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Capire Hegel 14 | A


1 Il Divenire e la sua Inquietudine

La dinamica instabile del mutamento puro, dove essere e nulla si confondono in un movimento senza un “altro” definito.

Sommario Le frasi delineano la nozione di “divenire” come un mutamento fondamentale che non è ancora un “mutamento in altro” (27), ma è “semplicemente lo svanire” (367, 401). Questo movimento è descritto come un’“inquietudine sfrenata” (382). Il suo nucleo concettuale è l’unità instabile di essere e nulla, dove “entrambi sono preda del divenire” (249). Il processo ha un inizio e una fine (68), ma il suo esito non è stabile o definitivo: “il risultato non è un risultato stabile” (237), e “il suo esito è soltanto” (240) un momento transitorio. Questo esito è un “Nullo”, ma un “Nullo come risultato” (160) che presuppone un inizio positivo (55), poiché “questa nullità deve essere un esito” che “deve avere un inizio” (54). Il risultato di questo svanire, tuttavia, non è il nulla assoluto, ma l’emergere di “una nuova nozione” (15). La difficoltà nel concepire questo concetto sta nel fatto che l’essere in questione “non è un essere specifico non è un ente” (87), rendendolo astratto e sfuggente.


2 Il fondamento logico-ontologico e la negazione determinata in Hegel

Una discussione sul passaggio dall’essere al nulla, il ruolo della negazione e il ponte tra logica e ontologia nella Fenomenologia dello Spirito, con riferimenti a San Paolo e alla coscienza infelice.

L’argomento ruota attorno all’inizio della logica hegeliana, partendo dall’essere puro che svanisce nel nulla: “l’inizio È l’essere E l’essere Svanisce il null L’inizio è il nulla il nulla svanisce” (69). Questo movimento è il divenire, un concetto difficile da concepire poiché “implica il non” (74). Il nucleo della discussione è il concetto di “negazione determinata”, dove “la negazione è negazione di qualcosa” (608) e non un puro nulla, ma piuttosto “la determinatezza di un essere determinato” (664). Questo tipo di negazione, talvolta definita “negazione della negazione” (454) o “negatività assoluta” (454), è ciò che getta un ponte tra logica e ontologia, come esplicitamente notato: “è da qui che si trae l’equivalenza tra logica e ontologia” (95). Hegel avverte di stare attenti a non confondere questo discorso con quello sul “qualcosa determinato” (90). Il tema si collega anche alla religione, citando la “struttura irrazionale a cui lui non vuole rinunciare” (522) e il “quadro drammatico della religione nella coscienza infelice” (484), con un esplicito riferimento a San Paolo (530). Si sottolinea infine l’individualità e l’alterità, affermando che Hegel, “al contrario di quello che si dice” (471), le valorizza.


3 Il divenire come unità di nascere e perire

Il movimento dialettico dall’essere al nulla e la quiete che ne risulta.

Il testo esplora la relazione inscindibile tra nascita e morte, o tra essere e nulla, concepiti non come eventi separati ma come un unico processo dialettico chiamato “divenire”. Si afferma che “il nascere non è separato dal perire” (246) e, simmetricamente, che “il perire non è qualcosa di separato dal nascere” (259), poiché “il perire è l’inizio del nascere” (259). Questo movimento è descritto come un mutamento reciproco: “il nulla muta in essere ma l’essere sopprime altrettanto se stesso” (228, 243), in un ciclo per cui “il perire dà direttamente al nascere che dà direttamente al perire” (357). L’insieme di questo processo dinamico è un “equilibrio in cui nascere e perire si pongono” (387), un equilibrio che, a sua volta, “confluisce in unità quieta” (388). Questa “unità quieta” (359, 362) non è inerzia, ma l’esito del movimento stesso, dove “anche il divenire si acqueta” (359). Il risultato fondamentale è la comprensione del divenire come unità: “il nascere è in unità con il perire e il perire è in unità con il nascere” (320).


4 L’immortalità nella filosofia hegeliana: tra specie, cultura e spirito assoluto

Una discussione che distingue l’immortalità dell’anima personale dalla concezione hegeliana di immortalità come partecipazione allo spirito oggettivo.

Il sommario ricostruisce, a partire dalle frasi fornite, il tema dell’immortalità nell’ottica hegeliana, mettendo in luce come essa venga radicalmente reinterpretata rispetto alle tradizioni platoniche e religiose. Il nucleo concettuale emerge dalla negazione dell’“immortalità dell’anima personale” (F281) come la intende la tradizione. Hegel sembra attenersi a un diverso “tipo di immortalità” (F299). Questa viene inizialmente identificata a livello biologico come “immortalità della specie alla quale l’individuo collabora” (F296, F307). Lo stesso principio si eleva al piano culturale e sociale, dove si parla di una “immortalità della cultura” intesa come la “sua natura tradizionale che le garantisce l’immortalità” (F308). La prospettiva culmina nell’identificazione dell’immortalità umana con lo spirito: “l’immortalità dell’uomo… è lo spirito… il suo partecipare” (F313) ad esso. Il discorso si colloca nel quadro dello spirito assoluto, dove “la delusione viene delusa a sua volta” (F153) e superata (F156), suggerendo una riconciliazione razionale oltre le speranze sentimentali. Il riferimento a Platone e al Fedone (F264, F292) serve come termine di confronto per “rendere digeribile un discorso svolto… a livelli puramente logici” (F266), pur nel riconoscimento di un dibattito sulla coerenza del filosofo ateniese su questo punto (F292).


5 La natura contraddittoria del divenire: annullamento, essere e nulla

Un’indagine sul concetto di annullamento come soppressione della differenza tra essere e nulla, in opposizione alla trasformazione in un altro.

Il testo esamina il concetto fondamentale di divenire come il luogo in cui si risolve la contraddizione tra essere e nulla. Il fulcro dell’analisi non è la trasformazione di un elemento in un altro, ma il loro reciproco “annullamento”, dove “l’annullamento non implica l’alterità” (28) e non prevede “il passaggio in un altro” (29). Il divenire stesso è presentato come una contraddizione, poiché “nel divenire c’è la condizione di se stesso… ma c’è l’annullamento” (406) e “il divenire si distrugge” (407). Questa dinamica si basa sulla soppressione di una differenza iniziale: “essere e nulla… solo presi nella loro differenza astratta iniziale” (670) sono distinti, ma nel divenire “si sopprime… questa differenza” (677). L’annullamento, quindi, non elimina solo i termini opposti ma “annulla anche la loro differenza” (373, 390), portando a uno stato in cui “non sono più neanche in divenire” (394). L’analisi tocca anche il linguaggio concettuale, distinguendo tra “determinatezza” come “accezione positiva” (656, 661) e “negazione” (662). Un accenno a una “polemica posteriore” (482) suggerisce che l’origine di alcune differenze interpretative possa risiedere in “l’atteggiamento verso la religione” (483).


6 Passaggio dall’indeterminato al determinato, attraverso le figure della luce, del colore e dello spazio.

Il percorso dialettico che muove dalla pura tristezza dell’immediato—essere, nulla, luce, spazio—verso le prime determinazioni, dove l’identità si rivela solo nella differenza e il passare si quieta in un’unità.

Le frasi descrivono una transizione fondamentale da uno stato iniziale assoluto e indeterminato a uno determinato. Questo stato iniziale è caratterizzato come “puro essere senza nessuna caratteristica” (91), equivalente al “puro nulla” (91, 142), ed è figurato come “pura luce” (138) o “puro spazio” (135). In questa condizione di pura trasparenza, “non si vede nulla” (141) perché manca qualsiasi differenza. Il meccanismo di determinazione inizia con un “passare” (464), dove questa pura indifferenza si nega, perdendo la sua “indipendenza” (464, 412). Il risultato non è più un semplice alternarsi di essere e nulla, ma un’unità stabile: “ciò che prima era una totale trasparenza adesso è una” “unità quieta di essere e nulla” (465). La determinazione si manifesta concretamente come colore: “dal puro spazio dalla pura luce a Qualcosa di colorato” (429, 430). Un colore, però, esiste solo in relazione a un altro: “ci sono colori soltanto in quanto ci sono le differenze tra i colori” (431) e “un colore si vede soltanto se c’è un altro colore” (462). Pertanto, l’essere determinato è un essere in relazione, una “differenziazione impersonale” (595), dove l’identità (es. “trasparenza verde”, “trasparenza arancione” (466)) sussiste attraverso la differenza da altro.


7 La Fede nel cristianesimo

Disamina teologica sulla natura della fede come miracolo e sulla figura di Gesù come compimento del sacrificio di Abramo, contrapponendo le interpretazioni luterane a quelle kierkegaardiane.

Il testo analizza il concetto di fede nel cristianesimo, mettendo a confronto due prospettive fondamentali: una di stampo luterano, in cui la fede è un dono divino che assicura la salvezza nonostante il peccato, e una di ispirazione kierkegaardiana, che vede la fede come un miracolo irrazionale che si compie nel momento di massima disperazione. Viene esplorata l’idea che “la Fede viene data e la Fede mi consente il miracolo di sentirmi salvato Nonostante i miei peccati” (512, 513) in opposizione alla visione per cui “la Fede è un miracolo è un miracolo che può avvenire soltanto quando tutto è assolutamente” perduto (496). La figura centrale è quella di Gesù, la cui morte in croce – originariamente “il segno della maledizione Divina” (532) – diventa il fulcro del “miracolo della salvezza” (541). Il sacrificio di Cristo è presentato come il compimento e la soluzione del dramma di Abramo: “ciò che fa Abramo Gesù lo ripete” (538), ma con la differenza cruciale che “la fede di Gesù ti Esenta dal farlo” (539), risolvendo così la drammaticità del singolo. La critica mossa da Kierkegaard a Hegel viene menzionata come infondata da una delle prospettive in campo, poiché accuserebbe Hegel di aver dimenticato proprio “la singolarità” (474, 481) dell’esperienza di fede.


8 Il concetto speculativo di “soppressione” (Aufheben) in Hegel

Un’analisi del termine tedesco aufheben e della sua triplice natura dialettica di annullamento, conservazione e superamento, come fondamento del pensiero speculativo.

Il termine filosofico centrale è aufheben, che nei testi ha quasi esclusivamente un significato negativo, come “far cessare, annullare, abolire, obliterare, sopprimere” (627). Tuttavia, esso possiede anche un significato positivo, quello di “conservare” (625, 44). Questa duplicità è costitutiva: “il soppresso è un riflesso bene riflessione è il rapporto fra positivo e negativo” (640). La traduzione è complessa, poiché “togliere significa sia mettere da parte sia prendere” (43). Il concetto si applica al divenire, dove “il nulla è soppresso solo in quanto è entrato nell’unità con il suo opposto” (638), e al nulla stesso, che “Ha un lato positivo lui lo chiama anche lo speculativo” (606). Questo meccanismo è la chiave del pensiero speculativo, che “non è altro che tenere il positivo nel negativo” (607) ed è “la capacità di scorgere il positivo nel” negativo (614). In definitiva, “la of heen la […] non è nient’altro che il pensiero critico” (617). Il processo avviene attraverso “momenti” (645), dove gli elementi sono “evanescenti solo come soppressi” (40). Il risultato è un’unità che contiene il negativo soppresso, poiché “il soppresso è cioè l’” elemento isolato e superato (631).


9 La determinazione dell’esserci come unità di essere e nulla

La transizione dal divenire puro alla prima forma stabile del pensiero, dove le determinazioni trovano una prima, immediata consistenza.

Il percorso concettuale muove dal divenire, inteso come l’unità instabile di essere e nulla, per giungere all’esserci, che ne è il risultato compiuto. Come si osserva, “essere [e] nulla sono lo stesso poiché sono lo stesso” (678), ma questa identità nel divenire è superata nell’esserci, che è “unità determinata” (680). Questo passaggio non è una semplice successione, bensì una conservazione: “il soppresso è anche un custodito che ha perduto solo la sua immediatezza ma non Perciò è svanito” (632). Il soppresso, ovvero il divenire nella sua immediatezza, viene preservato (custodito) all’interno della nuova determinazione, una dinamica per cui “nel linguaggio ha il doppio senso per cui significa lo stesso di custodire” (624). L’esserci si configura quindi come “unità in cui sono custoditi” (667) i momenti precedenti.

In questa nuova figura logica, essere e nulla non scompaiono ma ricevono una determinazione più concreta: “Ormai sono momenti essere nulla ricevono un senso un’espressione più particolari che devono precisarsi” (666). Essi cessano di essere astrazioni pure per diventare momenti interni a una determinazione, come la qualità, che “non è nient’altro che l’esserci nella sua” (660) manifestazione immediata. Il processo si fonda su una differenziazione interna, un “differenziarsi” (590) che produce singolarità, e su un’applicazione della “legge del nulla” (420) all’interno della determinazione stessa. La riflessione su questi concetti, che “riguarda tutta” (101) l’architettura del pensiero, si serve talvolta di un linguaggio tecnico preciso, come notato nell’osservazione che “il linguaggio tecnico della filosofia usa espressioni latine per le determinazioni riflesse” (643).


10 La differenza tra genitivo soggettivo e oggettivo nelle traduzioni filosofiche tedesco-italiano

Una riflessione sulle sfide traduttive poste dalle strutture grammaticali tedesche nella trasposizione di concetti filosofici complessi, con particolare attenzione alla logica hegeliana.

Il sommario evidenzia la problematica centrale nel tradurre testi filosofici tedeschi in italiano, focalizzandosi sulla distinzione grammaticale tra genitivo soggettivo e oggettivo. Come notato, “in tedesco il genitivo dipendente da un infinito assume indifferentemente significato di genitivo oggettivo e di genitivo soggettivo” (341-342), mentre “in italiano invece il genitivo dipendente da un infinito è sempre soltanto genitivo soggettivo” (343). Questa differenza costringe il traduttore a una scelta interpretativa continua, poiché deve “decidere se è genitivo soggettivo o genitivo oggettivo” (338) basandosi esclusivamente sul contesto, dato che non esiste “un elemento grammaticale” (349) che li distingua. L’operazione di calco linguistico risulta insidiosa, in quanto rischia di far dire al testo “una cosa sbagliata” (338), ignorando “queste differenze grammaticali tra italiano e tedesco” (347). La sfida è acuita dalla natura del testo originale, che tratta di concetti astratti e “sfuggenti” (384), come “l’essere e il nulla” e “la forma dell’Unità” (423), o le differenze tra “la logica dell’essenza” e “l’essere” (569). Il compito del traduttore, quindi, non è meccanico ma richiede una profonda comprensione filosofica per gestire strutture dove “il del introduce il soggetto di quell’infinito” (330) e dove un genitivo tedesco può “avere il significato… di genitivo oggettivo che in italiano non può avere” (335), richiedendo a volte “assolutamente un complemento oggetto anziché un complemento di specificazione” (333). L’intero processo è descritto come un lavoro meticoloso su un “file della traduzione della seconda” edizione (697), che implica la revisione di “parecchie parti” (688) per raggiungere una resa che renda “la nostra esperienza… oggettiva” (117) nella nuova lingua.


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