Boyle - The Origine of Formes and Qualities | L
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1 Prefazioni all’opera: circostanze, scopi e metodo di un trattato sulla filosofia corpuscolare
Un’introduzione che chiarisce le circostanze di pubblicazione, il contesto filosofico e gli intenti metodologici dell’autore.
Il testo presentato è composto dalle prefazioni (del “Pubblicatore” e dell’“Autore”) a un’opera scientifica del XVII secolo, probabilmente di Robert Boyle, incentrata sull’origine delle forme e delle qualità secondo la filosofia corpuscolare. L’autore spiega che il trattato, inizialmente concepito come una serie di note private per un amico (Pyrophilus), è stato pubblicato su sollecitazione di amici e colleghi, nonostante alcune imperfezioni. La pubblicazione è avvenuta in un periodo di difficoltà, segnato dalla “Contagion” (fr:26) [Contagio] che ha costretto l’autore a spostamenti forzati e a dedicarsi ad altri studi, impedendogli di rendere gli esperimenti “più pieni e completi” (fr:24-25).
Lo scopo dichiarato dell’opera non è polemico o fazioso, ma volto alla “scoperta della Verità” (fr:30). L’autore si rivolge principalmente a un pubblico di “Nobiltà e Gentry” (fr:51) [Nobiltà e Gentry] attratti dalla nuova filosofia sperimentale ma privi di una solida istruzione nei suoi fondamenti. Il trattato mira quindi a fornire “una specie di Schema, o servire da Introduzione agli Elementi della Filosofia Corpuscolare” (fr:56), rendendo intelligibili concetti come Forme, Generazione e Qualità, tradizionalmente trattati in modo “oscuro… intricato e insoddisfacente” (fr:50) dalla filosofia scolastica.
Il metodo adottato è rigorosamente sperimentale e corpuscolare. L’autore dichiara di aver evitato deliberatamente di impantanarsi nelle intricate e spesso “frivole” (fr:98) dispute scolastiche, fondate su “argomenti scolastici” (fr:33) e sull’autorità di Aristotele. Al contrario, privilegia argomenti chiari e convincenti, fondati sull’“Esperienza, o la natura delle Cose” (fr:96). La parte storica o sperimentale del trattato è ritenuta cruciale, poiché si sentiva la mancanza di dottrine della nuova filosofia “sostenute da Esperimenti particolari” (fr:117).
L’autore assume una posizione critica ma non sprezzante verso la tradizione. Pur dissentendo profondamente dalla fisica aristotelica, riconosce il valore degli scritti storici di Aristotele sugli animali (fr:112) e ammette di aver consultato diversi autori scolastici per informarsi sulle loro opinioni, trovando però tali ricerche “molto più ardue che utili” (fr:59). La strategia è quella di proporre e stabilire le nozioni corpuscolari, ritenendo che la verità, se raccomandata da “reali Esperimenti” (fr:33), farà in tempo a farsi strada da sola, senza bisogno di confutare capillarmente ogni obiezione.
Un elemento peculiare è la spiegazione dello stile a volte frammentario e della finzione narrativa utilizzata. Le note furono scritte in tempi e luoghi diversi e copiate da una terza persona, il che spiega perché il libro non sia scritto “uniformemente in un tenore continuo” (fr:45). Inoltre, l’autore a volte parla dell’Autore del Saggio sul Nitro come di una terza persona. Questo perché originariamente progettava due serie di annotazioni e voleva garantirsi la “libertà e convenienza” (fr:130) di aggiungere, spiegare, alterare o ritrattare in futuro, come se commentasse l’opera di un altro.
La prefazione del Pubblicatore segnala anche un errore materiale nell’impaginazione, con una “Dislocazione a pagina 107” (fr:37), e difende l’originalità e la sincerità dell’autore riguardo a un esperimento che un altro chimico aveva descritto, ma che l’autore afferma di aver condotto in modo indipendente.
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2 Principi fondamentali della materia e del movimento nel pensiero scientifico del XVII secolo
Un’argomentazione a favore del movimento locale come agente primario dei fenomeni naturali e dell’estensione, figura e quiete/moto come attributi essenziali della materia.
Il testo estratto presenta una riflessione sui principi fondamentali della filosofia naturale, collocabile storicamente nel dibattito scientifico del XVII secolo che mirava a spiegare i fenomeni del mondo fisico senza ricorrere a un numero eccessivo di entità o qualità occulte. L’autore, pur dichiarando una personale persuasione sull’esistenza di un Dio creatore e ordinatore “by guiding the firft Motions of the fmall parts of Matter, bring them to convene after the manner requifite to compofe the World” - (fr:188), precisa subito che tale premessa non è necessaria per lo scopo immediato del discorso, che è invece quello di “explicate the Otigine of Qualities and Forms” - (fr:191). Questo passaggio segnala un intento metodologico volto a stabilire spiegazioni naturalistiche, separabili da considerazioni teologiche, sebbene non in contraddizione con esse.
Viene quindi introdotta e argomentata con forza la tesi centrale: il moto locale è il principale agente di tutti i cambiamenti naturali. Esso è definito “the Principal agent ofall that happens in Nature” - (fr:192). Attributi come grandezza, figura, quiete e tessitura sono riconosciuti come concorrenti ai fenomeni, ma in confronto al moto, essi spesso appaiono come effetti, condizioni, requisiti o cause “sine quibus non” - (fr:192), che cioè modificano l’operazione del moto senza essere il motore primo. Questa subordinazione è illustrata attraverso esempi meccanici vividi e accessibili: l’orologio, la chiave, il coltello e il rasoio. Nel caso dell’orologio, “till thefe parts be actually put into Motion, all their other affections remaine inefficacious” - (fr:194). Analogamente, una chiave dalla forma perfetta “unlefs actual Motion intervene, it will never lock or unlock any thing” - (fr:195). L’esempio chimico dello zolfo che non si infiamma senza un fuoco che metta in moto le sue particelle rafforza l’argomento nel regno dei processi non meccanici.
Stabiliti i due principi universali (“Catholick Principles”) di Materia e Movimento, ne discendono logicamente alcune conseguenze essenziali. La materia deve essere attualmente divisa in parti, effetto del moto variamente determinato, e ogni frammento o massa distinta deve possedere due attributi intrinseci: una dimensione determinata (o “Size”) e una figura o forma specifica. L’esperienza chimica, che divide la materia in parti “too fmall to be fingly sensible” - (fr:196), dimostra che questa conclusione vale anche per i “insensible Corpufcles or Particles” - (fr:196), i corpuscoli invisibili. Essendo un corpo finito, “its Dimensions must be terminated and measurable” e “it must necessarily have some Figure or other” - (fr:198).
Si arriva così a definire le tre proprietà essenziali di ogni parte indivisa di materia: 1) Magnitudine (size determinata), 2) Figura (Shape), 3) Stato di Moto o Quiete (“for betwixt them two there is no mean” - (fr:199)). Le prime due sono definite “inseparable Accidents” - (fr:199) di ogni parte distinta di materia: inseparabili fisicamente perché un corpo esteso e finito non può esserne privo, ma pur sempre “accidenti” perché mentalmente si può concepire la loro alterazione o la suddivisione del corpo senza distruggere l’essenza della materia. L’autore si interroga se questi accidenti possano essere chiamati “Modi” o “affezioni primarie” dei corpi, per distinguerli dalle qualità secondarie (colori, sapori, odori) che dipendono da essi, o “Congiunzioni” secondo la terminologia epicurea.
Il testo si conclude con un esplicito rigetto di una dottrina scolastica contemporanea, presentata come “too repugnant to our present Doctrine” - (fr:200). Viene contestata l’idea che nei corpi naturali esistano “real Qualities and other real Accidents… which are real Entities distinct from it, and… may exist separate from all Matter whatsoever” - (fr:200). Questa presa di posizione è cruciale, in quanto delimita il campo della spiegazione scientifica proposta: tutto ciò che accade in natura deve essere ricondotto alla materia, ai suoi attributi inseparabili (estensione, figura) e al loro moto locale, senza bisogno di postulare entità qualitative separate e autonome. Il testo si configura quindi come una testimonianza significativa della transizione da una filosofia naturale qualitativa e sostanzialista a una meccanicista e corpuscolare.
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3 Critica alla dottrina scolastica delle qualità reali
Un’analisi che smantella la nozione di “qualità reale” come entità distinta dalla sostanza, sostenendo invece una visione relazionale e modale degli attributi fisici.
Il testo costituisce una critica serrata alla dottrina scolastica sulle qualità reali e gli accidenti. L’autore contesta l’idea che queste siano entità realmente distinte dalla sostanza materiale, giudicando tale posizione “o inintelligibile, o manifestamente contraddittoria” (fr:204). Il ragionamento si fonda sulla definizione logica di sostanza e accidente: la sostanza è ciò che “non può essere in un’altra, come nel suo soggetto di inesistenza” (fr:204), mentre l’accidente, pur essendo in un soggetto, non ne è una parte e non può esistere separatamente da esso. La dottrina criticata, tuttavia, attribuisce agli accidenti una sussistenza autonoma, svincolandoli da un soggetto materiale. Questo, secondo l’autore, equivale a conferire loro la natura di sostanza: “dire che una Qualità, o altro Accidente, possa sussistere senza un soggetto, è… concedergli la vera Natura della Sostanza” (fr:205). Le distinzioni verbali degli scolastici non evitano la contraddizione sostanziale.
L’autore propone una visione alternativa, in cui le qualità sono modi della materia. Prendendo l’esempio di una palla, il suo movimento, riposo o figura sferica “non sono Nulla, e tuttavia non sono alcuna parte della Palla” (fr:207); la sostanza della palla rimarrebbe intatta senza uno qualsiasi di questi accidenti. Creare “entità fisiche reali” per ogni qualità sarebbe assurdo quanto considerare ogni stato di un uomo (seduto, affamato, stanco) come un’entità distinta, mentre “il soggetto di tutte queste Qualità è soltanto lo stesso Uomo” considerato in circostanze diverse (fr:210). Viene sottolineato con forza che “la diversità di Nomi, ma anche la diversità di Definizioni, non implica sempre una diversità di Entità Fisiche nel Soggetto” a cui sono attribuite (fr:210). Un uomo può essere definito in modo peculiare come padre, marito o principe senza che queste relazioni aggiungano nuove entità reali alla sua persona (fr:211, 212).
Per illustrare questo concetto relazionale e non sostanziale delle qualità, l’autore introduce un’analogia esplicativa tra una serratura e una chiave (fr:215). Prima della loro relazione, ciascuna è solo un pezzo di ferro di una certa forma. Quando vengono messe in relazione per la loro congruenza, acquisiscono nuove “capacità” o “facoltà” (la serratura di essere aperta, la chiave di aprirla). Tuttavia, “con questi nuovi attributi non fu aggiunta alcuna Entità Reale o Fisica, né alla Serratura, né alla Chiave” (fr:216); ciascuno rimane “nient’altro che lo stesso pezzo di ferro, modellato esattamente come prima”. Questa analogia serve a dimostrare come le proprietà fisiche più significative spesso non risiedano in entità aggiunte, ma emergono dalla configurazione della materia e dalle sue relazioni con altri corpi.
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[4.1-10-262|271]
4 Analisi di un frammento sulla teoria corpuscolare e la percezione sensoriale
Riflessione sulle proprietà fondamentali dei corpi e sulla genesi delle qualità sensibili secondo un approccio meccanico.
Il testo estratto, di natura filosofico-scientifica, delinea una teoria corpuscolare della materia e spiega l’origine delle qualità sensibili come risultato dell’interazione tra i corpi esterni e gli organi di senso. L’autore inizia enumerando gli ”Accidents” o modi fondamentali dei corpi, distinguibili dalla materia stessa. Oltre alla figura e al movimento, vengono introdotti i concetti di ”Scituation” (posizione), che comprende sia la postura (“whether Erected, Inclin’d, or Horizontal” - fr:262) di un singolo corpo, sia l’ordine (“the manner of their being fo plac’d, as one befides another , or one behind another” - fr:263) tra più corpuscoli. L’autore nota che sia la postura che l’ordine sono riconducibili alla posizione, citando a supporto un esempio aristotelico: “A and N differ in Figure, and A N and N A in Order , Z and N in Scituation” - (fr:264).
Dall’aggregazione di molti corpuscoli secondo questi accidenti scaturisce la ”Texture” (tessitura) di un corpo composto, come una pietra o un metallo, definita come “a certain Difpofition or Contrivance of Parts in the whole” - (fr:265). In un ipotetico universo contenente solo un tale corpo, l’autore sostiene che non ci sarebbe nulla di fisico oltre la materia e questi accidenti già menzionati: “it were hard to /hew, that there is Phyfically any thing more in it then Matter, and the Accidents vve hare already named” - (fr:266).
Il discorso prende poi una svolta cruciale con l’introduzione dell’osservatore umano. Si considerano gli esseri senzienti e razionali, i cui organi di senso, come l’occhio e l’orecchio, possiedono una “diftindt and peculiar Texture” - (fr:268) che li rende recettivi alle impressioni del mondo esterno. È l’interazione tra le proprietà oggettive dei corpi (“the Figure, Shape, Motion, and Texture of Bodies without them” - fr:269) e questi organi specializzati a produrre le sensazioni. La mente, unita al corpo, attribuisce poi nomi distinti a queste diverse operazioni: “giveth diftmdt Names, calling the one Light or Colour,the other Sound, the other Odour” - (fr:270). In questo passaggio risiede il nucleo della teoria: qualità come colore, suono e odore non sono proprietà intrinseche degli oggetti, ma nomi assegnati dalla mente in risposta a specifiche interazioni meccaniche (figura, moto, tessitura) tra gli oggetti e la texture peculiare dei nostri organi sensoriali.
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[5.1-20-283|302]
5 La natura meccanica delle qualità sensibili e la struttura dell’universo
Riflessioni sulla distinzione tra le proprietà reali dei corpi e le percezioni che ne derivano, nel contesto di un universo concepito come un grande meccanismo.
Il testo presenta una serie di argomentazioni volte a delineare una visione meccanica e corpuscolare della natura. L’autore sostiene che non si deve considerare ogni corpo che agisce sui nostri sensi come una mera massa di materia inerte, poiché molti hanno parti ingegnosamente disposte e spesso in movimento (fr:283). Analogamente, l’universo non è visto come un ammasso indistinto e immobile di materia, ma come un “grande Motore” (great Engine) privo di vuoti significativi, dove le azioni dei corpi sono interdipendenti e modificate dal contesto, similmente al funzionamento di un orologio dove una piccola forza può produrre grandi effetti grazie alla sua complessa struttura (fr:284).
Un principio cardine emerge: gli effetti di un agente naturale variano radicalmente a seconda della disposizione interna del corpo su cui agisce. L’esempio emblematico è quello delle uova, una fertile e l’altra sterile, esposte allo stesso calore: una diventa putrida, l’altra si sviluppa in un pulcino con organi complessi, dimostrando come la stessa causa produca risultati opposti a causa delle differenze nella “disposizione interna delle loro parti” (internal disposition of their parts) (fr:287, 288).
L’autore distingue poi nettamente tra le proprietà intrinseche dei corpi e le qualità sensibili che noi percepiamo. Ammette che, in un senso potenziale, i corpi possiedono qualità sensibili anche in assenza di osservatori, avendo una “disposizione” (disposition) a produrre una certa percezione se interagissero con un organo di senso. La neve, ad esempio, ha una maggiore disposizione a riflettere la luce rispetto alla fuliggine, anche se in assenza di luce e di occhio non esibirebbe alcun colore (fr:290). Tuttavia, senza esseri senzienti, i corpi sarebbero dotati solo “distintivamente” (disyectively) di colori, sapori e simili, e “attualmente” (actually) solo delle “affezioni più universali dei corpi” (more Catholick Affections of Bodies), come figura, moto e tessitura (fr:292). La metafora del liuto inattivo ma accordato chiarisce questo concetto di disposizione potenziale (fr:291).
Per illustrare questo dualismo tra proprietà reali e percezione, viene analizzato il fenomeno dell’eco. Sebbene si attribuisca alla caverna la proprietà di avere un’eco, fisicamente essa non è altro che la “vacuità della sua figura” (Hollowness of its Figure), che determina la riflessione del moto dell’aria. L’evento coinvolge solo “la Figura di un corpo, e il Moto di un altro” (Figure of one Body, and the Motion of another). La percezione del suono è un conseguente che sorge solo se un orecchio si trova sul percorso di queste onde d’aria (fr:294, 295).
Questa tesi viene generalizzata: quando un corpo inanimato agisce su un altro, l’unico effetto reale prodotto è un “Moto Locale delle sue Parti, o qualche Cambiamento di Tessitura conseguente a quel Moto” (some Local Motion of its Parts, or some Change of Texture consequent upon that Motion) (fr:297). L’acquisizione di una qualità sensibile da parte del paziente è un mero conseguente di questo cambiamento meccanico, che agisce poi sui nostri organi di senso. Diversi esemplificano questo principio: 1. Un spillo che causa dolore non aggiunge nulla di reale al spillo; esso semplicemente mette in moto un corpo affilato che perfora la pelle (fr:298). 2. Il ghiaccio trasparente, frantumato, diventa bianco perché la sua nuova tessitura riflette copiosamente la luce. Il sole, sciogliendolo, distrugge la bianchezza semplicemente alterando di nuovo l’ordine delle parti, permettendo alla luce di trasmettersi (fr:299). 3. Levigando l’argento, si deprimono le protuberanze in una superficie uniforme; la perdita della ruvidità e l’acquisizione della levigatezza sono il modo in cui percepiamo questo cambiamento meccanico, poiché le dita non incontrano più resistenza (fr:300).
Infine, l’autore applica questo ragionamento alla nozione stessa di “calore”. Il fuoco che scioglie il ghiaccio o fa fluire e bruciare la cera non dimostra necessariamente una “Qualità Inerente di Calore” (Inherent Quality of Heat) distinta, ma solo il suo potere di mettere in moto le piccole parti della cera fino a superarne la coesione (fr:301). Questo approccio meccanicistico è esteso anche ad altri fenomeni di fluidificazione, come l’azione dell’acqua fredda sul canfora, per mostrare come effetti simili possano derivare da cause diverse, ma sempre riconducibili a moto e tessitura (fr:302).
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[6.1-12-355|366]
6 La generazione del pulcino dall’albume: una trasformazione meccanica della materia
Come una sostanza uniforme e semplice può, per alterazione della sua struttura, generare un organismo complesso.
Il testo esamina il processo di formazione del pulcino dall’uovo, utilizzandolo come caso di studio per riflettere sulla natura della materia e sulla generazione delle qualità complesse a partire da sostanze semplici. L’argomento centrale è la distinzione tra corpi simili e dissimili e la dimostrazione che la generazione di un organismo avviene attraverso un riarrangiamento meccanico delle parti di una sostanza originariamente uniforme.
Innanzitutto, l’autore stabilisce la definizione di corpo ”Similar”, prendendo in prestito la terminologia di anatomisti e fisici: “such, as that every Sensible part of it hath the same Nature or Denomination with the whole” - (fr:356) [tale che ogni sua parte sensibile abbia la stessa natura o denominazione del tutto]. Esempi sono le ossa o la pelle, dove ogni frammento rimane osso o pelle. Applicando questo criterio all’albume d’uovo, nonostante esso possa essere distillato per ottenere sostanze diverse (flema, sale, olio, terra), si conclude che esso è un corpo simile, perché “one part of the White of an Egg will not be made to yield the same differing Substances by Distillation, that any other part does” - (fr:358) [una parte dell’albume non potrà essere fatta produrre le stesse sostanze differenti per distillazione, che qualsiasi altra parte produce].
Il passaggio successivo descrive come la consistenza di questo corpo simile possa essere alterata meccanicamente: “by beating the White of an Egge well with a Whisk, you may reduce it from a somewhat Tenacious into a Fluid Body” - (fr:359) [sbattendo bene l’albume d’uovo con una frusta, potrete ridurlo da un corpo alquanto tenace in un corpo fluido]. Questa trasformazione in liquido è ottenuta “by a Mechanical change of the Texture of the Body” - (fr:360) [da un cambiamento meccanico della tessitura del corpo].
Il testo poi si concentra sul processo biologico. Citando osservazioni anatomiche moderne, si afferma che l’embrione si sviluppa principalmente nutrendosi dell’albume: “the Rudiments of the Chick… is nourish’d… onely by the White of the Egg” - (fr:361) [i rudimenti del pulcino… sono nutriti… solamente dall’albume dell’uovo], mentre il tuorlo è riservato come alimento successivo. La fluidità del nutrimento è cruciale per l’argomentazione, poiché si sottolinea che sia l’albume (reso fluido) che il tuorlo sono “a Liquor perhaps no less so then the White was” - (fr:362) [un liquido forse non meno fluido di quanto lo fosse l’albume].
È da questo liquido nutriente, uniforme e semplice, che sorge la complessità dell’organismo. L’autore enumera con grande dettaglio la straordinaria varietà di parti che si generano: “out of the White of an Egg, which is a Substance Similar, Insipid, Soft,… Diaphanous, Colourlesse, and readily dissoluble in cold water… we have by the new and various Contrivement of the small parts it consisted of, an Animal” - (fr:366) [dall’albume d’uovo, che è una sostanza simile, insipida, soffice,… diafana, incolore, e prontamente solubile in acqua fredda… noi abbiamo, per il nuovo e vario accorgimento delle piccole parti di cui consisteva, un animale]. L’elenco che segue è esaustivo: parti opache e colorate (sangue rosso, bile giallo-verdastra), parti fluide e consistenti, parti solide e fragili (ossa) o tenaci e flessibili (legamenti), parti con molle (piume) e senza, parti solubili e insolubili in acqua, dotate di sapori gradevoli o sgradevoli.
Da questa trasformazione, l’autore deduce la generazione di due categorie di qualità. In primo luogo, nuovi tipi di qualità sensibili: “Opacity… Colours,… Odours, Tasts, and Heat… Hardness, Smoothness, Roughness, &c.” - (fr:366) [Opacità… Colori,… Odori, Sapori, e Calore… Durezza, Liscezza, Ruvidezza, ecc.]. In secondo luogo, altre qualità distinte da quelle sensibili, come la fluidità e la consistenza. L’intero processo dimostra come, partendo da una materia uniforme, il semplice riordinamento meccanico delle sue parti costituenti – “the new and various Contrivement of the small parts” – sia sufficiente a produrre la vasta eterogeneità di strutture e proprietà che caratterizzano un essere vivente complesso.
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[7.1-26-401|426]
7 Dalle acque e dai succhi: la trasmutazione vegetale nella filosofia naturale del Seicento
Un’indagine sperimentale sul potere trasformativo della linfa e sulla generazione delle qualità nei vegetali, attraverso innesti e inoculazioni.
Il testo, estratto da un trattato scientifico del XVII secolo, esplora il fenomeno della generazione delle qualità nei vegetali, mettendo in discussione teorie tradizionali attraverso l’osservazione empirica di pratiche come l’innesto. L’autore si interroga sulla possibilità che “quasi tutte le cose possano essere fatte da tutte le cose”, non immediatamente, ma attraverso “interventi di cambiamenti e disposizioni successive” (fr:403-404). Un esperimento preliminare suggerisce che una pianta, composta principalmente di “Acqua Trasformata”, possa produrre per distillazione “un vero Olio, che non si mescolerebbe con l’Acqua, e di conseguenza era facilmente convertibile in Fuoco” (fr:401), indicando una trasmutazione profonda della materia.
L’analisi procede confutando l’idea comune che la sostanza solida di una pianta coltivata in acqua derivi solo dai sali e dalle parti terrose in essa disciolti. Si osserva che sarebbe difficile provarlo, considerando “quanto vasta una quantità di acqua pura è necessaria per essere esalata, per ottenere tanto quanto un’oncia di Residui secchi” (fr:407). Il nucleo della discussione si sposta poi sul meccanismo di nutrizione delle piante. Sebbene la teoria generale sia che l’“Anima Vegetativa” della pianta attiri i succhi della terra selezionando le parti a lei congenie (fr:409), le pratiche di innesto e inoculazione presentano un serio problema a questa visione.
L’autore porta l’esempio specifico di un biancospino (white Thorne) innestato con un pero. La radice del biancospino selezionerebbe un nutrimento adatto a produrre le sue bacche, ma non si può “ragionevolmente supporre che essa dovrebbe nella sua attrazione di Alimento avere alcun Disegno di fornire un Nutrimento Appropriato per una Pera” (fr:411). Eppure, l’esperienza dimostra che il rampollo del pero attecchisce e produce un frutto di gusto completamente diverso. Questo dimostra che “lo stesso Suco, che in una parte di un Ramo costituisce (per esempio) un Grappolo di Bacche, in un’altra parte dello stesso Ramo può costituire una Pera” (fr:417).
Il caso dell’inoculazione (una forma di innesto con una gemma) è ancora più eloquente. Una “piccola Gemma Vegetabile… non più grande spesso di un Pisello” è in grado di “trasmutare tutta la Linfa che le arriva” anche se questa linfa, nel suo percorso ascendente, era già “determinata dall’Intenzione della Natura… alla produzione del Frutto che è naturale al Portainnesto” (fr:414). La linfa, spesso descritta come un “liquore acquoso e quasi Insipido” e omogeneo (fr:419), viene così radicalmente trasformata da un minuscolo agente vegetale.
L’esempio dettagliato della pesca mostra l’estensione di questa trasformazione: la stessa linfa, sotto l’influenza di una singola gemma, produce nella buccia il rosso, nel nocciolo il bianco, una polpa morbida e profumata e un nocciolo duro e amaro. Inoltre, i fiori del pesco, pur prodotti dalla stessa gemma, possiedono una “Virtù Purgativa” che il frutto non ha (fr:420). La conclusione è che un “liquore flemmatico”, simile all’acqua comune, può “essere tramutato in Corpi dotati di nuovi, e vari, e considerevoli Odori, Colori, Gusti, Solidità, Virtù medicinali, e diversi altre Qualità palesi e occulte” semplicemente per mezzo di diverse “contesture” (tessiture/organizzazioni) operate dalle gemme (fr:421).
L’autore respinge l’idea che ciò sia spiegabile semplicemente con un generico “Potere Plastico” risiedente nelle gemme, avendo già confutato una simile obiezione altrove (fr:422). A supporto della sua tesi, aggiunge ulteriori osservazioni: l’esistenza di un albero con un portainnesto e tre diversi tipi di frutto a bacca innestati su di esso (fr:423), e due curiosità naturali. La prima è che i semi della “Cassia fistola”, un potente purgante, sono astringenti (fr:425). La seconda riguarda certi noccioli dei Caraibi che, se piantati, danno origine non all’albero da cui provengono, ma a un altro tipo di pianta, il che “sembra mostrare una Trasmutazione di una Sostanza Vegetabile in un’altra di una Specie molto diversa” (fr:427). Questi casi estremi rafforzano l’idea centrale di una sostanziale plasmabilità della materia vegetale.
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[8.1-15-452|466]
8 Critica alla dottrina scolastica delle forme sostanziali
Un’argomentazione contro l’utilità e la coerenza del concetto di “forme sostanziali” nella filosofia naturale.
Il testo costituisce una critica sistematica alla dottrina peripatetica e scolastica delle forme sostanziali, intese come principi sostanziali distinti dalla materia. L’autore prende subito le distanze da Aristotele stesso, osservando che il filosofo antico appare ambiguo o irrisolto sulla questione: “He feems to me upon the whole matter, either to have been irrefolv’d, whether there were any filch Subftanees, or no or to fpeak ambiguoufly and obfcurely enough of them, to make it queftionable, what his Opinions of them were” - (fr:454). Sottolinea inoltre come gli esempi usati da Aristotele, come la figura di una statua, si riferiscano a accidenti, non a sostanze. La polemica è quindi principalmente con i “Modern AriftoteIians”, i seguaci latini e scolastici, che hanno sviluppato la dottrina in modo più rigido e incongruo rispetto agli antichi commentatori greci.
Il cuore della controversia è definito con precisione: “whether or no the Forms of Natural things, (the Souls of Men alwaies excepted) be in Generation educed… out of the power of the Matter, and whether thefe Forms be true substantial Entities , distinct from the other Substantial Principle of Natural Bodies, namely Matter” - (fr:455). L’autore si schiera per la risposta negativa, avanzando tre ragioni principali.
La prima è il principio di sufficienza: “I see no necessity of admitting in Natural things any such substantial Forms, Matter and the Accidents of Matter being sufficient to explicate as much of the phenomena of Nature, as we either do or are like to understand” - (fr:457). La materia e i suoi accidenti spiegano i fenomeni naturali senza bisogno di un principio oscuro e aggiuntivo.
La seconda ragione è l’inutilità della dottrina per la filosofia naturale. Viene citato l’ammissione dello stesso Scaligero e di altri peripatetici sulla difficoltà insormontabile di conoscere le vere forme: “the true Knowledg of Forms is too difficult and abstrufe to be attain’d by them” - (fr:458). L’autore si chiede retoricamente come si possano spiegare fenomeni particolari con un principio di cui si ignora la natura.
La terza e principale obiezione riguarda l’inconcepibilità del processo generativo delle forme e la loro incoerenza interna. L’autore dichiara: “I cannot conceive, neither how Forms can be generated, as the Peripateticks would have it , nor how the things, they ascribe to them, are consistent with the Principles of true Philosophy” - (fr:460). Il meccanismo dell’eduzione della forma dal potere della materia è giudicato “so Inexplicable” (fr:461) da aver generato una proliferazione di ipotesi insoddisfacenti tra i suoi stessi sostenitori. L’autore osserva che i difensori di ciascuna ipotesi sono spinti più dalle “palpable inconveniences of the wayes they reject” che dai meriti della propria (fr:463), concludendo che tutte le spiegazioni si confutano a vicenda e nessuna si stabilisce validamente: “I think they all Confute well, and none does well Establish” - (fr:465).
Il testo si presenta come una testimonianza significativa del dibattito scientifico del XVII secolo, che vede il progressivo abbandono delle spiegazioni qualitative e sostanzialiste della scolastica a favore di un meccanicismo basato su materia, movimento e proprietà osservabili. La critica è condotta con un linguaggio diretto, basato sull’evidenza della inutilità e inintelligibilità della dottrina avversaria, riflettendo l’emergere di un nuovo ideale di chiarezza e utilità nella spiegazione filosofica della natura.
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[9.1-30-477|506]
9 Critica alle forme sostanziali nella filosofia naturale peripatetica
Un attacco metodico alla dottrina scolastica delle forme sostanziali, basato sull’incoerenza logica e l’incompatibilità con i principi della fisica.
Il testo costituisce una critica serrata alla dottrina peripatetica delle forme sostanziali, ritenuta insostenibile sia dal punto di vista logico-metafisico che da quello dei principi fisici. L’autore identifica una contraddizione fondamentale nel concepire la forma come una sostanza distinta dalla materia, ma al contempo totalmente dipendente da essa per la sua esistenza. Sostiene che questa dipendenza rende la forma, in realtà, un accidente, non una sostanza: “which is to make them Subftances in name, and but Accidents in truth” - (fr:485). La nozione stessa di sostanza implica auto-sussistenza: “the very notion of a Subftance is to be a felf- fubfisting Entity, or that which needs no other Created Being to support it or to make it exift” - (fr:485).
Il nucleo della critica si concentra sul problema della generazione. Se la forma è una sostanza nuova che appare in un corpo generato, essa deve o essere ricavata dalla materia (il che la renderebbe materia essa stessa, per quanto sottile) o essere creata dal nulla. La prima opzione è respinta dagli stessi peripatetici, mentre la seconda attribuirebbe a ogni agente naturale un potere creativo miracoloso: “thereby attribute to the meaneft Creatures that power of creating Subftances, which the Ancient Naturalists thought too great to be ascribed to God himself” - (fr:484). Questo porterebbe a un’assurdità: ogni corpo naturale speciale (oro, marmo) “must not be produc’d barely by Generation, but partly by Generation, and partly by Creation” - (fr:483).
L’autore contesta anche la coerenza interna della dottrina riguardo alla corruzione. Se la forma è una vera sostanza distinta, dovrebbe poter sopravvivere alla dissoluzione del corpo, come l’anima umana. Invece, i peripatetici insegnano che essa perisce completamente, contraddicendo la loro stessa definizione e la dottrina della risoluzione nella materia prima: “what they call a Subftance they make indeed an Accident, and besides contradict their own vulgar Doctrine, That Natural things are upon their Corruption resolved into the first Matter” - (fr:488).
Nella parte finale, l’autore smonta rapidamente alcuni argomenti scolastici a sostegno delle forme sostanziali. Rifiuta il sillogismo che postula che ogni corpo naturale sia un “compofitum substantiale” di materia e forma, sostenendo che, eccetto l’uomo, nulla in natura è composto da una sostanza immateriale distinta e da un corpo: “I know not any thing in Nature that is compof’d of Matter and a Subftance distinct from Matter, except Man” - (fr:495). Rigetta anche l’obiezione che, senza forme sostanziali, i corpi sarebbero “Entia per accident”, affermando che i loro costituenti (materia, forma, situazione, moto) sono intrinsecamente ordinati a formare un tutto unitario. Soprattutto, rivendica la priorità dello studio della natura rispetto alle dispute verbali: “it being much fitter in my judgment to alter Words, that they may better fit the Nature of Things, then to affix a wrong Nature to Things, that they may be accommodated to forms of Words” - (fr:501). Infine, osserva che, poiché gli stessi peripatetici confessano l’ignoranza sulla natura di queste forme, non possono costruire su di esse definizioni sostanziali. È sufficiente, conclude, avere definizioni essenziali basate su differenze osservabili: “it may suffice Us to have, instead of substantial, essential Definitions of things… which constitute them in such a sort of Natural Bodies, and discriminate them from all those of any other sort” - (fr:504).
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10 La concezione meccanicistica dell’origine delle forme e il ruolo dell’Architetto divino
Un’argomentazione a favore di un agente intelligente come ordinatore della materia e contro la generazione casuale del mondo.
Il testo, estratto da un trattato scientifico del XVII secolo, sviluppa una complessa argomentazione filosofico-naturale sull’origine dell’ordine cosmico e delle forme sostanziali, opponendosi alle teorie materialiste e meccaniciste pure. L’autore cita inizialmente Anassagora per introdurre l’idea di un’intelligenza ordinatrice: “Dicit (Anaxagoras) cum omnia simul essent, atque quiescent tum [in] infinita, Mentem movisse, ac segregasse” - (fr:584) [Dice (Anassagora) che quando tutte le cose erano insieme, e giacevano in quiete in [uno spazio] infinito, la Mente le mosse e le separò]. Questo riferimento storico funge da autorità antica per la tesi centrale: la materia in movimento casuale è insufficiente a spiegare la complessità del creato. L’autore rigetta esplicitamente sia le leggi cartesiane del moto che il concorso casuale epicureo degli atomi, ritenendo improbabile che “brute and unguided, though moving, Matter, should ever convene into such admirable Structures, as the Bodies of perfect Animals” - (fr:587-588) [la materia bruta e non guidata, sebbene in movimento, potesse mai convenire in Strutture così ammirevoli, come i Corpi degli animali perfetti].
Il nucleo concettuale è la necessità di un Architetto divino (“the Worlds Architedf”). Questo agente non si limitò a imprimere il moto alla materia, ma ne guidò attivamente le parti per formare i sistemi maggiori dell’universo e, in particolare, concepì “Seminal Rudiments or Principles lodg’d in convenient Receptacles , (and as it were Wombs)” - (fr:585) [Abbozzi o Principi seminali riposti in convenienti Ricettacoli, (e per così dire, Uteri)]. La contrivance (progetto) divina include le leggi di natura e la struttura stessa degli organi degli esseri viventi, affinché possano generare progenie simile e propagare la specie. Una volta stabilito quest’ordine iniziale, però, il filosofo naturale può operare con un approccio meccanicistico: “in explicating particular phenomena, considers onely the Size, Shape, Motion, (or want of it) Texture, and the resulting Qualities and Attributes of the small particles of Matter” - (fr:588) [nell’esplicare i fenomeni particolari, considera soltanto la Dimensione, la Forma, il Moto, (o la mancanza di esso) la Tessitura, e le risultanti Qualità e Attributi delle piccole particelle della Materia].
L’analogia dell’orologio (o dell’automa) chiarisce questa gerarchia causale. Come un orologio, il mondo è un “great Automaton” - (fr:589) [grande Automa], i cui materiali non avrebbero mai potuto auto-assemblarsi in un meccanismo così curioso. Tuttavia, una volta costruito e messo in moto dall’artefice abile, i suoi fenomeni si spiegano con le “Mechanical Affections of the Spring, Wheels, Pillars, and other parts” - (fr:590) [Affezioni Meccaniche della Molla, delle Ruote, dei Pili, e delle altre parti]. Gli effetti che non possono essere spiegati meccanicamente rimangono, per l’autore, non sufficientemente compresi.
Il testo assume quindi il valore di una testimonianza cruciale del dibattito scientifico dell’epoca, nel tentativo di conciliare la nuova scienza meccanicistica (che studia texture e moto delle particelle) con una visione teologica tradizionale che richiede una causa prima intelligente. L’autore annuncia che la sua ipotesi sull’origine delle forme sarà confermata da esperimenti, menzionando in particolare quelli sul cambiamento di forma di un sale e di un metallo. Distingue tre tipi di prove sperimentali: quelle presentate nel trattato, quelle basate su testimonianze credibili di trasmutazioni metalliche, e un terzo gruppo che qui decide di non includere. Propone infine di aggiungere due ulteriori tipi di esperimenti. Uno di questi dimostra come corpi di natura diversa, associati, possano formare un nuovo concreto con nuove qualità “without having recourfe to a substantial Form” - (fr:595) [senza aver ricorso a una forma sostanziale], proprio come gli ingranaggi di un orologio formano un meccanismo, sostenendo così la sua visione meccanicistica della composizione dei corpi pur nell’ambito di un cosmo finalisticamente ordinato.
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11 Osservazioni sperimentali sulla cristallizzazione e la formazione di figure geometriche nei sali
Un’indagine sulle condizioni che influenzano la morfologia dei cristalli ottenuti da varie sostanze saline e metalliche, attraverso associazioni e processi di precipitazione controllata.
Il testo, estratto da un trattato scientifico del XVII secolo, presenta una serie di osservazioni e esperimenti volti a dimostrare come la forma e la struttura dei cristalli derivino dall’associazione di particelle corpuscolari di diversa natura, e come queste forme possano essere variate intenzionalmente. L’autore sostiene innanzitutto che “by a bare Association of Metalline and Saline Corpufcle$,a.Con. Crete… as finely figur’d as other Vitriols^ may be produc’d” - (fr:660) [con una semplice associazione di corpuscoli metallici e salini, si può produrre una concrezione finemente figurata come altri vetrioli]. Questo principio fondamentale è esplorato attraverso numerosi esempi pratici.
Un concetto chiave è la variabilità delle figure cristalline in base alle condizioni di formazione. L’autore nota che “the Figures of these Salts are not constantly in all respects the same, but may in diverse manners be somewhat varied , as they happen to be made to shoot more hastily, or more leisurely” - (fr:661) [le figure di questi sali non sono costantemente le stesse in tutti i rispetti, ma possono in diversi modi essere alquanto variate, a seconda che avvengano a precipitare più frettolosamente o più lentamente]. Questa dipendenza dalla velocità di evaporazione e dalla quantità di liquido è un’osservazione metodologica cruciale. A supporto, cita l’esperto mineralogista Agricola, il quale descrivendo la produzione del vetriolo, parla dei grani o cristalli che si formano come “Cubes or Clutters of Grapes” - (fr:662) [Cubi o Grappoli d’Uva].
L’autore procede descrivendo esperimenti progettati per testare questa ipotesi di controllo. Sospettando che gli alcali come il sale di tartaro e le potasshe si ottengano in polvere bianca a causa del modo in cui l’acqua viene rimossa, prova un’evaporazione lenta, ottenendo così “divers figured Lumps of Chrystalline Salt shot in the Water, and transparent almost like white Sugar, Candy” - (fr:666) [diversi grumi figurati di Sale Cristallino precipitati nell’Acqua, e trasparenti quasi come Candito di zucchero bianco]. Questo dimostra come, fornendo alle particelle saline “a competent quantity of Water to swimme in, and allowing them leisure” - (fr:663) [una competente quantità d’Acqua in cui nuotare, e concedendo loro agio], esse possano organizzarsi in strutture cristalline ben formate.
La sperimentazione si estende a miscele complesse. Dissolvendo olio di vetriolo in una soluzione forte di sale marino ed evaporando lentamente il residuo, si ottengono cristalli “sometimes of one figure, sometimes of another, according as the quantity or strength of the Oyl of Vitriol and other Substances determin’d” - (fr:667) [a volte di una figura, a volte di un’altra, a seconda di come la quantità o la forza dell’Olio di Vetriolo e di altre Sostanze determinavano]. Anche in questo caso, pur variando la forma (a volte prismatica come il salnitro, a volte simile all’allume o al vetriolo), i cristalli apparivano “more exquisitely figur’d, then oftentimes Vitriol does” - (fr:668) [più squisitamente figurati di quanto spesso non faccia il vetriolo].
Un passaggio peculiare riguarda la cristallizzazione dei metalli nobili. L’argento, normalmente precipitato in lamine sottilissime, se fatto cristallizzare molto lentamente da Aqua fortis forma “Lunar Chriftals… whose Figure… is differing enough from that of the thin Plates” - (fr:669) [Cristalli Lunari… la cui Figura… è abbastanza diversa da quella delle sottili Lamine], essendo composti da molti piccoli solidi dalle forme fini che si uniscono in una superficie comune e piana. Analogamente, l’oro disciolto in Aqua regis e fatto evaporare in un luogo freddo, o reso volatile tramite un potente menstruno, produce cristalli regolari e dalla “very pretty one” - (fr:676) [figura molto graziosa].
L’autore osserva che particelle corpuscolari di forme diverse ma esquisite, dotate di lati piani e lisci, costituiranno corpi “variously, but all very finely figur’d” - (fr:671) [variamente, ma tutti finemente figurati]. Questo si verifica anche con sali volatili come quelli di corno di cervo, sangue o urina, i cui corpuscoli, durante una lenta cristallizzazione, formano masse con superfici piane “of Figures, as to sense exactly Geometrical, and others very curious and pleasant” - (fr:672, 673) [di Figure, rispetto al senso esattamente Geometriche, e altre molto curiose e piacevoli].
Un esperimento particolarmente illustrativo coinvolge una soluzione di argento in Aqua fortis, diluita con molta acqua distillata. Immergendo una lamina di rame e lasciandola quieta, “there would settle, all about it, swarms of little Metalline and Undiaphanous Bodies… form’d into little Plates extremely thin, with surfaces not only flat, but exceeding glossy: and among those, divers of the larger were prettily figur’d at the Edges” - (fr:675) [si depositerebbero, tutto intorno ad essa, sciami di piccoli Corpi Metallici e Non Diafani… formati in piccole Lamine estremamente sottili, con superfici non solo piatte, ma estremamente lucide: e tra quelle, diverse delle più grandi erano graziosamente figurate ai Bordi]. Questo dimostra la tendenza intrinseca delle particelle a convenire in forme piatte e lisce a causa della loro stessa figura.
La sperimentazione con miscele di sali di natura diversa mostra che non sempre si ottiene un composto omogeneo, poiché “one will shoot much sooner then another” - (fr:679) [uno precipiterà molto prima dell’altro]. Tuttavia, in condizioni appropriate, si possono ottenere cristalli di figure solide composte. Un esempio notevole è il borace veneziano, un corpo artificiale composto da diversi sali, che normalmente si trova in grani informi. Dissolvendolo in acqua e facendolo coagulare molto lentamente, si ottengono cristalli sulle cui superfici “I could perceive very exquisite and, as to sense, regular Geometrical figures” - (fr:682) [potevo percepire figure geometriche molto squisite e, rispetto al senso, regolari].
Un caso degno di nota è quello del Caput mortuum dell’Aqua fortis (costituito da nitre e vetriolo), che, nonostante la violenza del fuoco subita, può produrre, dopo ripetute soluzioni e coagulazioni in acqua pura, figure di grande curiosità. L’autore preferisce mostrare come esempio alcuni grandi cristalli di un sale medicinale (la Panacea duplicate), che presentano superfici speculari con “Triangles, Hexagons, and Rhomboids, and other Figures exquisitely Cut” - (fr:686) [Triangoli, Esagoni e Romboidi, e altre Figure squisitamente Intagliate], alcuni dei quali terminano in corpi piramidali “no less admirably shap’d then the fairer fort of Cornish Diamonds” - (fr:686) [non meno ammirevolmente conformati della migliore sorta di Diamanti della Cornovaglia].
Infine, l’autore estende il principio ai sali spirituali o distillati, come gli spiriti di urina, nitro, sale e vetriolo. Quando questi reagiscono tra loro con ebollizione, i corpuscoli si associano e “thereby, or by their newly acquir’d figure, whilft their Coalition lasts, to lose much of their former Volatility” - (fr:688) [perdono così, o per la loro figura di nuova acquisizione, finché dura la loro coalizione, gran parte della loro precedente Volatilità], coagulando invece in cristalli finemente conformati. La differenza tra i cristalli prodotti da diverse combinazioni (ad esempio, spirito di urina con spirito di sale, rispetto a spirito di urina con olio di vetriolo) dimostra “how much those compounded emergent figures depend upon the more simple figures of the faline Corpufcles, that happen to convene into those new Concretes” - (fr:689) [quanto quelle figure composte emergenti dipendano dalle figure più semplici dei corpuscoli salini, che capita si riuniscano in quelle nuove concrezioni].
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12 Tentativi di ridintegrazione di concreti: difficoltà e osservazioni sperimentali
Resoconto di esperimenti chimici del XVII secolo sulla scomposizione e ricomposizione di sostanze come allume, sale marino, vetriolo e trementina.
Il testo descrive una serie di tentativi sperimentali volti alla “Redintegration” (ridintegrazione) di vari “Concretes” (concreti o composti), un processo che mira a ricomporre una sostanza dopo averne separato i costituenti. L’Autore, riferendosi a un precedente progetto, ne sottolinea la difficoltà pratica maggiore rispetto alle aspettative teoriche. I corpi ritenuti più adatti a tali esperimenti sono indicati essere “Allom, Sea sait, and Vitriol” - (fr:742) [Allume, sale marino e Vetriolo].
L’allume si rivela problematico. Se distillato con un “caput mortuum” (un additamento fisso), questo ostacola la ridintegrazione; se distillato da solo, con calore moderato cede solo la sua parte acquosa (“Phlegm”), mentre un fuoco forte ne causa un rigonfiamento pericoloso per le apparecchiature. Un esperimento più paziente, in cui il liquido distillato viene versato sul residuo polverizzato e lasciato a riposare, mostra però segni di successo: “did by that Aflociation (or Diffolution) recompofe,at the top of the Powder, many Chrystaline Grains of finely figur’d Salt” - (fr:745) [mediante quella associazione (o dissoluzione) ricompose, in cima alla polvere, molti grani cristallini di sale finemente figurato]. Un incidente che fece perdere il vetro impedì di verificare se il processo sarebbe andato a compimento.
Anche il sale marino presenta inconvenienti simili: distillato con additivi come argilla cotta è sconveniente per la ridintegrazione; distillato da solo, fonde e rilascia a malapena spirito.
Il vetriolo, nonostante la sua composizione più complessa (salinica e metallica), sembra più promettente perché la sua distillazione non richiede un caput mortuum. Vengono descritti diversi tentativi. In uno, dopo aver distillato vetriolo blu comune ottenendo flemma, spirito e un po’ d’olio, i liquori vengono rimessi a contatto con il residuo rosso polverizzato. Lasciando il miscuglio in una bacinella al riparo dall’agitazione, si osservano fenomeni graduali: “the Liquor to acquire a blewish Tincture” - (fr:753) [il liquore acquisì una tinta bluastra] e, dopo settimane, la superficie si riveste di “Grains of Vitriol very curiously figur’d” - (fr:753) [grani di Vetriolo curiosamente figurati] e di protuberanze saline. In un altro esperimento, in un recipiente più stretto, il liquido ridiventa “a very deep vitriolace colour” - (fr:754) [un colore molto profondo di vetriolo] e compaiono grani di vetriolo ben formati sia in fondo che in cima al residuo, facendo sperare in una quasi completa ridintegrazione, interrotta però da un altro incidente.
Viene poi riportato un esperimento “strano” e dichiaratamente non ripetibile con l’antimonio. Trattato con olio di vetriolo e distillato, produce un caput mortuum bianco e friabile. Questo residuo, sottoposto a forte calore in un recipiente chiuso, invece di sublimare come atteso, fonde: “we found it flux’d into a Mafs, covered with a thin Cake of Glafs” - (fr:761) [lo trovammo fuso in una massa, coperta da una sottile crosta di vetro]. Il vetro è incolore, a differenza del tipico vetro antimoniale. La massa interna, una volta rotta, si rivela essere “perfed black Antimony, adorn’d with long shining streaks” - (fr:763) [antimonio nero perfetto, adornato di lunghe striature lucenti]. L’Autore interpreta questo come una dimostrazione della capacità della natura di riorganizzare parti disperse e confuse per ricostituire un corpo nella sua forma, colore e consistenza precedente, nonostante la complessa tessitura dell’antimonio.
Tra tutti i tentativi, il più riuscito riguarda la trementina. Distillata delicatamente, produce un liquido chiaro e un residuo secco, fragile, inizialmente rosso e traslucido, che polverizzato diventa giallo puro. Rimettendo a contatto la polvere con il suo stesso liquido di distillazione, “immediately diflolv’d part of it into a deep red Balfam” - (fr:769) [immediatamente ne disciolse parte in un balsamo rosso intenso]. Con una successiva digestione in un recipiente chiuso, questo colore iniziò a sbiadire, indicando un processo di ricomposizione in atto.
Il testo è una testimonianza storica del metodo sperimentale nella chimica del Seicento, che indaga i limiti della scomposizione e ricomposizione della materia. Emergono le difficoltà pratiche (rottura di vetreria, condizioni ambientali impreviste come il gelo), l’osservazione minuziosa dei fenomeni (cambiamenti di colore, formazione di cristalli figurati, protuberanze) e una concezione della materia i cui componenti, se posti nelle giuste condizioni di tempo e contatto, mostrano una tendenza a riassociarsi secondo la loro “naturale” disposizione.
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13 Avvertenze metodologiche e difesa della scelta degli esperimenti chimici
L’autore giustifica la selezione e la presentazione degli esperimenti, rivendicando il valore della filosofia corpuscolare supportata dalla pratica chimica.
Il testo costituisce una sezione introduttiva o premessa in cui l’autore chiarisce il proprio metodo e le proprie intenzioni riguardo agli esperimenti che seguiranno. In primo luogo, precisa che quelli presentati non sono gli unici a sua disposizione, avendone “actually laid afide for this occasion” (fr:784) [effettivamente messi da parte per questa occasione], ma che ha scelto quelli ritenuti sufficienti per il suo scopo attuale, riservandone altri per trattazioni più specifiche. Ammette inoltre di aver potuto descrivere molti più dettagli e riflessioni, ma spiega che il suo obiettivo in questo contesto non è produrre una storia naturale esaustiva: “I deliver Experiments, not so much as parts of Natural History, as instances to confirm the Hypotheses, and Discourses they are annexed to” (fr:787) [Presento gli Esperimenti, non tanto come parti di una Storia Naturale, quanto come esempi per confermare le Ipotesi e i Discorsi a cui sono allegati]. Per questo motivo, ha evitato di includere circostanze, cautele o inferenze non direttamente pertinenti allo scopo dichiarato.
La parte centrale e più significativa del testo è una difesa appassionata della scelta di utilizzare esperimenti chimici per sostenere la filosofia naturale. L’autore riconosce che questa scelta potrebbe apparire insolita, dato che la chimica era spesso considerata un’arte coltivata da “illiterate Operators, or chymical Enthusiasticks in Philosophy” (fr:789) [Operatori illetterati, o Entusiasti chimici in Filosofia], utile solo per fare medicine o imitare i metalli. Tuttavia, egli rivendica il successo del suo tentativo di “Confirm and Illustrate the Notions of the Particularian Philosophy (if I may so call it) by the help of an Art” (fr:789) [Confermare e Illustrare le Nozioni della Filosofia Particellare (se posso chiamarla così) con l’aiuto di un’Arte]. Sostiene con soddisfazione di essere stato strumentale nel far sì che “both others Chymists to learn and relish the Notions of the Corpuscular Philosophy, and divers eminent Embracers of That to endeavour to illustrate and promote the New philosophy, by addicting themselves to the Experiments, and perusing the Books of Chymists” (fr:790) [sia altri Chimisti imparassero e apprezzassero le Nozioni della Filosofia Corpuscolare, sia diversi eminenti sostenitori di Questa si impegnassero a illustrare e promuovere la Nuova filosofia, dedicandosi agli Esperimenti e studiando i Libri dei Chimisti].
Il testo assume quindi un chiaro significato storico e polemico nel contesto della rivoluzione scientifica del XVII secolo. L’autore contrappone esplicitamente il metodo della “Particulate” o “Corpuscularian Philosophy” a quello aristotelico dominante nelle scuole. Accusa quest’ultimo di sterilità: “in about 2000 years since Aristotles time, the Adorers of his Physicks… have to have done little more then Wrangle, without clearing up… any mystery of nature, or producing any useful or noble Experiments” (fr:798) [in circa 2000 anni dai tempi di Aristotele, gli Adoratori della sua Fisica… hanno fatto poco più che Disputare, senza chiarire… alcun mistero della natura, o produrre alcun Esperimento utile o nobile]. La via aristotelica, che risolve tutto ricorrendo a “substantial Forms, and, but nominally understood, Qualities” (fr:797) [Forme sostanziali, e Qualità, solo nominalmente comprese], è definita “so general and easie a way of resolving Difficulties” (fr:797) [un modo così generale e facile di risolvere le Difficoltà] da rendere i naturalisti negligenti.
Al contrario, la filosofia corpuscolare obbliga i suoi cultori a “give the particular Accounts and Explications of particular Phenomena of Nature” (fr:798) [dare i resoconti e le spiegazioni particolari dei fenomeni particolari della Natura]. Questo richiede di indagare la struttura specifica dei corpi e di “take notice of Abundance of Minute Circumstances and to avoid muddling the Causes of some of them, must often Make and Vary Experiments” (fr:799) [prendere nota di un’Abbondanza di Circostanze Minute e per evitare di confondere le Cause di alcune di esse, devono spesso Fare e Variare Esperimenti]. È attraverso questo lavoro diligente e indagatore che la natura viene veramente studiata e si scoprono “innumerable Particulars… which in the Lazy Aristotelian way of Philosophizing would not be heeded” (fr:799) [innumerevoli Particolarità… che nel Pigro modo Aristotelico di Filosofeggiare non sarebbero state considerate]. Il testo si conclude con la speranza che non sia necessaria un’ulteriore scusa per la scelta di esperimenti chimici nella sezione successiva.
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14 Resoconto di un esperimento chimico con sublimato su metalli
Descrizione dettagliata di una serie di esperimenti condotti con sublimato corrosivo su rame, argento e oro, osservando le profonde trasformazioni nella struttura e nelle proprietà dei metalli.
Il testo è un resoconto sperimentale dettagliato, probabilmente tratto da una corrispondenza scientifica del XVII secolo, che documenta l’azione del sublimato corrosivo (cloruro mercurico) su diversi metalli. L’autore espone metodologia, osservazioni e conclusioni con uno stile meticoloso e narrativo, tipico dei primi resoconti della Royal Society, ponendosi come testimonianza diretta e invitando alla replica e al perfezionamento dell’esperimento: “Narrative of our Proceedings ; being apt to think, that you will therein find Inducements to carry on this Experiment further then we have done; and to compleat what we have but begun” - (fr:860) [Narrazione dei nostri Procedimenti; essendo propenso a pensare, che voi troverete in essa Incentivi per portare avanti questo Esperimento oltre quanto noi abbiamo fatto; e per completare ciò che noi abbiamo solo iniziato].
Procedura sperimentale e risultati sul rame L’esperimento principale prevede l’uso di lastre di rame poste sopra sublimato in una storta, riscaldata per molte ore. I risultati sono molteplici e peculiari. Innanzitutto, gran parte del sublimato si ricondensa nella parte superiore della storta, mentre una parte del mercurio contenuto nel sublimato si “rivifica” (si riduce a mercurio metallico) a causa dei sali che corrodono il rame: “in the Retort we found about two Ounces and a quarter of running Mercury, which had been suffer’d to revive by the add Salts, which corroding the Copper, forsook the Quick-silver” - (fr:865) [nella storta trovammo circa due once e un quarto di mercurio fluente, che era stato lasciato rivivificare dai sali aggiunti, i quali, corrodendo il Rame, abbandonarono il Mercurio]. Un fenomeno costante è un rumore distintivo durante la fusione: “there was plainly heard a Noise, made by the melting Matter in the Retort, not unlike that of a boyling Pot” - (fr:867) [si udì chiaramente un Rumore, prodotto dalla Materia che fondeva nella storta, non dissimile da quello di un Pentolone bollente].
Il prodotto più significativo è la trasformazione del rame in una massa metallica alterata. Il rame perde la sua forma e malleabilità, fondendosi in “a very brittle Lump” - (fr:870) [un grumo molto friabile], paragonato a “Benjamin” (probabilmente benzoino) per la sua trasparenza e i suoi colori variabili (rosso, ambra, scuro). Sorprendentemente, questa massa, esposta all’aria, sviluppa rapidamente una patina verde-bluastra: “was, by the next morning, where ever the Air came at it, all cover’d with a lovely greenish Blew, Or rather, blewish Green, almost like that of the best Verdegrease” - (fr:872) [la mattina dopo, ovunque l’Aria vi arrivasse, era tutto ricoperto di un bel Blu verdastro, O piuttosto, Verde bluastro, quasi come quello del miglior Verderame]. L’autore nota con meraviglia la capacità dell’aria di penetrare anche in un contenitore chiuso, evidenziando la “insinuating subtletty of the Air” - (fr:873) [sottigliezza insinuante dell’Aria].
Le proprietà della sostanza ottenuta sono radicalmente diverse da quelle del rame originale. È estremamente infiammabile: “being held to the flame of a Candle, or a piece of lighted Paper, it would almost in a moment take fire, and send forth a flame like common Sulphur” - (fr:879) [tenuta alla fiamma di una Candela, o a un pezzo di carta acceso, avrebbe preso fuoco quasi in un momento, e emesso una fiamma come lo Zolfo comune], con una fiamma che tende al verde. Questo porta l’autore a descrivere il cambiamento come un “aprire” la texture compatta del rame, un’operazione considerata molto difficile dagli alchimisti: “the Body of the Copper appear’d so chang’d and open’d” - (fr:878) [il Corpo del Rame apparve così cambiato e aperto].
Esperimenti comparativi con argento e oro L’indagine si estende ad altri metalli per valutarne la reazione specifica. Con l’argento coniato (spesso contenente rame come lega), si ottiene una resina fragile e pallida che, all’aria, sviluppa lentamente una polverina verdastra. L’autore ipotizza che questa possa derivare dal rame presente nella lega, notando come gli artisti usino metodi simili per creare pigmenti azzurri dall’argento: “the more curious sort of Painters… by corroding coined Silver with the fretting steams of salin Bodies… turn it into a fine kind of Azure” - (fr:882) [i Pittori più curiosi… corrodendo l’argento coniato con i vapori corrosivi dei Corpi salini… lo trasformano in una fine specie di Azzurro].
Un esperimento successivo con argento raffinato puro conferma il potere trasformante del sublimato. Nonostante l’argento sia considerato un metallo fisso e “indestructible” - (fr:886) [indistruttibile], una piccola quantità di sublimato (circa un quarto del suo peso) ne altera completamente le proprietà: la massa prodotta non è più malleabile, ma fragile come il corno; perde il suo colore bianco e la sua opacità, diventando in parte trasparente “like good Amber” - (fr:888) [come della buona Ambra]; fonde facilmente alla fiamma di una candela, a differenza dell’argento puro che resiste alla fusione.
In netto contrasto, esperimenti simili condotti sull’oro, sia comune che raffinato, non producono alcun cambiamento manifesto: “I found not, that either of the two Parcels of that Metal was manifestly alter’d thereby” - (fr:891) [non trovai, che nessuno dei due lotti di quel Metallo fosse manifestamente alterato da ciò]. Questa differenza cruciale porta l’autore a una conclusione fondamentale: l’azione del sublimato dipende in modo critico dalla particolare struttura del metallo su cui agisce: “that Operation depends very much upon the particular Texture of the Body” - (fr:891) [quell’Operazione dipende moltissimo dalla particolare Tessitura del Corpo].
Tentativi di miglioramento e prospettive future L’autore riflette su possibili perfezionamenti, suggerendo l’uso di sublimati modificati. Descrive la creazione di un “Sublimato Ammoniacale” miscelando sublimato comune e sale ammoniaco. Questo nuovo reagente, usato sul rame, produce non solo la solita resina ma anche un liquido distillato colorato, suggerendo un’azione più profonda sul metallo: “we suppos’d the Body of the Venus to have been better wrought upon by this, then by the former Sublimate” - (fr:894) [supponemmo che il Corpo della Venere [rame] fosse stato lavorato meglio da questo, che dal precedente Sublimato].
Il resoconto si chiude con un cauto ma suggestivo accenno alla possibilità di perfezionare ulteriormente il sublimato con “convenient Liquors” [liquidi appropriati] per renderlo capace di agire persino sulla compatta struttura dell’oro e produrvi cambiamenti, sebbene l’autore ammetta che tali cambiamenti potrebbero arricchire più “mens Understandings” - (fr:895) [le Comprensioni degli uomini] che altro, sottolineando così il valore conoscitivo, più che pratico, della ricerca.
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15 Caratterizzazione di un sale anomalo in chimica del Seicento
Descrizione sperimentale delle proprietà insolite di un composto salino, che sfugge alla tripartizione classica in sali acidi, alcalini fissi e volatili.
Il testo presenta uno studio dettagliato di un “sale anomalo”, le cui proprietà lo distinguono nettamente dalle tre famiglie di sali conosciute all’epoca dell’autore: i sali acidi, i sali alcalini fissi (o lisciviati) e i sali volatili. L’analisi procede enumerando le peculiarità di questo composto.
Innanzitutto, si precisa che il termine “dolce” usato dai chimici per descrivere alcune calci di metalli è fuorviante, poiché indica solo l’assenza di sapore corrosivo e non una dolcezza positiva: “I fay realty fweet, bccaufe Chymifts oftentimes terme the Calces of Metals and other Bodies dulcifi’d, if they be freed from all corrofive fairs and (harpnefs of Taft, fweet, though they have nothing at all of pofitive fweetnefs in them” - (fr:941). L’odore di questo sale anomalo è generalmente mite, ma se riscaldato forzatamente emana fumi dall’odore molto forte e sgradevole, più insopportabile persino di quello dell’aquafortis o dello spirito di sale ammoniaco. Tuttavia, una volta che questi fumi si ricondensano in sale, l’odore ridiventa “mild and inoffenfive, if not pleafant” - (fr:942).
La proprietà più rilevante è la sua resistenza chimica. Mentre i sali delle tre famiglie si distruggono a vicenda per effervescenza (ad esempio, “fpivic of Urine, which is a volatile Salt, being mingled with fpirit of Salt… will make a great Ebullition, and loofe its peculiar Taft” - (fr:943)), il sale anomalo non reagisce in questo modo. Una sua soluzione “would make any Ebullition, either with Oyl of Tartar per Deliqnium, or fpirit of Sal Armoniack, or ftrong fpirit of Salt, or even Oyl of Vitriol” - (fr:945), mescolandosi invece in modo calmo e silenzioso con questi liquidi così diversi.
Questa estraneità alle categorie comuni è confermata da test con indicatori. La sua soluzione non altera il colore della maggior parte dei reagenti: “I found not, that the ftrongeft folution of it would turn Syrup of Violets either red, as acid fpirits do, or green, as both fix’d and volatile Salts will do” - (fr:947). Allo stesso modo, non cambia colore a una soluzione di sublimato, lasciandola trasparente, a differenza dei sali volatili (che la rendono bianca) o degli alcali fissi (che la rendono arancione). Esperimenti incrociati mostrano che, pur mescolandosi perfettamente con un acido o un alcali, la soluzione del sale anomalo conserva la propria natura, permettendo all’acido o all’alcali di mantenere intatte le loro proprietà reattive verso altri indicatori.
Nonostante questa apparente inertzia, il sale è descritto come un potente menstruum (solvente), capace di operare dissoluzioni che neppure “Aquafortis, and Oyl of Vitriol themfelves” - (fr:949) riescono a compiere, sebbene agisca più lentamente. Pur essendo volatile e sublimando in bei cristalli con calore moderato, si comporta in modo atipico durante l’ebollizione: “being diffolvd in Liquors, y ou may make the Solution, if need be, to boilc, without making any of the Salt fublime up, before the Liquor be totally or almoft totally drawn off” - (fr:952), a differenza dei comuni sali volatili che ascendono subito. Inoltre, ha una spiccata igroscopicità (“runs near fo foon per Deliqnium” - (fr:954)) superiore a quella del sale di tartaro, ma a differenza di quest’ultimo, che richiede un fuoco veemente per fondersi, il sale anomalo “will melt… into a Limpid Liquor” - (fr:955) con un calore molto più gentile.
Infine, possiede un insoluto potere solvente universale, sciogliendo sostanze in mezzi diversi e normalmente incompatibili: “our fait will readily diffolve both in fair Water, in the higheft re&ifi’d fpirit of Wine… and in Chymical Oyls themfelves” - (fr:956), associandosi a questi ultimi in modo particolarmente stretto.
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16 Dalle osservazioni chimiche alla trasmutazione: un esperimento sulla natura dei sali
Un resoconto sperimentale che documenta la trasformazione di un sale acido in uno alcalino, esplorando le proprietà contrastanti e le reazioni tra acidi e alcali.
L’autore introduce la discussione partendo da osservazioni chimiche consolidate, notando la reciproca capacità di precipitazione tra acidi e alcali. Come evidenziato, “i corpi che sono disciolti da un Menstruum acido, possono essere precipitati da un Alcali, e al contrario, le soluzioni fatte da quest’ultimo, possono essere precipitate dal primo” - (fr:978). Questo principio generale è illustrato con esempi specifici: la lituargirio dissolta in spirito di aceto viene precipitata dall’olio di tartaro, mentre lo zolfo o l’antimonio disciolti in una soluzione alcalina sono precipitati dallo spirito di aceto o dall’aceto comune (fr:979). La differenza fondamentale tra queste due classi di sostanze è marcata non solo nel gusto, ma anche nella volatilità degli acidi contrapposta alla fissità degli alcali (fr:980).
L’antagonismo tra acidi e alcali fissi è descritto quasi in termini di “inimicizia naturale”. Quando si uniscono, come nell’esempio dell’olio di tartaro versato in aqua regia o acquaforte per precipitare oro e argento, la loro ostilità si manifesta con “rumore, e calore, e fumo” - (fr:981). L’esito di questo conflitto è la mutua distruzione delle loro nature originarie: “entrambi lo Spirito acido e il Sale fisso avendo ciascuno perso la sua precedente Natore nella zuffa, e degenerato con il suo Avversario in una certa Terza sostanza” - (fr:982), che perde le proprietà di entrambi i reagenti.
È in questo contesto teorico che si inserisce l’esperimento centrale del resoconto. Nonostante la riconosciuta contrarietà tra sali acidi e fissi, l’autore si propone di ottenere un alcali proprio da un sale acido. Sottoponendo una massa di sale marino fuso a ripetute deflagrazioni con carbone ardente e poi a un forte fuoco, ottiene un residuo che sospetta essere di natura alcalina (fr:983). Le successive analisi confermano questa ipotesi: la sostanza ha un sapore “focoso abbastanza sulla Lingua, e un gusto Lisciviale” - (fr:983). Reagisce in modo caratteristico degli alcali: trasforma lo sciroppo di violette in un colore verdastro, precipita una soluzione limpida di sublimato in una polvere color arancio-marrone (fr:984) e produce effervescenza con gli spiriti acidi, coagulandosi con essi (fr:985).
L’autore considera e scarta obiezioni metodologiche. Prima fra tutte, il sospetto che l’alcalinità derivi dalle ceneri del carbone iniettato. Tuttavia, calcola che la quantità di sale ricavabile dalla completa combustione del carbone usato sarebbe stata minima (“due o tre grani… forse non la metà” - fr:988), del tutto insufficiente a spiegare le proprietà alcaline dell’intera massa prodotta. Per una conferma ulteriore, conduce una reazione di sintesi: versa acquaforte sul sale lisciviale ottenuto fino a cessare l’effervescenza. La lenta coagulazione della miscela produce “cristalli salini” che, pur non avendo la forma del nitro, dimostrano per “la loro infiammabilità e la loro grandezza” - (fr:989) che si è effettivamente verificata una congiunzione tra lo spirito nitroso e una proporzione considerevole di alcali, provando così la natura alcalina del prodotto della trasmutazione.
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17 Sperimentazione sulla natura volatile dell’oro e la sua riduzione
Un’indagine chimica del XVII secolo sfida le nozioni comuni sulla fissità dei metalli, dimostrando la possibilità di un “oro volatile” e la sua successiva ricostituzione.
Il testo, estratto da un trattato scientifico del XVII secolo, presenta una serie di osservazioni e esperimenti che mettono in discussione le convinzioni dell’epoca riguardo alla natura dei metalli, in particolare dell’oro. L’autore contesta l’idea comunemente accettata tra i chimici del tempo che un liquido colorato ottenuto per distillazione sia prova definitiva di una vera tintura, poiché questa supposizione “sebbene non sia indegna di uomini notevoli, può, in alcuni casi, ingannarli” - (fr:1080). Egli avanza invece una tesi più audace: anche i corpi più solidi e pesanti possono contribuire alla formazione di fluidi. Afferma infatti “che anche un Liquore, fatto per Distillazione, per quanto volatile tali Liquori possano essere considerati, può in parte consistere di Corpuscoli dei corpi più compatti e ponderosi del Mondo” - (fr:1081, 1082).
Il cuore della testimonianza è un esperimento dettagliato con l’oro. L’autore descrive come, avendo un “Oro Elevato” (probabilmente un composto volatile dell’oro), ne abbia precipitato le particelle metalliche aggiungendo mercurio. L’amalgama risultante è stato poi fuso con borace, permettendo di “recuperare facilmente le sparse Particelle del Metallo Elevato; ridotte in una piccola Massa o Grano di Oro corporale o giallo” - (fr:1083). Questo processo dimostra come particelle d’oro possano essere trasportate in forma volatile da “particelle saline volatili” e successivamente riunite e fissate. L’autore usa questo risultato per giustificare l’ipotesi che in alcuni minerali possa esistere un “Oro volatile” - (fr:1084, 1086), dove particelle d’oro estremamente minute, mescolate a componenti volatili, possano essere sottratte alla fusione tradizionale.
Il testo rivela una tensione tra osservazione sperimentale e teoria chimica dell’epoca. L’autore si distanzia dalle speculazioni eccessive di alcuni scrittori chimici, ma difende la validità di osservazioni che potrebbero essere state “condannate troppo precipitosamente… non perché le loro opinioni non abbiano nulla di vero, ma perché hanno avuto la sfortuna di non essere proposte con sufficiente cautela” - (fr:1085). Un aneddoto supporta questa visione: si racconta di un esperimento in cui dell’oro, dopo essere stato copellato con molto piombo, non solo non migliorò la sua purezza, ma divenne più pallido e, contro ogni aspettativa, “invece di perdere peso, lo aveva considerevolmente aumentato” - (fr:1088). L’autore interpreta questo come prova che particelle di argento volatile presenti nel piombo si siano incorporate nell’oro, fissandovisi.
Sebbene l’autore riconosca che la parte dell’esperimento sulla “Trasmutazione, o almeno Distruzione dell’Oro” richieda ulteriore verifica, si dichiara fiducioso nella parte che dimostra la volatilità e riducibilità dell’oro, avendola “fatta diverse volte” - (fr:1089). Il testo si conclude accennando a un esperimento sui sapori, le cui particolarità sono “applicabili a più dei soli Sapori” - (fr:1090), suggerendo un approccio interconnesso allo studio dei fenomeni naturali. L’opera si configura quindi come una testimonianza storica del pensiero scientifico seicentesco, in cui l’indagine empirica inizia a mettere alla prova le teorie tradizionali, utilizzando un linguaggio in transizione tra alchimia e chimica moderna.
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18 Resoconto sperimentale sulla generazione di una “terra” dalla distillazione ripetuta dell’acqua piovana
Indagini sulla comparsa di una sostanza terrosa bianca durante la ripetuta distillazione dell’acqua piovana, interpretata come possibile trasmutazione della materia.
Il testo presenta un resoconto dettagliato e metodico di un’indagine sperimentale condotta dall’autore e confermata da altri studiosi, riguardante un fenomeno peculiare: la comparsa di una polvere bianca e terrosa dalla distillazione ripetuta dell’acqua piovana. L’autore inizia descrivendo la propria scoperta accidentale: dopo aver ridistillato acqua piovana in un recipiente di vetro pulito, trova sul fondo “more of the like Earth” - (fr:1114) [più di quella stessa Terra]. Questo risultato, ottenuto con cautela utilizzando vetreria nuova per evitare contaminazioni, lo porta a una congettura audace: che la polvere non derivi dalla corrosione del vetro, ma sia il prodotto di una trasmutazione di parti dell’acqua stessa. Egli argomenta che è improbabile che “so infipid a Liquor as Rain-water” - (fr:1115) [un Liquido così insipido come l’acqua piovana] possa, con un calore così moderato, dissolvere il vetro, un materiale che resiste anche a “corrofive Menstruums” - (fr:1115) [Menstrui corrosivi] come l’acqua forte e l’acqua regia.
La prima conferma esterna arriva da un medico esperto, il quale assicura di aver “frequently found such a White Earth, as I mention’d, in distill’d Rain Water” - (fr:1116) [spesso trovato una tale Terra Bianca, come ho menzionato, nell’acqua piovana distillata], anche dopo aver distillato ripetutamente lo stesso lotto d’acqua. Tuttavia, la prova più decisiva e sistematica gli viene fornita da un terzo sperimentatore, descritto come “well vers’d in Chymical matters” - (fr:1117) [ben versato in materie Chimiche]. Questi, spinto dalla curiosità di verificare “how long he could obtain this substance from the Water” - (fr:1118) [per quanto tempo potesse ottenere questa sostanza dall’Acqua], condusse un esperimento estremo: dopo aver liberato l’acqua piovana dalle impurità depositate nella prima distillazione (distinguibili perché spesso colorate), procedette a ridistillarla “neer 200” - (fr:1119) [circa 200] volte in vetri molto puliti. Il risultato fu che il liquido non smise di produrre la terra bianca; anzi, “the Corpufcles of it did appear far more numerous, or at least more conspicuous in the latter Distillation, then in the former” - (fr:1119) [i Corpuscoli di essa apparivano di gran lunga più numerosi, o almeno più visibili nelle distillazioni successive, che nella prima].
L’autore poté così confrontare la polvere ricevuta in dono con la propria. Le analisi comparative rivelarono proprietà fisiche notevoli. Osservata al microscopio, la polvere si mostrava come un ammasso di corpuscoli di estrema piccolezza: “appear’d a White Meal, or heap of Corpufcles so exceeding, not to say unimaginably, small” - (fr:1123) [apparve una Farina Bianca, o un mucchio di Corpuscoli così estremamente, per non dire inimmaginabilmente, piccoli]. Il paragone è reso efficacemente notando che, mescolata con granelli di sabbia, la miscela sembrava “that of Pibble stones, and of the finest Flower” - (fr:1123) [quella di ciottoli e della farina più fine], e che i suoi costituenti erano “as small Particles, as the finest Hair-powder to the naked Eye” - (fr:1124) [Particelle tanto piccole, quanto la più fine cipria a occhio nudo]. In sospensione nell’acqua, la polvere la imbiancava temporaneamente per poi depositarsi sul fondo, comportandosi come una terra insolubile e persistendo “undissolv’d (for ought I could perceive) for some dayes and nights” - (fr:1126) [indissolta (per quanto potessi percepire) per alcuni giorni e notti].
Il significato storico-testimoniale del brano risiede nella sua precisa descrizione di una pratica sperimentale seicentesca, condotta con rigore (uso di vetreria nuova, confronto tra ricercatori, ripetizione ossessiva dell’esperimento) e interpretata attraverso il paradigma alchemico-chimico dell’epoca, che contemplava la trasmutazione degli elementi. L’attenzione meticolosa alla distinzione tra le impurità iniziali dell’acqua e la sostanza bianca generata dal processo, nonché l’uso del microscopio come strumento d’indagine, ne fanno un documento significativo della nascita della metodologia scientifica moderna in un contesto intellettuale ancora permeato da concezioni tradizionali.
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19 Resoconto di un esperimento di distillazione tra olio di vetriolo e spirito di vino
Descrizione dei fenomeni osservati durante la distillazione controllata di due liquidi volatili, con particolare attenzione alla generazione di sostanze dall’odore insolito e alle precauzioni operative necessarie.
Il testo descrive in dettaglio un procedimento di distillazione che coinvolge l’olio di vetriolo e lo spirito di vino, entrambi liquori distillati e volatili. Si sottolinea l’importanza cruciale di una regolazione attenta del fuoco durante l’operazione: “That great саге muft be had in regulating the fire, when once a good part of the Add fpirit, mention’d in the procefs, is come over” - (fr:1201). Un controllo impreciso può portare a due problemi opposti: se il fuoco non viene aumentato, il resto della sostanza difficilmente ascenderà; se viene aumentato anche solo di poco troppo, la materia è “more apt, then one would fufpe<ft,to fwell exceedingly in the Cucurbite, and perhaps run over into the Receiver” - (fr:1202), rovinando il prodotto, come accaduto all’autore quando ha dovuto delegare la gestione del calore.
Nonostante la volatilità dei due componenti, che farebbe presumere una loro unione o almeno una scarsa alterazione durante la distillazione, la loro combinazione produce fenomeni sorprendenti a causa delle loro “very odd Textures in reference to each other” - (fr:1204). Il primo risultato notevole è la produzione di uno spirito dall’odore totalmente nuovo e distintivo. Mentre lo spirito di vino ha un odore non forte né particolarmente gradevole e l’olio di vetriolo moderatamente detlegmato è inodore, lo spirito che per primo viene distillato dalla miscela possiede “a Sent not onely very differing from Fpl rit of Wine, but from all things elfe, tbat» I remember, I ever fmelt” - (fr:1206). Questo odore, giudicato da molti molto fragrante e piacevole, si rivela a volte così sottile da fuoriuscire nonostante le giunzioni sigillate dei vetri, profumando il laboratorio e persistere anche in un recipiente chiuso con tappo e più vesciche. L’autore ipotizza un potenziale uso farmacologico per questo liquido “so noble and piercing” - (fr:1207), basandosi su resoconti di virtù attribuite allo zolfo volatile del vetriolo e su osservazioni personali.
Il secondo fenomeno riguarda invece un drammatico cambiamento nell’odore dei prodotti di distillazione. Dopo lo spirito fragrante e un successivo spirito acido, verso la fine dell’operazione si ottiene un liquido estremamente fetido: “it will ufually… be fucceeded by a Liquor.that is not onely not fragrant, but ftinks so ftrongly of Brim-, ftone, that / have foraetimes known it almoft take away the Breath”* - (fr:1209). Questo contrasto evidenzia, secondo l’autore, quanto gli odori dei corpi dipendano dalla loro texture.
Infine, viene prodotto un terzo tipo di liquido, distinto dai primi due: “a Liquor , that will not mingle either - with the fragrant, or with the fcecid Spirit hitherto defcrib’d” - (fr:1210). Le sue caratteristiche sono opposte a quelle del prodotto fetido, essendo descritto come “so very pleafant, fubtle, and Aromatical, that it is no lefs differing as well from Spirit of Wine, as Oyl of Vitriol” - (fr:1211). L’operazione dimostra quindi la capacità di generare, da due sostanze di partenza relativamente semplici, una serie di prodotti con proprietà sensoriali radicalmente diverse e inaspettate.
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