C. Golgi - Sulla fina anatomia degli organi centrali del sistema nervoso - 1885 | eL
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1 Introduzione critica alla ricerca istologica del sistema nervoso
Un appello per un rinnovamento metodologico nell’anatomia microscopica del cervello, in risposta al divario con la fisiologia.
Il testo, estratto dall’introduzione di un trattato scientifico del 1888, costituisce una lucida e critica analisi dello stato della ricerca istologica sul sistema nervoso centrale alla fine del XIX secolo. L’autore, operante nel Laboratorio di Patologia Generale dell’Università di Pavia, identifica una profonda e peculiare contraddizione nel rapporto tra anatomia e fisiologia: mentre per gli altri organi le scoperte anatomiche hanno aperto la via alla comprensione fisiologica, per il sistema nervoso “l’ anatomia fu, ed è tuttora costretta a cercare indirizzo per le proprie ricerche e ad appoggiare le sue conclusioni sui dati della fisiologia” - (fr:9/p.11). La fisiologia, pur avendo accertato la diversità funzionale delle regioni cerebrali e la loro intima connessione, si trova di fronte a un’anatomia incapace di spiegarne i fondamenti strutturali. L’autore osserva che “l’ anatomia non soltanto non sa dar ragione di tale differenza, ma nemmeno può dire, se il diverso modo di funzionare delle varie regioni del cervello sia in relazione a differenze di forma o di struttura degli elementi costitutivi” - (fr:11/p.11), e deve rispondere negativamente anche alle domande sui meccanismi di collegamento tra i centri nervosi (fr:13,14).
Questa insufficienza non è attribuita a scarsità di studi, ma a un vizio metodologico diffuso: la tendenza a sostituire la descrizione rigorosa dei fatti con schemi teorici. I ricercatori, “sospinti dal desiderio di poter contrapporre alle accertate leggi fisiologiche, dei dati anatomici” - (fr:16/p.14), hanno spesso dedotto leggi generali da osservazioni particolari. Il risultato è che “gli schemi si sosti tuirono alla rigorosa descrizione delle forme e dei rapporti” - (fr:17/p.14), trasformandosi in ipotesi presentate come verità. L’autore contesta esplicitamente le teorie allora dominanti di Gerlach, Schultze, Boll e Meynert sulla morfologia elementare, affermando che “quanto in esse havvi di essenziale, appunto si risolve… in una serie di ipotesi anatomiche” - (fr:18/p.14). Allo stesso modo, le asserzioni di Luys, Meynert e Huguenin sui percorsi dei fasci nervosi si rivelano spesso “arbitrarit completamenti di schemi immaginati per soddisfare una teoria” - (fr:19,20). Questo sistema ha prodotto un danno cumulativo, tramandando “inesattezze, errori, semplici ipotesi, o descrizioni schematiche… da scuola a scuola, da libro in libro, quali verità incontestabili” - (fr:23/p.15), scoraggiando nuove indagini.
La causa di questo stallo non è solo metodologica, ma anche tecnica, data “l’ estrema difticoltà risultante, sia dalla complicazione ed estrema delicatezza del tessuto, sia dalla mancanza di adatti mezzi di indagine” - (fr:24/p.15). I metodi istologici comuni si sono rivelati insufficienti. Per superare questo limite, l’autore ha fatto della ricerca di nuovi metodi una priorità, affermando: “mi venne dato di trovare mezzi, i quali, per la finezza e precisione dei risultati, lasciano a grande distanza tutti quelli che anche in epoca recentissima, vennero dagli anatomici adoperati” - (fr:28/p.16). L’uso di queste tecniche, affiancate a quelle tradizionali, gli ha permesso di ottenere risultati basati su “fatti incontestabilmente accertati” - (fr:30/p.16) e di produrre illustrazioni di estrema precisione. Sottolinea che le figure allegate al lavoro “nel mentre potranno valere a prova della bontà dei metodi da me adoperati, potranno del pari servire di documento o di termine di confronto” - (fr:32/p.16) per futuri ricercatori.
Il programma di ricerca che delinea è sistematico e si articola in quattro problemi fondamentali: 1) il rapporto tra fibre nervose e cellule gangliari; 2) la morfologia cellulare in relazione alla funzione regionale; 3) la disposizione e i rapporti reciproci degli elementi; 4) l’andamento dei fasci nervosi e le loro connessioni con i gruppi cellulari (fr:33/p.16-36/p.17). Riconosce che un’analisi completa, “zona per zona, punto per punto” - (fr:37/p.17), richiederebbe uno sforzo collettivo e risorse ingenti. Il suo obiettivo, quindi, non è quello di risolvere tutti i problemi, ma di “segnare una traccia” - (fr:40/p.17) e suscitare in altri la volontà di proseguire le ricerche con lo stesso rigore, diffondendo soprattutto la conoscenza dei nuovi metodi di indagine (fr:42/p.17).
Nelle note preliminari conclusive, affronta una questione basilare: l’identificazione stessa della cellula nervosa. Pur riconoscendo che un osservatore esperto può generalmente distinguerle da elementi connettivali per una serie di caratteri (forma, aspetto del nucleo, origine dei prolungamenti), ammette che “nessuno degli accennati caratteri può essere dato come assoluto” - (fr:47/p.18), al punto che in alcuni casi il dubbio sulla natura degli elementi persiste. Questa ammissione di fondo sottolinea ulteriormente la necessità di un’attenta verifica empirica e la precarietà delle certezze nell’istologia dell’epoca.
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2 Struttura e composizione delle cellule gangliari nel dibattito istologico ottocentesco
Un’analisi delle caratteristiche del nucleo, della pigmentazione e della controversa natura protoplasmatica o fibrillare del corpo cellulare neuronale.
Il testo tratta della struttura microscopica delle cellule nervose (gangliari), presentando osservazioni morfologiche e il dibattito scientifico del tempo sulla loro natura fondamentale. Un elemento peculiare è la descrizione del nucleo, caratterizzato da un nucleolo prominente e facilmente colorabile, ma meno resistente agli acidi rispetto ad altri tipi cellulari (fr:74/p.20, 75). Un tratto distintivo e variabile è la pigmentazione giallo-bruna. Essa è appena accennata nei giovani, più pronunciata negli adulti e nei vecchi (fr:77, 78), e la sua distribuzione non è uniforme: in alcune regioni, come la Substantia nigra, gli accumuli sono così massicci da riempire l’intero corpo cellulare e conferire il caratteristico colore scuro a questa struttura (fr:79, 80).
Il nucleo del dibattito storico riguarda però la natura della sostanza che forma il corpo cellulare. Inizialmente prevaleva l’idea che fosse di natura protoplasmatica, in linea con la concezione cellulare generale dell’epoca (fr:82/p.21). Tuttavia, la visione di Max Schultze, che considerava vero protoplasma solo la parte centrale, molle e granulosa attorno al nucleo, guadagnò terreno, relegando il resto a una “formazione secondaria” (fr:83/p.21). Nonostante ciò, alcuni istologi, basandosi su osservazioni dirette, continuarono a sostenere la natura protoplasmatica dell’intero corpo cellulare. Un argomento a sostegno era la presunta contrattilità ameboide, come asserito da Waller per le cellule della rana (fr:85/p.21), o l’ipotesi di Reklinghausen e Popoff sull’incorporazione di inchiostro di china (fr:86/p.22, 87). Tuttavia, il testo chiarisce che, all’epoca della sua stesura, prevaleva l’idea che la sostanza principale avesse “natura diversa della protoplasmatica” (fr:88/p.22).
La discussione si sposta quindi sulla struttura fine di questa sostanza. La controversia è tra la visione “fibrillare o granulo-fibrillare” sostenuta da Schultze e altri dopo di lui, e quella di chi la considerava semplicemente “omogenea o granulosa” (fr:89/p.22). Sebbene cenni a una struttura fibrillare risalissero a Remak (1853), furono le osservazioni di Schultze sulle cellule delle torpedini a dare peso decisivo a questa teoria, estendendola non solo al corpo cellulare ma anche ai suoi prolungamenti (fr:90/p.22, 91). Il testo testimonia dunque un momento cruciale nella citologia nervosa, dove l’identificazione della struttura fibrillare, destinata a diventare fondamentale, era ancora oggetto di confronto scientifico.
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3 Distinzione istologica tra sfere sensoria e motoria nel midollo spinale
Analisi delle differenze nella struttura cellulare e nell’origine delle fibre nervose come base per la comprensione delle funzioni sensorie e motorie.
Il testo esamina l’organizzazione istologica della sostanza grigia del midollo spinale, proponendo una correlazione diretta tra la morfologia delle cellule gangliari e la loro funzione fisiologica. L’autore distingue due tipi cellulari fondamentali: le cellule il cui prolungamento nervoso si suddivide complessamente perdendo la propria individualità per formare una rete diffusa, e quelle il cui prolungamento tende a mantenere la propria individualità, connettendosi direttamente con le fibre nervose. La prima categoria viene associata alla “sfera sensoria (0 psico-sensoria per ciò che riguarda la corteccia cerebrale)” (fr:312/p.49), mentre la seconda alla “sfera motoria (o psico-motoria)” (fr:312/p.49).
Questa distinzione morfo-funzionale si riflette nel modo di origine delle fibre nervose. L’autore afferma che “il primo modo d’’ origine delle fibre nervose, che chiamammo diretto, sia proprio della sfera motoria o psico-motoria, e che il secondo modo d’ origine, che designammo indiretto, sia invece proprio della sfera sensoria o psico-sensoria” (fr:313/p.50). Il sistema sensorio avrebbe dunque un’origine complessa e diffusa, a differenza di quello motorio che presenta un’origine più individuale e diretta.
Un punto cruciale dell’analisi è la risoluzione del quesito sull’eventuale collegamento tra i due sistemi. L’autore rigetta le teorie contemporanee basate su anastomosi dirette tra prolungamenti protoplasmatici o sul “supposto reticolo di Gerlach” (fr:316/p.51), giudicate indimostrate. La soluzione viene invece identificata nell’organizzazione della sostanza grigia. Qui, il prolungamento nervoso delle cellule del primo tipo (motorie) “somministra un maggiore 0 minor numero di filamenti (fibrille nervose primitive), i quali suddividendosi prendono parte alla formazione di una rete nervosa diffusa” (fr:319/p.51). Questa rete è di “origine assai complessa” (fr:320/p.51), formata sia da questi filamenti che dai prolungamenti delle cellule del secondo tipo (sensorie) e dalle corrispondenti fibre nervose. Pertanto, “i fili secondarii dei prolungamenti nervosi delle cellule del primo tipo, mentre hanno parte nella formazione della rete, rappresentano il mezzo d’ anatomico collegamento tra le origini delle due categorie di fibre nervose” (fr:321/p.51). Ne consegue che, pur avendo origini diverse, le “parti che in certo modo rappresentano le radici delle due categorie di fibre, non sono indipendenti, ma esiste fra esse un legame abbastanza intimo” (fr:322/p.51).
L’autore attribuisce a questa scoperta istologica un significato fisiologico fondamentale, in particolare per la spiegazione dei meccanismi riflessi. Sostiene che “In questa connessione sta la spiegazione dei rapporti fisiologici esistenti tra le fibre della sfera sensoria e quella della sfera motoria” (fr:327/p.52). Le azioni riflesse troverebbero così una base anatomica plausibile nella rete diffusa, anziché nelle ipotesi allora correnti. Inoltre, la complessa rete nervosa diffusa fornisce il “fondamento anatomico” (fr:332/p.52) per comprendere sia l’“intimo legame” tra le diverse funzioni del sistema nervoso centrale, sia i fenomeni di diffusione dell’attività nervosa.
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4 Rovesciamento delle dottrine istologiche dominanti sul sistema nervoso centrale
Una critica anatomica alle teorie dell’isolamento neuronale e della rigorosa localizzazione funzionale.
L’autore si sente autorizzato a dichiarare che la cosiddetta legge della trasmissione isolata, applicata al funzionamento di cellule e fibre nervose negli organi centrali, ha perso ogni fondamento anatomico: “Anzi io mi credo autorizzato a dichiarare, che alla così detta legge della isolata trasmissione, in quanto sì vuole applicarla al modo di funzionare delle cellule gangliari e fibre nervose degli organi centrali, ora è tolta ogni base anatomica” - (fr:334/p.52). I dati istologici impongono, per la maggior parte del sistema nervoso centrale, di ammettere non un’azione isolata delle singole cellule, ma “un’ azione simultanea di estesi gruppi” - (fr:335/p.52).
La relazione tra fibre e cellule non è individuale e isolata. Al contrario, una fibra nervosa è generalmente “in connessione con estesi gruppi di cellule”, e parallelamente, ogni cellula gangliare può essere “in rapporto con parecchie fibre nervose che hanno destinazione, e verosimilmente funzione diversa” - (fr:336/p.52). Questa complessità è illustrata con esempi tratti dallo studio dei lobi olfattori e del midollo spinale. Nei lobi olfattori, una singola cellula può relazionarsi con tre categorie distinte di fibre (tractus, commessura anteriore, corona radiata), con rapporti diretti o indiretti a seconda del tipo cellulare (fr:339/p.53-342/p.54). Anche nel midollo spinale si verificano casi in cui il prolungamento nervoso di una cellula dà origine a fibre che si dirigono in direzioni opposte (fr:343/p.54). La disposizione generale è quindi finalizzata a realizzare “la maggior possibile complicazione nei rapporti” - (fr:344/p.54), una legge valida sia per singoli elementi che per intere regioni (fr:345/p.54).
Questa complessa interconnessione getta dubbi anche sul concetto di localizzazione rigorosa delle funzioni cerebrali. Dimostrato che le cellule di intere regioni sono connesse da una rete diffusa, “naturalmente è difficile il comprendere la rigorosa localizzazione funzionale, come la si vorrebbe da molti” - (fr:347/p.54). Al massimo, si potrebbe parlare di “vie prevalenti od elettive di trasmissione” e di regioni “non rigorosamente delimitate” che reagiscono prevalentemente in base allo stimolo ricevuto (fr:348/p.54).
Per quanto riguarda le differenze anatomiche legate alla funzione, l’autore identifica la distinzione cruciale nel comportamento del prolungamento nervoso, non nella forma o dimensione del corpo cellulare (fr:350-351/p.55). Si osserva una tendenza: le cellule grandi, con prolungamento a rapporto diretto con le fibre (tipo primo), sono verosimilmente motorie, mentre le piccole, con prolungamento a ramificazione complessa e rapporto indiretto (tipo secondo), appartengono alla sfera sensoria. Tuttavia, “questi rapporti hanno tante eccezioni che non è possibile stabilire una legge generale” - (fr:352/p.55). Pur non escludendo differenze chimiche, l’autore ritiene che la differenza morfologica da lui descritta sia la più importante dal punto di vista anatomico (fr:353/p.55).
In conclusione, lo studio sull’origine delle fibre nervose dai centri rivela che, al di là di differenze secondarie, nei rapporti essenziali tra cellule e fibre esistono “leggi costanti e corrispondenza assoluta tra le diverse provincie” - (fr:354/p.55), consolidando il principio dell’interconnessione di gruppo contro quello dell’isolamento neuronale.
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5 La struttura fine della sostanza grigia e la critica alle teorie neurologiche classiche
Una revisione istologica che sfida le nozioni di trasmissione isolata e localizzazione rigorosa delle funzioni cerebrali.
Il testo costituisce una sezione metodologica e dichiarativa di un trattato di istologia del sistema nervoso centrale. L’autore espone una serie di principi derivati da osservazioni personali, che si pongono in netto contrasto con le teorie anatomiche e fisiologiche prevalenti all’epoca. Il nucleo della trattazione ruota attorno alla morfologia e alle connessioni delle cellule gangliari (neuroni) e delle fibre nervose, da cui l’autore deduce conseguenze funzionali di ampia portata.
Un concetto cardine è la distinzione di due tipi fondamentali di cellule gangliari, basata sul comportamento del loro prolungamento nervoso (assone). Il primo tipo mantiene la propria individualità e “va a mettersi in rapporto diretto colle fibre nervose” (fr:366/p.57). Il secondo tipo, invece, vede il suo prolungamento “suddividendosi complicatamente, perde la propria individualità e prende parte in toto alla formazione di una rete nervosa diffusa” (fr:368/p.43). L’autore associa queste differenze morfologiche a una differenza funzionale, ritenendo “che le cellule del primo tipo siano di natura motoria o psicomotoria e che quelle del secondo tipo, siano invece sensorie o psico-sensorie” (fr:370/p.58). Una classificazione analoga viene proposta per le fibre nervose in entrata (fr:372/p.58, 374).
L’elemento anatomo-funzionale più rilevante introdotto è la “fina e complicata rete nervosa diffusa” (fr:376/p.43) presente in tutti gli strati della sostanza grigia. Questa rete, formata dai contributi di entrambi i tipi cellulari e di fibre, è descritta come “evidentemente destinata a stabilire un legame anatomico e funzionale tra gli elementi cellulari di estese zone” (fr:384/p.59). Questa osservazione porta l’autore a conclusioni radicali contro le dottrine correnti. Contesta infatti il modello della “isolata trasmissione tra punti periferici e supposte individualità cellulari dei centri” (fr:387/p.59), dichiarando che ad esso “ora è tolta ogni base anatomica” (fr:388/p.59), poiché le connessioni sono multiple e complesse (fr:385/p.59, 386).
In modo altrettanto critico, l’autore attacca il concetto rigoroso di localizzazione delle funzioni cerebrali. Afferma che l’idea che funzioni determinate possano “rigorosamente riferire all’ una od all’ altra zona nettamente delimitata” (fr:389/p.59) non è supportata dalle ricerche anatomiche più raffinate. Per investigare ulteriormente il rapporto tra struttura e funzione, annuncia uno studio morfologico comparativo su due circonvoluzioni considerate fisiologicamente opposte: la circonvoluzione centrale anteriore (psico-motoria) e l’occipitale superiore (psico-sensoria), sulla base degli “ormai celebri studi di Fritsch ed Hitzig” (fr:397/p.60). L’autore sottolinea la natura preliminare di questo studio, considerandolo solo “due soli punti nella lunga serie di studi” (fr:396/p.60) necessari, e dichiara l’intenzione di presentare principalmente i dati visivi, limitandosi a “una rassegna delle forme cellulari” (fr:401/p.61) e ad alcune osservazioni critiche.
Il testo ha un significato storico di testimonianza di un momento di transizione nella neurologia. Rappresenta un tentativo di fondare la fisiologia del cervello su una base microanatomica più complessa e integrata, mettendo in discussione i modelli meccanicistici e troppo rigidamente localizzazionisti del periodo. Il riferimento esplicito agli studi di Fritsch e Hitzig (pionieri della stimolazione elettrica corticale) colloca il lavoro nel vivo del dibattito scientifico dell’epoca. L’attenzione alla “rete diffusa” sembra prefigurare concetti moderni di integrazione neurale e connettività distribuita.
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6 Analisi delle ramificazioni cellulari nello strato molecolare del cervelletto
Descrizione istologica dei sistemi di prolungamenti nelle cellule di Purkinje e nello strato molecolare del cervelletto, con confutazione di teorie contemporanee.
Il testo costituisce una dettagliata osservazione microscopica dell’architettura del cervelletto, focalizzandosi sullo strato molecolare e sulle cellule di Purkinje. L’autore distingue due sistemi di ramificazioni all’interno dei prolungamenti protoplasmatici di ogni cellula: un “sistema fondamentale di rami” con tendenza a portarsi perpendicolarmente verso la superficie, e un “sistema secondario di fine ramificazioni” che decorre in modo “affatto irregolare” occupando gli spazi interstiziali (fr:615/p.76). L’insieme di queste ramificazioni crea, quando la colorazione istologica (la “reazione nera”) riesce, un “fitto intreccio di fili” (fr:616/p.76) che, sebbene possa dare l’impressione di una rete a bassi ingrandimenti, viene precisato essere invece un intrico complesso, meglio rappresentabile tramite figure (fr:617/p.76).
Un punto cruciale dell’argomento è la netta confutazione di teorie coeve sull’origine delle fibre nervose. L’autore afferma con decisione che i prolungamenti protoplasmatici “assolutamente non danno origine a fibre nervose”, né direttamente come sostenuto da Hadlich e Obersteiner, né indirettamente tramite una trasformazione in una “fina rete matrice” come asserito da Boll, tacciata di essere una “semplice sua congettura od arbitraria interpretazione” (fr:617/p.76, 618, 619).
L’analisi si sposta quindi sul “prolungamento nervoso delle cellule di Purkinje”, descritto come più interessante per lo studio dell’origine centrale delle fibre nervose (fr:620/p.77). Contrariamente a quanto sostenuto da altri osservatori dopo Deiters, questo prolungamento non rimane semplice durante il suo tragitto verso lo strato midollare, ma emette lateralmente delle fibrille che si ramificano ulteriormente (fr:622/p.77). Molti di questi filamenti mostrano una tendenza a ripiegarsi verso la superficie per entrare a far parte del sistema di fibre nervose dello strato molecolare, come documentato dall’autore con riferimento alle Tavole VI (fr:623/p.77, 624, 625). A questo sistema contribuiscono anche i prolungamenti nervosi delle piccole cellule gangliari disseminate nello strato molecolare (fr:626/p.77).
Proprio l’esistenza di queste “cellule nervose piccole dello strato molecolare” (fr:627/p.77) viene presentata come un dato originale in contrasto con l’opinione generale dell’epoca che le negava. L’autore afferma di riscontrarle “in numero assai cospicuo”, calcolandole quasi pari in densità a quelle della corteccia cerebrale (fr:628/p.77, 629). Queste cellule, di diametro compreso tra 6 e 12 micron e di forme variabili (globosa, ovoidale, fusata, etc.), presentano una legge di organizzazione comune: tra i loro numerosi prolungamenti elegantemente ramificati, “uno soltanto di essi si può qualificare come essenzialmente nervoso”, mentre gli altri hanno carattere protoplasmatico (fr:635, 636, 637).
Il significato storico del testo risiede nella sua natura di testimonianza precisa del dibattito istologico fine Ottocento sulla struttura del sistema nervoso. Combina una descrizione morfologica meticolosa, arricchita da riferimenti a misure (6-12 µ) e a tavole illustrative, con una polemica scientifica diretta contro interpretazioni ritenute erronee, posizionandosi come contributo volto a chiarire l’origine e il decorso delle fibre nervose nel cervelletto.
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7 Analisi dell’architettura neurale nel cervelletto: un resoconto dalla ricerca istologica
Un esame dettagliato della ramificazione delle fibre nervose negli strati cerebellari, rivelatore di una complessità inaspettata.
Lo studio si concentra sull’organizzazione microscopica delle circonvoluzioni cerebellari, analizzando il decorso e le connessioni delle fibre nervose a partire dai raggi midollari. L’impressione iniziale, ottenuta con metodi di colorazione comuni come l’“acido osmico” (fr:728/p.85), è di una relativa semplicità, tale da “autorizzar[e] la supposizione che le singole fibre, mettano capo individualmente a qualche elemento gangliare, nel modo comunemente descritto” (fr:730/p.85). Tuttavia, l’applicazione di “metodi più delicati, che permettono di seguire, una per una, le singole fibre in tutte le loro vicende” (fr:731/p.85) rivela una realtà anatomo-funzionale “assai più complicata” (fr:732/p.85).
Il dato più rilevante è la presenza di una complicata ramificazione già all’interno dei raggi midollari, da cui si dipartono diramazioni secondarie. Questo processo genera un intreccio estremo: “i rami derivanti da una sola fibra nell’ attraversare lo strato granulare si decompongono in modo estremamente complicato, e si portano a grandissime distanze le une dalle altre” (fr:735/p.86). Tale plesso nello strato granulare è fondamentale, poiché è da esso che “veggonsi derivare le fibrille che vanno a mettersi in rapporto coi granuli” (fr:736/p.86). L’analisi distingue due categorie di fibre: quelle che suddividendosi diffusamente formano un plesso, e altre che “sembra si portino più direttamente alla loro destinazione” (fr:739/p.86), suggerendo una possibile base anatomica per diverse funzioni.
La complessità si estende allo strato molecolare, dove penetra “una fitta siepe di fibre isolate o riunite in fascetti” (fr:742/p.86) che danno vita a un “plesso ricchissimo ed estremamente complicato” (fr:743/p.86). L’origine di questo plesso è triplice: 1) fibre dai raggi midollari; 2) fibrille dal prolungamento delle cellule di Purkinje; 3) prolungamenti delle piccole cellule dello strato molecolare stesso (fr:747/p.87, 748, 749). Viene inoltre riportata l’importante osservazione della “connessione di fibrille nervose emananti dal plesso colle piccole cellule gangliari dello strato molecolare” (fr:746/p.87).
La sintesi finale classifica quattro categorie di elementi cellulari generatori di fibre: 1) le grandi cellule di Purkinje, il cui prolungamento dà origine sia a un tronco principale diretto allo strato midollare sia a fibrille per i plessi granulare e molecolare (fr:752/p.88, 753); 2) le piccole cellule dello strato molecolare, i cui prolungamenti si fondono nel plesso (fr:755, 756); 3) e 4) le cellule dei granuli e quelle dello strato midollare, menzionate ma non dettagliate nel testo fornito. L’autore conclude ponendo una questione fisiologica: se questo “doppio modo di comportarsi delle fibre nervose” possa spiegare “il diverso modo di manifestarsi dell’ attività funzionale dei centri nervosi” (fr:740/p.86).
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8 Struttura macroscopica e controversie dell’Ippocampo
Analisi descrittiva e critica dell’anatomia del “gran piede di Hippocampo”, con particolare attenzione alla sostanza reticolare bianca, alla fascia dentata e alla lamina nucleare.
Il testo costituisce una dettagliata descrizione anatomica macroscopica della regione dell’ippocampo, identificata come “gran piede di Hippocampo” (fr:810/p.94). L’autore non si limita a una descrizione standard, ma la correda di appunti critici che mettono in discussione le osservazioni di anatomici precedenti, assumendo così il valore di una testimonianza diretta di ricerca e verifica sperimentale nel campo della neuroanatomia del XIX/XX secolo.
L’analisi inizia con la descrizione degli strati che compongono la struttura. Il gyrus fornicatus (o cingolato) è ricoperto da uno strato peculiare di sostanza bianca, la “Substantia reticularis alba” (fr:793/p.93), così chiamata per il suo aspetto caratteristico di “piccoli cerchi bianchi separati da sottili reticolari striscie grigie” (fr:794/p.93). Questo strato si continua sulla superficie esterna della circonvoluzione dell’ippocampo e del subiculum, assumendo il nome di “lamina midollare circonvoluta (o lamina nucleare)” (fr:795/p.93). La sua posizione è chiaramente visibile in sezione come una “striscia bianca situata tra lo strato grigio che si continua colla corteccia del subiculum e lo strato grigio che forma la fascia dentata” (fr:797/p.93).
Un elemento centrale della descrizione è la fascia dentata, definita come una “lamina di sostanza grigia, la cui superficie libera distinguesi per uno splendore gelatinoso e per una serie di depressioni (d’ onde l’aspetto dentellato che le fece dare il nome)” (fr:799/p.93). La sua origine è oggetto del primo e più esteso appunto critico. L’autore contesta le teorie di Henle, che la faceva derivare da un fascetto di fibre, e di Krause, che la considerava un’espansione della sostanza grigia del gyrus fornicatus. Le sue osservazioni personali lo portano a concludere che “Il cordone di sostanza grigia formante la fascia dentata ha bensi origine dalla superficie superiore del Corpo calloso” (fr:818/p.95), dove si continua con le “Striae longitudinales mediales o Nervi di Lancisi” (fr:819/p.95). Contrariamente alla descrizione comune di queste strie come composte da fibre nervose, l’autore afferma che “essenzialmente constano di sostanza grigia disseminata di numerose cellule gangliari” (fr:819/p.95), anticipando un’osservazione che verrà approfondita in seguito.
Sul lato ventricolare della struttura è descritto l’alveus, lo “strato di sostanza bianca che riveste tutta la superficie ventricolare del corno d’ Ammone” (fr:802/p.93). Le sue fibre si riuniscono a formare la fimbria (o “corpo frangiato” (fr:805/p.94)), un cordone bianco che delimita il margine dell’ippocampo e che “rappresenta l’ estremita posteriore del fornix” (fr:808/p.94).
Il secondo appunto critico riguarda il destino della lamina nucleare. Henle e Krause sostenevano che questa si unisse alla sostanza bianca della fimbria. L’autore, invece, basandosi sull’osservazione di sezioni trasversali, dichiara “erronea” (fr:826/p.95) tale asserzione. Egli descrive minuziosamente come la lamina, seguendo la superficie esterna dello strato grigio circonvoluto, “va gradatamente assottigliandosi” (fr:827/p.95) fino a ridursi a un residuo che, in corrispondenza della seconda curva dello strato grigio, “s’ incurva, per entrare nell’ apertura dell’ arco risultante dalla sezione ottica della fascia dentata” (fr:828/p.95). Ivi, “espandendosi, scomparisce” (fr:829/p.96), senza mai fondersi con l’alveus o la fimbria. Questa descrizione precisa è ritenuta dall’autore di “interesse notevole per la conoscenza della probabile significazione fisiologica” (fr:833/p.96) della lamina e dichiara la sua piena corrispondenza con i successivi reperti microscopici, conferendo al testo il carattere di una documentazione sistematica che collega anatomia macroscopica e microscopica.
Il testo fa riferimento a due figure, menzionate come “Tav. XVII.® e XVIII.® A” (fr:832/p.96), che dovevano illustrare il cono di fibre nervose emanante dalla fimbria.
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9 Annotazioni sulla natura e sul significato delle strie longitudinali mediane del corpo calloso
Descrizione anatomica e ipotesi funzionale di formazioni grigie sul corpo calloso, con confronto comparativo e riflessioni sul loro possibile significato rudimentale.
Il testo costituisce uno studio anatomo-istologico dettagliato sulle strie longitudinali mediane del corpo calloso, comunemente note come “nervi di Lancisi”. L’autore contesta la visione tradizionale che le descrive come semplici fasci di fibre nervose bianche, dimostrando attraverso l’osservazione microscopica che sono invece prevalentemente costituite da sostanza grigia, contenente “numerose e ben distinte cellule gangliari” (fr:1133/p.123). Questa scoperta è presentata come un fatto costante, verificato in tutti i casi esaminati, sebbene con notevoli variabilità individuali nello sviluppo.
La descrizione morfologica è minuziosa. Le strie appaiono come due cordoni grigi che decorrono vicino alla linea mediana sulla superficie superiore del corpo calloso, dal ginocchio allo splenio. Il loro aspetto varia: a volte sono appena visibili, altre volte sono ben rilevate, simili a “due rudimentarie circonvoluzioni” (fr:1135/p.123) con un diametro fino a 1 mm. Lo sviluppo non segue una legge precisa legata all’età, ma mostra “spiccate varietà individuali” (fr:1137/p.123). Un caso di massimo sviluppo è riferito a una “ragazza di 26 anni, semicretina” (fr:1138/p.123). Il loro decorso è spesso irregolare, specialmente nella metà anteriore, dove possono avvicinarsi, allontanarsi o presentare torsioni.
La struttura interna è un misto di sostanza grigia e fasci di fibre nervose. È costante uno strato profondo di fibre longitudinali tra la sostanza grigia e le fibre trasversali del corpo calloso, nonché fasci che risalgono lungo il lato interno del cordone grigio. Lo strato di fibre esterne è più variabile: può formare un cordoncino distinto, un velamento superficiale o, in alcuni casi, invadere quasi completamente la sostanza grigia, riducendola a un minimo. Quest’ultima evenienza spiega perché talvolta le strie appaiano bianche, confondendosi con la sostanza bianca circostante. Tuttavia, l’autore riconferma che “il caso più frequente è che il carattere di sostanza grigia è rilevabile ad occhio nudo anche a fresco” (fr:1159/p.125).
Le cellule nervose presenti sono piccole (10-15 μ di larghezza), di forma globosa, fusata o triangolare, con scarso citoplasma. La loro distribuzione è irregolare: a volte formano uno strato definito nella parte profonda, altre volte sono sparse in tutto lo spessore della stria. La figura 5 della Tavola XXIV viene citata per illustrare questa distribuzione in un punto di sviluppo particolarmente spiccato.
L’autore traccia le connessioni delle strie. Posteriormente, avvicinandosi allo splenio, le strie si appiattiscono e possono scomparire macroscopicamente, ma spesso continuano come un tenue velamento microscopico di sostanza grigia. Questo strato poi “ricompare e rapidamente aumenta, per formare ben presto una lamina di notevole spessore” (fr:1172/p.126) che si continua nella fascia dentata dell’ippocampo. A questo punto, la stria grigia non è più indipendente ma appare come “quasi un’ espansione” della corteccia del giro fornicato (fr:1174/p.126). Anteriormente, le strie sono state seguite con evidenza fino al ginocchio, ma non oltre, lasciando una lacuna conoscitiva.
Proprio questa lacuna impedisce all’autore di assegnare un significato funzionale certo alle formazioni. Viene discussa e considerata “assai verosimile” (fr:1183/p.127) l’ipotesi, avanzata in passato da Luys e altri, di un rapporto con il tractus olfactorius, suggerendo che le strie e la fascia dentata potrebbero essere centri d’origine per le fibre olfattive. Tuttavia, l’autore rimane cauto, sottolineando che per confermare questa ipotesi servirebbero conoscenze più precise sul decorso delle fibre.
Data la variabilità individuale e l’aspetto di circonvoluzioni rudimentali, l’autore si interroga sul significato antropologico generale. Esprime l’opinione che le strie longitudinali grigie possano essere strutture rudimentali: “parti dell’ organismo, che, mentre presentano un notevole sviluppo in alcune classi di animali, esistono invece allo stato rudimentale nell’ uomo, nel quale, anzi, mostrano tendenza ad una progressiva atrofia” (fr:1185/p.127). Se questo costituisca un fenomeno di atavismo è lasciato come questione aperta, il cui studio richiederà ulteriori ricerche.
A supporto di questa visione comparativa, l’autore riporta osservazioni su altri mammiferi. In un Macaco cynomolgus ha riscontrato il massimo sviluppo relativo, con strie molto prominenti e ricche di cellule. Al contrario, in un Cinocefalo Babuino erano appena accennate. Sono ben pronunciate nel cavallo e nel bue, mentre nel cane appaiono come piccole eminenze quasi fuse con il giro fornicato. Queste differenze interspecifiche rafforzano l’idea della variabilità e del possibile rudimento nell’uomo.
In chiusura, l’autore cita un precedente accenno di Valentin, che aveva descritto un “velo grigio del corpo calloso” (induseum griseum corporis callosi) contenente corpuscoli nervosi, notando anch’egli la sua incostanza. Questo riferimento serve a collocare la propria scoperta in un contesto storico, pur evidenziando come la natura prevalentemente grigia delle strie non fosse stata adeguatamente considerata nella letteratura anatomica successiva.
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[10.1-24-1267|1290]
10 Struttura e organizzazione della sostanza grigia nei lobi olfattori
Analisi istologica delle connessioni tra fibre nervose e cellule gangliari, con implicazioni per la comprensione dell’integrazione neurale.
Il testo tratta l’organizzazione microscopica della sostanza grigia nei lobi olfattori, distinguendo due categorie di fibre nervose in base al loro comportamento. La prima categoria, entrando nello strato grigio, “ivi si suddividono in modo estremamente complicato, perdendo ogni individualità e passando in toto a formar parte della rete diffusa” - (fr:1267/p.136). Queste fibre hanno un rapporto “soltanto indirettamente” con le cellule gangliari (fr:1268/p.137). La seconda categoria, pur cedendo alcuni filamenti alla rete, conserva la propria individualità, continuandosi direttamente nel prolungamento nervoso di un tipo specifico di cellula gangliare (fr:1269/p.137). All’interno della sostanza grigia, questi fili hanno un doppio significato, essendo “in pari tempo significato di prolungamenti nervosi di cellule gangliari del secondo tipo e di cilinder-axis di fibre nervose” - (fr:1270/p.137).
L’autore riassume i fatti in due asserzioni principali. La prima è che le fibre del tractus olfactorius originano dalla rete diffusa della sostanza grigia, avendo quindi “che rapporti indiretti colle cellule nervose” (fr:1271/p.137, fr:1272/p.137). La seconda asserzione descrive i cinque componenti che concorrono a formare questa rete diffusa: a) le fibre del tractus; b) le cellule gangliari del primo tipo, il cui prolungamento nervoso si suddivide totalmente in fibrille; c) le cellule gangliari del secondo tipo, i cui fili secondari si comportano come le fibre del tractus, mentre il prolungamento principale mantiene l’individualità per unirsi ai fasci della corona radiata (fr:1273, fr:1274, fr:1275/p.137); d) i cilinder-axis di tutte le fibre nervose, che si decompongono in fibrille (comportamento prevalente per le fibre della commessura anteriore); e) i fili individuali emanati dalle fibre nervose, che si connettono direttamente con le cellule del secondo tipo (fr:1276, fr:1277/p.137).
Queste osservazioni portano a deduzioni di interesse generale. Per le cellule del primo tipo è escluso un rapporto diretto e individuale con una fibra specifica, essendo la connessione mediata dalla rete. Anche per le cellule del secondo tipo, pur essendo diretto, il rapporto non è isolato tra due singole individualità (fr:1279/p.137). La rete diffusa funge da via di connessione anatomica e funzionale tra elementi cellulari di estese zone (fr:1280/p.137, fr:1281/p.137). Dal punto di vista fisiologico, ne consegue che una singola fibra nervosa è in connessione con estesi gruppi di cellule, e, inversamente, che “ogni cellula gangliare dei centri può essere in rapporto con parecchie fibre nervose che hanno destinazione, e verosimilmente funzione diversa” - (fr:1282/p.137). Questo fatto viene precisato con l’esempio di una cellula del primo tipo, la quale, attraverso la rete, è in rapporto indiretto con tre categorie di fibre distinte: quelle del tractus, della commessura anteriore e della corona radiata (fr:1284, fr:1285, fr:1286, fr:1287, fr:1288, fr:1289, fr:1290/p.138).
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[11.1-30-1400|1429]
11 Schwalbe, la nevroglia e la scoperta della neuro-cheratina: un dibattito istologico di fine Ottocento
Una disamina critica delle teorie di Schwalbe sul tessuto di sostegno del sistema nervoso centrale e l’impatto degli studi chimici di Ewald e Kühne.
Il testo analizza le posizioni dello scienziato Schwalbe riguardo alla struttura del tessuto interstiziale del sistema nervoso centrale, evidenziando come la sua descrizione amalgami teorie precedenti senza un criterio selettivo derivante da osservazioni personali con metodi diversificati. Schwalbe esclude che la cosiddetta “rete della glia” possa identificarsi con il comune “tessuto connettivo spugnoso” (fr:1400-1401/p.149). Egli ascrive al vero tessuto connettivo gli elementi cellulari, le “cellule della glia”, contenute nella nevroglia, paragonandole a quelle « derivanti da trasformazione delle cellule migranti, che si riscontrano nella sostanza interstiziale degli ordinari epiteli stratificati » (fr:1402/p.149). Riguardo alla loro forma, le descrive come “appiattite e con margine semplicemente dentellato” (fr:1403/p.149).
La sua descrizione del tessuto di sostegno non si limita a questo, ma include anche una “sostanza granulosa” che appare reticolare con forti ingrandimenti (fr:1405-1406/p.149). Schwalbe dichiara questa sostanza “affatto diversa dal cemento nervoso” e, richiamandosi agli studi di Ewald e Kühne, propone per essa la denominazione di “sostanza spugnosa cornea (Hornspongiosa)” (fr:1407/p.149). Nell’esposizione di Schwalbe si ritrovano così, mescolate, le idee di Schultze e Kölliker sulla struttura reticolare, quelle di Henle e Merkel sull’origine delle cellule, e l’opinione di Ranvier sull’assimilazione delle cellule gliali alle cellule endoteliali (fr:1408/p.149). Vi è anche il tentativo di applicare alla morfologia gli studi di Ewald e Kühne sulla neuro-cheratina (fr:1409/p.149). Tuttavia, il tutto si presenta “mescolato senza quel criterio di scelta, che può soltanto derivare dalle individuali osservazioni coi vari metodi” (fr:1410/p.150).
Il testo attribuisce quindi un’importanza cruciale agli studi puramente chimici di Ewald e Kühne, che con metodi di digestione artificiale dimostrarono la diffusissima presenza nel sistema nervoso di una sostanza con reazioni dei tessuti cornei (fr:1412/p.150). Questi ricercatori dichiararono esplicitamente che gran parte di ciò considerato connettivo nella sostanza grigia “non è punto sostanza collagena e sopratutto non tessuto connettivo, ma è di natura epiteliare, ed un derivato, come lo sono i nervi, del foglietto corneo” (fr:1413/p.150). La dimostrazione chimica dell’esistenza della neuro-cheratina pose quindi un nuovo e fondamentale problema morfologico: determinare come questa sostanza fosse rappresentata nelle varie parti del sistema nervoso (fr:1414/p.150). La soluzione per le fibre nervose, si accenna, fu avanzata da ricerche istologiche condotte nell’autore del testo, proseguite dai dottori Rezzonico e Mondino (fr:1415/p.150, fr:1426, fr:1429/p.150). Il testo cita infine i riferimenti bibliografici degli studi di Ewald e Kühne (fr:1416/p.150-1425/p.81).
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[12.1-20-1450|1469]
12 La natura della nevroglia e le controversie sulla neuro-cheratina negli studi di fine Ottocento
Un resoconto critico sulle ricerche istologiche riguardanti la trasformazione del tessuto interstiziale del sistema nervoso e le polemiche scientifiche correlate.
Il testo analizza una serie di contributi scientifici tardo-ottocenteschi incentrati sulla natura della nevroglia, il tessuto interstiziale del sistema nervoso centrale, e sul suo rapporto con la sostanza midollare (mielina). La discussione prende le mosse da un lavoro specifico di Witkowski, citato attraverso i suoi riferimenti bibliografici: “Wiener Sitzungsber. d. k. Acad. d. Wissensch. 1880 (4) L Witkowski. Ueber die Nevroglie. Arch. f. Psychiatrie und Nervenkrankheiten. Vol. XU, 142” - (fr:1450/p.151-1458/p.32). Witkowski osservò che, trattando il tessuto nervoso embrionale, “accade un completo disgregamento del tessuto, tanto che gli elementi nervosi, diventati liberi, non potrebbero essere altrimenti rintracciati che col mezzo di un filtro” - (fr:1458/p.32). Questo dato sperimentale, che evidenzia una differenza di digeribilità della nevroglia tra embrione e adulto, porta all’ipotesi centrale del suo studio: “si presenta giustificata la supposizione, da Witkowski accampata, di un rapporto esistente fra detta metamorfosi e la formazione della mielina e che la solubilità della sostanza interstiziale sia in ragione inversa dello sviluppo della guaina midollare” - (fr:1459/p.152).
L’autore del resoconto riconosce un certo valore a questa osservazione, in quanto fornisce una conferma a ricerche precedenti di Ewald e Kühne, arrivando alla conclusione che esista “« un intimo rapporto formativo e chimico tra la sostanza midollare e la nevroglia »” - (fr:1460/p.152). Tuttavia, il giudizio si fa fortemente critico verso le ulteriori deduzioni tratte da Witkowski. L’autore contesta aspramente la negazione, da parte di Witkowski, dell’esistenza di particolari guaine cornee (neuro-cheratina) attorno alle fibre nervose, secondo cui “la neurocheratina non sia in alcun modo morfologicamente rappresentata, ma vi si trovi esclusivamente in chimica combinazione colla mielina” - (fr:1462/p.152). Tale negazione è considerata infondata e superata, dato che “Sono ormai troppo precise le conoscenze che in proposito noi abbiamo e sono troppo facili i mezzi coi quali possiamo constatare la presenza di quegli involucri” - (fr:1463/p.152). La critica si estende anche agli autori (Pertik, Waldstein e Weber) citati da Witkowski a sostegno delle sue tesi, le cui osservazioni sono giudicate “poco concludenti” - (fr:1464/p.152) o addirittura frutto di un metodo inadeguato, come nel caso di chi asseriva che il sistema di fibrille “non esiste in condizioni normali e che la sua comparsa è sicuramente da attribuirsi ad uno sdoppiamento della mielina causato dai reattivi!” - (fr:1466/p.152).
La posizione conclusiva dell’autore è cauta e metodologicamente rigorosa. Egli sostiene che “non è possibile dire in quale stato la sostanza cornea si trova diffusa nei centri nervosi” - (fr:1467/p.152), preferendo una dichiarazione di non conoscenza che inviti a proseguire le ricerche, piuttosto che avanzare “delle semplici asserzioni mancanti di un plausibile fondamento” - (fr:1467/p.152). Infine, il testo colloca questa disputa microscopica in un quadro teorico più ampio, collegandola alla “questione della derivazione embrionale del sistema nervoso” - (fr:1468/p.152) e, ancor più in generale, alla “controversia, ora tanto discussa, della significazione istogenica dei foglietti blastodermici” - (fr:1469/p.152), mostrando come le indagini istochimiche specifiche fossero profondamente intrecciate con i dibattiti fondamentali dell’embriologia e dell’istologia dell’epoca.
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[13.1-23-1560|1582]
13 Analisi critica di una teoria embriologica del tessuto nervoso
Confutazione metodologica e fattuale delle osservazioni di Unger sullo sviluppo delle fibre nervose centrali.
Il testo costituisce una severa critica scientifica rivolta al lavoro di P. L. Unger, il quale, in una memoria del 1879, aveva descritto lo sviluppo del tessuto nervoso centrale nell’embrione. L’autore del resoconto contesta radicalmente sia l’impostazione metodologica che le conclusioni fattuali della ricerca, giudicandole prive di valore dimostrativo e in contrasto con conoscenze anatomiche consolidate.
Il nucleo della teoria di Unger viene riassunto criticamente: egli avrebbe descritto la formazione iniziale di “trabecole connettive lineari, limitanti degli spazi occupati da un reticolo, in guisa da risultarne delle colonne reticolari, le quali sarebbero altrettante fibre nervose in via di sviluppo” - (fr:1563/p.159). In questo modello, le trabecole, formate da cellule in serie, rappresenterebbero la guaina di Schwann in formazione, mentre il reticolo interno corrisponderebbe al reticolo corneo di Ewald e Kuhne. Tuttavia, Unger “non avendone l’ autore saputo trovare traccia” del cilindrasse in quel periodo (otto giorni di incubazione), lo considera “una formazione successiva” - (fr:1565/p.160). Questa sequenza viene giudicata paradossale dall’autore della critica, poiché comporterebbe che “la parte essenziale delle fibre nervose, anzi il vero rappresentante di esse sarebbe di sviluppo secondario, mentre le parti accessorie, reticolo e guaina di Schwann, formerebbersi primitivamente” - (fr:1566/p.160).
La confutazione si articola su tre punti fondamentali. Primo, viene contestata la stessa descrizione di una guaina di Schwann in formazione nelle fibre nervose centrali di un embrione a 8-9 giorni, dato che “la mancanza di tale guaina è appunto il principale tra i caratteri delle fibre nervose centrali in genere e delle cerebrali in ispecie” - (fr:1570/p.160). Secondo, è rigettata l’osservazione del reticolo interno (neurocheratina) in fibre embrionali, poiché si tratterebbe di una formazione successiva e, nelle fibre centrali, non si presenta in forma reticolare. Terzo, l’affermazione che il cilindrasse sia una formazione tardiva è contraddetta dall’esperienza del critico, il quale asserisce che “invece esso esiste in un periodo di sviluppo molto anteriore a quello da lui studiato” - (fr:1572/p.160).
L’autore sottolinea anche un grave limite metodologico nel lavoro di Unger: la mancanza di criteri differenziali per identificare il prolungamento funzionale delle cellule gangliari. Egli nota che Unger, “non avendo egli trovato caratteri differenziali fra i vari prolungamenti delle cellule gangliari, senz’altro ammette che uno qualunque dei prolungamenti protoplasmatici possa… differenziarsi dagli altri” per formare il cilindrasse - (fr:1567/p.160). Inoltre, viene criticata l’interpretazione delle figure che corredano il lavoro di Unger: quelle indicate come trabecole-guaina sarebbero in realtà “fascetti di fibrille nervose” - (fr:1570/p.160). La conclusione è che l’intera costruzione di Unger, compresa l’idea che sepimenti, guaina e reticolo “tutto deriva dalle cellule del foglietto esterno”, non abbia “altro valore che quello di una supposizione” - (fr:1573/p.160).
Infine, il testo colloca storicamente la discussione, citando come autorevole riferimento contrario la posizione di Kélliker, il quale nella sua opera sulle gemme embrionali includeva espressamente la sostanza interstiziale del sistema nervoso centrale tra i derivati del foglietto esterno, contro l’ipotesi di Unger e Stricker sull’esistenza di “forme di passaggio tra le cellule di sostanza connettiva e le cellule gangliari” - (fr:1575/p.161). La critica si presenta dunque come una difesa di paradigmi istologici ed embriologici consolidati contro nuove interpretazioni giudicate prive di solido fondamento osservativo.
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[14.1-27-1597|1623]
14 Resoconto di un dibattito embriologico sulla classificazione dei tessuti e l’origine della nevroglia
Esposizione critica delle teorie di His e Waldeyer sull’archiblasto e il parablasto, e loro implicazioni per lo studio istologico ed embriologico del tessuto nervoso.
Il testo analizza un dibattito scientifico della fine del XIX secolo riguardante la classificazione embriologica dei tessuti, con particolare attenzione all’origine del tessuto interstiziale del sistema nervoso centrale (nevroglia). Il punto di partenza è la dottrina di Wilhelm His, che propone una divisione fondamentale di tutti gli elementi e tessuti in due grandi categorie in base alla loro origine: “elementi e tessuti archiblastici ed elementi e tessuti parablastici” - (fr:1600/p.162). Agli archiblastici appartengono “le cellule epiteliari, le cellule secretorie delle ghiandole, le fibre muscolari, gli elementi del tessuto nervoso, compresa la nevroglia”, mentre ai parablastici “gli elementi della sostanza connettiva (connettivo, cartilagine, ossa), le cellule endoteliari, le cellule linfoidi e tutti gli elementi costitutivi del sangue” - (fr:1601/p.163).
La ragione di questa divisione risiederebbe in una differenza nei substrati primitivi di formazione. L’archiblasto, o germe principale, si formerebbe per primo dal processo di segmentazione dell’uovo, organizzandosi nei tre foglietti blastodermici. Il parablasto, o germe accessorio, avrebbe invece un’origine distinta e successiva: “secondo His, il parablasto deriverebbe dal così detto tuorlo bianco od accessorio dell’ uovo” - (fr:1605/p.163, 1606), i cui elementi migrerebbero tra i foglietti germinativi per trasformarsi in cellule connettivali e del sangue.
La teoria di His viene contrastata da quella di Waldeyer, il quale, pur concordando sul raggruppamento dei tessuti, propone un’origine comune per archiblasto e parablasto. Secondo Waldeyer, entrambi derivano dal protoplasma della cellula uovo, negando che il tuorlo possa generare elementi cellulari, poiché servirebbe solo come materiale nutritizio. La differenza nascerebbe da un processo di segmentazione non uniforme: una parte del protoplasma subisce una “segmentazione primitiva” dando origine all’archiblasto, mentre un residuo subisce una “segmentazione secondaria” più tardiva, fornendo il materiale per il parablasto - (fr:1613/p.163, 1614, 1615). L’essenziale differenza sta quindi “in ciò, che secondo Waldeyer, archiblasto e parablasto hanno un comune fondamento nel protoplasma e nucleo primitivo dell’ uovo, mentre secondo His parablasto ed archiblasto fin da prima derivano da elementi affatto diversi” - (fr:1616/p.163).
Il testo evidenzia come questo dibattito abbia dirette implicazioni per lo studio della nevroglia. La questione cruciale è stabilire se le cellule della nevroglia siano di derivazione archiblastica (come le cellule nervose) o parablastica (come il tessuto connettivo ordinario). L’autore nota una certa ambiguità terminologica, precisando che userà il termine “connettivo” come sinonimo di nevroglia “senza punto voler assimilare il tessuto medesimo col tessuto connettivo ordinario di origine mesodermica o parablastica” - (fr:1623/p.164). Inoltre, osserva che attribuire la nevroglia al parablasto le assegnerebbe “quasi la stessa parte che prima era attribuita al mesoblasto” - (fr:1618/p.164), mostrando come le nuove teorie si sovrappongano e ridefiniscano concetti embriologici preesistenti.
Dopo aver constatato che “sopra nessuno dei punti fondamentali controversi si potè fino ad ora arrivare ad un perfetto accordo” - (fr:1619/p.164), l’autore conclude che l’approccio più proficuo sia procedere con una descrizione metodica della nevroglia basata sull’osservazione istologica diretta. Propone quindi di studiare il tessuto interstiziale del sistema nervoso centrale da tre punti di vista: puramente istologico-morfologico, chimico e della derivazione embrionale, affermando che la sua costituzione istologica è essenzialmente uniforme in tutte le regioni del sistema nervoso centrale - (fr:1621/p.164, 1622).
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[15.1-23-1642|1664]
15 Confutazione dell’interpretazione di Ranvier sulla neuroglia nella sostanza bianca
Analisi critica delle osservazioni microscopiche sullo stroma connettivo del sistema nervoso centrale.
Il testo costituisce una dettagliata confutazione delle descrizioni di Louis-Antoine Ranvier riguardo alla struttura della neuroglia (o “stroma connettivo interstiziale”) nei cordoni di sostanza bianca del sistema nervoso centrale. L’autore, servendosi di osservazioni proprie condotte con tecniche di preparazione specifiche (come la dilacerazione a fresco e l’immersione in soluzione macerante), mette in discussione l’interpretazione di Ranvier, avanzando una spiegazione alternativa per la morfologia osservata.
L’elemento centrale della disputa è la natura dei prolungamenti delle cellule connettive. L’autore osserva che “I prolungamenti si presentano come una diretta emanazione dei contorni delle lamelle cellulari” (fr:1644/p.165), mantenendo spesso una forma appiattita. Contro l’ipotesi di Ranvier – che vedrebbe in certe strutture due filamenti vicini circondati da un manicotto protoplasmatico – si sostiene che le suddivisioni dei prolungamenti avvengono sia in prossimità del corpo cellulare che “a grandi distanze” (fr:1644/p.165), dove vanno ad inserirsi alle pareti vasali. Ne consegue il “dubbio che la descrizione di Ranvier non metta già in luce un’altrui illusione, bensì sia il risultato di una sua erronea interpretazione” (fr:1645/p.167).
Questa possibile erronea interpretazione viene spiegata con due fattori morfologici. In primo luogo, un ripiegamento del bordo delle lamelle cellulari potrebbe creare l’illusione di una fibrilla periferica. In secondo luogo, e crucialmente, “i prolungamenti non emanano già costantemente da un solo piano” (fr:1646/p.167) ma possono originare “da diversi piani del contorno cellulare, p. es. dalla superficie superiore ed inferiore rispetto all’osservatore” (fr:1647/p.167, fr:1648/p.167). Ciò fa sì che i primi tratti dei prolungamenti, aderenti al corpo cellulare, possano dare l’impressione di essere “fibrille innicchiate nella sostanza cellulare” (fr:1649/p.167). Anche le strie osservate nelle cellule sono reinterpretate non come artefatti da compressione, ma come “più o meno spiccate lamelle secondarie che s’elevano dal piano principale” (fr:1650/p.167), le quali a loro volta generano prolungamenti.
La metodologia di indagine è chiaramente specificata: lo studio della distribuzione richiede sezioni sia “parallele all’andamento delle fibre” che “trasversali” (fr:1654/p.168). Nelle sezioni longitudinali, le cellule, spesso raggruppate, mostrano prolungamenti che si dispongono parallelamente alle fibre nervose, formando “quasi un involucro fibrillare” (fr:1655/p.168), mentre altri si dirigono orizzontalmente con “decorso serpentino” (fr:1656/p.168). In questa vista, le cellule sono “immediatamente applicate” (fr:1657/p.168) alle fibre e i loro prolungamenti sono così sottili e aderenti da richiedere la massima attenzione per essere riconosciuti (fr:1658/p.168).
Nelle sezioni trasversali, invece, l’aspetto cambia radicalmente: “Molto diverso è il modo di presentarsi” (fr:1659/p.168). Le cellule, viste di fianco, appaiono con forme irregolari (fusate, triangolari, stellate) e i loro prolungamenti orizzontali “irradiarsi in tutte le direzioni” (fr:1660/p.168, fr:1661/p.169), insinuandosi e incrociandosi tra le fibre nervose tagliate trasversalmente. Viene enfatizzato che non si formano anastomosi (fr:1662/p.169) e che, se non vi sono artefatti da indurimento, le cellule “si mantengono sempre bene individualizzate e distinte” (fr:1663/p.169). Il testo si chiude con un implicito riferimento a una scuola di pensiero alternativa, citando la “regolarità delle anastomosi, descritta e disegnata da Kéolliker, Fromman, Goll, Frey, ecc.” (fr:1664/p.169), contrapponendola dunque alla propria visione di elementi cellulari separati.
Un dato significativo riguarda la presunta esistenza di cellule tondeggianti prive di prolungamenti. L’autore ritiene che si tratti in gran parte di un artefatto, poiché il loro numero diminuisce con il procedere della macerazione, a vantaggio delle cellule ricche di prolungamenti, concludendo che “Evidentemente trattasi di corpi cellulari mutilati” (fr:1652/p.167, fr:1653/p.168). Un ulteriore argomento contro Ranvier è l’evidenza delle “connessioni intime e complicate delle cellule in questione colle pareti vasali” (fr:1651/p.167).
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[16.1-36-1726|1761]
16 Struttura della nevroglia nella corteccia cerebellare
Analisi istologica degli elementi connettivi e della controversa “membrana limitante” nel cervelletto.
Il testo, un estratto di trattato scientifico di fine Ottocento, descrive minuziosamente l’organizzazione del tessuto connettivo (nevroglia) nella corteccia delle circonvoluzioni cerebellari, concentrandosi in particolare sullo strato molecolare superficiale. L’autore distingue nettamente gli elementi nervosi da quelli connettivi e si inserisce in un dibattito anatomico contemporaneo riguardante l’esistenza e la natura di una presunta membrana limitante alla superficie del cervelletto.
L’analisi inizia descrivendo la disposizione dei prolungamenti delle cellule connettive: alcuni formano “un complicato intreccio limitante le stesse superfici”, mentre altri “penetrano verticalmente nel tessuto della corteccia, dando luogo ad un sistema di fibrille raggiate” - (fr:1726/p.177). Queste fibrille richiamano il sistema più regolare del cervelletto. Viene sottolineata la stretta relazione tra cellule connettive e vasi sanguigni, con le prime che spesso contornano i secondi “per estesi tratti” e inviano prolungamenti che “vanno ad inserirsi alle pareti di altri vasi” - (fr:1728/p.177).
Lo strato molecolare è descritto come povero di cellule connettive nel suo spessore, ma ricco di esse ai suoi confini. Alla superficie libera esiste “uno strato continuo di cellule connettive appiattite” i cui prolungamenti contribuiscono alle “così dette fibre radiate” - (fr:1737/p.179). Nelle sezioni verticali, l’insieme di questi corpi cellulari e dei loro prolungamenti orizzontali crea “una linea netta di demarcazione” - (fr:1738/p.179). Questa apparizione è stata storicamente interpretata come una “membranella anista”, paragonata alla “limitante ialoidea della retina” e denominata “membrana limitante delle circonvoluzioni cerebellari” - (fr:1739/p.179). L’autore contesta questa interpretazione, affermando che “la natura cellulare di essa può essere facilmente dimostrata” - (fr:1740/p.179).
La zona di confine profonda tra strato molecolare e strato dei granuli è invece ricchissima di cellule connettive, disposte “talora anche in più ordini”, al punto che le cellule di Purkinje possono essere “quasi nascoste dalla fitta siepe dei prolungamenti” - (fr:1741/p.179). I prolungamenti di queste cellule penetrano nello strato molecolare, raggiungendo la superficie, e sono caratterizzati da “notevole robustezza” e “divisioni dicotomiche (con angolo acuto verso la periferia)” - (fr:1743/p.179). L’autore sintetizza quindi l’origine del sistema di fibre radiali: 1) dai prolungamenti delle cellule superficiali; 2) dai prolungamenti delle cellule della zona di passaggio; 3) in minima parte, dalle poche cellule interne allo strato - (fr:1744/p.179).
La parte finale del testo assume un chiaro significato storico e storiografico, ricostruendo il dibattito scientifico sulla “membrana limitante”. Vengono passati in rassegna i contributi di Bergmann (che per primo ne fece cenno), Hess, Schultze, Henle e Merkel, e Obersteiner. Le posizioni sono contrastanti: c’è chi la considera parte della pia madre (Bergmann, Hess, Schultze, Obersteiner) e chi invece una membrana basale analoga a quelle di altri organi, separata da uno spazio linfatico (Henle e Merkel). In particolare, Henle e Merkel negarono “si dovesse considerare come lo strato più interno della pia”, attribuendo l’impressione contraria a un’illusione ottica nelle sezioni - (fr:1753/p.181). Descrissero inoltre uno “spazio chiaro” ricco di “numerosi corpuscoli linfatici” in comunicazione con i canali perivascolari - (fr:1756/p.181). L’autore, pur riconoscendo la particolarità morfologica osservabile, conclude decisamente a favore di un’interpretazione cellulare, affermando che “tale particolarità deve essere in altro modo interpretata” - (fr:1761/p.182), confutando dunque la teoria della membrana anista e inserendo la propria osservazione nel dibattito in corso.
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[17.1-25-1763|1787]
17 La struttura della corteccia cerebellare e la confutazione degli spazi linfatici superficiali
Analisi istologica che descrive gli strati della corteccia cerebellare, confutando teorie precedenti sulla presenza di una membrana limitante e di spazi linfatici.
Il testo costituisce un dettagliato resoconto di osservazioni microscopiche sulla struttura della corteccia cerebellare, con l’obiettivo primario di correggere interpretazioni anatomiche precedenti. L’autore descrive minuziosamente l’organizzazione tissutale e, parallelamente, confuta con argomentazioni sperimentali le teorie di altri ricercatori.
L’analisi inizia dalla superficie più esterna. Ciò che ad un esame superficiale sembra una “sezione verticale di una membrana applicata alla superficie della corteccia” (fr:1763/p.182), si rivela invece, mediante dissezione con un ago, essere un insieme di “più fibrille riunite, lunghe, splendenti, non cementate o fuse, ma staccate” (fr:1763/p.182). Queste fibre sono connesse a cellule di tipo connettivo, prevalentemente di “forma appiattita a guisa di lamelle” (fr:1764/p.182), robuste e con grossi prolungamenti rigidi, spesso contenenti granuli di pigmento negli adulti (fr:1765/p.182, 1766). Integrando questi dati morfologici con le reazioni chimiche del bicromato e nitrato d’argento, l’autore giunge alla conclusione definitiva che la presunta “membrana limitante non è altro che un superficialissimo straticello di ben distinte cellule connettive” (fr:1767/p.182), parte integrante dello strato grigio.
Vengono quindi poste in evidenza le differenze con la corteccia cerebrale. Mentre nel cervello lo strato connettivo periferico è spesso, nel cervelletto è ridotto a “un semplice ordine di cellule sottili, applicate a piatto” (fr:1768/p.182). Un’altra differenza cruciale riguarda la direzione dei prolungamenti cellulari: nel cervelletto essi “penetrano in prevalenza perpendicolarmente nello strato grigio”, producendo la tipica “radiale striatura”, mentre nel cervello hanno “in prevalenza direzione orizzontale” (fr:1769/p.182).
La trattazione procede con una confutazione sistematica della teoria, sostenuta da Henle, Merkel e Obersteiner, sull’esistenza di “spazi dichiarati di natura linfatica” tra il parenchima e questa membrana. L’autore attribuisce tale apparente spazio a un artefatto tecnico, cioè alla “retrazione del tessuto cerebellare prodotta dai liquidi induranti” (fr:1770/p.182), poiché con metodi che non causano raggrinzamento “non si scorge mai traccia” di tali spazi (fr:1771/p.182). La descrizione di Henle e Merkel di spazi pieni di globuli linfatici è considerata priva di “nessun fondamento di verità” (fr:1772/p.183). Una prova ulteriore viene dagli esperimenti di iniezione: colorando i vasi linfatici, il liquido riempie i vasi della pia madre e poi penetra nel parenchima seguendo i vasi sanguigni, ma sempre restando all’interno della “guaina linfatica perivascolare” (fr:1774/p.183), negli spazi tra questa guaina e le pareti dei vasi stessi (fr:1775/p.184). I presunti spazi superficiali “rimangono sempre preservati dall’injezione” (fr:1776/p.184), dimostrando che non fanno parte del sistema linfatico.
Successivamente, l’analisi si sposta agli strati più profondi. Il “secondo strato o strato dei granuli” (fr:1778/p.184) presenta uno stroma connettivo abbondante, costituito da cellule a forma raggiata i cui prolungamenti formano un intreccio che sostiene gli elementi nervosi (fr:1779/p.184, 1780). Le cellule connettive sono concentrate attorno ai vasi sanguigni, alle cui pareti sono connesse (fr:1781/p.184). Una particolarità è l’aumento di quantità e robustezza di queste cellule (della nevroglia) “nella zona di passaggio verso lo strato molecolare, vale a dire nei dintorni delle cellule di Purkinje” (fr:1783/p.184). Da qui, fasci di prolungamenti si dirigono verso lo strato molecolare, ramificandosi e inserendosi alle pareti vasali, alla pia madre o ripiegandosi per unirsi allo strato connettivo superficiale precedentemente descritto, come illustrato in una tavola di riferimento (fr:1784, 1785, 1786). Il testo si conclude accennando al “terzo strato o strato midollare” (fr:1787/p.185), senza ulteriori dettagli in questo estratto.
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[18.1-81-1834|1914]
18 Metodi di indagine istologica nel sistema nervoso centrale
Esposizione dettagliata dei procedimenti tecnici, con particolare enfasi sulle nuove reazioni di colorazione, per lo studio della fine organizzazione del sistema nervoso.
L’autore espone i metodi utilizzati per le sue ricerche istologiche sul sistema nervoso centrale, sottolineando l’approccio metodologico integrato e l’importanza delle nuove tecniche da lui sviluppate. Inizialmente, dichiara di aver impiegato tutti i metodi microscopici disponibili per lo studio sia degli elementi isolati che dell’architettura tissutale, ritenendo tale pratica non solo conveniente ma “assolutamente necessaria per chiunque voglia approfondire le proprie conoscenze” (fr:1837/p.190). Il confronto critico tra i risultati dei diversi metodi è presentato come l’unica via per dirimere le controversie scientifiche e ottenere un reale progresso.
Tra i metodi tradizionali, vengono menzionati quelli per l’isolamento cellulare, l’indurimento con acido cromico, bicromato, alcool e acido osmico, e le impregnazioni metalliche come il cloruro d’oro. Tuttavia, l’autore esprime scetticismo sull’utilità di quest’ultimo per il sistema nervoso centrale, affermando che “lungi dal poterci offrire i pretesi vantaggi, al più essi possono fornirci qualche nozione sul grossolano contegno dei fasci di fibre nervose” (fr:1840/p.192) e che non sono in grado di chiarire la complessa organizzazione degli intrecci nella sostanza grigia.
Il fulcro del testo è la descrizione minuziosa dei nuovi metodi da lui ideati, considerati la fonte del progresso conoscitivo presentato nel suo lavoro. Il metodo fondamentale è la “colorazione nera, ottenuta trattando i pezzi successivamente col bicromato di potassa o di ammoniaca e col nitrato d’argento” (fr:1845/p.192). Vengono elencate anche varianti di questo procedimento, introdotte per abbreviare i tempi, rendere più durature le preparazioni o modificare selettivamente i risultati. L’autore tiene a precisare che, nonostante l’uso del nitrato d’argento, la sua reazione è concettualmente diversa dai comuni metodi d’impregnazione argentica per i tessuti connettivi, poiché “l’ influenza della luce ha nulla a che fare, e la reazione accade per la graduale penetrazione” del sale d’argento in pezzi pretrattati con bicromato, grazie a un’azione riducente degli elementi tissutali (fr:1853/p.193, 1854).
La procedura è articolata in due fasi principali: l’indurimento in bicromato e l’immersione in nitrato d’argento. La prima fase è descritta come la più delicata e variabile. Vengono fornite indicazioni precise sulla preparazione dei pezzi (freschi, di circa 1 cm³), sulla concentrazione graduale della soluzione di bicromato (dal 2% al 5%) e sulla necessità di prevenire le muffe. Il fattore critico è la durata dell’immersione nel bicromato, che non può essere stabilita a priori perché dipende fortemente dalla temperatura ambientale: “mentre, ad esempio, nella stagione calda dopo soli 15-20 giorni… nella stagione fredda, invece, difficilmente si possono ottenere risultati… prima di un mese od anche di un mese e mezzo” (fr:1871/p.195). Per ovviare a questa indeterminazione, l’autore raccomanda il metodo dei saggi ripetuti: prelevare periodicamente alcuni pezzetti e testarli nella soluzione di nitrato d’argento per verificarne lo stato di prontezza.
La seconda fase prevede l’immersione dei pezzi induriti in una soluzione di nitrato d’argento allo 75% (concentrazione non rigidamente vincolante). Viene descritta la formazione immediata di un precipitato di cromato d’argento e la conseguente necessità di una preventiva lavatura dei pezzi in una soluzione attenuata di nitrato per evitare che il reattivo venga completamente neutralizzato. Il tempo di immersione è di norma 24-30 ore, in un ambiente riscaldato durante la stagione fredda. Una peculiarità fondamentale del metodo è che la reazione non colora uniformemente tutti gli elementi (cellule nervose, fibre, nevroglia, vasi), ma “di regola invece la reazione è parziale, vale a dire interessa in prevalenza o l’ una o l’altra specie di elementi o l’ una o l’ altro strato” (fr:1904/p.200). Questa selettività, ottenibile solo con un gran numero di saggi per cogliere il preciso grado di indurimento, è considerata un pregio, poiché evita una “inestricabile confusione” (fr:1906/p.200) e permette, confrontando molti preparati, di studiare separatamente le diverse componenti dell’organizzazione tissutale. L’autore ammette la difficoltà di controllare esattamente questa selettività, a causa delle molte variabili in gioco, ma propone una regola approssimativa di successione della colorazione, che inizia dai fasci di fibre nervose.
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[19.1-143-1934|2076]
19 Tecniche istologiche per la visualizzazione del sistema nervoso: il metodo di reazione nera e le sue varianti
Descrizione dettagliata di procedimenti di indurimento, reazione e conservazione per lo studio microscopico del tessuto nervoso, con relative criticità e migliorie.
Il testo costituisce un trattato tecnico-scientifico dettagliato su metodi istologici per la colorazione del tessuto nervoso, finalizzati a rendere visibili al microscopio le cellule e le fibre. L’autore espone un metodo fondamentale basato sull’azione successiva del bicromato di potassio e del nitrato d’argento, ne analizza le difficoltà e propone una serie di varianti e accorgimenti per ottenere risultati più sicuri, rapidi o fini, e per garantire la conservazione dei preparati.
Un elemento peculiare è l’attenzione meticolosa alle tempistiche e alle condizioni variabili che influenzano l’esito della “reazione nera”. L’autore sottolinea come i diversi tessuti (corteccia cerebrale, cervelletto, midollo spinale, gangli della base) raggiungano il grado di indurimento ottimale nel bicromato in tempi differenti: “a parità di circostanze, i pezzi di corteccia cerebrale sogliono raggiungere coll’ immersione nel bicromato la qualità di indurimento che conviene… un po’ prima delle circonvoluzioni cerebellari” - (fr:1934/p.202). Questa asincronia è una fonte di incertezza, poiché la reazione potrebbe interessare solo alcuni strati di un campione: “può verificarsi abbastanza di frequente che la reazione interessi solo una parte dei pezzi, che, ad esempio manchi negli strati superficiali… ed esista invece negli strati profondi o viceversa” - (fr:1936/p.203). Per questo invita alla cautela, suggerendo di non scartare un preparato basandosi sulle prime sezioni.
La parte dedicata al trattamento e conservazione è particolarmente ricca di dati procedurali specifici. Viene descritto un protocollo rigoroso per eliminare ogni traccia di nitrato d’argento dai tessuti, sostanza che “nuoce grandemente alla conservazione delle sezioni microscopiche” - (fr:1941/p.204), mediante insistenti lavature in alcool assoluto. Un passaggio cruciale e controintuitivo riguarda il montaggio finale: “a differenza di quanto si pratica colle preparazioni microscopiche in generale, queste non devono essere coperte col vetrino coproggetti” - (fr:1959/p.205). La chiusura ermetica, infatti, causa nel tempo l’ingiallimento e l’opacizzazione del preparato. La soluzione è conservare le sezioni “allo scoperto” in uno strato di vernice Damar, su speciali portavetrini che permettono di proteggere il campione dalla polvere. L’autore attesta l’efficacia di questo metodo, affermando che preparati allestiti così “da oltre 9 anni… nulla hanno perduto della primitiva nitidezza” - (fr:1962/p.205).
Per ovviare agli inconvenienti del metodo di base – principalmente i tempi lunghi e le incertezze – vengono proposti diversi espedienti. Tra questi, l’iniezione precoce di bicromato (o di una miscela di bicromato e gelatina) nei vasi dell’animale appena ucciso, che uniforma e accelera l’indurimento, fissando gli elementi “quando non abbiano subita alcuna alterazione cadaverica” - (fr:1980/p.207). Viene testato anche l’indurimento in stufa a temperatura costante (20-25°C), che abbrevia notevolmente i tempi (reazione in 8-10 giorni) ma fornisce risultati “un po’ grossolani” - (fr:1998/p.209). Una modifica significativa è l’introduzione di un metodo a tre stadi: indurimento in bicromato, passaggio in una miscela di bicromato e acido osmico, e infine reazione nel nitrato d’argento. Questo procedimento, descritto come preferito dall’autore per lo studio delle “più minute particolarità” - (fr:2018/p.212), combina sicurezza, ampio periodo utile per la reazione e finezza dei dettagli, specialmente riguardo ai prolungamenti cellulari.
Una sezione distinta è dedicata al metodo del bicloruro di mercurio, presentato come alternativo al nitrato d’argento. La reazione, che dà un’apparenza nera ma in realtà è un deposito di mercurio metallico bianco e brillante, ha il vantaggio di essere più sicura e di non richiedere tempi rigorosi. Funziona bene anche su cervelli interi e su tessuti induriti in bicromato per lunghissimo tempo (fino a un anno), permettendo di “utilizzare pezzi, che altrimenti sarebbero ormai inservibili” - (fr:2036/p.214). I preparati sono inoltre più facili da conservare. Il testo riporta infine un lungo riassunto del Dott. Mondino, che elogia questo metodo per la possibilità di studiare “l’intero encefalo” - (fr:2069/p.217), di seguire il decorso delle fibre “fibra per fibra” - (fr:2071/p.217), e di lavorare con sezioni spesse, robuste e meno costose da produrre.
Il significato del testo è storico e tecnico-testimoniale. Documenta in prima persona l’evoluzione di una tecnica istologica rivoluzionaria (la “reazione nera” di Golgi), mostrando il processo di perfezionamento empirico attraverso la sperimentazione di varianti, la risoluzione di problemi pratici (come la conservazione) e la ricerca di maggiore affidabilità e riproducibilità. La citazione di un collaboratore (Mondino) e il riferimento alle figure allegate al lavoro originale “le figure corcedanti questo lavoro” - (fr:1971/p.206) lo collocano saldamente nel contesto della comunicazione scientificica del periodo, finalizzata a condividere e validare un metodo complesso nella comunità dei ricercatori.
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[20.1-41-2091|2131]
20 Interpretazione dei tipi cellulari nel sistema nervoso centrale e la ricerca di criteri morfologici per la funzione
Analisi critica delle difficoltà nello studio anatomico-funzionale delle cellule nervose, con la presentazione di un nuovo dato osservativo che rafforza un’ipotesi interpretativa.
Il testo affronta il problema fondamentale di correlare la struttura microscopica delle cellule nervose con la loro funzione fisiologica, distinguendo in particolare tra elementi motori e sensori. L’autore riprende una sua precedente ipotesi, secondo cui le cellule con prolungamento nervoso in rapporto diretto e non isolato con le fibre sarebbero di natura motrice, mentre quelle con connessione indiretta sarebbero sensitive. Tuttavia, sottolinea ripetutamente il carattere puramente ipotetico di questa interpretazione: “A questa interpretazione, amo ripeterlo, io non ho voluto mai attribuire altro valore che quello che può essere attribuito ad una ipotesi bensì verosimile, ma nulla più che un’ipotesi” - (fr:2093/p.220).
La principale difficoltà della ricerca, come evidenziato dall’autore, risiede nell’identificare con assoluta certezza un gruppo di cellule di funzione nota, da usare come termine di confronto. Questo problema di localizzazione è centrale: “una prima difficoltà la si trova nel fissare la località ove convenga fare la ricerca, o dove abbiasi la certezza di trovare delle cellule di incontestabile natura motrice o sensitiva” - (fr:2096/p.220). Viene scartata l’opzione di usare la corteccia cerebrale o le sue zone motrici, poiché anche in esse “non sì esclude che la stessa zona abbracci in pari tempo anche un’attività sensoria e psichica” - (fr:2100/p.220). Viene scartato anche il cervelletto, giudicato un campo “ben maggiormente intricato ed oscuro” - (fr:2101/p.220).
L’attenzione si sposta quindi sul midollo spinale, tradizionalmente suddiviso in una parte motrice (colonne anteriori) e una sensitiva (colonne posteriori). Tuttavia, anche questa distinzione viene considerata fisiologicamente poco attendibile, perché “non poche fibre derivanti dalle radici posteriori (di senso) si spingono ben oltre nel dominio delle colonne anteriori” - (fr:2104/p.220). L’unico criterio ritenuto certo per identificare una cellula motrice è la dimostrazione che il suo prolungamento nervoso costituisca direttamente una fibra delle radici anteriori: “finchè non saremo riusciti a dimostrare che ad essa va direttamente a metter capo una fibra spettante alle radici anteriori” - (fr:2106/p.221). È proprio su questo punto che si concentrano le ricerche successive dell’autore.
Il metodo di indagine viene rivoluzionato passando dallo studio del midollo spinale adulto a quello del neonato o del feto. Questa scelta metodologica si rivela cruciale, poiché “Le condizioni chimiche diverse, sopratutto la mancanza od il minore sviluppo della guaina midollare avvolgente, fanno sì che le mie reazioni sugli elementi nervosi siano tanto più fine delicate ed estese quanto più il tessuto è giovane” - (fr:2117/p.221). Grazie a questa tecnica, l’autore osserva una particolarità fondamentale nelle cellule sicuramente motrici: il loro prolungamento funzionale, prima o dopo l’ingresso nelle radici anteriori, dà origine a “un certo numero di fibrille tenuissime (di regola poche), le quali riflettendosi verso le parti più interne della sostanza grigia, vi si suddividono complicatamente e senza determinato confine, confondendosi colla rete nervosa di complicatissima formazione là esistente” - (fr:2118/p.223). Questo dato è significativo perché mostra che anche le cellule motrici hanno un rapporto diretto ma non isolato con la fibra nervosa periferica, stabilendo una connessione anche con la rete nervosa centrale.
Un altro risultato importante sfata il criterio puramente topografico per assegnare la funzione. L’autore dimostra che le cellule motrici non sono confinate esclusivamente ai corni anteriori: “cellule invianti il loro prolungamento funzionale nelle radici anteriori (di moto) se ne riscontrano in ogni punto dell’ ambito della sostanza grigia” - (fr:2122/p.223). Esse si trovano, in prevalenza ma non esclusivamente, nei corni anteriori (1), ma anche in una zona intermedia (2) e persino nei corni posteriori, ad eccezione della sostanza gelatinosa di Rolando (3). Vengono inoltre descritte cellule il cui prolungamento si dirige verso i cordoni laterali o attraversa la commessura anteriore verso il lato opposto, a testimonianza di una complessa organizzazione interna.
La conclusione è che la scoperta del comportamento del prolungamento nelle cellule sicuramente motrici fornisce all’autore un argomento solido per avvalorare la sua ipotesi iniziale sui due tipi cellulari. Egli afferma: “solo da ora mi sento autorizzato a sopprimere, se non totalmente, certo la massima parte delle riserve, rispetto alla interpretazione del significato fisiologico dei due diversi tipi di cellule” - (fr:2131/p.224). Il dato morfologico chiave – la presenza di fibrille collaterali che connettono la cellula motrice alla rete nervosa diffusa – permette di superare l’impasse interpretativa e di attribuire con maggiore sicurezza una funzione motoria alle cellule del primo tipo (connessione diretta ma non isolata).
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[21.1-33-2237|2269]
21 Analisi delle illustrazioni istologiche della corteccia cerebellare di Camillo Golgi
Descrizione sistematica delle cellule nervose cerebellari, con particolare attenzione alla cellula di Purkinje, basata sulle osservazioni micrografiche originali.
Il testo costituisce un estratto delle didascalie delle tavole illustrative dell’opera “Fina Anatomia dei centri nervosi” di Camillo Golgi. L’analisi si concentra sull’architettura cellulare della corteccia cerebellare, descritta attraverso la tecnica della colorazione con nitrato d’argento (metodo di Golgi). L’elemento centrale è la cellula di Purkinje, presentata come archetipo delle “cellule del primo tipo” - (fr:2237/p.248, 2243), caratterizzate da un prolungamento nervoso (assone) che mantiene la propria individualità pur emettendo collaterali.
La descrizione anatomica è minuziosa. Il prolungamento protoplasmatico (dendritico) delle cellule di Purkinje si ramifica elegantemente nello strato molecolare, raggiungendone il limite periferico dove termina spesso “con un lieve ingrossamento” - (fr:2249/p.260) o “da un piccolo rigonfiamento o da una tenue espansione” - (fr:2240/p.254). L’assone, invece, pur somministrando “buon numero di fibrille secondarie” - (fr:2241/p.254), si conserva “in forma di ben distinto filo” - (fr:2241/p.254) che attraversa lo strato granuloso per raggiungere le fibre midollari. Le fibrille collaterali mostrano una “certa tendenza a portarsi in alto, verso lo strato molecolare” - (fr:2242/p.254).
La trattazione stabilisce una contrapposizione gerarchica tra tipi cellulari. La cellula di Purkinje (primo tipo) è esplicitamente contrapposta alle “cellule del secondo tipo” - (fr:2244/p.254), presenti nella stessa regione. Queste ultime, illustrate nella Tavola V, sono caratterizzate da un assone che, con “finissime e ripetute suddivisioni, passano a costituire un complicato intreccio, entro il quale riesce impossibile seguire le sorti di ogni singolo prolungamento nervoso” - (fr:2258/p.266). Questo plesso, privo di confini determinabili, si confonde con il “plesso di complicata dervazione descritto nel testo” - (fr:2259/p.266).
Il testo funge anche da guida alla lettura delle tavole, specificandone lo scopo illustrativo. La Tavola VI mostra la cellula di Purkinje umana; la Tavola VII (o VIII) ne illustra la disposizione e i rapporti nella corteccia; la Tavola VIII (o IX) mostra, nel gatto, le cellule gangliari grandi dello strato granuloso, i cui dendriti si ramificano “in modo molto diverso da quello delle cellule di Purkinje” - (fr:2257/p.266); la Tavola IX (o X) mette in evidenza “le numerose cellule gangliari piccole disseminate nello strato molecolare” - (fr:2262/p.272), di cui riproduce le principali forme; infine, la Tavola X (o XI) illustra dettagliatamente lo strato dei granuli.
Un passaggio peculiare rivela una scelta metodologica: in alcune figure, i dettagli sono volutamente omessi “onde non complicare troppo il disegno” - (fr:2264/p.272). Ad esempio, il prolungamento nervoso delle piccole cellule molecolari è “appena accennato” e le cellule di Purkinje sono disegnate “con una tinta molto sbiadita” per lo stesso fine espositivo - (fr:2264/p.272). Anche i granuli sono “appena accennati per fondo” - (fr:2266/p.272) quando non sono l’oggetto primario della tavola.
Questo resoconto testimonia la fase pionieristica delle neuroscienze istologiche, dove la classificazione morfologica e la descrizione topografica dei neuroni, rese possibili dalla rivoluzionaria tecnica di Golgi, costituivano il fondamento della comprensione dell’organizzazione del sistema nervoso. La distinzione tra primo e secondo tipo di cellula nervosa (oggi corrispondente grossomodo a neuroni a proiezione e interneuroni) e la descrizione precisa delle loro arborizzazioni rappresentano dati fondamentali nella storia della neuroanatomia.
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