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Boyle - Sceptical Chymist - ed.1911 | L


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[1.1-60]

1 Il metodo sperimentale di Boyle e la critica all’alchimia

Un’introduzione a “The Sceptical Chymist” che ne colloca il significato storico e metodologico.

Il testo presenta un’introduzione e un’analisi de “The Sceptical Chymist” di Robert Boyle, evidenziandone la portata universale e rivoluzionaria per il pensiero scientifico del Seicento. L’opera non tratta solo questioni chimiche specifiche, ma si pone domande fondamentali sulla natura della materia e del suo cambiamento, domande che l’umanità si pone da millenni: “How are these neverending changes effected?” - (fr:7) [“Come sono effettuati questi cambiamenti senza fine?”] e “How shall we attain to some definite knowledge of nature’s transmutations?” - (fr:10) [“Come potremo raggiungere una conoscenza definita delle trasmutazioni della natura?”].

La risposta di Boyle a questi interrogativi rappresenta il nucleo del suo contributo storico: un rifiuto del metodo deduttivo e intellettualistico in favore dell’indagine empirica. L’autore del testo oppone due approcci: da un lato, “constructing a universe of our own, project that on to external nature” - (fr:11) [“costruire un universo nostro proprio, proiettandolo sulla natura esterna”]; dall’altro, “put away all preconceived opinions, and painfully investigate objective facts” - (fr:11) [“mettere da parte tutte le opinioni preconcette, e investigare penosamente i fatti oggettivi”]. “The Sceptical Chymist” è descritto come una “powerful vindication of that method against the vain conceits of mere intellectualists” - (fr:42) [“potente rivendicazione di quel metodo contro le vane concezioni dei meri intellettualisti”], chiamati da Boyle “hermetick philosophers” - (fr:42) [“filosofi ermetici”].

Per comprendere la portata della sfida di Boyle, il testo delinea il contesto intellettuale dominante a metà del Seicento, ovvero lo schema alchemico. Questo si basava su una “magical conception of the world” - (fr:46) [“concezione magica del mondo”], dove i fatti oggettivi venivano forzati per adattarsi a una teoria costruita a priori. In questo sistema, le impressioni sensoriali “are corrected, not by careful reasoning and accurate experimentation, but by inquiring whether they fit into the scheme of things which has already been elaborated” - (fr:47) [“vengono corrette, non da un ragionamento attento e da una sperimentazione accurata, ma chiedendosi se si adattano allo schema delle cose che è già stato elaborato”]. Un esempio peculiare di questa visione antropomorfa della materia è citato da uno scrittore alchemico del VII secolo: “Copper is like a man ; it has a soul and a body … It is necessary to deprive matter of its qualities in order to draw out its soul” - (fr:51, 54) [“Il rame è come un uomo; ha un’anima e un corpo… È necessario privare la materia delle sue qualità per estrarne l’anima”].

La dottrina centrale attaccata da Boyle è quella dei quattro elementi (terra, aria, fuoco, acqua), che gli alchimisti intendevano non come sostanze tangibili, ma come “the soul, or subtile, imponderable, ethereal substratum of the gross earth, air, fire, and water” - (fr:56) [“l’anima, o il sostrato sottile, imponderabile, etereo della grossolana terra, aria, fuoco e acqua”]. Il testo ne sottolinea l’ambiguità costitutiva, che era alla base del loro successo: “Their indefiniteness was their strength… When a man’s words mean anything, or everything, or nothing… they cover every possible contingency” - (fr:58, 59) [“La loro indefinitezza era la loro forza… Quando le parole di un uomo significano qualsiasi cosa, o tutto, o nulla… coprono ogni possibile contingenza”].

Contro questo sistema, Boyle, definito “a man of genius” - (fr:14) [“un uomo di genio”] in grado di andare “direct to the centre of things” - (fr:15) [“direttamente al centro delle cose”], propone un metodo fondato sull’esperimento e sull’osservazione libera da pregiudizi. La sua opera è quindi più di un trattato di chimica: “it is an elucidation of the true method of scientific inquiry” - (fr:42) [“è una delucidazione del vero metodo dell’indagine scientifica”] e “upholds the claim of scientific method to be also the true method of philosophy” - (fr:43) [“sostiene la pretesa del metodo scientifico di essere anche il vero metodo della filosofia”]. La sua attualità risiede proprio in questa battaglia metodologica universale, che rende il libro “a real, living book for intelligent men and women to-day” - (fr:44) [“un libro reale, vivente per uomini e donne intelligenti oggi”].

Il testo fornisce anche dati biografici essenziali su Boyle (nato a Lismore nel 1627, fondatore e presidente della Royal Society, sepolto nell’Abbazia di Westminster) e informazioni bibliografiche sulla sua opera principale, citando le diverse edizioni in latino (Ginevra 1677, Rotterdam 1679) e in inglese (Oxford, 1680, con una prima edizione datata 1661).


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[2.1-18]

2 Il dibattito tra i Tre Principi e i Quattro Elementi nella chimica del XVII secolo

La critica di Boyle all’oscurità linguistica degli alchimisti e la sua difesa di un metodo sperimentale chiaro.

Il testo tratta della transizione nel pensiero chimico del XVII secolo, evidenziando il ruolo di Paracelsus nel promuovere un approccio basato sull’osservazione della natura. “Nevertheless, Paracelsus gave a great impetus in the right direction to those who seek the truths of nature” - (fr:101) [Tuttavia, Paracelsus diede un grande impulso nella giusta direzione a coloro che cercano le verità della natura]. I suoi successori, gli alchimisti di laboratorio, identificavano tre sostanze di grande utilità pratica: “salt, sulphur, and mercury” - (fr:103) [sale, zolfo e mercurio]. Gradualmente, queste vennero considerate i componenti fondamentali della materia: “the simpler things by the admixture whereof many more complex things are formed” - (fr:104) [le cose più semplici dalla cui mescolanza si formano molte cose più complesse].

Tuttavia, la visione semi-magica della natura portò a distinguere tra le sostanze tangibili e le loro essenze nascoste o “anime” efficaci. Questo portò a un uso ambiguo della terminologia: “they continued to use the ordinary terms, but to attach unutterable meanings to the words salt, sulphur, mercury” - (fr:107) [continuarono a usare i termini ordinari, ma ad attribuire significati inesprimibili alle parole sale, zolfo, mercurio]. L’elevazione di questi concetti a “The Three Principles” - (fr:107) [I Tre Principi] divenne il segno distintivo della nuova scuola paracelsiana, in opposizione ai filosofi ermetici più antichi che rimanevano fedeli ai Quattro Elementi.

Robert Boyle criticò entrambe le scuole per la loro mancanza di chiarezza. La sua obiezione fondamentale era metodologica e linguistica: “Tell me what you mean by your Principles and your Elements,” he cried; “then I can discuss them with you as working instruments for advancing knowledge” - (fr:110) [“Ditemi cosa intendete con i vostri Principi e i vostri Elementi,” gridò; “allora potrò discuterne con voi come strumenti di lavoro per far avanzare la conoscenza”]. Boyle sosteneva la necessità di un’espressione lucida e della distruzione della tirannia delle frasi vaghe, difendendo un metodo basato su risultati sperimentali verificati. Accusava i chimici del suo tempo di “playing with names at pleasure” - (fr:114) [giocare con i nomi a piacimento] e di scrivere in modo oscuro non per la preziosità delle loro nozioni, ma per paura di essere confutati: “They could scarce keep themselves from being confuted,” he exclaims, “but by keeping themselves from being clearly understood” - (fr:116) [“A malapena potevano evitare di essere confutati,” esclama, “se non tenendosi lontani dall’essere chiaramente compresi”]. Il suo appello era per una comunicazione chiara, rifiutando di ringraziare chi “darkens what he should clear up” - (fr:117) [oscura ciò che dovrebbe chiarire].


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[3.1-42]

3 Il Metodo Sperimentale e la Concezione di Elemento in Boyle

La critica di Boyle alla chimica del suo tempo e la ricerca di un metodo fondato sull’evidenza sperimentale.

Il testo analizza il pensiero e il metodo scientifico di Robert Boyle, con particolare attenzione alla sua opera The Sceptical Chymist. Boyle si distingue per una critica radicale ai metodi di indagine naturalistica del suo tempo, che considera infondati e non produttivi: “A method which began at the wrong end could not produce results of any lasting value” - (fr:130) [Un metodo che inizia dalla parte sbagliata non può produrre risultati di alcun valore duraturo]. Egli disprezza i risultati dei suoi contemporanei, paragonando i chimici ai navigatori di Salomone che riportano a casa “not only gold, and silver, and ivory, but apes and peacocks too” - (fr:132) [non solo oro, argento e avorio, ma anche scimmie e pavoni], dove le teorie sono come piume di pavone, appariscenti ma inutili, o come scimmie, apparentemente razionali ma in realtà ridicole.

Boyle non si limita alla critica, ma propone un metodo positivo, basato su istanze particolari, affermazioni definite ed esperimenti accurati (fr:133). Il cuore della sua riflessione scientifica è la ridefinizione del concetto di elemento o principio. Egli lo definisce in modo pragmatico e operativo: “I mean by elements… certain primitive and simple, or perfectly unmingled bodies; which not being made of any other bodies, or of one another, are the ingredients of which all those called perfectly mixt bodies are immediately compounded, and into which they are ultimately resolved” - (fr:136) [Intendo per elementi… certi corpi primitivi e semplici, o perfettamente non mescolati; i quali, non essendo fatti di altri corpi, o l’uno dell’altro, sono gli ingredienti di cui tutti quei cosiddetti corpi perfettamente misti sono immediatamente composti, e nei quali sono alla fine risolti]. La definizione è giudicata “very clear” - (fr:137), ma le manca un criterio sperimentale per determinare se una data sostanza sia effettivamente un elemento (fr:138, fr:152).

Il testo evidenzia la differenza terminologica e concettuale tra “elemento” e “principio”. Boyle preferisce il primo termine perché il secondo “almost necessarily carries with it the theory of the existence of a substratum common to many substances” - (fr:150) [quasi necessariamente porta con sé la teoria dell’esistenza di un substrato comune a molte sostanze], un’essenza immutabile e occulta che Boyle rifiuta con disprezzo, definendola “that sanctuary of the ignorant, occult qualities” - (fr:161) [quel santuario degli ignoranti, le qualità occulte]. Il suo approccio è pragmatico: una sostanza materiale è un gruppo coesistente di proprietà, e l’idea di un substrato immutabile non aggiunge nulla alla conoscenza scientifica (fr:151).

Il metodo scientifico vero e proprio, secondo il testo, consiste nel partire non da ciò che è possibile, ma da ciò che si osserva: “It is now tune to consider not of how many Elements it is possible that nature may compound mixt bodies, but… of how many she doth make them up” - (fr:140) [È ora di considerare non da quanti Elementi sia possibile che la natura componga i corpi misti, ma… da quanti essa effettivamente li costituisca]. Le ipotesi nascono da fatti verificati e servono a collegarli e a indicare nuove linee di ricerca (fr:142); vengono giudicate dai loro frutti (fr:144) e possono essere integrate in teorie più ampie (fr:145). Boyle cercava sempre “the true and fundamental causes” - (fr:146) [le vere e fondamentali cause] dei fenomeni naturali.

Un’idea ricorrente in Boyle è quella della composizione della materia da particelle minutissime in movimento, le cui dimensioni e forme (“the bulk and figure” - fr:163) sono proprietà fondamentali. A volte si avvicina all’idea moderna che materia e moto siano gli unici postulati essenziali per comprendere l’universo materiale (fr:165). Tuttavia, il limite della sua costruzione fu l’assenza di uno strumento sperimentale decisivo, come bilance precise per misurare i cambiamenti di peso (fr:154). La soluzione arrivò un secolo dopo con Lavoisier, che fornì una definizione operativa di elemento come sostanza non scomposta in sostanze più semplici e, soprattutto, associò ad essa il test pratico della pesata: una sostanza è elementare se, da un suo peso determinato, si ottengono altre sostanze il cui peso totale è uguale a quello di partenza (fr:155, fr:156). Questo, unito alla teoria atomistica di Dalton sulle masse relative delle particelle, realizzò il programma abbozzato da Boyle (fr:166).

L’importanza storica di The Sceptical Chymist risiede nella sua insistenza sulla complessità della natura e sulla necessità del dubbio metodico, nel rifiuto di strade facili e di supposizioni non verificate che “stand to reason” - (fr:168) [sono ragionevoli], e nella denuncia dell’oscurantismo delle qualità occulte. Come riassume Boyle stesso, il suo scopo è stato mostrare “that a considering man may very well question the truth of those very suppositions which Chymists as well as Peripateticks, without proving, take for granted” - (fr:170) [che un uomo riflessivo può ben mettere in dubbio la verità di quelle stesse supposizioni che i Chimici così come i Peripatetici, senza provarle, danno per scontate].


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[4.1-23]

4 Prefazione di un trattato chimico-filosofico del Seicento

Introduzione e giustificazione per la pubblicazione di un’opera incompiuta, con una critica metodologica alla chimica del tempo.

Il testo presentato costituisce la prefazione introduttiva a un trattato scientifico, specificamente The Sceptical Chymist di Robert Boyle, come si evince dal rimando diretto al titolo (fr:185, fr:191). L’autore spiega le circostanze della pubblicazione di un’opera maimed and imperfect (fr:181) [zoppa e imperfetta], originata da appunti privati e successivamente ampliata su sollecitazione di dotti. La perdita di alcune carte lo costringe a pubblicare il lavoro nella sua forma attuale, pur sperando che possa ugualmente servire a uno scopo utile (fr:182, fr:183, fr:187).

Il nucleo centrale della prefazione è una severa critica metodologica alla chimica contemporanea. Boyle, pur dichiarandosi a great lover of chymical experiments (fr:189) [grande amatore degli esperimenti chimici], distingue nettamente la pratica sperimentale dalle teorie speculative. Egli contesta la dottrina prevalente dei three hypostatical principles (fr:191) [tre principi ipostatici] – sale, zolfo e mercurio – sostenendo che sia insufficiente a spiegare la complessità dei fenomeni naturali. La sua obiezione principale è che i chimici trascurano lo studio dei motions and figures, of the small parts of matter and the other more catholic and fruitful affections of bodies (fr:190) [movimenti e figure, delle piccole parti della materia e delle altre affezioni più universali e fruttuose dei corpi], privilegiando invece nozioni ristrette.

Un secondo aspetto peculiare è la denuncia dell’opacità e della disonestà nella letteratura chimica coeva. Boyle accusa molti autori di esprimersi in modo obscure, ambiguous, and almost aenigmatical (fr:193) [oscuro, ambiguo e quasi enimmatico], riservando la conoscenza ai soli “figli dell’Arte”. Cita persino un motto alchemico per illustrare questa tendenza: Ubi palam locuti fumus, ibi nihil diximus (fr:194) [Dove abbiamo parlato chiaramente, lì non abbiamo detto nulla]. Inoltre, lamenta la diffusione di esperimenti non verificati, riportati per sentito dire anche da eminent writers, both physitians and philosophers (fr:197) [scrittori eminenti, sia medici che filosofi]. Per ovviare a questo, propone una riforma delle citazioni: abbandonare il vago the chymists say this (fr:198) [i chimici dicono questo] a favore dell’attribuzione specifica a un autore, così da do justice to the inventors or publishers of the true experiments, as well as upon the obtruders of false ones (fr:198) [rendere giustizia agli inventori o ai divulgatori degli esperimenti veri, così come smascherare gli imposti di quelli falsi].

Storicamente, questo testo è una testimonianza fondamentale della transizione dall’alchimia alla chimica moderna. Boyle si colloca come figura sceptica che applica i principi della nascente filosofia meccanicista (con l’attenzione al moto e alla figura delle particelle) alla critica della teoria degli elementi tradizionali. La prefazione funge da manifesto per un approccio più rigoroso, sperimentale e trasparente alla scienza, sottolineando la responsabilità dell’autore nel riferire i dati e l’importanza del controllo critico da parte del lettore. L’opera, pubblicata inizialmente in forma anonima (fr:185), si propone di mettere in guardia gli studiosi dall’accettare teorie non verificate e di fornire agli interessati una raccolta accessibile di esperimenti, presentati in un linguaggio comprensibile anche a un ordinary reader (fr:192) [lettore comune].


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[5.1-74]

5 La difesa metodologica dello scettico e i presupposti di un dialogo scientifico

Prefazione e apertura di un dialogo che delinea l’approccio scettico verso le teorie costituzionali della materia, stabilendo le regole del dibattito e rivendicando un’indagine fondata sull’esperienza.

Il testo, estratto dalla prefazione e dall’inizio de The Sceptical Chymist di Robert Boyle, si presenta come una dichiarazione di metodo e una messa in scena dialettica. L’autore, attraverso la figura di Carneade, definisce i termini di una disputa scientifica sulla natura degli elementi o principi costitutivi dei corpi misti, contrapponendo la dottrina peripatetica dei quattro elementi a quella chimica dei tre principi (zolfo, mercurio, sale).

Il nucleo metodologico è esposto nella difesa dello scetticismo come strumento di indagine. Carneade rivendica il diritto di proporre ipotesi multiple e anche tra loro incoerenti, poiché il suo scopo non è affermare una verità positiva, ma mettere in dubbio le dottrine esistenti: “it is not necessary that all the things a sceptic proposes should be consonant; since it being his work to suggest doubts against the opinion he questions, it is allowable for him to propose two or more several hypotheses about the same thing” - (fr:205). La forza della posizione scettica risiede nel suo carattere negativo: basta una prova incontrovertibile contro una teoria universalmente affermata per invalidarla (“if … any one be irrefragable, that alone is sufficient to overthrow a doctrine which universally asserts what he opposes” - fr:208). L’obiettivo ultimo non è distruggere la chimica, ma costringere i suoi cultori a esprimersi in modo più chiaro e a provare le loro teorie con esperimenti migliori: “to give an occasion and a kind of necessity to the more knowing artists to lay aside a little of their over-great reservedness, and either explicate or prove the chymical theory better” - (fr:224).

Il testo stabilisce con precisione le regole del dibattito che si svolgerà nel dialogo. Si decide di fondare la discussione non su ragionamenti astratti (“dialectical subtleties” - fr:264), paragonati a trucchi da giocoliere (“like the tricks of jugglers” - fr:266), ma sui fenomeni osservati tramite esperimenti: “we unanimously thought the most requisite to be seriously examined” - (fr:256) e “to have recourse to far-fetched and abstracted ratiocinations, to know what are the sensible ingredients of those sensible things” - (fr:267). Viene definito l’oggetto della contesa: per “elementi” o “principi” si intendono “those primitive and simple bodies of which the mixt ones are said to be composed, and into which they are ultimately resolved” - (fr:270). Inoltre, si chiarisce che Carneade non dovrà difendere una tesi propria, ma solo vagliare la solidità delle prove sperimentali addotte dalle due scuole: “my present business doth not oblige me … to assert or deny the truth … but only to shew you that neither of these doctrines hath been satisfactorily proved” - (fr:257).

Un aspetto peculiare è l’attenzione alla decorum retorico e sociale del discorso scientifico. L’autore giustifica lo stile civile e non accademico del dialogo, introdotto tra gentiluomini, sottolineando l’importanza di separare il vigore dell’argomentazione dalla scortesia personale: “a man may be a champion for truth without being an enemy to civility; and may confute an opinion without railing at them that hold it” - (fr:216). Questo impegno per una disputa civile si accompagna a una netta distinzione tra i veri conoscitori dell’arte chimica (gli “adepti”) e i ciarlatani o i semplici praticanti (“laborants”), con la speranza di poter essere istruito dai primi (fr:222). L’autore tiene anche a precisare di non essere un nemico della chimica pratica, alla cui utilità crede fermamente (fr:221, 224, 226).

Storicamente, il testo è una testimonianza cruciale della rivoluzione scientifica del XVII secolo. Incarna il passaggio dall’autorità dei testi (aristotelici o paracelsiani) all’indagine sperimentale e allo scetticismo metodologico. La scelta di ambientare la discussione in un giardino, tra persone colte che si confrontano liberamente, riflette l’ideale della nuova comunità scientifica, che troverà poco dopo istituzionalizzazione nella Royal Society (menzionata in fr:223). La critica non è alla chimica in sé, ma alla sua teoria dominante e alla sua arroganza dogmatica, con l’obiettivo di elevarla a scienza rispettabile attraverso prove più rigorose. Il testo pone le basi per un empirismo critico, in cui il dubbio sistematico e il confronto aperto e civile sui dati sperimentali diventano il motore del progresso della conoscenza naturale.


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[6.1-18]

6 Analisi di un dibattito scientifico sulla teoria degli elementi

Confutazione metodologica delle dottrine elementari tradizionali attraverso l’evidenza sperimentale.

Il testo, estratto da The Sceptical Chymist di Robert Boyle, presenta un dialogo tra Carneade ed Eleuterio, incentrato su una critica sistematica alle teorie degli elementi degli aristotelici e dei chimici. Carneade, assumendo il ruolo dello scettico, contesta l’idea che tutti i corpi misti siano composti da un numero determinato di principi primi (quattro elementi o tre principi chimici) ottenibili per via di analisi col fuoco.

Un concetto peculiare è il metodo scettico e probabilistico applicato alla filosofia naturale. Carneade non nega in via assoluta le teorie avversarie, ma ne mette in dubbio i fondamenti dimostrativi, scegliendo di “for a while suppose than absolutely grant the truth of what I have questioned” - (fr:322) [supporre per un po’ piuttosto che concedere assolutamente la verità di ciò che ho messo in dubbio]. Questo approccio è chiarito quando afferma che il suo scopo non è apparire un “rigid adversary of a cause so weak, that it may with safety be favourably dealt with” - (fr:318) [avversario rigido di una causa così debole, che può essere trattata con favore in tutta sicurezza].

La critica si sviluppa su due assi principali: l’insufficienza e l’inconsistenza dell’analisi per fuoco. In primo luogo, Carneade obietta che esistono corpi da cui non si possono estrarre i quattro elementi, sfidando esplicitamente un peripatetico a “shew us… any one of them extracted out of gold by any degree of fire whatsoever” - (fr:325) [mostrarci… uno qualsiasi di essi estratto dall’oro con qualsiasi grado di fuoco]. Sottolinea che l’oro non è un caso isolato, citando anche “silver and calcined Venetian talc” - (fr:326) [argento e talco veneziano calcinato] come esempi di corpi fissi che resistono a tale analisi. In secondo luogo, evidenzia l’evidenza contraria: alcuni corpi, come il sangue, attraverso la distillazione si risolvono in “five distinct substances, phlegme, spirit, oile, salt, and earth” - (fr:327) [cinque sostanze distinte: flemmo, spirito, olio, sale e terra], un numero superiore ai principi postulati dalle dottrine tradizionali.

Il significato storico del brano è profondo: testimonia la transizione epistemologica dalla filosofia naturale deduttiva alla scienza sperimentale nel XVII secolo. Boyle non attacca solo conclusioni specifiche, ma il metodo stesso di prova, osservando che l’esistenza e il numero degli elementi “is indeed taken for granted by both parties, but has not (for ought I know) been so much as plausibly attempted to be proved by either” - (fr:321) [sono infatti date per scontate da entrambe le parti, ma non sono state (per quanto ne so) neppure plausibilmente tentate di essere provate da nessuna delle due]. La sua proposta alternativa, esposta come prima proposizione, è meccanicistica: immagina la materia universale suddivisa in “little particles of several sizes and shapes variously moved” - (fr:331) [piccole particelle di varie dimensioni e forme mosse in modo vario], anticipando concetti corpuscolari.

Il testo mette in evidenza un’ambiguità strategica nell’argomentazione di Carneade. Egli ammette che terra e acqua sono “the greatest and chief masses of matter” - (fr:316) [le masse di materia più grandi e principali], ma nega che questo implichi necessariamente che siano gli ingredienti costitutivi di ogni corpo misto. La sua confutazione è quindi graduale e metodica, progettata per smantellare le certezze avversarie mostrandone le contraddizioni interne e l’inadeguatezza empirica, piuttosto che per erigere immediatamente un sistema alternativo definitivo.


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[7.1-12]

7 Sostanza e permanenza: la sfida di Boyle ai principi della materia

Un’argomentazione sperimentale a favore di corpuscoli elementari indistruttibili, che mette in discussione le dottrine chimiche e peripatetiche del tempo.

Il testo, estratto da The Sceptical Chymist, presenta un’argomentazione empirica a sostegno dell’idea che possano esistere corpi elementari che mantengono la loro identità attraverso vari processi di combinazione e trasformazione. L’autore, attraverso la figura di Carneade, contesta le prove incerte fornite da peripatetici e chimici sull’esistenza di tali elementi, proponendo invece osservazioni tratte dall’esperienza comune.

L’evidenza centrale è ricavata dal comportamento dell’oro e del mercurio. Si osserva che l’oro può mescolarsi e fondersi con molti altri metalli e minerali, come argento, rame, antimonio e regulus martis, formando composti molto diversi da sé e dagli altri ingredienti: “with which it will compose bodies very differing both from gold, and the other ingredients of the resulting concretes” - (fr:340). Inoltre, può essere ridotto in un liquido apparente da aqua regis e altri menstrui, fino a poter passare attraverso la carta e coagularsi in un sale cristallino, per poi essere sublimato in cristalli rossi. La peculiarità decisiva è che, nonostante tutte queste trasformazioni o “disguises”, l’oro può essere sempre recuperato: “be reduced to the self-same numerical, yellow, fixt, ponderous, and malleable gold it was before” - (fr:342). Lo stesso principio vale per il mercurio, il più volatile dei metalli, che può formare amalgami, precipitati colorati, cinabro, sali solubili e persino sostanze malleabili o vetrose, per essere poi sempre recuperato identico: “we may recover the very same running mercury that was the main ingredient of them” - (fr:344).

Questi fenomeni servono come analogia per sostenere la proposta teorica principale: non è assurdo concepire che “primary masses or clusters” possano rimanere intatte (“undissipated”) all’interno di composti diversi, così come i corpuscoli d’oro e di mercurio, pur essendo essi stessi corpi misti, contribuiscono a formare sostanze diverse senza perdere la loro natura o coesione interna: “without losing their own nature or texture, or having their cohesion violated” - (fr:345).

Eleuterio aggiunge una confutazione all’obiettivo comune mosso agli Aristotelici, secondo cui dai loro quattro elementi potrebbe derivare solo una varietà limitata di corpi composti. Argomenta che, assegnando ai corpuscoli di ciascun elemento una particolare dimensione e forma, e considerando le infinite proporzioni e modi di connessione possibili, si potrebbe comporre “an almost incredible number of variously qualified concretes” - (fr:347). Fa l’esempio del solo ferro, che nelle mani di abili meccanici può dare vita a una moltitudine di macchine diverse. La possibilità di una grande varietà di composti a partire da poche materie prime è ulteriormente confermata dall’osservazione sperimentale dei nuovi concreti risultanti dalla miscela di minerali.

Il significato storico del brano risiede nella sua metodologia: un tentativo di fondare una teoria corpuscolare della materia non su speculazioni astratte, ma su fenomeni chimici osservabili e riproducibili, come le trasformazioni e la recuperabilità di metalli specifici. Boyle utilizza l’esperienza per sfidare sia le dottrine peripatetiche tradizionali sia le affermazioni non verificate degli alchimisti, spostando il dibattito filosofico sulla natura degli elementi verso il terreno dell’evidenza sperimentale.


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[8.1-16]

8 Analisi sperimentale dei limiti del fuoco come strumento analitico

Riflessioni critiche sulle metodologie chimiche di separazione tramite calore, tratte da “The Sceptical Chymist”.

Il testo, un estratto di un trattato scientifico del XVII secolo, esamina criticamente l’uso del fuoco come mezzo universale per l’analisi dei corpi misti, mettendo in dubbio le assunzioni degli alchimisti dell’epoca. L’autore sostiene che il risultato della separazione dipende in modo cruciale dalle condizioni sperimentali, come l’intensità del calore e se l’operazione avvenga in vasi aperti o chiusi. Viene illustrato come la stessa sostanza, sottoposta a diversi gradi di fuoco o in diverse configurazioni, possa produrre risultati radicalmente diversi, suggerendo che il processo non rivela necessariamente i principi elementari costitutivi originari, ma piuttosto crea nuovi composti attraverso la trasformazione della materia.

Un concetto peculiare è che il calore in recipienti chiusi spesso non separa eterogeneità, ma frammenta semplicemente le parti in particelle più piccole e omogenee tra loro: “the heat in close vessels is not wont to make any separation of heterogeneities, but only a comminution of parts, those that rise first being homogeneal with the others, though subdivided into smaller particles” - (fr:374). Per questo, le sublimazioni vengono definite “The pestles of the chymists” - (fr:374). L’importanza delle condizioni è ribadita con forza: “as it is considerable in the analysis of mixt bodies, whether the fire act on them when they are exposed to the open air, or shut up in close vessels, so is the degree of fire, by which the analysis is attempted, of no small moment” - (fr:375).

L’autore fornisce esempi concreti per dimostrare questa dipendenza. La canfora, se bruciata all’aria aperta, produce un “black and unctuous soot” - (fr:373) che non ne ricorda le proprietà originarie, mentre sottoposta a calore gentile in un vaso chiuso, sublima mantenendo la sua bianchezza e natura. Il sangue non fermentato, con un fuoco moderato, si separa solo in flemma e “caput mortuum” - (fr:376), ma quest’ultimo, sotto un fuoco più intenso, produce a sua volta spirito, olio, sale volatile e un altro residuo. Analogamente, il sapone può essere prima unito e poi nuovamente separato nei suoi componenti (olio, acqua, sale, parte terrosa) applicando diversi gradi di calore, e metalli impuri come argento e piombo possono fondersi insieme con un fuoco moderato, ma separarsi con uno più violento.

Un passaggio rilevante riguarda l’analisi del legno. L’autore osserva che i metodi di distillazione comuni in vasi chiusi non riescono a separare un sale volatile secco e cristallino, come invece si ottiene dalla fuliggine prodotta da una combustione aperta e successivamente distillata con fuoco urgente. Il sale volatile della fuliggine è descritto come estremamente volatile, cristallino e con proprietà più simili ai sali animali che a quelli vegetali: “the salt of soot seems to be one of the most volatile bodies in all nature” - (fr:384) e “seems more of kin to the family of animals than to that of vegetable salts” - (fr:384). Questa disparità di risultati a seconda del metodo costituisce una forte obiezione all’idea di un’analisi standardizzata.

Il testo culmina in due obiezioni fondamentali contro il fuoco come analizzatore universale. La prima è proprio la mancanza di un protocollo definito: i chimici avrebbero dovuto “more explicitly and particularly declared by what degree of fire, and in what manner of application of it, they would have us judge a division made by the fire to be a true analysis” - (fr:385). La seconda, e più decisiva, è l’esistenza di corpi misti, come l’oro, da cui nessun grado di fuoco può separare i presunti principi (sale, zolfo, mercurio). L’oro è presentato come un controesempio perfetto: è “so fixt” che, esposto al fuoco, “it does discernably so much as lose of its fixedness or weight, so far is it from being dissipated into those principles” - (fr:388). La citazione finale in latino, “Cuncta adeo miris compagibus hærent” - (fr:388) [Tutte le cose infatti sono tenute insieme da meravigliose connessioni], sintetizza l’idea dell’unità indissolubile di tali sostanze, mettendo in discussione la stessa teoria dei principi elementari separabili.


[9]

[9.1-14]

9 Resoconto sull’argomento scientifico

Una critica metodologica alla teoria dei principi ipostatici, basata sulla resistenza di alcuni corpi all’analisi col fuoco.

Il testo, di natura epistemologica e sperimentale, mette in discussione la capacità del fuoco, impiegato secondo il metodo chimico dell’epoca, di scomporre tutti i corpi nei loro presunti principi elementari o “ipostatici”. L’argomento centrale è che l’inefficacia del fuoco nel separare certi composti non prova l’assenza di principi costitutivi, bensì la tenacia dell’unione tra le loro particelle, operata tanto dall’arte quanto dalla natura.

L’autore inizia citando esempi di sostanze dalle quali i chimici suoi conoscenti non sono riusciti a separare alcun principio tramite il fuoco: il talco veneziano, il lapis ossifragus, il vetro di Moscovia e la sabbia pura e fusibile. Per avvalorare questa resistenza, fa riferimento alla natura del vetro comune, prodotto dalla fusione di sale e terra nelle ceneri di una pianta, eppure considerato dai più “un corpo più indistruttibile dell’oro stesso” - (fr:405). Questo porta alla riflessione fondamentale: se l’artefice può unire saldamente particelle grossolane come quelle delle ceneri, “perché la natura non potrebbe associare in diversi corpi i più minuti corpuscoli elementari che ha a disposizione, in modo così saldo da non permettere che siano separabili dal fuoco?” - (fr:406).

A sostegno di questa tesi, vengono addotti esperimenti su corpi “non fissi” che sfuggono all’analisi. La canfora, sottoposta a calore dolce in un vaso chiuso, sublima integralmente in fiori identici alla sostanza di partenza, senza lasciare residui - (fr:408). Analogamente, lo zolfo comune sublimato in vasi chiusi produce “fiori secchi, che possono essere immediatamente fusi in un corpo della stessa natura di quello che li ha forniti” - (fr:410), mentre all’aria aperta dà invece un acido diverso (olio di zolfo per campanam) - (fr:411). Un altro esperimento, ispirato a Helmont, dimostra che un carbone in un recipiente ermetico “non verrà mai calcinato in cenere, per quanto a lungo sia mantenuto in un fuoco intenso” - (fr:409), calcimando solo una volta esposto all’aria.

Da questi casi l’autore trae una distinzione metodologica cruciale. Alcuni corpi hanno una tale texture che il fuoco può farli “volare via nella forma di fiori o liquidi, prima che il calore possa dimostrarsi capace di dividerli nei loro principi” - (fr:415). In sostanza, il calore necessario a vaporizzarli o sublimarli è inferiore a quello necessario a scindere i loro legami costitutivi. Ne consegue che, in vasi chiusi, per questi corpi “il fuoco non può fare alcuna analisi” - (fr:415), mentre all’aria aperta volano via prima di essere analizzati.

Questo principio vale sia per le combinazioni naturali che per quelle artificiali. L’esempio fornito è il sal ammoniaco fatto dall’arte, in cui il sale comune e quello urinoso sono “così ben mescolati, che sia nel fuoco aperto, sia nei vasi di sublimazione, salgono insieme come un unico sale” - (fr:416), tanto da conservare la sua natura composta “dopo la nona sublimazione” - (fr:417). La conclusione è radicale e generalizzante: l’autore afferma di non conoscere “pressoché alcun minerale dal quale, con il solo fuoco, i chimici siano soliti separare una sostanza abbastanza semplice da meritare il nome di elemento o principio” - (fr:418). Il testo si configura quindi come una testimonianza storica dello scetticismo metodologico nella chimica del XVII secolo, che sfida la dottrina tradizionale dei principi ipostatici evidenziando i limiti dello strumento analitico principale dell’epoca, il fuoco, e ponendo le basi per una riflessione più sofisticata sulla natura dei legami chimici e sulla complessità della materia.


[10]

[10.1-10]

10 Sostanza combustibile dall’antimonio e dubbi sulla composizione dello zolfo

Analisi sperimentale sulla generazione di uno zolfo combustibile dall’antimonio e discussione critica sulle teorie chimiche contemporanee.

Il testo descrive una serie di esperimenti volti a estrarre una sostanza sulfurea dall’antimonio, caratterizzandone le proprietà e mettendo in discussione le teorie correnti sulla composizione dello zolfo. L’elemento centrale è una sostanza gialla e infiammabile ottenuta trattando l’antimonio con olio di vetriolo (acido solforico) o con spirito di nitro (acido nitrico). Di questa si sottolinea la perfetta infiammabilità: “had the perfect inflammability of common brimstone, and would immediately kindle (at the flame of a candle) and burn blue like it” - (fr:429) [aveva la perfetta infiammabilità del comune zolfo, e si accendeva immediatamente (alla fiamma di una candela) e bruciava blu come esso]. Una peculiarità osservata è la sua capacità di riaccendersi più volte: “it would be rekindled and burn a pretty while, not only after the second, but after the third or fourth accension” - (fr:431) [poteva essere riaccesa e bruciava per un bel po’, non solo dopo la seconda, ma dopo la terza o quarta accensione].

L’autore affronta poi una questione teorica sollevata da “Eleutherius”: se lo zolfo ottenuto derivi da uno zolfo venereo (metallico) già latente nel liquore acido o sia un composto formato dalle parti unguose dell’antimonio e da quelle saline del vetriolo, in accordo con l’idea che “sulphur to be nothing but a mixture made in the bowels of the earth of vitriolate spirits and a certain combustible substance” - (fr:432) [lo zolfo non sia altro che una miscela formatasi nelle viscere della terra da spiriti vitriolati e una certa sostanza combustibile]. Entrambe le ipotesi vengono confutate. La prima perché la quantità di zolfo prodotta è “much too great to have been latent in the oil of vitriol” - (fr:433) [di gran lunga troppo grande per essere stata latente nell’olio di vetriolo]. La seconda perché si dimostra che gli spiriti vitriolati non sono necessari, avendo ottenuto lo stesso risultato “by the bare distillation of only spirit of nitre, from its weight of crude antimony” - (fr:435) [con la semplice distillazione del solo spirito di nitro, dal suo peso di antimonio grezzo]. Il prodotto così ottenuto è presentato come un candidato al rango di elemento tanto quanto qualsiasi altro separato dai minerali col fuoco dai chimici.

In chiusura, viene brevemente descritto un esperimento impertinente ma non irrilevante: la separazione dei componenti del sal ammoniaco (cloruro d’ammonio) senza fuoco, semplicemente trattandolo con una soluzione di sale di tartaro (carbonato di potassio). L’alcali fissa il sale marino, liberando il volatile sale urinoso (ammoniaca): “the sea salt… is mortified and made more fixt, and thereby a divorce is made between it and the volatile urinous salt, which being at once set at liberty, and put into motion, begins presently to fly away” - (fr:437) [il sale marino… è mortificato e reso più fisso, e così si provoca un divorzio tra esso e il volatile sale urinoso, che, essendo una volta liberato e messo in movimento, comincia subito a volare via]. Riscaldando moderatamente, questi vapori possono essere raccolti in un spirito penetrante.


[11]

[11.1-11]

11 Analisi sperimentale sulla capacità separativa del freddo in liquidi complessi

Un’indagine critica sull’azione del freddo estremo come potenziale agente di separazione dei componenti di vino, birra e decotti.

Il testo costituisce un resoconto sperimentale e storico volto a verificare l’ipotesi che il freddo intenso possa agire come principio analitico, separando le parti costituenti di liquidi complessi come vini, birre e decotti vegetali. L’autore si mostra inizialmente scettico, dichiarando: “But I dare not Eleu. lay much weight upon this process, because I have found that if it were true, it would be but seldom practicable in this countrey upon the best wine” - (fr:508-509) [Ma non oso, Eleuterio, dare molto peso a questo procedimento, perché ho scoperto che, se fosse vero, sarebbe raramente praticabile in questo paese col vino migliore]. Le prove dirette dell’autore con il “sack” (un tipo di vino liquoroso) e altri liquidi come urina e latte, anche durante inverni rigidissimi, non hanno prodotto la separazione attesa, congelandosi in blocco: “I could freeze little more than the surface of it… I have sometimes… frozen severally, red-wine, urine and milk, but could not observe the expected separation” - (fr:509-510) [riuscii a congelare poco più della sua superficie… a volte ho… congelato separatamente vino rosso, urina e latte, ma non ho potuto osservare la separazione prevista].

Un’eccezione cruciale è rappresentata dalla testimonianza storica degli esploratori olandesi costretti a svernare a Nova Zembla nel Il loro resoconto, citato ampiamente, descrive un chiaro fenomeno separativo nella birra congelata: “in that thick yeast that was unfrozen, lay the strength of the beer, so that it was too strong to drink alone, and that which was frozen tasted like water” - (fr:517) [in quel denso lievito che non era congelato, risiedeva la forza della birra, tanto che era troppo forte per berla da sola, e quella parte che era congelata aveva sapore d’acqua]. Questo episodio viene contrapposto al comportamento del loro “sack”, che, sebbene congelato “very hard” [durissimo], non mostrò una simile divisione in componenti distinti, implicando che il processo non è universale: “they imply not, that their sack was divided by the frost into differing substances, after such manner as their beer had been” - (fr:512) [sottointendono che il loro sack non fu diviso dal gelo in sostanze diverse, nella maniera in cui lo era stata la loro birra].

L’autore ipotizza quindi che l’efficacia separativa del freddo dipenda dall’intimità dell’unione tra i componenti. Per dimostrare che il freddo può talvolta “congregare homogenea, et heteroghnea segregare” - (fr:514) [congregare le parti omogenee e segregare le eterogenee], descrive un esperimento con un decotto di una pianta ricca di parti sulfuree e spiritose. Esposto al gelo, il decotto si separò: le parti acquose divennero ghiaccio, mentre quelle spiritose e colorate si concentrarono al centro, ancora liquide. La spiegazione offerta è che in questo decotto le parti erano solo “so slightly (blended rather than) united” [così debolmente (mescolate piuttosto che) unite] da essere facilmente separabili da un freddo che non avrebbe diviso vino o urina, i cui componenti sono “more intimately associated” [associati in modo più intimo] per fermentazione o digestione.

Un dato peculiare emerge da un ulteriore esperimento dell’autore sulla birra: osservò che dal collo dei recipienti usciva “a certain thick substance… which, by its colour and consistence seemed manifestly enough to be yeast” - (fr:518) [una certa sostanza spessa… che, per colore e consistenza, sembrava abbastanza chiaramente essere lievito]. Questo lo sorprende, poiché la birra non era nuova, suggerendo una complessità nel comportamento dei costituenti sotto stress da freddo. Tuttavia, l’autore conclude con cautela metodologica, scegliendo di non insistere sul proprio esperimento col decotto, “not only because, having made it but once I may possibly have been mistaken in it; but also (and that principally) because of that much more full and eminent experiment… made… by the forementioned Dutchmen” - (fr:515) [non solo perché, avendolo fatto una sola volta, potrei essermi sbagliato; ma anche (e principalmente) a causa di quell’esperimento molto più completo ed eminente… condotto… dai suddetti olandesi]. Il valore del testo risiede in questa duplice natura: è sia una testimonianza storica diretta (il viaggio artico) sia un resoconto di sperimentazione controllata, entrambi utilizzati per interrogare criticamente una teoria chimica del tempo.


[12]

[12.1-21]

12 La trasmutazione dell’acqua in materia vegetale: esperimenti del XVII secolo

Resoconto di esperimenti empirici volti a dimostrare che la massa delle piante deriva principalmente dall’acqua, non dalla terra.

Il testo, un estratto da un trattato scientifico del XVII secolo, presenta una serie di esperimenti meticolosamente documentati per indagare l’origine della materia vegetale. L’autore si rivolge a un interlocutore di nome Eleutherius, adottando un tono confidenziale e dichiaratamente sincero: “But to deal candidly with you, Eleutherius, I must not conceal from you…” - (fr:535). La narrazione procede attraverso resoconti di prima mano e la citazione di fonti dirette, come il giardiniere che fornisce dati ponderati.

L’elemento peculiare centrale è la tesi paradossale, secondo la quale il corpo principale di una pianta non si forma dalla terra, ma da acqua “trasmutata”. Un esperimento con cetrioli mostra che, mentre la pianta pesava dieci libbre e mezza, la terra nel vaso, essiccata con cura, “wanted a pound and a halfe of what it was formerly” - (fr:536). L’autore attribuisce questa modesta perdita non alla pianta, ma a polvere dispersa durante la manipolazione, concludendo che “the main body of the plant consisted of transmuted water” - (fr:539). Per rendere l’evidenza più “vistosa” (conspicuous), propone in futuro di usare più semi nello stesso vaso (fr:543).

La metodologia è adattabile: per chi non ha un giardino, vengono descritti esperimenti “più brevi ed espeditivi” in camera (fr:544). Qui, talee di menta, maggiorana e altre erbe vengono fatte radicare e crescere solo in acqua di sorgente, in vasi di vetro trasparenti che offrono uno “spectacle not unpleasant to behold” - (fr:545). La distillazione successiva di una di queste piante, nutrita solo d’acqua, produce gli stessi componenti (flema, spirito, olio, caput mortuum) di una pianta normale, dimostrando che l’acqua può essere trasformata in tutte le sostanze vegetali (fr:547).

L’autore riconosce che il proprio lavoro potrebbe essere superfluo di fronte all’esperimento quinquennale di Jan Baptista van Helmont, da lui citato come fonte autorevole nonostante la sua reputazione controversa (fr:550). Helmont fece crescere un salice di 5 libbre in 200 libbre di terra essiccata, annaffiandolo solo con acqua piovana. Dopo cinque anni, l’albero pesava circa 169 libbre, mentre la terra aveva perso solo 2 once: “so that 164 pound of the roots, wood, and bark, which constituted the tree, seem to have sprung from the water” - (fr:554). Questo dato quantitativo, enorme rispetto alle perdite di terra, costituisce la prova più forte a sostegno della tesi.

Il significato storico del testo risiede nella sua testimonianza del metodo sperimentale nascente. Si osserva un rigore nella misurazione (pesi precisi in libbre e once), nella procedura (essiccazione ripetuta della terra per verificarne la completa asciuttezza (fr:536, 537)) e nella replicazione degli esperimenti. Tuttavia, permangono elementi di precauzione epistemologica: l’autore ammette di non poter insistere su un esperimento con zucche perché ha perso i dati specifici (fr:540), e difende Helmont pur riconoscendo che alcune sue opere contengono “extravagancies and untruths” - (fr:550). L’uso di termini come “transmuted water” e la discussione sull’acqua piovana come “a kind of Travo-wc/opa” (forse una corruzione di “trapeza uδωρ”, acqua raccolta?) impregnata di sostanze spirituali (fr:548), mostrano un pensiero in transizione tra alchimia e chimica, dove l’acqua non è un elemento passivo ma un principio attivo di trasformazione.


[13]

[13.1-12]

13 Una critica seicentesca alle teorie della mistione e degli elementi

Carneade espone a Eleuterio la sua ipotesi alternativa sulla natura della composizione dei corpi, mettendo in discussione sia la dottrina peripatetica che quella alchemica.

Il discorso, tratto da The Sceptical Chymist, si apre con una presa di distanza dalle teorie dominanti sulla mistione. L’autore dichiara di non aderire pienamente né alla visione degli antichi filosofi e alchimisti, che postulano un numero di corpi primigeni che si uniscono e separano intatti, né a quella aristotelica. Propone invece la sua idea come un’ipotesi da esaminare, non come un’assenzione definitiva. Il suo obiettivo è dimostrare che le operazioni chimiche comuni, in particolare l’uso del fuoco, non provano necessariamente che gli ingredienti di un corpo misto conservino intatta la loro natura originaria e siano sempre recuperabili tali e quali: “I am inclined to differ not only from the Aristotelians, but from the old philosophers and the chymists, about the nature of mistion” - (fr:649).

Definisce quindi la mistione in generale come “an union per minima of any two or more bodies of differing denominations” - (fr:651), portando come esempi il vetro dalla fusione di cenere e sabbia, o lo zucchero disciolto in acqua e vino. Subito dopo precisa però che da questa nozione generale non è logicamente deducibile che gli ingredienti debbano sempre conservarsi distinti e recuperabili, negando che questo sia provato universalmente dagli esperimenti chimici: “it does not appear clearly comprehended, that the miscibilia or ingredients do in their small parts so retain their nature… I am not convinced that it will hold in all or even in most” - (fr:652). A supporto, cita casi di mistioni durevoli tra corpi non elementari, come la lega tra oro e argento o rame nelle monete.

La base teorica della sua ipotesi poggia su due considerazioni fondamentali. La prima è l’ammissione di una “one universal matter of things” - (fr:654), la materia prima, le cui porzioni differiscono tra loro solo per qualità o accidenti. La seconda è l’osservazione meccanicistica della coesione tra le particelle: i corpi coesistono per contatto e riposo, ma è possibile che particelle di un altro corpo si insinuino tra di esse o vi aderiscano più fortemente, alterando l’assetto originario.

Da qui sviluppa una distinzione cruciale tra due tipi di scenari. Nel primo, gli aggregati di particelle (clusters) sono così coerenti che, pur formando un composto diverso, possono essere separati recuperando gli ingredienti intatti, come l’oro e l’argento uniti e poi separati con l’acqua forte: “each of the little masses or clusters may so retain its own nature, as to be again separable, such as it was before” - (fr:656). Nel secondo scenario, più radicale, le particelle di ingredienti diversi si combinano tra loro più strettamente di quanto non facessero con le loro simili. In questo processo, perdono gli accidenti che definivano la loro natura precedente, generando un nuovo corpo unitario e distinto: “each of them really ceases to be a corpuscle of the same denomination it was before… this concretion is really endowed with its own distinct qualities” - (fr:659). Questo nuovo corpo non può essere scomposto negli stessi corpuscoli originari, così come questi ultimi non potevano essere ulteriormente suddivisi.

L’esempio pratico fornito da Eleuterio illustra proprio la complessità del fenomeno. Dalla dissoluzione del rame nell’acqua forte si ottiene un vetriolo con qualità nuove. Tuttavia, distillandolo, si liberano fumi nitrosi che sembrano conservare la natura dello spirito iniziale, mentre il residuo è chiaramente rame. Questo caso sembra quindi appartenere al primo scenario, ma serve a dimostrare la necessità di un’indagine empirica attenta, senza generalizzazioni aprioristiche sulla sempre perfetta conservazione degli ingredienti nelle mistioni.


[14]

[14.1-14]

14 Analisi di un esperimento chimico sulla natura degli spiriti

Separazione e caratterizzazione di due spiriti distinti ottenuti dal legno di bosso, con implicazioni per la teoria dei principi chimici.

Il resoconto descrive un esperimento in cui l’autore ha distillato un liquore dal legno di bosso (box), ottenendo uno “spirito doppio”. Successivamente, ha separato da questo due sostanze distinte: uno spirito acido e uno spirito semplice, di natura diversa. L’operazione chiave è stata la separazione dell’ingrediente acido facendo reagire il liquore distillato con i coralli: “having gently abstracted the liquor from the corals, there came over a spirit of a strong smell, and of a taste very piercing but without any sowrness” - (fr:775) [avendo delicatamente separato il liquore dai coralli, ne è venuto fuori uno spirito dall’odore forte e dal sapore molto penetrante ma senza alcuna acidità]. Questo spirito ottenuto si è rivelato “manifestly different, not only from a spirit of vinegar, but from some spirit of the same wood, that I purposely kept by me without depriving it of its acid ingredient” - (fr:775) [manifestamente diverso, non solo da uno spirito di aceto, ma da uno spirito dello stesso legno, che avevo tenuto appositamente senza privarlo del suo ingrediente acido].

Per dimostrare la differenza fondamentale tra i due spiriti, vengono elencate diverse prove sperimentali. Lo spirito acido di bosso scioglie i coralli e reagisce violentemente con il sale di tartaro, mentre l’altro no: “the sowre spirit of box, not only would… dissolve corals, which the other would not fasten on, but being poured upon salt of tartar would immediately boyle and hiss, whereas the other would lye quietly upon it” - (fr:777) [lo spirito acido di bosso, non solo… scioglieva i coralli, sui quali l’altro non agiva, ma versato sul sale di tartaro bolliva e sfrigolava immediatamente, mentre l’altro vi rimaneva quietamente sopra]. Ulteriori test con il minio, lo sciroppo di viole e l’infuso di legno nefritico confermano le proprietà chimiche distinte. In particolare, lo spirito acido trasforma il minio in zucchero di piombo e vira al rosso lo sciroppo di viole, mentre lo spirito semplice non compie queste trasformazioni e, anzi, nel test con le viole “seemed rather to dilute than otherwise alter the colour” - (fr:778) [sembrava piuttosto diluire che alterare il colore].

L’esperimento ha anche una conseguenza teorica rilevante. L’autore osserva che lo spirito semplice di bosso, se considerato salino per il suo sapore forte, rappresenterebbe “a new kind of saline bodies” - (fr:782) [un nuovo tipo di corpi salini]. La sua peculiarità è quella di accordarsi sia con i sali acidi che con quelli alcalini, a differenza delle tre classi di sali allora riconosciute (acidi, alcalini e sulfurei), che non sono in rapporto amichevole tra loro: “the simple spirit of box did agree very well… both with the acid and the other salts” - (fr:783) [lo spirito semplice di bosso si accordava molto bene… sia con gli acidi che con gli altri sali]. Questo è dimostrato dal fatto che non reagisce con effervescenza né con il sale di tartaro né, sorprendentemente, con l’olio di vetriolo: “the mingling of oyle of vitriol itself produce any hissing or effervescence” - (fr:784) [la mescolanza con l’olio di vetriolo stesso non produceva alcun sibilo o effervescenza].

Il significato storico e metodologico dell’esperimento è duplice. In primo luogo, fornisce un metodo pratico per preparare nuovi spiriti con proprietà potenti e potenzialmente utili in medicina: “it teaches us a method, whereby we may prepare a numerous sort of new spirits… manifestly endowed with peculiar and powerful qualities” - (fr:785). In secondo luogo, e più crucialmente, fornisce evidenza sperimentale contro la dottrina chimica tradizionale dei principi. L’autore deduce infatti che molti corpi composti possono essere risolti in almeno quattro sostanze distinte, che meritano il nome di “principi” tanto quanto quelle dei chimici: “there are divers compound bodies, which may be resolved into four such differing substances, as may as well merit the name of principles, as those to which the chymists freely give it” - (fr:788). L’esperimento, quindi, non è solo una testimonianza di abile indagine sperimentale, ma un argomento concreto a sostegno di una visione più complessa e sfumata della composizione della materia.


[15]

[15.1-22]

15 Critica della nomenclatura alchemica e dell’oscurità del discorso scientifico

Un attacco metodologico contro l’uso ambiguo e volutamente oscuro del linguaggio da parte degli alchimisti, visto come un ostacolo alla vera conoscenza filosofica della natura.

Il testo, tratto da The Sceptical Chymist, costituisce una critica serrata alla pratica linguistica e metodologica degli alchimisti, rappresentati da autori come Raymund Lully e Paracelsus. Il nucleo del argomento si concentra sull’abuso della terminologia e sull’oscuramento volontario del discorso, identificati come impedimenti fondamentali alla filosofia naturale. Viene rimarcato che gli scrittori alchemici “abuse the termes they employ” (fr:794), attribuendo nomi diversi alla stessa sostanza (ad esempio, chiamandola a volte “the sulphur” e a volte “the mercury of a body”) e utilizzando molteplici nomi per una singola cosa. Questa confusione rende inafferrabile il significato stesso dei loro principi costitutivi, al punto che “the descriptions they give us of that principle… are so intricate” che persino i loro commentatori “are fain to confess that they know not what to make of it” (fr:795).

L’oscurità è interpretata non come una necessità, ma come un vizio deliberato. Eleutherius ipotizza che gli alchimisti adottino “hard words and equivocal expressions” o per “make themselves to be admired” e rendere la loro arte “more venerable and mysterious”, o per “conceal… a knowledge themselves judge inestimable” (fr:796). Carneades, voce principale della critica, respinge queste giustificazioni. Afferma che la maggior parte degli uomini colti, di fronte a testi incomprensibili, giudicherà la colpa dello scrittore, non propria (fr:798). Sospetta anzi che la ragione principale dell’oscurità sia che gli alchimisti stessi non possiedono “clear and distinct notions” dei propri principi e quindi “cannot write otherwise than confusedly of what they but confusedly apprehend” (fr:801). In un passaggio particolarmente severo, suggerisce che scrivano oscuramente “because they fear that if they were explained, men would discern, that they are far from being precious” (fr:800).

Viene stabilita una gerarchia di merito nella comunicazione: mentre si potrebbe tollerare un linguaggio enigmatico per “the preparation of their elixir, and some few other grand arcana”, tale approccio è “not to be endured” quando si pretende di insegnare i “general principles of natural philosophers” (fr:802). In quest’ultimo campo, l’obiettivo è “the naked knowledge of the truth”, e chi non si sforza di rendere intelligibili le proprie nozioni, ma le oscura con “mystical termes, and ambiguous phrases”, aggiunge inutilmente “the trouble of guessing at the sence” a quello di “examining the truth” (fr:803). Si sottolinea che si potrebbe scrivere in modo chiaro sui principi generali dei corpi misti senza per questo rivelare i segreti della “great work” (fr:804).

La critica si estende alle conseguenze sociali di questa pratica. L’oscurità permette a questi scrittori di asserire ciò che vogliono “with as little danger of being confuted as of being understood”, acquisendo così una fama fraudolenta a spese dei lettori (fr:811). Gli intelligenti li ignorano, mentre gli ignoranti e creduli “are forward to admire most what they least understand” (fr:811). La soluzione proposta è un’azione collettiva degli uomini giudiziosi: scrivendo in modo chiaro e piano, si priverebbero questi autori della loro arma principale, riducendoli “either to write nothing, or books that may teach us something” (fr:812).

Eleutherius solleva un’ultima obiezione a difesa degli alchimisti: essendo gli artefici di nuove sostanze ottenute per via analitica, ad essi, come ai genitori con i figli o agli inventori, spetterebbe il diritto di imporre i nomi (fr:813-814). Carneades replica con una distinzione fondamentale che riassume l’intero spirito della critica: “there is great difference betwixt the being able to make experiments, and the being able to give a philosophical account of them” (fr:815). Il saper fare non implica automaticamente il saper spiegare in modo razionale e comprensibile, e quest’ultimo è il compito proprio della filosofia naturale. Il testo si conclude quindi affermando la priorità dell’esame della natura delle sostanze stesse (“the consideration of the things themselves”) rispetto ai nomi arbitrariamente attribuiti (fr:807), e della verità su ciò che le cose sono rispetto a “what men have thought of things” (fr:808).


[16]

[16.1-21]

16 La critica sperimentale ai principi chimici

Un’analisi metodologica che contesta la validità universale dei tria prima (sale, zolfo, mercurio) come elementi costitutivi di tutti i corpi misti, basandosi sull’osservazione e sulla coerenza logica.

Il testo, estratto da The Sceptical Chymist, presenta una critica sistematica alla dottrina chimica dei suoi tempi, che identificava in sale, zolfo e mercurio i principi universali di tutti i corpi. L’autore contesta questa visione partendo da un’osservazione fondamentale: i prodotti ottenuti dalla distillazione o risoluzione chimica dei corpi non sono sostanze pure e semplici. Egli sottolinea come, ad esempio, la “flema e la terra morta” incontrate nelle risoluzioni chimiche pongano un dilemma insormontabile agli assertori dei tria prima: o si ammette che anche queste sono composte dai tre principi, contro l’evidenza empirica che non se ne può separare alcuno, “or else they must confess that two of the vastest bodies here below, earth and water, are neither of them composed of the tria prima” - (fr:889). Ciò dimostrerebbe che i tre principi non sono gli ingredienti universali e adeguati né di tutti i corpi sublunari, né di tutti i corpi misti.

L’autore riconosce la difesa dei chimici, i quali sostengono che, così come gli elementi aristotelici non sono mai trovati puri, è lecito chiamare “principi” i prodotti delle loro analisi, basandosi sulla predominanza di una sostanza. “Nor shall I deny, that this argument of the chymists is no ill one against the Aristotelians” - (fr:891). Tuttavia, egli precisa che la propria critica è rivolta sia contro gli elementi peripatetici che contro i principi chimici, e che per lui un vero principio deve essere perfettamente omogeneo e non ulteriormente scomponibile: “I must not look upon any body as a true principle or element, but as yet compounded, which is not perfectly homogeneous” - (fr:892). Chiamare un corpo “sale” solo perché in esso predomina un principio omonimo è di per sé un’ammissione che si tratta ancora di un corpo composto: “that itself is an acknowledgment of what I contend for; namely that these productions of the fire are yet compounded bodies” - (fr:893).

Il nucleo della critica è metodologico: l’autore contesta la validità dell’appello all’esperienza fatto dai chimici. Se questi, per dimostrare l’esistenza dei principi semplici, devono ricorrere a ragionamenti astratti e non alla dimostrazione sensibile, allora vengono meno alle loro stesse promesse. “And if they pretend by reason to evince what they affirm, what becomes of their confident boasts, that the chymist… can convince our eyes, by manifestly shewing in any mixt body those simple substances he teaches them to be composed of?” - (fr:896). Ciò lo solleva dall’obbligo di esaminare prove non sperimentali: “so it releases me from the obligation to prosecute a dispute wherein I am not engaged to examine any but experimental proofs” - (fr:897).

L’autore respinge anche l’argomento dell’analogia tra i prodotti della distillazione e i principi nominati. La questione non è se si ottengano sostanze con qualche somiglianza esteriore con lo zolfo o il mercurio, ma se tutti i corpi misti siano composti da un numero determinato di corpi primari non misti. “For, if you keep the state of the question in your eye, you’l easily discerne that there is much of what should be demonstrated, left unproved by those chymical experiments we are examining” - (fr:902). Inoltre, osserva che i chimici stessi rifiutano analogie simili quando non convengono, come nel non considerare la fiamma come puro elemento fuoco o le ceneri come pura terra elementare.

Alla fine, l’autore delinea ciò che le “anatomie chimiche” possono realisticamente provare: che alcuni corpi misti, in determinate condizioni, possono essere scomposti dal fuoco in diverse sostanze, principalmente distinguibili per consistenza: una sostanza fissa, parzialmente salina e insipida, un liquido untuoso e uno o più liquidi non untuosi ma dal sapore manifesto. “So that out of most of them may be obtained a fixt substance partly saline, and partly insipid, an unctuous liquor, and another liquor or more that without being unctuous have a manifest taste” - (fr:906). Se i chimici vogliono chiamare queste sostanze sale, zolfo e mercurio per convenzione, non vi è obiezione. Ma se affermano che si tratta dei semplici e primari costituenti preesistenti in ogni corpo, e che sono puri e omogenei, allora l’autore si riserva di dubitare, preferendo credere ai propri sensi e alle confessioni degli stessi chimici piuttosto che alle loro semplici asserzioni: “they must give me leave to believe my own senses; and their own confessions, before their bare assertions” - (fr:908).


[17]

[17.1-46]

17 Critica della dottrina chimica tradizionale sui principi costitutivi

Un esame scettico delle pretese di semplicità e identità dei “principi” salino, sulfureo e mercuriale estratti dai corpi.

Il testo, tratto da The Sceptical Chymist, presenta una critica metodologica e sperimentale alla dottrina chimica del tempo, che postulava che i corpi fossero composti da un numero limitato di principi elementari identici (sale, zolfo e mercurio). L’argomentazione, condotta attraverso la voce di Carneade, si concentra sull’evidenza sperimentale della diversità e complessità delle sostanze ottenute dalle operazioni chimiche, minando alla base l’idea di una semplicità e uniformità di tali principi.

La critica prende le mosse dalla constatazione che la sapidità, attribuita al principio salino, non è una proprietà esclusiva di esso. Si osserva infatti che “not only the spirits of vegetables and animals, but their oyles are very strongly tasted” - (fr:916). Anzi, gli oli chimici purificati non perdono mai completamente il sapore, il che porta a dubitare che la sola presenza del gusto dimostri il predominio, o addirittura la presenza, del principio salino: “the proof chymists confidently give us of a bodies being saline, is so far from demonstrating the predominancy, that it does not clearly evince so much as the presence of the saline principle in it” - (fr:917).

L’analisi procede esaminando in dettaglio la disparità all’interno di ciascuna classe di principi. Per quanto riguarda i sali, si contesta l’idea che siano tutti identici come “drops of pure and simple water” - (fr:920). Vengono portati esempi di differenze: i sali alcalini fissi di piante diverse sono attribuiti a virtù medicinali specifiche (wormwood, eyebright, guaiaco) (fr:921-922); il sale fisso di tabacco si cristallizza in forma figurata, a differenza della maggior parte degli alcali (fr:925); esiste una differenza macroscopica tra sali fissi vegetali e sali volatili animali, questi ultimi estremamente fugaci (fr:926). La diversità è osservabile persino nella forma cristallina: il sale di corno di cervo tende a formare parallelepipedi, mentre quello di sangue umano rombi (fr:929). Esperimenti di reazione, come quello tra il sublimato corrosivo e i sali fissi o volatili del legno (che producono precipitati di colore diverso), dimostrano visivamente la loro natura differente (fr:938). Si arriva a estrarre dallo stesso corpo, l’urina, “three differing and visible salts”: uno volatile, uno fisso e uno a metà strada, simile al sale ammoniaco (fr:934-935). Questa coesistenza di sali di natura contraria nello stesso corpo è una prova schiacciante contro la loro elementarità.

Una disparità altrettanto marcata si riscontra nei solfuri o oli chimici. Questi trattengono fortemente le caratteristiche del corpo di origine: “they seem to be but the material crasis (if I may so speak) of their concretes” - (fr:942). Le loro proprietà fisiche variano notevolmente: alcuni affondano in acqua (cannella, chiodi di garofano), altri galleggiano (noce moscata) (fr:944); l’olio di rose può presentarsi come un burro bianco sulla superficie dell’acqua (fr:945); l’olio di semi di anice e quello d’oliva possono coagularsi spontaneamente (fr:946-947). È possibile estrarre dallo stesso vegetale oli di natura ovviamente diversa, come dimostra l’esperimento con i semi di anice: un primo olio volatile e aromatico, che coagula in burro bianco, e un secondo olio empireumatico, scuro e dall’odore di fuoco, ottenuto con un calore più violento (fr:951-954).

Infine, si critica l’abitudine dei chimici di chiamare “zolfo” anche le tinture estratte con spirito di vino. L’argomento è che lo spirito di vino, considerato esso stesso sulfureo, dovrebbe estrarre solo lo zolfo. Tuttavia, le tinture (o estratti) di vegetali diversi possiedono proprietà medicinali molto differenti (fr:958). Ciò dimostra che lo spirito di vino non seleziona un principio puro, ma “has dissolved… the finer parts of the concrete (without making any nice distinction…)”, producendo un composto complesso che contiene parti di diversa natura (fr:960). Questo rappresenta un ulteriore abuso terminologico e concettuale.

Il significato storico del brano risiede nella sua collocazione nel dibattito scientifico del XVII secolo, che vide il superamento della teoria dei tre principi paracelsiani e l’affermazione di un approccio sperimentale e corpuscolare alla materia, di cui Robert Boyle fu un protagonista. Il testo è una testimonianza diretta del metodo scettico e dell’importanza data all’osservazione empirica e alla riproducibilità degli esperimenti per confutare teorie dogmatiche. La minuziosa descrizione di procedure, reazioni e differenze morfologiche serve a costruire un argomento per accumulo di evidenze contro un sistema teorico ritenuto inadeguato.


[18]

[18.1-10]

18 Analisi critica dei principi spagirici e della natura degli “spiriti”

Una confutazione sperimentale della teoria dei tre principi attraverso l’esame della disparità tra le sostanze chiamate “spiriti”.

Il testo, estratto da The Sceptical Chymist, costituisce una critica metodologica e sostanziale alla dottrina chimica del tempo, in particolare alla teoria spagirica dei tre principi (zolfo, mercurio, sale). L’argomento centrale si sviluppa attraverso un’analisi comparativa delle sostanze liquide classificate sotto il nome generico di “spiriti”, dimostrandone l’eterogeneità intrinseca e quindi l’inadeguatezza della loro riduzione a un principio unico e semplice, il “mercurio” o “spirito mercuriale”.

L’autore, attraverso la voce di Carneade, inizia mettendo in discussione la classificazione stessa dello “spirito di vino” (alcol) come principio mercuriale, notando la sua natura infiammabile che lo avvicinerebbe piuttosto al principio solforoso: “And yet pure spirit of wine being wholly inflamable ought according to them to be reckoned to the sulphureous, not the mercurial principle” - (fr:993) [Eppure lo spirito di vino puro, essendo totalmente infiammabile, dovrebbe secondo loro essere ascritto al principio solforoso, non a quello mercuriale].

Prosegue smontando l’idea di uniformità tra gli “spiriti” di diversa origine. Molti di essi, come gli spiriti di nitre, vetriolo e sale marino, appartengono chiaramente alla “famiglia dei sali” e sono riducibili in sale e flemma (acqua). Anche lo spirito di corno di cervo è sospettato di essere “but a volatile salt disguised by the phlegme mingled with it into the forme of a liquor” - (fr:994) [soltanto un sale volatile travestito dalla flemma mescolata ad esso in forma di liquore]. La disparità è evidente anche nelle loro proprietà sensibili e reattive: lo spirito d’aceto (acido) e quello di corno di cervo (salino) sono così diversi che la loro miscela “sometimes occasioning an effervescence like that of those liquors the chymists count most contrary to one another” - (fr:995) [a volte provoca un’effervescenza simile a quella di quei liquori che i chimici considerano più contrari tra loro]. La diversità si estende agli spiriti vegetali (di quercia, tartaro, bosso, guaiaco), i quali “manifest a great disparity betwixt themselves, either in their actions on our senses, or in their other operations” - (fr:997) [manifestano una grande disparità tra loro, sia nelle loro azioni sui nostri sensi, sia nelle altre loro operazioni].

Il nucleo della critica storica e teorica emerge nel confronto tra questi “spiriti mercuriali” vegetali e animali e il vero mercurio dei metalli, il “mercurius corporum” - (fr:1000). La differenza è così marcata da portare a un dilemma logico fondamentale per la teoria spagirica universale: “either that minerals and the other two sorts of mixt bodies consist not of the same elements, or that those principles whereinto minerals are immediately resolved […] are but secondary principles, or mixts of a peculiar sort” - (fr:1001) [o che i minerali e gli altri due tipi di corpi misti non consistano degli stessi elementi, o che quei principi in cui i minerali sono immediatamente risolti […] siano soltanto principi secondari, o misti di un tipo peculiare]. Questo passaggio mina alle basi l’idea che i prodotti delle operazioni chimiche di separazione siano principi elementari primitivi e universali, suggerendo invece che possano essere composti specifici di un determinato regno della natura.

Infine, l’autore solleva un ulteriore dubbio metodologico anche all’interno del regno minerale, ipotizzando che i mercurii estratti dai diversi metalli possano differire non solo dagli spiriti organici, ma anche “from common quicksilver, and from one another” - (fr:1002) [dal comune argento vivo, e gli uni dagli altri]. Questo punto evidenzia una possibile ambiguità o contraddizione nella pratica chimica coeva: anche ammettendo la validità dei processi estrattivi (di cui si mette in dubbio l’affidabilità), il prodotto ottenuto non sarebbe necessariamente il principio semplice e identico postulato dalla teoria. Il testo si configura quindi come una testimonianza cruciale del passaggio da una chimica fondata su principi teorici astratti e qualitativi verso un’indagine sperimentale che privilegia l’osservazione delle specifiche proprietà e comportamenti delle sostanze.


[19]

[19.1-12]

19 Resoconto sull’estratto di un trattato chimico del XVII secolo

Analisi di un dibattito seicentesco sulla teoria dei principi costitutivi della materia, tra alchimia paracelsiana e scetticismo sperimentale.

Il testo presenta una critica metodologica e dottrinale alla teoria paracelsiana dei tre principi (zolfo, mercurio, sale), evidenziandone le contraddizioni interne e la mancanza di coerenza. L’autore, in dialogo con un interlocutore di nome Eleuterio, utilizza le stesse parole di Paracelso per dimostrare l’insostenibilità di una visione semplicistica degli elementi. La prima parte (frasi 1014-1021) è una citazione o una parafrasi della dottrina paracelsiana, che postula una proliferazione specifica dei principi in ogni sostanza: “neè vero tot sulphura tantum, sed et totidem salia; sal aliud in metallis, aliud in gemmis…” - (fr:1015) [non vi sono soltanto tanti zolfi, ma altrettanti sali; un sale è nei metalli, un altro nelle gemme…]. Il concetto è estremizzato con l’affermazione che “ita ut unicuique speciei suus peculiaris mercurius sit” - (fr:1017) [così che ad ogni specie sia il suo mercurio peculiare], applicandolo persino alle varietà di una stessa gemma: “ut quot saphyri praestantiores, laeviores, etc. tot etiam saphyrica sulphura…” - (fr:1020) [quanti più zaffiri sono più pregiati, più levigati, ecc., altrettanti sono gli zolfi zaffirici…].

Questa esposizione serve all’autore per costruire la sua argomentazione scettica. Egli sostiene che una tale frammentazione renda inafferrabile e contraddittoria l’opinione di Paracelso, al punto da doverla dichiarare non esaminabile: “it is very difficult to know what his opinion concerning salt, sulphur and mercury, was; and that consequently we had reason… to decline taking upon us, either to examine or oppose it” - (fr:1023) [è molto difficile sapere quale fosse la sua opinione riguardo al sale, allo zolfo e al mercurio; e che di conseguenza avevamo motivo… di declinare l’assunzione del compito di esaminarla o opporla]. L’autore estende poi la critica alla semplicità degli elementi tradizionali, affermando che anche la terra e l’acqua (o “flegma”) dei chimici sono corpi complessi, e che “most earths are much less simple bodies than is commonly imagined even by chymists” - (fr:1025) [la maggior parte delle terre sono corpi molto meno semplici di quanto comunemente immaginato persino dai chimici].

Il significato storico del brano è quello di una testimonianza diretta del pensiero scettico e sperimentale che caratterizzò la rivoluzione scientifica del Seicento, in particolare nel campo della chimica. Rappresenta un tentativo di superare le spiegazioni qualitative e moltiplicative degli alchimisti (come quella paracelsiana) a favore di un’indagine più rigorosa e di una definizione operativa della semplicità della materia. La scelta di usare le stesse parole dell’avversario per mostrarne l’incoerenza è un elemento peculiare e efficace della strategia retorica dell’autore, che si colloca in una posizione intermedia tra il rifiuto totale e l’accettazione acritica delle teorie chimiche dell’epoca.


[20]

[20.1-12]

20 Analisi critica della dottrina chimica dei principi e delle qualità

Obiezioni metodologiche alla teoria dei tre principi (sale, zolfo, mercurio) come fonti esclusive delle qualità della materia.

Il testo costituisce una critica sistematica alla dottrina chimica del tempo, che attribuiva le proprietà della materia a tre principi fondamentali: sale, zolfo e mercurio. L’autore contesta questa visione evidenziando come qualità fondamentali e pervasive della materia non possano essere ricondotte in modo esclusivo a uno solo di questi principi. In primo luogo, si chiede da quale principio derivi il moto, essendo questo “un’affezione della materia molto più generale di qualsiasi altra che possa essere dedotta da uno dei tre principi chimici” - (fr:1129). Allo stesso modo, solleva il caso della luce, osservando che essa non si trova solo “nel zolfo acceso dei corpi misti” ma anche in fonti biologiche come le lucciole o in corpi celesti, implicando un’origine non riconducibile al solo zolfo - (fr:1130).

Un’ulteriore obiezione riguarda il suono: l’autore dimostra che questo può essere generato dall’urto di qualsiasi principio su se stesso (“olio sull’olio, o spirito sullo spirito, o sale sul sale”), e persino di acqua su acqua o terra su terra, estendendo la critica anche alla fisica aristotelica - (fr:1131). Sostiene che esistono molte altre qualità per le quali i suoi avversari non potranno facilmente “assegnare un soggetto, per il quale deve necessariamente essere che la qualità appartenga a tutti gli altri diversi corpi” - (fr:1132).

L’analisi procede poi esaminando le incoerenze interne alla dottrina chimica. Da un lato, i chimici insegnano che “più di una qualità può appartenere, ed essere dedotta, da un principio” - (fr:1134). Assegnano infatti al sale sia i sapori che il potere di coagulazione; allo zolfo sia gli odori che l’infiammabilità; e al mercurio alcuni attribuiscono i colori, mentre tutti gli attribuiscono l’effumabilità (la volatilità) - (fr:1135). Dall’altro lato, è evidente che la volatilità è una proprietà comune a tutti e tre i principi e anche all’acqua: gli oli chimici sono volatili; molti sali, come quelli che “emergono dall’analisi di molti concreti” (ad esempio dal corno di cervo, dalla carne), sono “molto volatili” come mostra la loro “fugacità” durante la distillazione - (fr:1137, 1138); l’acqua ovviamente si trasforma in vapore - (fr:1139); e il principio mercuriale è definito dalla sua stessa “attitudine a volare in alto” - (fr:1140).

La conclusione è una condotta netta sulla mancanza di rigore della dottrina chimica: “sembra che i chimici non siano stati accurati nella loro dottrina delle qualità, e dei loro rispettivi principi, poiché derivano diverse qualità dallo stesso principio, e devono ascrivere la stessa qualità a quasi tutti i loro principi e ad altri corpi oltre” - (fr:1140). Il testo ha un significato storico fondamentale come testimonianza della crisi degli schemi esplicativi tradizionali (sia chimici che aristotelici) di fronte a un’osservazione empirica più attenta e sistematica, che rivela ambiguità e contraddizioni interne, spianando la strada a nuove teorie sulla materia.


[21]

[21.1-18]

21 La trasmutazione della linfa della vite e la produzione di sali volatili

Un’esplorazione sperimentale delle molteplici sostanze ottenibili dalla pianta della vite e dai suoi derivati, con un focus sulla controversa produzione di un sale volatile dal tartaro.

Il testo, estratto da The Sceptical Chymist, illustra la straordinaria varietà di sostanze che si possono ottenere a partire dall’acqua assorbita dalle radici della vite. Questo processo avviene partly by the formative power of the plant, and partly by supervenient agents or causes (fr:1435) [in parte per il potere formativo della pianta, e in parte per agenti o cause sopravvenienti]. La linfa, assimilata, si trasforma in legno, corteccia, foglie e, specificamente nella vite, in germogli, acerbe sowre grapes (fr:1432) [uva acerba] che producono agresto, e poi in uva matura. Da quest’ultima, attraverso diverse manipolazioni (essiccazione, distillazione, fermentazione), si ottengono prodotti radicalmente diversi: un foetid oyle and a piercing empyreumatical spirit (fr:1432) [olio fetido e uno spirito empirico penetrante] dall’uva passa distillata, un liquore dolce dalla sua bollitura, e dalla fermentazione del mosto uno spirit, which, though inflamable like oyle, differs much from it (fr:1432) [spirito, che, sebbene infiammabile come l’olio, ne differisce molto]. Il vino stesso, nel tempo, può generare pure and curiously figured chrystals of salt (fr:1433) [cristalli di sale puri e curiosamente figurati] e un liquore dolcissimo, oltre a degenerare in aceto. Il tartaro, un deposito del vino, può essere scisso col fuoco in five differing substances (fr:1433) [cinque sostanze differenti].

Un passaggio peculiare e rilevante è l’osservazione che nell’aceto you may observe part of the matter to be turned into an innumerable company of swimming animals (fr:1434) [si può osservare che parte della materia si è trasformata in un’inumerabile compagnia di animali natanti], un chiaro riferimento alla generazione spontanea di microrganismi, visibili anche senza microscopio. L’interazione tra sostanze è dimostrata dall’ebollizione prodotta versando the dephlegmed spirit of the vinegar upon the salt of tartar (fr:1434) [lo spirito deflemmato dell’aceto sul sale di tartaro], segno di una forte reazione tra corpi contrari.

Il fulcro della discussione si sposta poi sulla possibilità di alterare ulteriormente queste sostanze con additivi, per much encrease the variety (fr:1435) [aumentare di molto la varietà]. Viene descritta in dettaglio una procedura per ottenere un volatile and chrystalline salt (fr:1436) [sale volatile e cristallino] dal tartaro, un risultato che molti chimici ritenevano impossibile (divers learned spagyrists speak as if it were impossible - fr:1437). L’autore, Carneades, è cauto: precisa che non è sicuro che sia a pure salt of tartar without participating anything at all of the nitre, or antimony (fr:1440) [un sale puro di tartaro senza partecipare in nulla del nitro, o dell’antimonio], ma il procedimento è comunque not ignoble, and luciferous enough (fr:1441) [non ignobile, e abbastanza lucifero]. La ricetta prevede antimonio, salnitro, tartaro e calce viva, distillati in un apposito recipiente per ottenere un liquore dorato da cui sublime un sale. Questo sale, chiamato sal tartari Jugitivus (fr:1443) [sale di tartaro fuggitivo], viene analizzato attraverso una serie di reazioni chimiche (sibilo con acidi, viraggio del colore di sciroppi, precipitazione) che lo accomunano ai volatile salts drawn from the distilled parts of animals (fr:1439) [sali volatili estratti dalle parti distillate degli animali], come il sale di corno di cervo.

Il significato storico e testimoniale del brano è duplice. In primo luogo, è una vivida testimonianza della pratica chimica del XVII secolo, con le sue attente osservazioni, i suoi esperimenti meticolosi (come la produzione di verderame da rame e vinacce) e la sua nomenclatura in via di definizione. In secondo luogo, incarna lo spirito scettico e sperimentale dell’opera da cui è tratto, che metteva in discussione le teorie dogmatiche degli alchimisti e degli spagirici. L’enfasi sulla trasmutazione di una sola sostanza di base (la linfa) in una moltitudine di altri corpi, e la dimostrazione che le proprietà di un composto (come il sale nel tartaro) possono essere radicalmente alterate tramite combinazioni, servono a sostenere una visione della materia più fluida e meno rigida di quella proposta dalle dottrine tradizionali degli elementi. La menzione di un privilegio commerciale per la vendita di uno spirito simile (fr:1445) testimonia inoltre il valore economico e medico che si attribuiva a queste scoperte chimiche nell’Europa del tempo.


[22]

[22.1-13]

22 Analisi di una controversia scientifica sugli elementi e i principi

Un dialogo critico sulla validità degli esperimenti chimici per definire gli elementi e l’utilità pratica dei principi componenti.

Il testo, estratto da un’opera scientifica dialogica del XVII secolo, rappresenta un momento cruciale nella transizione dalla filosofia naturale alla chimica sperimentale. La discussione verte sulla legittimità del metodo analitico, in particolare dell’uso del fuoco, per identificare gli elementi o i principi costituenti dei corpi composti. Il personaggio di Eleutherio propone una posizione conciliante e pragmatica: i principi estratti, pur non essendo perfettamente puri, possono essere considerati elementi dei corpi composti e prendere il nome della sostanza in cui predominano, soprattutto perché “none of these elements is divisible by the fire into four or five differing substances, like the concrete whence it was separated” - (fr:1468) [nessuno di questi elementi è divisibile dal fuoco in quattro o cinque sostanze differenti, come il composto da cui è stato separato]. Questo approccio è giustificato dall’utilità pratica, poiché molte qualità, specialmente le virtù medicinali, risiedono principalmente in uno di questi principi: “divers of the qualities of a mixt body, and especially the medical virtues, do for the most part lodge in some one or other of its principles” - (fr:1469) [molte delle qualità di un corpo misto, e specialmente le virtù medicinali, risiedono per la maggior parte in uno o nell’altro dei suoi principi].

La proposta metodologica centrale è che la via più sicura sia lo studio sperimentale caso per caso, senza eccessiva fiducia nel solo fuoco: “the surest way is to learn by particular experiments, what differing parts particular bodies do consist of” - (fr:1470) [la via più sicura è imparare con esperimenti particolari, di quali parti differenti i corpi particolari consistano]. Eleutherio esorta l’interlocutore, Carneade, a concedere questi punti, facendo leva non solo sulla sua onestà intellettuale ma anche sul fatto che il suo ruolo precedente era quello di un antagonista e non comportava la dichiarazione delle sue opinioni personali: “the nature and occasion of your past discourse did not oblige you to declare your own opinions, but only to personate an antagonist” - (fr:1472) [la natura e l’occasione del tuo discorso passato non ti obbligavano a dichiarare le tue opinioni, ma solo a impersonare un antagonista].

Carneade, pur rimandando una piena dichiarazione del suo pensiero, chiarisce il vero bersaglio della sua critica. Le sue obiezioni non erano tanto contro le dottrine degli elementi o dei principi in sé, quanto contro la debolezza degli esperimenti addotti a loro sostegno: “the objections I made… needed not to be opposed so much against the doctrines themselves… as against the unaccurateness and the unconcludingness of the analytical experiments vulgarly relyed on to demonstrate them” - (fr:1476) [le obiezioni che ho fatto… non avevano bisogno di essere opposte tanto contro le dottrine stesse… quanto contro l’inesattezza e la non conclusività degli esperimenti analitici comunemente utilizzati per dimostrarle]. La sua è una posizione scettica ma aperta: si dichiara pronto ad abbandonare i dubbi qualora gli venga presentata una teoria “upon rational and experimental grounds” - (fr:1477) [su basi razionali e sperimentali], pur confessando, in una nota di umiltà intellettuale, che le indagini altrui e le sue proprie sono state ugualmente insoddisfacenti nel condurlo a una verità certa.

Il testo è una testimonianza storica del rigore metodologico emergente nella rivoluzione scientifica. Mette in evidenza il superamento del principio di autorità a favore della verificabilità sperimentale, la critica ai procedimenti analitici grossolani e l’importanza data all’utilità pratica della conoscenza chimica, specialmente in campo medico. La forma dialogica e l’uso di personaggi con nomi allegorici (“Eleutherio”, il libero, e “Carneade”, lo scettico) sono elementi stilistici peculiari che legano la nuova scienza alla tradizione filosofica classica.


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