonoma, ma “si dissolve[no] nell’infinità” (94) della sostanza stessa. Questo processo porta a una “positività assoluta” (105) in cui la differenza e la negazione vengono assorbite. Gli attributi e i modi non sono momenti dialettici con un proprio “sussistere particolare” (738); per Spinoza essi “non sono neppure momenti” (739), ma piuttosto “sono nostri modi di vedere la sostanza” (790) o “differenze che facciamo noi” (124). Il risultato è che il pensiero spinoziano “rimane confinato nell’astrazione” (776), in un’“unità astratta” (751) dove il negativo viene annullato. La critica sottolinea che “in Spinoza manca l’idea di positività come negazione del negativo” (105), ossia la capacità di conservare la differenza all’interno dell’unità. Senza questo principio, “contro il principio della sostanza Cioè dell’infinità non può sussistere neanche” (743) una vera articolazione interna, e i modi “diventano qualcosa di” (774) di puramente esteriore rispetto alla sostanza assoluta.
9 L’ambito della riflessione logica: essenza, opposizione e traduzione
Un’indagine sulle determinazioni concettuali dell’essere e sulla loro articolazione attraverso il pensiero riflessivo, con particolare attenzione alle sfide ermeneutiche e terminologiche.
Il discorso si concentra sulla struttura e sul metodo della logica, specialmente nella sua fase riflessiva. Viene esaminata la “sfera dell’essenza” come “il secondo libro della Scienza della logica” (804), dove le determinazioni si presentano come opposte, “cioè quelle che posso dire realtà e negazione” (10). Queste nozioni “sono riflesse per noi nella nostra riflessione” (817), ma il compito è quello di “passare dalla riflessione cioè da concetti opposti alla riflessione in sé cioè tornare dentro di sé” (187). Un tema ricorrente è la difficoltà di fissare e tradurre questi concetti, poiché “questi due termini non vengono distinti e non vengono distinti” (587) nelle traduzioni, come nel caso dei termini della “critica della ragione pura” (279, 595). L’analisi muove da un’unità indifferenziata, paragonata a “una pagina bianca” o a “due fogli uno nero uno bianco però sono lo stesso foglio” (207, 260), per giungere alla distinzione tra le “determinazioni della logica dell’essere” (816). La discussione implica un costante riferimento testuale, poiché “non è tanto come dire L’interpretazione del testo ma è il riferimento del testo” (291), e si avvale di edizioni critiche, come quella “Edita da Miner ferlac da da jesk” (37).
10 La natura della realtà tra determinazione, qualità e negazione
La realtà come campo di tensione tra l’immediato essente e la negazione che lo costituisce, esplorata attraverso il linguaggio e il pensiero dei partecipi presenti.
Il discorso si sviluppa attorno alla definizione e alla relazione tra i concetti di realtà, determinatezza, qualità e negazione. La realtà viene inizialmente presentata come qualcosa di “determinato” (649) e “puramente essente e isolato” (537), identificata con la qualità presa in senso positivo (549, 576). Tuttavia, questa determinatezza immediata e positiva non è autosufficiente: “la determinazione invece ha un significato sempre negativo” (781). Emerge così una dialettica fondamentale per cui il positivo (la realtà) è tale solo in quanto “in cui appare il Negativo” (806, 813). La vera, “eminente” realtà non è quindi l’immediato, ma si rivela come “infinita” (648) e riflessa, ossia come “il positivo di una relazione” (573) dove il negativo non sopprime l’altro, poiché “nessuna delle realtà sopprime l’altra” (630). L’essere stesso è colto nel suo duplice statuto di “essente” e “non essente” (488), un paradosso che il pensiero deve attraversare. Il metodo di indagine è caratterizzato da un lavoro continuo sul linguaggio, un “scrivere a riscrivere” (411), che tenta di afferrare termini tecnici come l’essente (das Seiende) (200) e di distinguere, come fa Severino (156), le determinazioni unilaterali (317) per evitare che il pensiero, “presa per sé stessa” (556), cada “nell’indeterminato” e perda “il suo significato” (652, 649).
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