Boyle - Sceptical Chymist - ed.1911 | L | k
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1 La rivoluzione metodologica di Boyle: tra alchimia e scienza sperimentale
Il testo presenta un’introduzione al trattato The Sceptical Chymist di Robert Boyle, inquadrandolo come un’opera fondamentale che affronta questioni universali riguardanti la natura della materia e le sue trasformazioni. L’analisi mette in luce la transizione epistemologica dal pensiero alchemico alla metodologia scientifica sperimentale, contrapponendo l’investigazione empirica dei fatti oggettivi alle concezioni intellettualistiche dell’epoca.
Il resoconto si apre con l’affermazione dell’importanza universale delle questioni dibattute da Boyle, che riguardano i cambiamenti costanti osservabili nella natura. Come si legge, “But, let the questions discussed by Boyle in The Sceptical Chymist be stated in then* most general form, the importance and interest of them are seen to be great and universal” - (fr:4) [Ma, se le questioni discusse da Boyle ne Lo Scettico Chimico vengono formulate nella loro forma più generale, l’importanza e l’interesse di esse appaiono grandi e universali]. Questa universalità è immediatamente illustrata attraverso l’osservazione empirica dei mutamenti stagionali, descritti con precisione botanica: “If spring is changing into summer as it is changing now scarce a moment passes unmarked by the coming of a deeper green; the laburnum, whose depending flowers were yesterday tipped with yellow, to-day delights the eye with a feast of colour…” - (fr:5) [Se la primavera sta mutando in estate come sta mutando ora, raramente un momento passa senza essere segnato dall’arrivo di un verde più intenso; il maggiociondolo, i cui fiori penduli erano ieri appena sfumati di giallo, oggi delizia l’occhio con un tripudio di colore…].
Da queste osservazioni emergono interrogativi fondamentali sulla natura della materia: “How are these neverending changes effected?” - (fr:7) [Come vengono effettuati questi cambiamenti senza fine?]; “Can we, by seeking, discover a limit to the changes of matter?” - (fr:8) [Possiamo, cercando, scoprire un limite ai cambiamenti della materia?]; “Can we discover the order and the method of the myriad metamorphoses that delight us?” - (fr:9) [Possiamo scoprire l’ordine e il metodo delle miriadi di metamorfosi che ci deliziano?]. La questione cruciale è metodologica: “Shall we look inwards, and, constructing a universe of our own, project that on to external nature; or shall we, as far as we can, put away all preconceived opinions, and painfully investigate objective facts…” - (fr:11) [Dovremmo guardare verso l’interno, e, costruendo un universo nostro, proiettarlo sulla natura esterna; o dovremmo, per quanto possibile, mettere da parte tutte le opinioni preconcette, e investigare dolorosamente i fatti oggettivi…].
Il testo contrappone nettamente l’approccio di Boyle a quello degli “intellettualisti” del XVII secolo, identificati anche come “filosofi ermetici”. “The Sceptical Chymist deals with such questions, and gives us deep-going objections to the answers given to them by the intellectualists of the seventeenth century, and the outlines of answers framed by a great scientific investigator of nature” - (fr:13) [Lo Scettico Chimico tratta tali questioni, e ci fornisce obiezioni profonde alle risposte date dagli intellettualisti del diciassettesimo secolo, e le linee di risposta formulate da un grande investigatore scientifico della natura]. L’opera rappresenta “an elucidation of the true method of scientific inquiry, and a powerful vindication of that method against the vain conceits of mere intellectualists called by Boyle ‘hermetick philosophers’” - (fr:42) [una chiarificazione del vero metodo di indagine scientifica, e una potente rivendicazione di quel metodo contro le vane concezioni dei meri intellettualisti chiamati da Boyle ‘filosofi ermetici’].
Il contesto storico mostra la dominanza della visione alchemica, descritta come una concezione “magica” del mondo: “That scheme was based on a ma-gigal conception of the world; that is, a conception of the world as the scene of a drama… wherein man forms the central figure, which can be understood by looking inwards at one’s thoughts and emotions” - (fr:46) [Quello schema era basato su una concezione magica del mondo; cioè, una concezione del mondo come scena di un dramma… in cui l’uomo forma la figura centrale, che può essere compresa guardando verso l’interno ai propri pensieri ed emozioni]. In questo paradigma, “Natural events become as clay in the hands of the intellectual potter” - (fr:48) [Gli eventi naturali diventano come argilla nelle mani del vasaio intellettuale], e l’alchimista attribuisce agli oggetti materiali qualità umane: “Copper is like a man ; it has a soul and a body . . . the soul is the most subtile part” - (fr:51) [Il rame è come un uomo; ha un’anima e un corpo… l’anima è la parte più sottile].
Particolarmente rilevante è la critica alla teoria dei quattro elementi, descritta come vaga ed evasiva: “When they gave the names earth, air, fire, water, to their four elements, they did not mean these four things as they appear to the senses, but the soul, or subtile, imponderable, ethereal substratum” - (fr:56) [Quando diedero i nomi terra, aria, fuoco, acqua, ai loro quattro elementi, non intendevano queste quattro cose come appaiono ai sensi, ma l’anima, o sottile, imponderabile, etereo substrato]. L’indefinitezza di questa dottrina ne costituiva la forza apparente: “When a man’s words mean anything, or everything, or nothing, and neither he nor any hearer of them knows exactly what they mean, they cover every possible contingency” - (fr:59) [Quando le parole di un uomo significano qualsiasi cosa, o tutto, o nulla, e né lui né alcun ascoltatore sa esattamente cosa significano, esse coprono ogni possibile evenienza].
Il testo fornisce dettagli biografici significativi: Boyle nacque nel 1627 a Lismore in Irlanda, figlio del Conte di Cork, studiò a Eton e Ginevra, e “spent his life in the experimental study of various branches of natural science” - (fr:24) [trascorse la sua vita nello studio sperimentale di varie branche della scienza naturale]. Fu “one of the founders, and afterwards for a time President, of the Royal Society” - (fr:25) [uno dei fondatori, e poi per un tempo Presidente, della Royal Society].
La conclusione sottolinea il valore storico e metodologico dell’opera: non si limita a questioni chimico-fisiche specifiche, ma costituisce “an elucidation of the true method of scientific inquiry” - (fr:42) [una chiarificazione del vero metodo di indagine scientifica], rivendicando il metodo scientifico come vero metodo filosofico contro l’autorità della “ragione divina” invocata dagli alchimisti. Il contrasto finale tra la sicurezza teorica e le difficoltà pratiche dell’alchimista è emblematico: “When the alchemist was not in his workshop, he was quite sure that he understood all the secrets of nature” - (fr:61) [Quando l’alchimista non era nel suo laboratorio, era abbastanza sicuro di comprendere tutti i segreti della natura], ma “When he went into his laboratory, he was confronted by a thousand experimental difficulties, and found himself almost at a standstill” - (fr:63) [Quando entrava nel suo laboratorio, si trovava di fronte a mille difficoltà sperimentali, e si trovava quasi in un punto morto].
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2 Dalla speculazione introspettiva al metodo sperimentale: la critica di Boyle all’alchimia paracelsiana
Il testo traccia l’evoluzione epistemologica dalla tradizione alchemica rinascimentale, fondata su principi mistici e linguaggio oscuro, al metodo scientifico moderno, esemplificato dalla rivoluzione terminologica e metodologica di Robert Boyle.
Il passaggio dalla filosofia naturale rinascimentale alla chimica sperimentale moderna si articola attraverso una radicale trasformazione del modo di produrre e comunicare la conoscenza scientifica. Paracelso rappresenta una figura di transizione: sebbene “cadde nel vecchio errore; guardò verso l’interno per ogni conoscenza” - (fr:99) [He fell into the old error; he looked inwards for all knowledge], abbandonando “l’imponente impresa di cercare ciò che l’universo è realmente” - (fr:100) [Leaving the tremendous undertaking of trying to find what the universe really is] per costruire un mondo interiore, tuttavia “diede un grande impulso nella giusta direzione a coloro che cercano le verità della natura” - (fr:101) [gave a great impetus in the right direction to those who seek the truths of nature]. Questo impulso si concretizza nell’invito degli scrittori alchemici successivi a “arruolarsi sotto lo stendardo di quel metodo che procede in stretta obbedienza all’insegnamento della natura… in breve, il metodo che la natura stessa persegue nelle viscere della terra” - (fr:102) [to enlist under the standard of that method which proceeds in strict obedience to the teaching of nature … in short, the method which nature herself pursues in the bowels of the earth].
La tradizione alchemica paracelsiana si distingue per l’elaborazione dei Tre Principi. Gli alchimisti “trovarono tre sostanze di grande utilità nei loro esperimenti: sale, zolfo e mercurio” - (fr:103) [found three substances of great use to them in their experiments salt, sulphur, and mercury], considerandoli gradualmente come elementi semplici dai quali si formano composti più complessi. Tuttavia, permeati da visioni semi-magiche, essi concepivano queste sostanze come dotate di “un’anima interiore, nascosta o essenza in ciascuna” - (fr:105) [an inner, hidden soul or essence in each], distinguendo tra il sale tangibile ordinario e “le essenze efficaci di essi” - (fr:106) [the efficacious essences of them]. L’impossibilità di definire queste essenze portò a un uso terminologico ambiguo: “Poiché non potevano dire ciò che Introduction xv intendevano per l’essenza o l’anima di una cosa, continuarono a uselfte termini ordinari, ma attribuendo significati inesprimibili alle parole sale, zolfo, mercurio, (Sembravano pensare che la difficoltà fosse superata chiamando sale, zolfo e mercurio I Tre Principi: c’è sempre stato un potere straordinariamente lenitivo nelle parole grandi scritte con lettere maiuscole” - (fr:107) [As they could not say what Introduction xv they meant by the essence or soul of a thing, they continued to uselfte ordinary terms, but to attach unutterable meanings to the words salt, sulphur, mercury, (They seemed to think that the difficulty was overcome by calling salt, sulphur, and mercury The Three Principles there always has been an extraordinarily soothing power in large words spelt with capital letters]. La scuola di Paracelso si contrappone così ai filosofi ermetici più antichi: “il segno della scuola più recente… venne ad essere che i primi asserivano che i corpi misti sono formati dalla composizione dei tre Principi, mentre i secondi rimanevano fedeli ai quattro Elementi” - (fr:108) [the mark of the newer school… came to be that the former asserted that mixed bodies are formed by the compounding of the three Principles, while the latter remained true to the four Elements].
Robert Boyle incarna la rottura definitiva con questa tradizione oscurantista. Egli rivolge agli alchimisti la stessa critica che muove agli elementi dei filosofi ermetici: “Ditemi cosa intendete per i vostri Principi e i vostri Elementi… allora posso discuterli con voi come strumenti di lavoro per far progredire la conoscenza” - (fr:110) [Tell me what you mean by your Principles and your Elements… then I can discuss them with you as working instruments for advancing knowledge]. Nel Chimico Scettico, Boyle “invoca la lucidità di espressione, la distruzione della tirannia delle frasi, la liberazione della mente da teorie vaghe che non poggiano su alcuna base di risultati sperimentali solidi e testati” - (fr:111) [pleads for lucidity of expression, for the destruction of the tyranny of phrases, for clearing the mind of vague theories which rest on no basis of sound, tested, experimental results]. Egli denuncia le “sottigliezze dialettiche” - (fr:112) [dialectical subtleties] che gli scolastici impiegano riguardo ai misteri fisiologici, le quali “sono solite dichiarare molto più l’ingegno di chi le usa, che aumentare la conoscenza o rimuovere i dubbi dei sobri amanti della verità” - (fr:112) [dialectical subtleties, that the schoolmen too often employ about physiological ” we would say physical “ mysteries, are wont much more to declare the wit of him that uses them, than increase the knowledge or remove the doubts of sober lovers of truth], e aggiunge che “tali sottigliezze capziose invero spesso confondono e talvolta ammutoliscono gli uomini, ma raramente li soddisfano” - (fr:113) [And such captious subtleties do indeed often puzzle and sometimes silence men, but rarely satisfy them].
L’accusa a i chimisti contemporanei è severa: essi “giocano con i nomi a piacere” - (fr:114) [playing with names at pleasure], scrivendo “oscuramente, non perché pensano che le loro nozioni siano troppo preziose per essere spiegate, ma perché temono che se fossero spiegate, gli uomini discernerebbero che sono lontane dall’essere preziose” - (fr:115) [write darkly, not because they think their notions too precious to be explained, but because they fear that if they were explained, men would discern that they are far from being precious], tanto che “a stento potevano evitare di essere confutati, se non tenendosi lontani dall’essere chiaramente compresi” - (fr:116) [could scarce keep themselves from being confuted, but by keeping themselves from being clearly understood]. Boyle rifiuta chi “oscura ciò che dovrebbe chiarire, e mi fa aggiungere la fatica di indovinare il senso di ciò che esprime in modo equivoco, a quella di esaminare la verità di ciò che sembra affermare” - (fr:117) [darkens what he should clear up, and makes me add the trouble of guessing at the sense of what he equivocally expresses, to that of examining the tru of what he seems to deliver]. L’opera assume infatti la forma dialogica: “Il Chimico Scettico è scritto in forma di dialogo, principalmente tra Temistio, che sostiene le dottrine dei ‘filosofi ermetici’, e Carneade, che esprime le opinioni e sollecita gli argomenti di Boyle” - (fr:118) [The Sceptical Chymist is written in the form of a dialogue, chiefly between Themistius, who upholds the doctrines of the xvi The Sceptical Chymist ” hermetick philosophers,“ and Carneades, who expresses the opinions and urges the arguments of Boyle], rappresentando dramaturgicamente lo scontro tra l’antica sapienza ermetica e il nuovo ideale di chiarezza sperimentale.
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3 Il metodo sperimentale e la riforma dei concetti chimici in Boyle
Il testo presenta una disamina critica del Chimico Scettico di Robert Boyle, evidenziando la sua radicale critica ai metodi induttivi della chimica contemporanea e la proposta di un nuovo approccio empirico alla definizione degli elementi. L’autore del trattato sottolinea come Boyle distinguesse nettamente tra la credulità ingenua e l’indagine scientifica rigorosa, esemplificando tale distinzione attraverso l’aneddoto del costruttore di strumenti ottici: “I remember Mr. R., the justly famous maker of dioptical glasses, for merriment telling one that came to look upon a great tube of his of thirty foot long, that he saw through it in a mill six miles off a great spider in the midst of her web; the credulous man, though at first he said he discerned no such thing, at length confessed he saw it very plainly” - (fr:129) [Ricordo che il signor R., il giustamente famoso costruttore di lenti diottiche, per scherzo disse a uno che venne a guardare attraverso un suo grande tubo di trenta piedi di lunghezza, che vi vedeva in un mulino a sei miglia di distanza un grande ragno nel mezzo della sua ragnatela; l’uomo credulone, sebbene inizialmente dicesse di non scorgere alcuna cosa simile, alla fine confessò di vederla molto chiaramente]. Questa metafora della suggestibilità introduce la critica più ampia ai “filosofi ermetici” del tempo, paragonati ai navigatori della flotta di Tarsis che tornavano con “not only gold, and silver, and ivory, but apes and peacocks too” - (fr:132) [non solo oro, argento e avorio, ma anche scimmie e pavoni], dove le teorie speculative rappresentano le piume vane dei pavoni o le scimmie dall’apparenza razionale ma sostanzialmente assurde.
Il nucleo concettuale del trattato boyliano risiede nella ridefinizione operativa degli elementi. Boyle rifiuta la nozione aristotelica e alchemica di principi come sostanze occulte, proponendo invece una definizione basata sulla omogeneità e irriducibilità: “I … must not look upon any body as a true principle or element, but as yet compounded, which is not perfectly homogeneous, but is further resoluble into any number of distinct substances, how small soever” - (fr:134) […non devo considerare alcun corpo come un vero principio o elemento, ma come ancora composto, che non è perfettamente omogeneo, ma è ulteriormente risolvibile in un qualsiasi numero di sostanze distinte, per quanto piccole]. Elementi e principi vengono definiti come “certain primitive and simple, or perfectly unmingled bodies; which not being made of any other bodies, or of one another, are the ingredients of which all those called perfectly mixt bodies are immediately compounded” - (fr:136) [certi corpi primitivi e semplici, o perfettamente non mescolati; i quali non essendo fatti da altri corpi, o l’uno dall’altro, sono gli ingredienti di cui tutti quei corpi chiamati perfettamente misti sono immediatamente composti], con la precisazione che la loro esistenza universale nei corpi composti rimane oggetto di questione metodologica piuttosto che di assunto dogmatico.
Particolare rilevanza assume la distinzione terminologica tra “elemento” e “principio”. Boyle preferisce il primo termine perché “principio” implica “the efficacious essence of a thing, something different and apart from the group of co-existent properties which affects the senses” - (fr:149) [l’essenza efficace di una cosa, qualcosa di diverso e separato dal gruppo di proprietà coesistenti che colpiscono i sensi], portando con sé “the theory of the existence of a substratum common to many substances, and remaining unchanged in the passage from one correlated group of properties to another” - (fr:150) [la teoria dell’esistenza di un substrato comune a molte sostanze, e che rimane immutato nel passaggio da un gruppo correlato di proprietà a un altro]. Questa critica anticipa la concezione pragmatica secondo cui la sostanza materiale è riducibile a un gruppo coesistente di proprietà misurabili, eliminando la nozione metafisica di substrato immutabile.
Il metodo scientifico boyliano si fonda sulla verifica sperimentale e sull’uso strumentale delle ipotesi. L’autore del testo sottolinea come Boyle concepisse il progresso conoscitivo attraverso ipotesi suggerite da fatti rigorosamente verificati, utilizzabili come strumenti per esprimere relazioni tra fenomeni e indicare nuove linee di indagine. Questo approccio pragmatico si contrappone alla ricerca di “cause vere e fondamentali” attraverso la costruzione teorica: “This is the true scientific method of gaining knowledge that is lasting and always widening” - (fr:141) [Questo è il vero metodo scientifico per acquisire conoscenza che è duratura e sempre ampliante], dove le ipotesi vengono giudicate “by their fruits” - (fr:144) [dai loro frutti] e le teorie devono correlare i fatti essenziali aprendo nuove prospettive investigative.
Tuttavia, il testo evidenzia una contraddizione fondamentale nel pensiero di Boyle: la mancanza di un criterio sperimentale operativo per determinare l’elementarità di una sostanza. “The weak point in Boyle’s argument is his failure to find an experimental means of determining whether a specified substance is or is not an element” - (fr:152) [Il punto debole nell’argomentazione di Boyle è il suo fallimento nel trovare un mezzo sperimentale per determinare se una sostanza specifica sia o non sia un elemento]. Questa lacuna venne colmata solo circa un secolo dopo da Lavoisier, che fornì “the description of an element as a substance which has not been separated into simpler substances, and added to this the practical test of simplification” - (fr:155) [la descrizione di un elemento come una sostanza che non è stata separata in sostanze più semplici, e aggiunse a ciò la prova pratica della semplificazione], definendo operativamente l’elemento attraverso la conservazione della massa nelle reazioni chimiche: “a material substance is to be classed as elementary when from a determinate weight of it are obtained other substances, the weight of each of which is less than the weight of the original, and the sum of the weights of which is equal to the weight of the original” - (fr:156) [una sostanza materiale deve essere classificata come elementare quando da un peso determinato di essa si ottengono altre sostanze, il peso di ciascuna delle quali è inferiore al peso dell’originale, e la somma dei pesi delle quali è uguale al peso dell’originale].
Parallelamente alla riforma metodologica, Boyle sviluppava una concezione corpuscolare della materia, anticipando la chimica moderna. Egli supponeva che i corpi fossero composti di particelle minute le cui proprietà geometriche determinassero le caratteristiche macroscopiche: “the bulk and figure of the smallest parts of bodies” - (fr:163) [la massa e la figura delle parti più piccole dei corpi] costituivano “the more catholic and fruitful accidents of the elementary matter” - (fr:163) [gli accidenti più cattolici e fecondi della materia elementare], da cui “may spring a great variety of textures, upon whose account a multitude of compound bodies may very much differ from one another” - (fr:163) [possa sorgere una grande varietà di strutture, per conto delle quali una moltitudine di corpi composti possono differire molto l’uno dall’altro]. Questa visione, combinata con la nozione di moto, avvicinava Boyle alla concezione moderna di materia e moto come postulati fondamentali, successivamente sviluppata da Dalton nella misurazione dei pesi relativi delle particelle.
Il significato storico del Chimico Scettico risiede nella sua funzione di testimonianza del passaggio dalla speculazione ermetica alla scienza sperimentale moderna. Il testo sottolinea come Boyle dimostrasse “that nature is not simple, but rather overpoweringly complex” - (fr:168) [che la natura non è semplice, ma piuttosto opprimentemente complessa], invitando al dubbio metodico verso “every short and easy road to natural truths” - (fr:168) [ogni strada breve e facile verso le verità naturali] e denunciando le “occult qualities” - (fr:168) [qualità occulte] come “the sanctuary of ignorance” - (fr:168) [il santuario dell’ignoranza]. La lezione boyliana consiste nel rifiuto delle spiegazioni per “ragionevolezza” astratta a favore di argomenti validi e osservazioni ben testate, ponendo le fondamenta per la chimica quantitativa del XVIII e XIX secolo.
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4 La prefesa allo “Scettico chimico”: metodo sperimentale e critica della tradizione alchemica
Il testo costituisce una riflessione programmatica sulla pubblicazione di un’opera filosofica incompleta, motivata dall’urgenza di intervenire nel dibattito scientifico contemporaneo. L’autore spiega la decisione di pubblicare dialoggi già noti alla cerchia degli eruditi, adottando inizialmente la strategia del latere pone tabulam per sondare le reazioni senza rivelare la paternità: “Avevo infatti per tutto il corso dei dialoghi parlato di me stesso come di una terza persona; per cui essi contenevano discorsi che erano tra i primi trattati che mi avventurai a scrivere su argomenti filosofici, avevo motivo di desiderare, con il pittore, di latere pone tabulam, e ascoltare cosa ne avrebbero detto gli uomini, prima di riconoscermi come loro autore” - (fr:185) [e stare dietro la tavola]. La scelta di pubblicare l’opera in forma non definitiva deriva sia da impegni editoriali pregressi, sia dalla consapevolezza che il testo possa servire a scopi diversi dalla reputazione personale.
Il contesto storico evidenzia una trasformazione epistemologica: la chimica sta uscendo dalla marginalità per essere coltivata da dotti che precedentemente la disprezzavano, ma questo successo comporta rischi di superficialità. L’autore osserva che molti la pretendono senza averla praticata, adottandone le nozioni in modo acritico: “Osservo infatti che ultimamente la chimica comincia, come del resto merita, ad essere coltivata da uomini dotti che prima la disprezzavano; e ad essere pretesa da molti che non l’hanno mai coltivata, affinché si pensi che non ne siano ignoranti: onde è accaduto che diverse nozioni chimiche su argomenti filosofici sono date per scontate e impiegate, e così adottate da scrittori molto eminenti sia naturalisti che medici” - (fr:188). Tale diffusione genera il pericolo di una filosofia non solida, fondata su principi inadequati.
La critica teorica si concentra sulla distinzione tra pratica sperimentale e dottrina causale. Sebbene l’autore apprezzi gli esperimenti chimici e i rimedi derivati, respinge le spiegazioni basate sui tre principi ipostatici (sale, zolfo e mercurio) come insufficienti a rendere conto della complessità naturale: “E per quanto posso finora discernere, ci sono mille fenomeni nella natura, oltre a una moltitudine di accidenti relativi al corpo umano, che difficilmente saranno chiariti e spiegati in modo soddisfacente da coloro che si limitano a dedurre le cose dal sale, zolfo e mercurio, e dalle altre nozioni peculiari dei chimici, senza prestare molta più attenzione di quanto siano soliti fare, ai moti e alle figure delle piccole parti della materia e alle altre affezioni più cattoliche e feconde dei corpi” - (fr:190). L’invito è a esaminare criticamente la dottrina tradizionale attraverso le obiezioni del personaggio Carneade, poiché solo chi è estraneo agli affari chimici può proporre interrogativi che i praticanti non si pongono.
Il testo evidenzia una crisi del linguaggio scientifico. Gli scrittori chimici adottano uno stile intenzionalmente oscuro, rivolto esclusivamente ai figli dell’Arte: “Aggiungo queste cose perché una persona in qualche modo versata negli scritti dei chimici non può non discernere, dal loro modo oscuro, ambiguo e quasi enigmatico di esprimere ciò che pretendono di insegnare, che non hanno alcuna intenzione di essere compresi affatto, se non dai figli dell’Arte (come li chiamano), né di essere compresi nemmeno da questi senza difficoltà e tentativi rischiosi” - (fr:193). Questa oscurità trova espressione emblematica nel detto “Ubi palam locuti fumus, ibi nihil diximus” - (fr:194) [Dove abbiamo parlato apertamente, non abbiamo detto nulla], che testimonia una cultura dell’esoterismo incompatibile con la trasparenza richiesta dalla nuova filosofia.
Sul piano metodologico, l’autore insiste sulla necessità di rigore nella comunicazione sperimentale. Denuncia l’abitudine di riportare esperimenti come semplici prescrizioni anziché come relazioni verificabili, avvertendo che molti eminenti filosofi e medici hanno pubblicato esperimenti mai condotti personalmente: “Sono infatti turbato, devo lamentarmi, che anche eminenti scrittori, sia medici che filosofi, che posso facilmente nominare, se richiesto, abbiano ultimamente permesso a se stessi di essere ingannati fino a pubblicare e fondarsi su esperimenti chimici che indubbiamente non hanno mai provato; poiché se li avessero provati, come me, avrebbero scoperto che non sono veri” - (fr:197). Propone pertanto di abbandonare le citazioni generiche ai “chimici” in favore di attribuzioni specifiche agli autori, garantendo così giustizia agli inventori e responsabilità agli impostori: “E invero sarebbe da desiderare che ora che coloro che cominciano a citare esperimenti chimici non sono loro stessi familiarizzati con le operazioni chimiche, gli uomini smettessero con quel modo indefinito di garantire i chimici dicono questo, o i chimici affermano quello” - (fr:198).
Il resoconto si conclude con l’indicazione che la parte rimanente della prefazione sarà dedicata a difendere il personaggio di Carneade e l’autore stesso, sottolineando la funzione protrettica dell’opera verso una chimica fondata sulla verifica sperimentale e sul ragionamento meccanicistico piuttosto che su autorità e tradizioni oscure.
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5 Il Chimico Scettico: Metodo Sperimentale e Critica delle Dottrine Elementari
Prefazione e apertura del dialogo in cui l’autore, attraverso la figura di Carneade, sottopone a verifica sperimentale le teorie peripatetiche e spagiriche sugli elementi.
Il testo costituisce la prefazione e l’apertura di un trattato dialogico dedicato alla critica delle dottrine sugli elementi, dove l’autore, tramite il personaggio di Carneade, assume una posizione scettica metodologica. La strategia argomentativa si fonda sulla possibilità di proporre ipotesi multiple, anche tra loro incongruenti, per evidenziare la difficoltà di raggiungere certezze assolute: “And if there should appear any disagreement betwixt the things he delivers in divers passages, he hopes it will be considered, that it is not necessary that all the things a sceptic proposes should be consonant” - (fr:205) [E se dovesse apparire qualsiasi disaccordo tra le cose che egli presenta in diversi passaggi, egli spera che si consideri che non è necessario che tutte le cose proposte da uno scettico siano concordanti], poiché “it is enough for him, if either of the proposed hypotheses be but as probable as that he calls in question” - (fr:206) [gli basta che ciascuna delle ipotesi proposte sia altrettanto probabile di quella che egli mette in discussione]. Questo approccio consente a Carneade di assumere una posizione negativa che, come sottolinea l’autore, possiede un vantaggio specifico: “if among all the instances he brings to invalidate the vulgar doctrine of those he disputes with, any one be irrefragable, that alone is sufficient to overthrow a doctrine which universally asserts what he opposes” - (fr:208) [se tra tutti gli esempi che egli adduce per invalidare la dottrina volgare di coloro con cui disputa, ve ne sia uno irrefutabile, quello solo è sufficiente a rovesciare una dottrina che afferma universalmente ciò che egli oppone].
Il contesto storico-critico emerge dalla dichiarazione di intenti: l’autore si propone di estrarre la dottrina chimica dalle “dark and smokie laboratories” - (fr:211) [oscuri e fumosi laboratori] per sottoporla alla luce della critica razionale, stimolando i chimisti più competenti a “speak plainer than hitherto has been done, and maintain it by better experiments and arguments” - (fr:211) [parlare più chiaramente di quanto non sia stato fatto finora, e sostenerla con esperimenti e argomenti migliori]. Significativa è la distinzione operata tra chimica pratica e teorica: l’autore difende l’utilità degli esperimenti chimici per la filosofia contemplativa pur rifiutando la teoria spagirica dominante, distinguendo tra “those chymists that are either cheats, or but laborants, and the true adepti” - (fr:222) [quei chimici che sono o imbroglioni o semplici laboranti, e i veri adepti], e facendo riferimento alla perdita di manoscritti avvenuta durante l’incendio di Londra (fr:223).
La cornice dialogica si sviluppa con l’incontro tra Carneade, Filopono e Temistio, ai quali si aggiungono Eleuterio e il narratore. Questi ultimi assistono a una discussione sul numero degli elementi o principi dei corpi misti. Carneade precisa immediatamente i limiti del suo impegno: “my present business doth not oblige me so to declare my own opinion on the subject in question as to assert or deny the truth either of the peripatetic or the chymical doctrine concerning the number of the elements, but only to shew you that neither of these doctrines hath been satisfactorily proved by the arguments commonly alledged on its behalfe” - (fr:257) [il mio compito presente non mi obbliga a dichiarare la mia opinione sulla questione in modo da affermare o negare la verità sia della dottrina peripatetica che di quella chimica concernente il numero degli elementi, ma solo a mostrarvi che nessuna di queste dottrine è stata soddisfacentemente provata dagli argomenti comunemente addotti a suo favore]. Il metodo privilegiato è quello sperimentale, come sottolinea Eleuterio che critica le “dialectical subtleties” - (fr:264) [sottigliezze dialettiche] dei dottori della scuola, paragonabili a “the tricks of jugglers” - (fr:266) [i trucchi dei prestigiatori], preferendo ricorrere ai fenomeni sensibili piuttosto che a “far-fetched and abstracted ratiocinations” - (fr:267) [ragionamenti ricercati e astratti].
Prima dell’inizio della disputa, i partecipanti convengono su una definizione operazionale: “to understand both by the one and the other, those primitive and simple bodies of which the mixt ones are said to be composed, and into which they are ultimately resolved” - (fr:270) [intendere sia con l’uno che con l’altro termine quei corpi primitivi e semplici di cui si dice che siano composti quelli misti, e in cui sono alla fine risolti]. Temistio, difensore della dottrina aristotelica, lamenta il vincolo imposto di non poter utilizzare argomenti razionali ma solo sperimentali, sostenendo tuttavia che la filosofia di Aristotele presenta una coerenza sistematica tale che “being curiously adapted into one systeme, they need not each of them any other defence than that which their mutual coherence gives them: as ’tis in an arch, where each single stone, which if severed from the rest would be perhaps defenceless, is sufficiently secured by the solidity and entireness of the whole fabric of which it is a part” - (fr:278) [essendo curiosamente adattate in un sistema, non hanno bisogno ciascuna di alcun’altra difesa che quella che la loro reciproca coerenza loro conferisce: come avviene in un arco, dove ciascuna pietra singola, che se separata dal resto forse sarebbe indifesa, è sufficientemente assicurata dalla solidità e interezza dell’intera fabbrica di cui è parte].
L’autore, nella prefazione, si difende dalle accuse di asperità sottolineando l’intenzione di mantenere la civiltà nel dibattito, e rivela circostanze biografiche significative: l’apprendimento delle operazioni chimiche da persone illetterate gli permise di considerare i fenomeni “with lesse prejudice” - (fr:227) [con minore pregiudizio] rispetto a chi fu imbevuto contemporaneamente di teoria e pratica, mentre la critica agli aristotelici che scrissero contro i chimisti evidenzia come essi “seem to have had so little experimental knowledge in chymical matters” - (fr:210) [sembrano aver avuto così poca conoscenza sperimentale in materia chimica] da esporre se stessi al ridicolo dei loro avversari.
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6 La critica all’analisi per fuoco e la nuova teoria corpuscolare ne Lo Scettico Chimico
Dialogo tra Carneade ed Eleuterio che confuta la teoria aristotelica degli elementi e quella paracelsiana dei principi chimici attraverso l’evidenza sperimentale, proponendo una nuova concezione meccanicistica della materia.
Il testo presenta un estratto dal Sceptical Chymist di Robert Boyle, strutturato come dialogo filosofico tra i personaggi Carneade ed Eleuterio, con riferimenti critici alla dottrina di Temistio. L’opera segna una svolta epistemologica nella storia della chimica, contestando sia la teoria peripatetica dei quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) sia la dottrina chimica dei tre principi (sale, zolfo, mercurio).
La critica si articola innanzitutto attraverso l’evidenza empirica che contraddice l’analisi per fuoco come metodo di prova degli elementi. Carneade evidenzia come esistano corpi che non possono essere ridotti a quattro sostanze eterogenee: “quale peripatetico possa mostrarci (non dico tutti e quattro gli elementi, poiché sarebbe una domanda troppo rigida, ma) anche solo uno di essi estratto dall’oro con qualsiasi grado di fuoco” - (fr:325) [what peripatetic can shew us (I say not, all the four elements, for that would be too rigid a question, but) any one of them extracted out of gold by any degree of fire whatsoever]. L’oro, insieme all’argento e al “talco veneziano calcinato”, risulta infatti “così fisso, che ridurre ciascuno di essi in quattro sostanze eterogenee si è finora rivelato un compito troppo difficile, non solo per i discepoli di Aristotele, ma per quelli di Vulcano” - (fr:326) [so fixed, that to reduce any of them into four heterogeneous substances has hitherto proved a task much too hard, not only for the disciples of Aristotle, but those of Vulcan].
Parallelamente, l’autore evidenzia casi in cui l’analisi produce più di quattro componenti, come nel sangue animale che, distillato, genera “cinque sostanze distinte, flemma, spirito, olio, sale e terra” - (fr:327) [five distinct substances, phlegme, spirit, oile, salt, and earth]. Questa evidenza sperimentale confuta la presunta universalità della tetrade elementare.
Sul piano metodologico, il testo contesta la validità stessa della procedura analitica impiegata da peripatetici e chimici: “avevo qualche ragione per mettere in dubbio lo stesso modo di prova impiegato sia dai peripatetici che dai chimici, per dimostrare l’esistenza e il numero degli elementi. Poiché che essi esistano, e che siano soliti essere separati dall’analisi fatta dal fuoco, è infatti dato per scontato da entrambe le parti, ma non è stato (per quanto ne so) neppure tentato di dimostrare plausibilmente da nessuna delle due” - (fr:320-321) [I had some reason to question the very way of probation imployed both by peripatetics and chymists… is indeed taken for granted by both parties, but has not (for ought I know) been so much as plausibly attempted to be proved by either].
La critica si estende alla concezione stessa degli elementi come ingredienti necessari di ogni corpo misto. Carneade ammette che terra e acqua siano “le masse maggiori e principali di materia che si incontrano qui in basso” - (fr:316) [the greatest and chief masses of matter to be met with here below], ma nega che ciò provi “che essi siano tali ingredienti di cui ogni corpo misto deve consistere” - (fr:316) [that they are such ingredients as every mixt body must consist of]. L’obiezione relativa alla “disparità di massa tra la terra, l’acqua e l’aria, da una parte, e quei piccoli parcelle di sostanze simili che il fuoco separa dai corpi concreti dall’altra” - (fr:315) [disproportion in bulke betwixt the earth, water, and air… and those little parcels of resembling substances that the fire separates from concretes] sottolinea l’incoerenza tra la vastità degli elementi cosmici e la minuta quantità di residui analitici.
In alternativa alle teorie tradizionali, il testo propone una nuova concezione meccanicistica della materia espressa nella Proposizione I: “Non sembra assurdo concepire che alla prima produzione dei corpi misti, la materia universale di cui essi consistevano… fosse effettivamente divisa in piccole particelle di diverse dimensioni e forme variamente mosse” - (fr:331) [It seems not absurd to conceive that at the first production of mixt bodies, the universal matter… was actually divided into little particles of several sizes and shapes variously moved]. Questa ipotesi corpuscolare, fondante il programma della filosofia meccanica boyliana, sostituisce la nozione di elementi semplici con quella di particelle materiali dotate di qualità meccaniche primarie (dimensione, forma, moto), aprendo la via alla chimica moderna.
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7 La conservazione dell’identità corporea nelle trasformazioni chimiche
Il testo presenta un argomento sperimentale a favore della teoria corpuscolare della materia, dimostrando come gli elementi chimici conservino la loro identità specifica attraverso trasformazioni apparentemente radicali. Attraverso l’evidenza sperimentale relativa all’oro e al mercurio, l’autore sostiene che i corpuscoli elementari permangano indissipati all’interno dei composti, mantenendo intatta la loro natura originaria.
L’oro, descritto come il metallo più fisso, può essere sottoposto a molteplici trasformazioni chimiche senza perdere la sua identità numerica. Mediante l’azione di “common aqua regis” e altri menstrui, può essere ridotto a un liquore apparente i cui corpuscoli passano attraverso la carta da filtro e coagulano in sale cristallino: “And the same gold will also by common aqua regis, and (I speak it knowingly) by divers other menstruums, be reduced into a seeming liquor, insomuch that the corpuscles of gold will, with those of the menstruum, pass through cap-paper, and with them also coagulate into a crystalline salt” - (fr:341) [E lo stesso oro potrà anche, mediante comune acqua regia e (lo dico con cognizione di causa) mediante diversi altri menstrui, essere ridotto in un liquore apparente, tanto che i corpuscoli dell’oro, insieme a quelli del menstruo, passeranno attraverso la carta da filtro, e con essi anche coaguleranno in un sale cristallino]. L’autore riferisce inoltre di aver sublimato l’oro in cristalli rossi di considerevole lunghezza mediante sostanze saline specifiche, ottenendo corpi di natura diversa che tuttavia possono essere ridotti allo “self-same numerical, yellow, fixt, ponderous, and malleable gold” di origine: “And I have further tried, that with a small quantity of a certain saline substance I prepared, I can easily enough sublime gold into the form of red crystals of a considerable length; and many other wayes may gold be disguised, and help to constitute bodies of very differing natures both from it and from one another, and nevertheless be afterward reduced to the self-same numerical, yellow, fixt, ponderous, and malleable gold it was before its commixture” - (fr:342) [E ho inoltre sperimentato che, con una piccola quantità di una certa sostanza salina da me preparata, posso facilmente sublimare l’oro nella forma di cristalli rossi di considerevole lunghezza; e in molti altri modi l’oro può essere trasformato, e contribuire a costituire corpi di natura molto diversa sia da esso che tra loro, e tuttavia in seguito essere ridotto allo stesso identico oro numerico, giallo, fisso, ponderoso e malleabile di prima della sua mescolanza].
Analogamente, il mercurio, definito il metallo più volatile, può formare amalgami con diversi metalli, trasformarsi in liquori con vari menstrui, produrre polveri rosse o bianche con acqua forte, cinabro volatile con zolfo, sali solubili con corpi salini, cristalli con il regolo di antimonio e argento, o addirittura corpi malleabili o sostanze dure e fragili: “Nor is it only the fixedst of metals, but the most fugitive, that I may employ in favour of our proposition: for quicksilver will with divers metals compose an amalgam, with divers menstruums it seems to be turned into a liquor, with aqua fortis it will be brought into either a red or white powder or precipitate, with oil of vitriol into a pale yellow one, with sulphur it will compose a blood-red and volatile cinaber, with some saline bodies it will ascend in form of a salt which will be dissoluble in water; with regulus of antimony and silver I have seen it sublimed into a kinde of crystals, with another mixture I reduced it into a malleable body, into a hard and brittle substance by another” - (fr:343) [Né è solo il più fisso dei metalli, ma il più volatile, che posso impiegare a favore della nostra proposizione: poiché il mercurio con diversi metalli comporrà un amalgama, con diversi menstrui sembra essere trasformato in un liquore, con acqua forte sarà portato in una polvere o precipitato rosso o bianco, con olio di vetriolo in uno giallo pallido, con zolfo comporrà un cinabro rosso sangue e volatile, con alcuni corpi salini salirà in forma di sale che sarà solubile in acqua; con il regolo di antimonio e argento l’ho visto sublimato in una sorta di cristalli, con un’altra miscela l’ho ridotto in un corpo malleabile, in una sostanza dura e fragile con un’altra ancora]. Nonostante queste molteplici trasformazioni, da tutti questi composti esotici è possibile recuperare lo stesso identico mercurio corrente originale: “And yet out of all these exotic compounds, we may recover the very same running mercury that was the main ingredient of them, and was so disguised in them” - (fr:344) [E tuttavia da tutti questi composti esotici, possiamo recuperare lo stesso identico mercurio corrente che era l’ingrediente principale di essi, e che era così mascherato in essi].
Queste evidenze sperimentali supportano la concezione corpuscolare secondo cui le masse primarie o agglomerati di particelle rimangono indissipati anche entrando nella composizione di concrezioni diverse. I corpuscoli di oro e mercurio, pur non essendo le concrezioni primarie delle particelle più minute ma corpi mescolati, concorrono alla formazione di corpi molto differenti “without losing their own nature or texture, or having their cohesion violated by the divorce of their associated parts or ingredients”: “Now the reason (proceeds Carneades) that I have represented these things concerning gold and quicksilver, is, that it may not appear absurd to conceive, that such little primary masses or clusters as our proposition mentions, may remain undissipated, notwithstanding their entering into the composition of various concretions, since the corpuscle of gold and mercury, though they be not primary concretions of the most minute particles of matter, but confessedly mixt bodies, are able to concure plentifully to the composition of several very differing bodies, without losing their own nature or texture, or having their cohesion violated by the divorce of their associated parts or ingredients” - (fr:345) [Ora la ragione (prosegue Carneade) per cui ho rappresentato queste cose riguardanti l’oro e il mercurio è che non possa apparire assurdo concepire che tali piccole masse primarie o agglomerati come menziona la nostra proposizione possano rimanere indissipati, nonostante entrino nella composizione di varie concrezioni, poiché i corpuscoli di oro e mercurio, sebbene non siano concrezioni primarie delle particelle più minute della materia, ma corpi mescolati apertamente, sono in grado di concorrere abbondantemente alla composizione di diversi corpi molto differenti, senza perdere la propria natura o struttura, o avere la loro coesione violata dal distacco delle loro parti o ingredienti associati].
Il personaggio di Eleuterio aggiunge una difesa contro l’obiezione che dalla mescolanza dei quattro elementi aristotelici possa derivare solo una trascurabile varietà di corpi composti. Se i corpuscoli di ciascun elemento possiedono dimensioni e forme peculiari, la loro mescolanza in varie proporzioni e connessioni può generare un numero quasi incredibile di concreti diversamente qualificati: “For if we assigne to the corpuscles, whereof each element con sists, a peculiar size and shape, it may easily enough be manifested, that such differingly figured corpuscles may be mingled in such various proportions, and may be connected so many several ways, that an almost incredible number of variously qualified concretes may be composed of them” - (fr:347) [Poiché se assegniamo ai corpuscoli, di cui consiste ciascun elemento, una dimensione e una forma peculiari, può facilmente essere manifestato che tali corpuscoli di figura diversa possono essere mescolati in proporzioni così varie, e possono essere connessi in tanti modi diversi, che un numero quasi incredibile di concreti variamente qualificati può essere composto da essi]. Tale varietà è ulteriormente amplificata dal fatto che i corpuscoli possono associarsi tra loro formando piccole masse di dimensioni e figure diverse dalle parti costituenti, e che la loro unione richiede spesso solo il contatto superficiale: “Especially since the corpuscles of one element may barely, by being associated among themselves, make up little masses of differing size and figure from their constituent parts; and since also to the strict union of such minute bodies there seems oftentimes nothing requisite, besides the bare contact of a great part of their surfaces” - (fr:348) [Soprattutto poiché i corpuscoli di un elemento possono, semplicemente associandosi tra loro, costituire piccole masse di dimensione e figura diversa dalle loro parti costituenti; e poiché inoltre per la stretta unione di tali corpi minuti non sembra richiesto nulla, oltre al semplice contatto di gran parte delle loro superfici]. La varietà fenomenica ottenibile dalla stessa materia attraverso diversi dispositivi meccanici è paragonabile alla molteplicità di ingegni costruibili con il solo ferro: “And how great a variety of phenomena the same matter, without the addition of any other, and only several ways disposed or contexed, is able to exhibit, may partly appear by the multitude of differing engins which by the contrivances of skilful mechanilians, and the dexterity of expert workmen, may be made of iron alone” - (fr:349) [E quanta grande varietà di fenomeni la stessa materia, senza l’aggiunta di alcun’altra, e solo disposta o connessa in diversi modi, sia in grado di esibire, può apparire in parte dalla moltitudine di diversi ingegni che, mediante le invenzioni di abili meccanici e la destrezza di operai esperti, possono essere fatti di solo ferro].
Concludendo, se si considerano i nuovi concreti risultanti dalla mescolanza di minerali incorporati, non si può dubitare che i quattro elementi, gestiti dall’abilità della natura, possano fornire una moltitudine di composti diversi: “But in our present case being allowed to deduce compound bodies from four very differently qualified sorts of matter, he who shall but consider what you freshly took notice of concerning the new concretes resulting from the mixture of incorporated minerals, will scarce doubt but that the four elements managed by nature’s skill may afford a multitude of differing compounds” - (fr:350) [Ma nel nostro caso presente, essendo permesso dedurre i corpi composti da quattro tipi di materia molto diversamente qualificati, chi considererà ciò che hai appena notato riguardo ai nuovi concreti risultanti dalla mescolanza di minerali incorporati, difficilmente dubiterà che i quattro elementi gestiti dall’abilità della natura possano fornire una moltitudine di composti diversi].
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8 La variabilità dell’analisi chimica per fuoco: limiti metodologici e critica sperimentale
Una disamina delle modalità di applicazione del calore che contesta la validità del fuoco come analizzatore universale dei corpi misti.
Il testo espone una critica sistematica alle tecniche di analisi chimica basate sull’applicazione del fuoco, dimostrando che i risultati ottenuti dipendono criticamente dalle condizioni operative. La distinzione tra vasi aperti e chiusi e il grado di intensità termica producono trasformazioni sostanzialmente diverse, mettendo in discussione l’esistenza di una separazione analitica universale nei presunti principi elementari.
L’esperimento con la canfora illustra questa variabilità: esposta a fiamma libera genera una fuliggine nera e untuosa dalle proprietà imprevedibili, mentre in vaso chiuso con calore moderato sublima conservando inalterate natura e bianchezza originarie. “Thus having, for trial’s sake, kindled camphire and catcht the smoak that copiously ascended out of the flame, it condensed into a black and unctuous soot, which would not have been guessed by the smell or other properties to have proceeded from camphire” - (fr:373) [Avendo così, per fare una prova, acceso la canfora e raccolto il fumo che copiosamente ascendeva dalla fiamma, esso si condensò in una fuliggine nera e untuosa, che non si sarebbe indovinato dall’odore o da altre proprietà provenisse dalla canfora]. Analogamente, lo zolfo esposto a fuoco moderato in vasi sublimanti produce fiori secchi e quasi insipidi, mentre al fuoco nudo genera un liquido salino e corrosivo, come evidenziato nella frase “whereas being exposed to a naked fire it affords store of a saline and fretting liquor” - (fr:375) [mentre esposto a fuoco nudo produce abbondanza di un liquido salino e corrosivo]. In alcuni casi, il calore in vasi chiusi non separa eterogeneità ma produce solo una comminuzione delle parti, tanto che le sublimazioni sono state definite “The pestles of the chymists” - (fr:374) [I pestelli degli chimici].
La sensibilità al grado termico emerge nell’analisi del sangue: un bagno termico mite lo separa solo in flemma e caput mortuum, mentre un fuoco più intenso estrae spirito, olio, sale volatile e un secondo residuo. “For a milde balneum will sever unfermented blood (for instance) but into phlegme and caput mortuum… pressed by a good fire in a retort yields a spirit, an oil or two, and a volatile salt” - (fr:376) [Un bagno termico mite separerà il sangue non fermentato (ad esempio) solo in flemma e caput mortuum… pressato da un buon fuoco in una retorta produce uno spirito, uno o due oli, e un sale volatile]. Lo stesso principio si applica al sapone, dove un grado di calore unisce sale, acqua e grasso in un’unica massa, mentre un grado superiore li divide nuovamente in parti oleose, acquose, saline e terrose. Analogamente, argento e piombo esposti a fuoco moderato si colliquano in massa omogenea “per minima”, ma un fuoco più violento separa i metalli vili dal prezioso senza tuttavia distinguerli tra loro, come osservato nella frase “whereas a much vehementer fire will drive or carry off the baser metals (I mean the lead, and the copper or other alloy) from the silver, though not, for ought appears, separate them from one another” - (fr:378) [mentre un fuoco molto più violento scaccerà o porterà via i metalli vili (intendo il piombo, e il rame o altra lega) dall’argento, sebbene non, per quanto appaia, separarli l’uno dall’altro]. Per i vegetali ricchi di sale fisso, un grado di fuoco produce ceneri, mentre un grado ulteriore li vitrifica in vetro, sollevando la questione retorica se anche il vetro possa essere considerato un elemento.
Particolarmente rilevante è l’analisi della fuliggine di legna, che evidenzia i limiti della distillazione comune in vasi chiusi. Mentre i legni distillati in retorta secondo il metodo usuale non separano sale volatile in forma secca, la fuliggine ottenuta prima da fuoco aperto e poi distillata in retorta produce un sale volatile cristallino e geometricamente figurato. “For we could never yet see separated from woods analysed only the vulgar way in close vessels any volatile salt in a dry and saline form, as that of soot, which we have often had very crystalline and geometrically figured” - (fr:383) [Non abbiamo mai potuto vedere separato dai legni analizzati solo nel modo volgare in vasi chiusi alcun sale volatile in forma secca e salina, come quello della fuliggine, che abbiamo spesso avuto molto cristallino e geometricamente figurato]. Questo sale presenta proprietà anomale: è estremamente volatile, ascendendo anche con il solo calore di una fornace riscaldata da una sola fiammella di lampada, e assomiglia più ai sali animali (come il corno di cervo) che a quelli vegetali, tanto nell’odore e nel sapore quanto nelle altre proprietà.
Da queste osservazioni emerge una critica metodologica fondamentale: gli chimici dovrebbero dichiarare esplicitamente con quale grado di fuoco e in quale maniera applicato si ottenga una vera analisi nei principi elementari. “But it is time that I proceed to mention the particular reasons that incline me to doubt whether the fire be the true and universal analyser of mixt bodies” - (fr:386) [Ma è tempo che proceda a menzionare le ragioni particolari che mi inducono a dubitare che il fuoco sia il vero e universale analizzatore dei corpi misti]. La critica culmina nell’evidenza sperimentale che esistono corpi, come l’oro, dai quali nessun grado di fuoco riesce a separare sale, zolfo o mercurio, mantenendo inalterati peso e fissità. “The most obvious instance of this truth is gold, which is a body so fixt, and wherein the elementary ingredients (if it have any) are so firmly united to each other, that we finde not in the operations wherein gold is exposed to the fire, how violent soever, that it does discernably so much as lose of its fixedness or weight” - (fr:388) [L’esempio più ovvio di questa verità è l’oro, che è un corpo così fisso, e in cui gli ingredienti elementari (se ne ha) sono così saldamente uniti tra loro, che non troviamo nelle operazioni in cui l’oro è esposto al fuoco, per quanto violento, che perda sensibilmente la sua fissità o il suo peso]. Il testo si conclude citando il verso del poeta spagirico: “Cuncta adeo miris compagibus hcerent” - (fr:388) [Tutte le cose aderiscono con così mirabili legami], sottolineando la resistenza di alcuni corpi alla separazione analitica.
Il significato storico di questo brano risiede nella fondamentale critica alle teorie aristoteliche e paracelsiane degli elementi, proponendo un approccio sperimentale rigoroso basato sulla variabilità delle condizioni operative piuttosto che su presunte essenze immutabili.
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9 La critica boyliana all’analisi elementare: esperimenti su calcinazione e sublimazione
Il brano costituisce una sezione de The Sceptical Chymist (1661) di Robert Boyle, testo fondamentale che segna il superamento dei paradigmi aristotelici e paracelsiani in chimica attraverso l’indagine sperimentale. L’autore, richiamando osservazioni di Agricola e van Helmont, contesta la possibilità di ottenere sostanze semplici o elementari mediante l’analisi per via del fuoco, sottoponendo a verifica empirica la nozione tradizionale di elementi.
L’argomentazione si fonda su evidenze sperimentali relative alla calcinazione e sublimazione. Boyle riporta l’esperimento di van Helmont secondo cui “a coal kept in a glass exactly closed will never be calcined to ashes, though kept never so long in a strong fire” - (fr:409) [un carbone mantenuto in un vetro perfettamente chiuso non si calcinerà mai in ceneri, anche se tenuto a lungo in un fuoco intenso], integrandolo con una propria osservazione sulla distillazione del legno di bosso: il residuo (caput mortuum) permane nero come carbone nella storta incandescente, ma “as soon as ever it was brought out of the candent vessel into the open air, the burning coals did hastily degenerate or fall asunder… into pure white ashes” - (fr:409) [non appena viene portato fuori dal vaso rovente nell’aria aperta, i carboni ardenti degenerano precipitosamente o si disgregano… in ceneri bianche pure].
Analoghe considerazioni emergono dal comportamento dello zolfo, che in vasi chiusi “being leasurely sublimed… rises into dry flowers, which may be presently melted into a bodie of the same nature with that which afforded them” - (fr:410) [essendo sublimato lentamente… si eleva in fiori secchi, che possono essere immediatamente fusi in un corpo della stessa natura di quello che li ha prodotti], mentre nell’aria aperta “it gives… a penetrating fume, which being caught in a glass bell condenses into that acid liquor called oil of sulphur per campanam” - (fr:411) [produce… un fumo penetrante, che, raccolto in una campana di vetro, si condensa in quel liquido acido chiamato olio di zolfo per campanam].
Da queste osservazioni Boyle deduce che “even among the bodies that are not fixt, there are divers of such a texture, that it will be hard to make it appear how the fire… can resolve them into elementary substances” - (fr:412) [anche tra i corpi che non sono fissi, ve ne sono diversi di una tale tessitura, che sarà difficile far apparire come il fuoco… possa risolverli in sostanze elementari]. La spiegazione risiede nella struttura interna della materia: alcuni corpi possiedono una tessitura tale che il fuoco li spinge verso le parti più fredde del recipiente prima di poter “divorce their elements (especially without the assistance of the air)” - (fr:413) [separare i loro elementi (specialmente senza l’assistenza dell’aria)]. Di conseguenza, “what can a naked fire do to analyse a mixt bodie, if its component principles be so minute, and so strictly united, that the corpuscles of it need less heat to carry them up than is requisite to divide them into their principles?” - (fr:414) [cosa può un fuoco nudo fare per analizzare un corpo misto, se i suoi principi componenti sono così minuti e così strettamente uniti, che i corpuscoli di esso necessitano di meno calore per innalzarli di quanto sia richiesto per dividerli nei loro principi?].
Questa dinamica produce due esiti distinti: “of some bodies the fire cannot in close vessels make any analysis at all; and others will in the open air fly away in the forms of flowers or liquors, before the heat can prove able to divide them into their principles” - (fr:415) [di alcuni corpi il fuoco non può in vasi chiusi fare alcuna analisi; e altri nell’aria aperta voleranno via sotto forma di fiori o liquidi, prima che il calore possa rivelarsi capace di dividerli nei loro principi].
Il caso del sal ammoniaco offre una conferma particolarmente evidente. Questo sale, combinato artificialmente da sali comuni e urinosi, presenta una mescolanza così intima che “both in the open fire, and in subliming vessels they rise together as one salt, which seems in such vessels irresoluble by fire alone” - (fr:416) [sia nel fuoco aperto, sia in vasi sublimatori si elevano insieme come un unico sale, che sembra in tali vasi irresolubile dal solo fuoco]. La persistenza della natura composta è tale che “after the ninth sublimation does still retain its compounded nature” - (fr:417) [dopo la nona sublimazione conserva ancora la sua natura composta].
La conclusione epistemologica è radicale: “I scarce know any one mineral, from which by fire alone chymists are wont to sever any substance simple enough to deserve the name of an element or principle” - (fr:418) [conosco a malapena un minerale, dal quale dal solo fuoco i chimisti siano soliti separare alcuna sostanza abbastanza semplice da meritare il nome di elemento o principio]. Questa affermazione sancisce l’insufficienza del metodo analitico tradizionale e propone una nuova definizione di elemento fondata sulla non decomponibilità sperimentale piuttosto che sulla teoria aristotelica dei quattro elementi o sui tre principi paracelsiani.
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10 La critica dell’analisi per fuoco e il solvente universale di van Helmont
Il testo costituisce una riflessione epistemologica e sperimentale sulle limitazioni del fuoco quale unico strumento analitico per la risoluzione dei corpi misti, proponendo l’esistenza di agenti alternativi capaci di produrre sostanze omogenee diverse dai tradizionali principi chimici. L’autore sostiene che la natura possa impiegare strumenti diversi dal fuoco per separare sostanze distinte, sollevando la questione fondamentale: “how know we, but that nature has made, or art may make, some such substance as may be a fit instrument to analyse mixt bodies” - (fr:449) [come possiamo sapere se la natura non abbia creato, o l’arte non possa creare, qualche sostanza del genere che possa essere uno strumento adatto per analizzare i corpi misti].
Questa possibilità mette in discussione la legittimità dei principi componenti tradizionali, poiché “the products of such an analysis may not as justly be called the component principles of the bodies that afford them” - (fr:450) [i prodotti di tale analisi non possano essere giustamente chiamati i principi componenti dei corpi che li forniscono], specialmente considerando che i sali, zolfi e mercuri ottenuti dai chimici non sono così puri ed elementari come presumono. L’argomento si appoggia all’autorità storica di Paracelso e van Helmont, entrambi possessori del celebre liquore alcahest, descritto come “ignis Gehenna” - (fr:452) [fuoco della Geenna] per il suo potere nel risolvere corpi irresolubili dai fuochi volgari.
Le proprietà di questo solvente universale vengono illustrate attraverso esempi specifici e rivoluzionari. Helmont riferisce che digerendo un pezzo di carbone di quercia con l’alcahest, “it was thereby reduced into a couple of new and distinct liquors, discriminated from each other by their colour and situation” - (fr:454) [questo fu ridotto in un paio di liquori nuovi e distinti, discriminati l’uno dall’altro per colore e situazione], senza residuo. Tale agente avrebbe la capacità di “dissolve metals, marchasites, stones, vegetable and animal bodies of what kinde soever, and even glass itself” - (fr:455) [sciogliere metalli, marcasiti, pietre, corpi vegetali e animali di qualsiasi genere, e persino il vetro stesso], riducendo tutti i corpi misti nelle loro sostanze similari senza alcun caput mortuum.
La differenza sostanziale rispetto all’analisi per fuoco emerge chiaramente: mentre il fuoco lascia comunque una sostanza terrestre fissa, l’alcahest permetterebbe di “distil over all concretes without any caput mortuum” - (fr:457) [distillare tutti i corpi concreti senza alcun caput mortuum], rendendo volatili parti che altrimenti sarebbero rimaste fisse. Di conseguenza, “the homogeneous substances obtainable from compound bodies by his piercing liquor, were oftentimes different enough, both as to number and as to nature, from those into which the same bodies are wont to be divided by common fire” - (fr:456) [le sostanze omogenee ottenibili dai corpi composti con il suo liquore penetrante erano spesso abbastanza diverse, sia per numero che per natura, da quelle in cui gli stessi corpi sono soliti essere divisi dal fuoco comune].
La testimonianza di Helmont viene difesa dalla sua reputazione di scrupoloso sperimentatore, nonostante alcune sue affermazioni improbabili. L’autore richiama il principio empirico secondo cui “he that hath seen it hath more reason to believe it, than he that hath not” - (fr:459) [chi l’ha visto ha più ragione di crederci di chi non l’ha visto], riferendosi alle osservazioni dirette di testimoni oculari credibili e a esperienze personali. Queste ultime suggeriscono che un sale circolato o un menstruum possa, “by being abstracted from compound bodies, whether mineral, animal, or vegetable, leave them more unlockt than a wary naturalist would easily believe” - (fr:460) [essendo astratto dai corpi composti, sia minerali, animali o vegetali, lasciarli più aperti di quanto un naturalista cauto facilmente crederebbe], ottenendo sostanze similari diverse da qualsiasi grado o modo di applicazione del fuoco.
Il passaggio rappresenta un momento significativo nella storia della chimica, dove la critica sistematica ai metodi tradizionali e l’apertura verso nuovi strumenti analitici preparano il terreno per una comprensione più ampia della composizione della materia, al di là dei limiti imposti dall’analisi per calcinazione.
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[11.1-10-509|518]
11 La virtù separativa del freddo estremo: esperimenti di crioscopia su liquori e decotti vegetali
Il testo esamina la validità del congelamento come metodo analitico per separare le componenti acquose e spiritose dei liquidi, contestandone l’universale applicabilità attraverso una serie di osservazioni sperimentali e una testimonianza storica di particolare rilievo.
L’autore esprime scetticismo riguardo all’efficacia pratica di tale processo nel caso del vino forte (sack), riportando che, nonostante un inverno straordinariamente rigido e l’uso di neve e sale, non è riuscito a congelare completamente il liquore: “I have not been able in any measure to freez a thin vial full of sack; and even with snow and salt I could freeze little more than the surface of it” - (fr:509) [non sono stato in grado in alcun modo di congelare una sottile fiala piena di sack; e anche con neve e sale ho potuto congelare poco più della superficie di esso]. Egli suggerisce che non ogni grado di freddo è sufficiente a produrre tale analisi: “that ’tis not every degree of cold that is capable of congealing liquors, which is able to make such an analysis (if I may so call it) of them by separating their aqueous and spirituous parts” - (fr:510) [che non è ogni grado di freddo capace di congelare i liquori che è in grado di fare tale analisi (se posso così chiamarla) di essi separando le loro parti acquose e spiritose].
Un riferimento storico cruciale emerge dalla relazione dell’espedizione olandese del 1596, quando Gerard de Veer, John Cornelyson e altri furono costretti a svernare a Nova Zembla. Mentre il sack si congelò completamente senza subire separazione di componenti – “Yea and our sack, which is so hot, was frozen very hard, so that when we were every man to have his part, we were forced to melt it in the fire” - (fr:511) [Anzi, anche il nostro sack, che è così forte, si congelò duramente, così che quando ogni uomo doveva avere la sua parte, fummo costretti a scioglierlo sul fuoco] – gli esploratori non riportarono che il vino fosse diviso in sostanze diverse come invece accadde per la birra: “In which words they imply not, that their sack was divided by the frost into differing substances, after such manner as their beer had been” - (fr:512) [Con le quali parole non implicano che il loro sack fosse diviso dal gelo in sostanze diverse, nella stessa maniera in cui era stata la loro birra].
L’esperienza degli olandesi rappresenta un esperimento involontario ma emblematico della capacità del freddo estremo di “congregare homogenea, et heteroghnea segregare” - (fr:514) [congregare omogenea et eterogenea segregare]. Il barile di birra, trasportato su slitta, si congelò ai tappi mentre il liquido che fuoriusciva solidificava sulle pareti; tuttavia, al suo interno il lievito spesso rimase non congelato e conservò la forza alcolica, mentre la parte ghiacciata aveva sapore d’acqua: “but in that thick yeast that was unfrozen, lay the strength of the beer, so that it was too strong to drink alone, and that which was frozen tasted like water” - (fr:517) [ma in quel lievito spesso che non era congelato, giaceva la forza della birra, così che era troppo forte per bere da solo, e ciò che era congelato sapeva d’acqua].
L’autore riporta anche un proprio tentativo con un decotto vegetale ricco di parti sulfuree e spiritose, esposto a un vento del nord gelido. Al mattino, le parti acquose erano trasformate in ghiaccio mentre quelle spiritose, ritirate verso il centro, si erano preservate come un liquore colorato: “the more aqueous parts of it were turned by the next morning into ice, towards the innermost part of which, the more agile and spirituous parts… they had there preserved themselves unfrozen in the form of a high coloured liquor” - (fr:514) [le parti più acquose di esso erano state trasformate dalla mattina seguente in ghiaccio, verso la parte più interna del quale, le parti più agili e spiritose… si erano lì preservate non congelate nella forma di un liquore di colore intenso]. Tuttavia, egli non attribuisce piena fiducia a questo risultato isolato, preferendo valorizzare la testimonianza olandese come esperimento più completo: “I shall not insist on this experiment, not only because, having made it but once I may possibly have been mistaken in it; but also (and that principally) because of that much more full and eminent experiment of the separative vertue of extream cold, that was made… by the forementioned Dutchmen” - (fr:515) [non insisterò su questo esperimento, non solo perché, avendolo fatto solo una volta, posso essermi possibilmente ingannato; ma anche (e principalmente) a causa di quell’esperimento molto più completo ed eminente della virtù separativa del freddo estremo, che fu fatto… dai suddetti olandesi].
Un’ulteriore conferma sperimentale deriva dal congelamento artificiale di birra in vasi di vetro con neve e sale, durante il quale emerse dal collo una sostanza spessa identificabile come lievito, dotata di maggiore resistenza al gelo rispetto al resto del liquore: “there came out of the neck a certain thick substance, which, it seems, was much better able than the rest of the liquor (that I found turned into ice) to resist a frost; and which, by its colour and consistence seemed manifestly enough to be yeast” - (fr:518) [ne uscì dal collo una certa sostanza spessa, che, sembra, era molto più capace del resto del liquore (che trovai trasformato in ghiaccio) di resistere al gelo; e che, per il suo colore e consistenza sembrava abbastanza manifestamente essere lievito].
Il testo documenta una distinzione fondamentale tra liquori le cui componenti risultano facilmente separabili mediante crioscopia (come la birra o i decotti vegetali) e quelli in cui le parti acquose e spiritose, unite più intimamente attraverso processi di fermentazione o digestione, resistono a tale analisi fisica.
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12 Esperimenti sulla genesi della materia vegetale e la trasmutazione dell’acqua
Il testo presenta una serie di esperimenti quantitativi volti a dimostrare che la sostanza delle piante deriva principalmente dalla trasmutazione dell’acqua piuttosto che dall’assorbimento della terra, in contrasto con le teorie tradizionali. L’autore documenta tentativi personali e riporta dati storici di altri sperimentatori, con particolare attenzione alle misurazioni di peso e alle analisi chimiche.
12.1 Esperimenti con zucche e cetrioli
Il primo esperimento riguarda una zucca (pompion) cresciuta in terra pesata e successivamente essiccata. Nonostante la pianta avesse raggiunto dimensioni considerevoli — “some of those plants, by measure, as big about as my middle” - (fr:534) [alcune di quelle piante, a misura, larghe circa come il mio giro vita] — il peso della terra rimase invariato dopo la cottura in forno: “found it just as much as I did at first” - (fr:534) [trovai esattamente quanto prima]. La zucca con stelo e foglie pesava tre libbre meno un quarto.
Un secondo esperimento con cetrioli mostra risultati ambigui. Sebbene le piante pesassero dieci libbre e mezzo e i rami con le radici quattro libbre meno due once, la terra risultò diminuita di una libbra e mezzo. Tuttavia, l’autore riconosce una possibile fonte di errore: “a great part of it in dust (and the like) wasted” - (fr:538) [gran parte di essa [andata] in polvere (e simili) sprecata], piuttosto che assorbita dalla pianta. Nonostante ciò, trae la conclusione fondamentale che “the main body of the plant consisted of transmuted water” - (fr:539) [il corpo principale della pianta consisteva di acqua trasmutata], ammettendo però che “some of the earth, or rather the dissoluble salt harboured in it, were wasted” - (fr:539) [parte della terra, o piuttosto il sale dissolvibile in essa contenuto, era andata persa].
12.2 Vegetali coltivati esclusivamente in acqua
Per eliminare le variabili legate alla terra, l’autore condusse esperimenti in camera con piante immerse direttamente in acqua. Utilizzando un vaso di vetro trasparente come “transparent flower-pot” - (fr:545) [vaso da fiori trasparente], fece crescere un apice di menta verde (spearmint) di circa un pollice in acqua di sorgente. La pianta sviluppò rapidamente “numerous roots and leaves” - (fr:545) [numerose radici e foglie] e uno stelo robusto, prima di essere uccisa dal calore. Analoghi successi furono ottenuti con maggiorana, melissa e menta piperita.
Una di queste piante, nutrita esclusivamente con acqua, fu sottoposta a distillazione in un piccolo retorto, producendo “some phlegme, a little empyreumaticall spirit, a small quantity of adult oyl, and a caput mortuum” - (fr:547) [della flemma, un poco di spirito empiromatico, una piccola quantità di olio adulto, e un caput mortuum]. Quest’ultimo, apparenza carboniosa, fu identificato come composto di sale e terra, dimostrando che anche le piante cresciute senza terra contengono sostanze terrose, presumibilmente derivate dalla trasmutazione dell’acqua stessa. L’autore specifica di aver usato “spring-water rather than rain-water” - (fr:548) [acqua di sorgente piuttosto che acqua piovana] per evitare le impurità atmosferiche contenute in quest’ultima, descritta come un “Travo-wc/opa” (termine greco probabilmente corrotto nel testo) che contiene “a certain spirituous substance” - (fr:548) [una certa sostanza spirituosa].
12.3 L’esperimento del salice di Van Helmont
Come conferma storica di rilevanza maggiore, viene citato l’esperimento quinquennale di Johann Baptist Van Helmont, descritto come “an author more considerable for his experiments than many learned men are pleased to think him” - (fr:550) [un autore più importante per i suoi esperimenti di quanto molti dotti uomini siano inclini a pensare], nonostante le “extravagancies and untruths” - (fr:550) [stravaganze e falsità] contenute nel suo trattato sulla cura magnetica delle ferite.
Helmont prese “200 pound of earth dried in an oven” - (fr:552) [200 libbre di terra essiccata in forno], vi piantò un tronco di salice di cinque libbre, e lo irrigò per cinque anni con acqua piovana o distillata, proteggendo il vaso con “a plate of iron tinned over and perforated with many holes” - (fr:552) [una lastra di ferro stagnato e forato con molti buchi]. Al termine del periodo, l’albero pesava 169 libbre e circa tre once (comprese le foglie cadute in quattro autunni), mentre la terra essiccata “found it want of its former weight of 200 pound, about a couple only of ounces” - (fr:554) [risultò mancante del suo peso precedente di 200 libbre solo di un paio di once]. Ne conseguiva che “164 pound of the roots, wood, and bark… seem to have sprung from the water” - (fr:554) [164 libbre di radici, legno e corteccia… sembravano derivate dall’acqua].
L’autore suggerisce che, se Helmont avesse distillato l’albero, avrebbe ottenuto le stesse sostanze distinte (flemma, spirito, olio, residuo terroso) ottenute dalle sue piante acquatiche, confermando che l’acqua si trasmuta nei diversi principi chimici che costituiscono la materia vegetale.
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[13.1-10-633|642]
13 La critica della nozione aristotelica di mistione e la teoria corpuscolare dei corpi misti
Confutazione della teoria aristotelica della mistione per predominanza e fondazione di una concezione corpuscolare in cui le sostanze conservano le proprie dimensioni e forme sostanziali nel composto.
Il testo espone una radicale critica alla concezione aristotelica della mistione, sostenendo una teoria corpuscolare in cui i corpi mescolati conservano le proprie dimensioni e forme sostanziali. L’autore confuta in particolare l’idea che in una miscela l’elemento meno abbondante venga “trasformato” in quello predominante, argomentando che altrimenti non si spiegherebbe come mai “bodies can be mingled other waies than as I have declared, or at least how they can be mingled, as our peripateticks would have it” - (fr:633) [i corpi possano mescolarsi in modo diverso da come ho dichiarato, o almeno come possano mescolarsi come vorrebbero i nostri peripatetici].
La critica si concentra inizialmente sull’esempio aristotelico del vino nell’acqua. Secondo la dottrina peripatetica, “if a drop of wine be put into ten thousand measures of water, the wine being overpowered by so vast a quantity of water will be turned into it” - (fr:634) [se una goccia di vino viene messa in diecimila misure d’acqua, il vino essendo sopraffatto da così vasta quantità d’acqua sarà trasformato in essa], affermazione che l’autore giudica “very improbably” - (fr:634) [molto improbabile]. L’argomento si sviluppa per assurdo: se si aggiungesse all’acqua una quantità di vino superiore di mille volte, ma una goccia alla volta, “by his rule the whole liquor should not be a crama, a mixture of wine and water, wherein the wine would be predominant, but water only” - (fr:635) [secondo la sua regola tutto il liquore non dovrebbe essere un crama, una miscela di vino e acqua in cui il vino sarebbe predominante, ma solo acqua], poiché ogni goccia cadrebbe nell’acqua e verrebbe trasformata in essa.
Questa conseguenza logica viene estesa al dominio metallurgico con un esempio pratico: se la teoria aristotelica fosse valida, “’twere a rare secret for goldsmiths, and refiners; for by melting a mass of gold, or silver, and by but casting into it lead or antimony, grain after grain, they might at pleasure, within a reasonable compass of time, turn what quantity they desire, of the ignoble into the noble metalls” - (fr:636) [sarebbe un raro segreto per gli orafi e i raffinatori; poiché fondendo una massa d’oro o d’argento, e gettandovi dentro piombo o antimonio, grano dopo grano, potrebbero a piacere, entro un tempo ragionevole, trasformare qualsiasi quantità desiderino di metalli ignobili in metalli nobili].
In alternativa alla penetrazione totale, l’autore propone una concezione corpuscolare basata sull’evidenza sensibile. L’osservazione che una pinta di vino e una pinta d’acqua producono circa un quarto di liquore dimostra che “these bodies doe not totally penetrate one another” - (fr:637) [questi corpi non penetrano totalmente l’un l’altro], ma “each retains its own dimensions” - (fr:637) [ciascuno conserva le proprie dimensioni]. La mistione consiste quindi in una divisione in “minute bodies, that do but touch one another with their surfaces” - (fr:637) [corpi minuti, che si toccano solo con le superfici], analogamente ai chicchi di cereali in un mucchio.
Questa concezione viene contrapposta anche alla nozione stoica di σύγχυσις, o confusione, secondo cui il corpo più piccolo può essere co-esteso con il più grande. L’autore sottolinea che, a meno di ammettere una semplice giustapposizione superficiale anche nel caso del vino e dell’acqua, si ricadrebbe nell’assurdità per cui “in a mixt body wherein before the elements were mingled there was, for instance, but one pound of water to ten thousand of earth, yet according to them there must not be the least part of that compound, that consisted not as well of earth, as water” - (fr:638) [in un corpo misto in cui prima che gli elementi fossero mescolati vi era, per esempio, solo una libbra d’acqua per diecimila di terra, tuttavia secondo loro non deve esservi la minima parte di quel composto che non consista tanto di terra quanto d’acqua].
Ulteriori argomenti confermano la persistenza degli elementi nei composti. Secondo Aristotele stesso, “the motion of a mixt body followes the nature of the predominant element” - (fr:639) [il moto di un corpo misto segue la natura dell’elemento predominante]. Inoltre, poiché le qualità elementari rimangono attive nei corpi misti, “it seems not reasonable to deny the actual existence of the elements in those bodies wherein they operate” - (fr:640) [non sembra ragionevole negare l’esistenza attuale degli elementi in quei corpi in cui operano].
L’argomento decisivo deriva dalla separabilità dei componenti: “experience manifests, and Aristotle confesses it, that the miscibilia may be again separated from a mixt body, as is obvious in the chymical resolutions of plants and animalls” - (fr:641) [l’esperienza manifesta, e Aristotele lo confessa, che i miscibilia possono essere di nuovo separati da un corpo misto, come è evidente nelle risoluzioni chimiche di piante e animali]. Questa separazione sarebbe impossibile se gli elementi non conservassero le loro forme. Infatti, poiché secondo Aristotele vi è una sola materia comune, “’tis not therefore the matter but the forme that constitutes and discriminates things” - (fr:641) [non è quindi la materia ma la forma che costituisce e distingue le cose]. Di conseguenza, dire che gli elementi permangono solo secondo la materia e non secondo le forme equivale a negarne la persistenza, poiché “the elementary formes being according to this hypothesis perished and abolished” - (fr:642) [le forme elementari essendo, secondo questa ipotesi, perite e abolite], il corpo risultante sarebbe semplice come qualsiasi elemento puro.
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[14.1-16-653|668]
14 La natura corpuscolare della materia e i modi della combinazione chimica
Trattazione sulla distinzione tra mescolanza meccanica e trasformazione chimica secondo la filosofia corpuscolare.
L’analisi si fonda sull’assunto che i corpi possano mescolarsi in modo duraturo anche senza essere elementari, come dimostrato dal “regulus of colliquated antimony, and iron” - (fr:653) [regolo di antimonio colliquato e ferro] e dalla “gold coyne, which lasts so many ages” - (fr:653) [moneta d’oro, che dura per molti secoli], dove l’oro è legato con circa un dodicesimo di argento o rame. La base teorica risiede nel concetto di “one universal matter” - (fr:654) [unica materia universale], la “materia prima” - (fr:654) [materia prima] degli aristotelici, le cui porzioni differiscono solo per “certain qualities or accidents” - (fr:654) [certe qualità o accidenti] che determinano la denominazione specifica del corpo.
Si distinguono due modalità fondamentali di combinazione. La prima riguarda “clusters of particles, wherein the particles are so minute, and the coherence so strict” - (fr:656) [grumi di particelle, in cui le particelle sono così minute e la coesione così stretta] che, quando mescolati con altri corpi, mantengono la propria natura e possono essere separati. Questo avviene nell’esempio dell’oro e dell’argento: “aquafortis will dissolve the silver, and leave the gold untoucht” - (fr:657) [l’acquaforte scioglierà l’argento e lascerà intatto l’oro], permettendo di recuperare entrambi i metalli dalla massa mista.
La seconda modalità comporta una trasformazione sostanziale quando i corpuscoli di un corpo aderiscono più strettamente con quelli di un altro che tra loro. In tal caso “each of them really ceases to be a corpuscle of the same denomination it was before; and from the coalition of these there may emerge a new body” - (fr:659) [ognuno di essi cessa realmente di essere un corpuscolo della stessa denominazione di prima; e dalla coalizione di questi può emergere un nuovo corpo], che non può essere ridiviso nei corpuscoli originari “by the fire, or any other known way of analysis” - (fr:659) [con il fuoco o con qualsiasi altro metodo analitico conosciuto].
Le evidenze sperimentali illustrano questa distinzione. Nel caso del rame sciolto in acquaforte, si ottiene un “goodly vitriol” - (fr:660) [bel vetriolo], ma distillando emergono “red fumes” - (fr:660) [fumi rossi] che, per colore, odore e acidità, si manifestano essere spiriti nitrosi, dimostrando che “the nitrous spirits, or at least many of them, may in this compounded mass retain their former nature” - (fr:660) [gli spiriti nitrosi, o almeno molti di essi, possono in questa massa composta mantenere la loro natura precedente], mentre il calce rimane rame.
Al contrario, quando il minio (piombo calcinato) si scioglie nello spirito di aceto, si forma il “saccharum saturni” - (fr:661) [zucchero di Saturno], un sale “saccharine” - (fr:661) [saccarino] che differisce enormemente dagli ingredienti. Qui l’unione è così stretta che “the spirit of vinegar seems to be, as such, destroyed” - (fr:661) [lo spirito di aceto sembra essere, come tale, distrutto], avendo perso completamente l’acidità che lo caratterizzava. Non solo si percepisce “an admirable sweetness” - (fr:661) [una ammirabile dolcezza] anziché acidità, ma distillando si ottiene un liquido penetrante ma non acido, e lo spirito di vino, che normalmente sibila a contatto con l’aceto forte, non produce alcuna reazione con il saccharum saturni, dimostrando che “the acid salt of vinegar, did it survive” - (fr:661) [il sale acido dell’aceto, se fosse sopravvissuto] è in realtà scomparso.
Un esempio ancor più evidente è il mescolamento di minio e sal ammoniacco: sebbene due polveri, una blu e l’altra gialla, possano apparire verdi senza perdere i colori originari, osservabili al microscopio, nel caso del minio “the whole mass became white, and the red corpuscles were destroyed” - (fr:662) [tutta la massa divenne bianca, e i corpuscoli rossi furono distrutti], senza che il piombo separato mantenga la forma di polvere rossa originaria.
Il testo introduce una distinzione filosofica cruciale tra “matter immanent” - (fr:664) [materia immanente], dove le parti mantengono la propria natura (come legno, pietre e calce nella casa), e “transient” - (fr:664) [transitoria], che riceve una nuova forma senza poter riammettere la vecchia, come avviene quando “chyle is the matter of blood, and blood that of a humane body” - (fr:665) [il chilo è la materia del sangue, e il sangue quella del corpo umano]. Riguardo ai principi materiali, si accetta che esistano principi comuni a tutti i corpi misti, come “Aristotle’s four elements, or the chymists tria prima” - (fr:666) [i quattro elementi di Aristotele, o i tria prima degli chimici], e principi peculiari di specifici corpi, come “butter and a kind of whey may be said to be the proper principles of cream” - (fr:666) [il burro e una sorta di siero possono essere detti i principi propri della panna].
Un riferimento significativo alla tradizione alchemica emerge nel confronto tra mescolanza ordinaria e operazione della pietra filosofale: mentre piombo e oro comune possono essere separati, quando “a tantillum of the red elixir be mingled with the saturn” - (fr:667) [un tantillum di elisir rosso è mescolato con il Saturno], si produce oro perfetto in un’unione “so indissoluble” - (fr:667) [così indissolubile] che non esiste modo di separare l’elisir dal piombo. Qui “the saturn seems to have quite lost its properties that made it be called lead, and to have been rather transmuted by the elixir, than barely associated to it” - (fr:667) [il Saturno sembra aver completamente perso le proprietà che lo facevano chiamare piombo, ed essere stato piuttosto trasmutato dall’elisir, che semplicemente associato ad esso].
La conclusione teorica ribadisce che “it seems not alwaies necessary, that the bodies that are put together per minima should each retain its own nature” - (fr:668) [non sembra sempre necessario che i corpi che sono messi insieme per minima mantengano ciascuno la propria natura], poiché possono acquisire nuove forme attraverso associazioni più strette con le parti di altri ingredienti, sollevando infine il dubbio se anche nel sangue e in altri corpi naturali ciascun corpuscolo conservi la propria natura originaria.
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15 L’analisi sperimentale dello spirito di bosso e la pluralità dei principi chimici
Carneade espone a Eleuterio l’estrazione di uno spirito duplice dal bosso distillato, dimostrando empiricamente l’esistenza di una nuova categoria di sostanze saline intermedie tra acidi e alcalini, e propone la risoluzione dei corpi composti in quattro principi distinti.
Il testo presenta una serie di esperimenti condotti su un distillato ottenuto dal legno di bosso (Buxus sempervirens), volti a dimostrare che esistono sostanze chimiche che sfuggono alla classificazione tradizionale in acidi, alcalini e sulfurei. Dalla distillazione del bosso si ottiene inizialmente uno spirito duplice che, trattato con coralli, si separa in due componenti distinti: uno di natura acidamente corrosiva e l’altro dotato di odore e sapore penetranti ma privo di acidità. “Né fui deluso nelle mie aspettative; poiché, avendo delicatamente estratto il liquore dai coralli, si raccolse uno spirito di odore forte e di sapore molto pungente ma senza alcuna acidità” - (fr:775) [Nor was I deceived in my expectation; for having gently abstracted the liquor from the corals, there came over a spirit of a strong smell, and of a taste very piercing but without any sowrness].
La differenza sostanziale tra i due liquori emerge attraverso una batteria di prove chimiche. Lo spirito acido, simile all’aceto, dissolve i coralli e reagisce violentemente con il sale di tartaro: “lo spirito acido di bosso, non solo avrebbe, come ho appena riferito, disciolto i coralli, su cui l’altro non avrebbe attaccato, ma versato sul sale di tartaro avrebbe immediatamente bollito e sibilato, mentre l’altro sarebbe rimasto tranquillo su di esso” - (fr:777) [the sowre spirit of box, not only would… dissolve corals… but being poured upon salt of tartar would immediately boyle and hiss, whereas the other would lye quietly upon it]. Analogamente, lo spirito acido trasforma il minio in zucchero di piombo e altera il colore dello sciroppo di viole da blu a rossastro: “Lo spirito acido versato sul minio fece uno zucchero di piombo… mentre lo spirito acido trasformò lo sciroppo in un colore rossastro” - (fr:778) [The acid spirit poured upon minium made a sugar of lead… the acid spirit turned the syrup of a reddish colour]. Il test con il lignum nephriticum conferma ulteriormente la distinzione: lo spirito composto (acido) decolora immediatamente l’infusione bluastra, mentre l’altro non altera il colore: “Poche gocce dello spirito composto… distrussero immediatamente ogni colore bluastro, mentre l’altro spirito non lo avrebbe rimosso” - (fr:779) [A few drops of the compound spirit… presently destroyed all the blewish colour, whereas the other spirit would not take it away].
Il componente non-acidico, invece, si distingue per la sua inerzia verso sia i sali alcalizzati che gli acidi forti. Mescolato con sale di tartaro o spirito di urina non produce effervescenza, ma neppure reagisce con l’olio di vetriolo: “la mescolanza dell’olio di vetriolo stesso non produceva alcun sibilo o effervescenza, che come sapete è solita seguire all’affusione di quel liquore altamente acido” - (fr:784) [yet did not the mingling of oyle of vitriol itself produce any hissing or effervescence]. Questo comportamento bivalente suggerisce l’esistenza di una nuova specie di corpi salini, intermedia tra le tre categorie tradizionali: “lo spirito semplice di bosso… ci fornirà un nuovo tipo di corpi salini, diverso da quelli finora notati” - (fr:782) [the simple spirit of box… will furnish us with a new kind of saline bodies].
L’uso dei coralli come agente separatore rivela inoltre una proprietà cromatica singolare: la soluzione risultante dall’interazione con lo spirito acido assume una colorazione rossa, ottenendo un sale simile al tradizionale sale di corallo preparato con aceto: “ottenni una soluzione che (per notare quella singolarità tra parentesi) era rossa… rimase una sostanza solubile molto simile al comune sale di corallo” - (fr:781) [I obtained a solution, which… was red… there remained a soluble substance much like the ordinary salt of coral]. Carneade allude ad ulteriori prove che non può rivelare senza compromettere scoperte premature: “potrei informarvi di diverse prove che feci, ma non devo nominarne alcune, perché non posso farlo senza fare alcune rivelazioni inopportune” - (fr:776) [I might informe you of several tryals that I made, but must not name some of them, because I cannot do so without making some unseasonable discoveries].
Eleuterio riconosce nel metodo sperimentale una portata teorica e pratica significativa. La tecnica di separazione mediante corali è estendibile a qualsiasi sale alcalizzato o corpo carbonatico su cui agisca lo spirito di aceto: “non siate così limitato… nell’impiegare i coralli; ma che possiate altrettanto bene servirvi di qualsiasi sale alcalizzato, o di perle, o di occhi di granchio… su cui lo spirito comune di aceto agisca facilmente e, per parlare con una frase elmontiana, si esantli” - (fr:786) [you are not so confined… to employ corals; but that you may as well make use of any alcalizate salt, or of pearls, or crabs eyes… upon which common spirit of vinegar will easily work, and… exantlate itself]. Il metodo permette di preparare “una numerosa serie di nuovi spiriti, che sebbene più semplici di quelli che si ritengono elementari, sono manifestamente dotati di qualità peculiari e potenti” - (fr:785) [a numerous sort of new spirits, which though more simple than any that are thought elementary, are manifestly endowed with peculiar and powerful qualities], con potenziali applicazioni mediche suggerite dal colore rosso della soluzione, sebbene Carneade ammetta di non averne ancora verificato l’efficacia: “Non ho ancora provato… di quale utilità possano essere i liquori menzionati in medicina, sia come medicinali che come menstrui” - (fr:787) [I have not yet tryed… of what use the mentioned liquors may be in physick, either as medicines or as menstruums].
Il passaggio conclusivo ribalta la teoria dei principi chimici tradizionali. Carneade deduce che, poiché esistono corpi composti risolvibili in quattro sostanze differenziate anziché nelle tre o cinque ammesse dalla tradizione paracelsiana o aristotelica, queste meritano ugualmente il titolo di principi: “ci sono diversi corpi composti che possono essere risolti in quattro sostanze così diverse, che possono meritare altrettanto il nome di principi di quelli a cui gli alchimisti lo danno liberamente” - (fr:788) [there are divers compound bodies, which may be resolved into four such differing substances, as may as well merit the name of principles, as those to which the chymists freely give it]. Questa affermazione costituisce una testimonianza fondamentale del passaggio dall’alchimia speculativa alla chimica sperimentale moderna, basata sull’evidenza empirica piuttosto che su schemi teorici predefiniti.
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[16.1-22-794|815]
16 La critica alla terminologia oscura degli alchimisti nel Chimico Scettico
Boyle smaschera l’ambiguità intenzionale della scrittura alchemica come strumento di occultamento dell’ignoranza, distinguendo radicalmente tra la capacità sperimentale di separare sostanze e la capacità di fornire una spiegazione filosofica rigorosa dei principi della materia.
Il testo presenta una critica sistematica alla pratica degli scrittori chimici di impiegare una terminologia confusa ed equivoca. Carneade osserva che autori eminenti come Raimondo Lullo e Paracelso abusano dei termini impiegati, attribuendo “divers things, one name” e “one thing, many names” - (fr:794) [a cose diverse un unico nome, e a una stessa cosa molti nomi], arrivando a chiamare la medesima sostanza talvolta zolfo e talvolta mercurio di un corpo. Questa confusione terminologica si estende anche ai principi stessi: le descrizioni del mercurio come principio dei corpi misti risultano così intricate che, come si legge, “those that have endeavoured to polish and illustrate the notions of the chymists, are fain to confess that they know not what to make of it” - (fr:795) [coloro che hanno cercato di lucidare e illustrare le nozioni dei chimici sono costretti a confessare che non sanno che farsene].
Eleuterio conferma che tali espressioni equivoche sembrano studiate dagli autori per rendere l’arte più misteriosa e venerabile, o per occultare una conoscenza giudicata inestimabile. Tuttavia, Carneade replica che la maggior parte degli uomini colti, quando non comprende ciò che legge, conclude che sia piuttosto colpa dello scrittore che propria: “when they understand not what they read, to conclude, that it is rather the writers fault than their own” - (fr:798) [quando non comprendono ciò che leggono, concludono che è piuttosto colpa dello scrittore che propria]. L’ambiguità diventa quindi strumento di seduzione del volgo ignorante, che ammira ciò che non capisce, espongendo gli autori al disprezzo dei dotti.
La critica si fa più aspra quando Carneade suggerisce che l’oscurità non nasconde tesori di sapere, ma piuttosto la loro assenza: “chymists write thus darkly, not because they think their notions too precious to be explained, but because they fear that if they were explained, men would discern, that they are far from being precious” - (fr:800) [i chimici scrivono così oscuramente non perché ritengano le loro nozioni troppo preziose per essere spiegate, ma perché temono che, se spiegate, gli uomini discernerebbero che sono tutt’altro che preziose]. La ragione principale di tale oscurità risiede nel fatto che gli stessi chimisti non possiedono nozioni chiare e distinte dei principi che pretendono di insegnare: “not having clear and distinct notions of them themselves, they cannot write otherwise than confusedly of what they but confusedly apprehend” - (fr:801) [non avendo essi stessi nozioni chiare e distinte di essi, non possono scrivere altrimenti che confusamente di ciò che confusamente concepiscono], oltre a essere consapevoli della invalidità della loro dottrina.
Sebbene sia scusabile scrivere oscuramente sugli arcani come l’elisir o la pietra filosofale, questa modalità diviene inammissibile quando si pretendono insegnare i principi generali della filosofia naturale. Nelle ricerche speculative, dove si mira alla “naked knowledge of the truth” - (fr:803) [nuda conoscenza della verità], l’uso di termini mistici e frasi ambigue non fa che “darkens what he should clear up” - (fr:803) [oscurare ciò che dovrebbe chiarire], aggiungendo al lettore la fatica di indovinare il senso oltre a quella di esaminare la verità.
Carneade precisa il proprio metodo: non intende esaminare le opere private di singoli maestri, ma le opinioni comuni sui tria prima che trova concordi tra i chimici incontrati. L’obiettivo è esaminare le cose stesse in cui gli spagirici risolvono i corpi misti mediante il fuoco, dimostrando che queste sostanze sono ben lontane dalla semplicità elementare: “those differing substances are many of them farr enough from elementary simplicity, and may be yet looked upon as mixt bodies” - (fr:809) [quelle sostanze differenti sono per molte di esse ben lontane dalla semplicità elementare, e possono ancora essere considerate corpi misti], conservando spesso la natura dei concreti da cui furono estratti.
Eleuterio esprime soddisfazione per questa smascheratura della vanità dei “canting chymists” e auspica che gli uomini dotti scrivano chiaramente, privando gli impostori della possibilità di abusare del mondo con titoli promettenti e parole vuote. Tuttavia, solleva un’obiezione: poiché queste sostanze sono produzioni dell’arte chimica, ottenibili solo mediante essa, gli artisti dovrebbero avere il diritto di nominarle come i genitori con i figli, essendo i più adatti a insegnarne la natura.
Carneade chiude con una distinzione fondamentale che segna il passaggio dall’alchimia alla chimica moderna: “there is great difference betwixt the being able to make experiments, and the being able to give a philosophical account of them” - (fr:815) [vi è grande differenza tra essere capaci di fare esperimenti ed essere capaci di darne un resoconto filosofico]. La capacità operativa non implica automaticamente la comprensione teorica rigorosa dei principi.
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[17.1-12-869|880]
17 Critica sperimentale dei principi chimici e natura complessa delle sostanze
Il testo costituisce una critica sistematica alla teoria dei tre principi chimici (zolfo, sale, mercurio), basata su esperimenti di distillazione e calcinazione che dimostrano la natura composta o trasmutabile delle sostanze ritenute elementari.
L’autore inizia mettendo in discussione l’attribuzione degli odori allo zolfo, osservando che i sali volatili, pur essendo fugaci e dotati di un odore fortissimo, potrebbero contenere parti oleose incorporate a quelle saline: “are fugitive and endowed with an exceeding strong smell, either that chymists do erroneously ascribe all odours to sulphurs, or that such salts consist of some oyly parts well incorporated with the saline ones” - (fr:869) [sono volatili e dotati di un odore estremamente forte, o che i chimici attribuiscono erroneamente tutti gli odori agli zolfi, o che tali sali consistono di parti oleose ben incorporate con quelle saline]. Analogamente, lo spirito di aceto, considerato un principio acido, presenta un odore pungente che difficilmente può derivare dal solo sale, suggerendo una parentela con lo zolfo nonostante la sua natura: “And the like conjecture I have also made concerning spirit of vinegar, which, though the chymists think one of the principles of that body, and though being an acid spirit it seems to be much less of kin than volatile salts to sulphurs; yet, not to mention its piercing smell; which I know not with what congruity the chymist will deduce from salt” - (fr:870) [E ho fatto una simile congettura anche riguardo allo spirito di aceto, che, sebbene i chimici lo considerino uno dei principi di quel corpo, e sebbene essendo uno spirito acido sembri essere molto meno affine degli sali volatili agli zolfi; tuttavia, senza menzionare il suo odore pungente; che non so con quale congruità il chimico dedurrà dal sale].
L’analisi si concentra poi sull’esperimento di distillazione del saccharum saturni (acetato di piombo) descritto nel Tyrocinium Chymicum di Beguinus. La distillazione produce non solo uno spirito fine, ma anche due oli distinti—uno rosso-sanguigno e pesante, l’altro giallo e galleggiante—che contraddicono l’idea di principi semplici: “out of which Beguinus assures us, that he distilled, besides a very fine spirit, no less than two oyles, the one blood-red and ponderous, but the other swimming upon the top of the spirit, and of a yellow colour” - (fr:870) [dal quale Beguinus ci assicura che distillò, oltre a uno spirito molto fine, non meno di due oli, uno rosso-sanguigno e pesante, ma l’altro galleggiante sulla superficie dello spirito, e di colore giallo]. L’autore conferma personalmente che, sebbene non abbia ottenuto due oli distinti, il saccharum saturni produce effettivamente olio per distillazione senza aggiunta: “And though I remember not that I have had two distinct oyles from sugar of lead, yet that it will though distilled without addition yeeld some oyle, disagrees not with my experience” - (fr:871) [E sebbene non ricordi di aver avuto due oli distinti dallo zucchero di piombo, tuttavia che esso produca, sebbene distillato senza aggiunta, qualche olio, non è in disaccordo con la mia esperienza].
I chimici tradizionali spiegherebbero questi oli come zolfo volatilizzato del piombo, adducendo come prova il caput mortuum nero e privo di valore (nullius momenti) che rimane dopo la distillazione, come se il metallo fosse passato oltre il recipiente: “you’l find a caput mortuum extreamly black, and (as he speaks) nullius momenti, as if the body, or at least the chief part of the metal itself were by the distillation carried over the helme” - (fr:872) [troverete un caput mortuum estremamente nero, e (come egli dice) nullius momenti [di nessun valore], come se il corpo, o almeno la parte principale del metallo stesso fosse stata trasportata oltre il recipiente per distillazione].
Tuttavia, l’autore propone tre congetture alternative che minano la stabilità dei principi chimici. La prima suggerisce che l’olio fosse già presente nello spirito di aceto, rendendo il principio chimico ulteriormente risolvibile; la seconda ipotizza che l’olio sia un composto di parti dello spirito e del piombo, quindi eterogeneo; la terza congettura propone una vera trasmutazione dello spirito acido in olio per azione della calce saturnina: “either that this oyle did formerly concurr to constitute the spirit of vinegar, and so that what passes for a chymical principle may yet be further resoluble into distinct substances; or that some’ parts of the spirit together with some parts of the lead may constitute a chymical oyle, which therefore though it pass for homogeneous, may be a very compounded body: or at least that by the action of the distilled vinegar and the saturnine calx one upon another, part of the liquor may be so altered as to be transmuted from an acid spirit into an oyle” - (fr:873) [o che questo olio concorse in precedenza a costituire lo spirito di aceto, e quindi ciò che passa per un principio chimico può ancora essere ulteriormente risolvibile in sostanze distinte; o che alcune parti dello spirito insieme con alcune parti del piombo possano costituire un olio chimico, che quindi sebbene passi per omogeneo, può essere un corpo molto composto: o almeno che per l’azione dell’aceto distillato e della calce saturnina l’una sull’altra, parte del liquore possa essere così alterata da essere trasmutata da spirito acido in olio]. L’autore nota che, sebbene le prime due congetture siano più pertinenti all’argomento principale, anche la terza serve a confermare altri passaggi del discorso: “And though the truth of either of the two former conjectures would make the example I have reflected on more pertinent to my present argu ment; yet you’l easily discern, the third and last conjecture cannot be unserviceable to confirm some other passages of my discourse” - (fr:874) [E sebbene la verità di una delle due prime congetture renderebbe l’esempio su cui ho riflettuto più pertinente al mio presente argomento; tuttavia voi facilmente comprenderete, che la terza e ultima congettura non può essere inutile per confermare alcuni altri passaggi del mio discorso].
Il discorso si sposta poi sullo spirito di vino deflegmato, dove il cosiddetto zolfo perde la proprietà oleosa di immiscibilità con l’acqua: “that which they call the sulphur of the concrete loses, by the fermentation, the property of oyle, (which the chymists likewise take to be the true sulphur of the mixt) of being unminglable with the water” - (fr:875) [ciò che chiamano lo zolfo del concreto perde, per la fermentazione, la proprietà dell’olio, (che i chimici considerano ugualmente come il vero zolfo del misto) di essere immiscibile con l’acqua]. Citando l’esperimento di Helmont, l’autore riporta che una libbra di spirito di vino può essere trasmutata in circa mezza oncia di sale e acqua elementare mediante sale di tartaro: “a pound of the purest spirit of wine may barely by the help of pure salt of tartar (which is but the fixed salt of wine) be resolved or transmuted into scarce half an ounce of salt, and as much elementary water as amounts to the remaining part of the mentioned weight” - (fr:876) [una libbra dello spirito di vino più puro può appena con l’aiuto del puro sale di tartaro (che non è altro che il sale fisso del vino) essere risolta o trasmutata in scarsamente mezza oncia di sale, e tanta acqua elementare quanta corrisponde alla parte rimanente del peso menzionato].
Infine, si pone il problema del sale fisso alcalizzato, considerato il principio salino dei corpi inceneriti. L’autore dubita che tale sale sia preesistente nella materia o piuttosto una produzione del fuoco: “it may be doubted whether that fixt and alcalizate salt, which is so unanimously agreed on to be the saline principle of incinerated bodies, be not, as ’tis alcalizate, a production of the fire” - (fr:877) [si può dubitare se quel sale fisso e alcalizzato, su cui si concorda così unanimemente essere il principio salino dei corpi inceneriti, non sia, in quanto alcalizzato, una produzione del fuoco]. Il tartaro prima dell’incenerimento contiene infatti un sale acido dal sapore diverso: “the taste of tartar, for example, seem to argue that it contains a salt before it be burned, yet that salt being very acid is of a quite differing taste from the lixiviate salt of calcined tartar” - (fr:878) [il sapore del tartaro, per esempio, sembra dimostrare che contiene un sale prima di essere bruciato, tuttavia quel sale essendo molto acido ha un sapore del tutto diverso dal sale lixiviale del tartaro calcinato]. Sebbene alcuni corpi (come corno di cervo, ambra, sangue) producano sali volatili senza incenerimento, il sale fisso alcalizzato richiede necessariamente la calcinazione: “this volatile salt differs much, as we shall see anon, from the fixt alcalizate salt I speak of; which for ought I remember is not producible by any known way, without incineration” - (fr:879) [questo sale volatile differisce molto, come vedremo tra poco, dal sale fisso alcalizzato di cui parlo; che per quanto ricordo non è producibile con alcun metodo conosciuto, senza incenerimento]. Il testo si conclude con un riferimento alla precipitazione del mercurio in polvere secca senza aggiunta di altri corpi: “quicksilver may be precipitated, without addition, into a dry powder, that remains so in water” - (fr:880) [il mercurio vivo possa essere precipitato, senza aggiunta, in una polvere secca, che rimane tale nell’acqua].
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[18.1-18-891|908]
18 La critica di Boyle ai principi chimici e il criterio dell’omogeneità perfetta
Boyle confuta la validità delle analisi al fuoco come prova dell’esistenza di principi semplici preesistenti nei corpi misti, contestando sia la teoria aristotelica degli elementi sia i tre principi paracelsiani attraverso il rigoroso criterio dell’omogeneità perfetta.
L’autore si colloca in una posizione critica rispetto a entrambe le tradizioni filosofiche: pur riconoscendo che certi argomenti degli alchimisti risultano efficaci contro gli Aristotelici, evidenzia come tale validità non lo riguardi personalmente, poiché egli contesta simultaneamente gli elementi aristotelici e i principi chimici. La sua posizione metodologica si fonda su un criterio rigoroso: “must not look upon any body as a true principle or element, but as yet compounded, which is not perfectly homogeneous” - (fr:892) [non deve considerare alcun corpo come un vero principio o elemento, ma come ancora composto, che non è perfettamente omogeneo], escludendo dunque qualsiasi sostanza ulteriormente risolvibile in componenti distinte, per quanto minute.
L’analisi critica si concentra inizialmente sull’argomento della predominanza. Gli alchimisti denominano un corpo “sale”, “zolfo” o “mercurio” sulla base del principio predominante in esso contenuto; tuttavia, secondo Boyle, questo stesso atteggiamento costituisce un’implicita ammissione della natura composta delle sostanze ottenute: “that itself is an acknowledgment of what I contend for; namely that these productions of the fire are yet compounded bodies” - (fr:893) [ciò stesso è un riconoscimento di ciò per cui io combatto; vale a dire che queste produzioni del fuoco sono ancora corpi composti]. Concedendo che tali sostanze siano effettivamente composte, resta tuttavia non dimostrato che consistano principalmente di un corpo primitivo semplice che meriti il nome di principio: “it is affirmed, but not proved, that the reputed salt, or sulphur, or mercury, consists mainly of one body that deserves the name of a principle of the same denomination” - (fr:894) [si afferma, ma non si prova, che il presunto sale, o zolfo, o mercurio, consista principalmente di un corpo che meriti il nome di principio della stessa denominazione].
L’autore solleva quindi una questione epistemologica fondamentale sulla natura della prova sperimentale. Se gli alchimisti pretendessero di dimostrare per ragione ciò che affermano, contraddirebbero le loro stesse premesse empiriche: “what becomes of their confident boasts, that the chymist… can convince our eyes, by manifestly shewing in any mixt body those simple substances” - (fr:896) [che ne è dei loro sicuri vanti, che l’alchimista… può convincere i nostri occhi, mostrando manifestamente in qualsiasi corpo misto quelle sostanze semplici]? Il ricorso a prove non sperimentali equivarrebbe ad abbandonare l’argomento dimostrativo fondamentale della chimica, liberando l’autore dall’obbligo di esaminare altro che prove sperimentali: “for the chymists to have recourse in this case to other proofs than experiments, as it is to wave the grand argument that has all this while been given out for a demonstrative one” - (fr:897) [per gli alchimisti ricorrere in questo caso ad altre prove che non sperimentali, poiché è abbandonare il grande argomento che è stato finora presentato come dimostrativo].
Boyle affronta anche le possibili obiezioni difensive. Pur riconoscendo plausibile l’argomento che la maggior parte della sostanza ottenuta sia effettivamente tale per cui è denominata, e che esista una manifesta analogia con i principi teorici, respinge l’applicabilità di questa difesa alla propria posizione: “though it may be employed against them, yet it is not available against me, who allow nothing to be an element that is not perfectly homogeneous” - (fr:898) [sebbene possa essere impiegato contro di loro, non è tuttavia valido contro di me, che non ammetto nulla come elemento che non sia perfettamente omogeneo]. L’argomento della predominanza risulterebbe ragionevole solo se si fosse mai osservata la natura comporre corpi misti a partire da principi puri: “that might much more reasonably be said, if either we or the chymists had seen nature take pure salt, pure sulphur, and pure mercury, and compound of them every sort of mixt bodies” - (fr:899) [ciò potrebbe essere detto molto più ragionevolmente, se o noi o gli alchimisti avessimo visto la natura prendere sale puro, zolfo puro e mercurio puro, e comporre con essi ogni sorta di corpi misti]. Di conseguenza, non si può dare per scontata la composizione principale di un olio distillato senza prova oculare dell’esistenza di uno zolfo omogeneo in quella pianta: “we must not take it for granted, that the distilled oyle (for instance) of a plant is mainly composed of the pure principle called sulphur, till they have given us an ocular proof” - (fr:900) [non dobbiamo dare per scontato che l’olio distillato (per esempio) di una pianta sia composto principalmente del puro principio chiamato zolfo, finché non ci avranno dato una prova oculare].
Particolare rilevanza assume la critica all’argomento della somiglianza. Boyle distingue nettamente tra apparenza esterna e realtà ontologica: “it will not presently follow, that because a production of the fire has some affinity with some of the greater masses of matter here below, that therefore they are both of the same nature, and deserve the same name” - (fr:903) [non seguirà immediatamente che, poiché una produzione del fuoco ha qualche affinità con alcune delle masse maggiori di materia qui sotto, che quindi siano entrambi della stessa natura, e meritino lo stesso nome]. Egli ricorda che gli stessi alchimisti negano che la fiamma costituisca una porzione dell’elemento fuoco, o che le ceneri costituiscano terra elementare, nonostante le somiglianze. Lo stato della controversia riguarda non l’ottenimento di sostanze simili nell’aspetto a mercurio o zolfo, ma la dimostrazione che i corpi perfettamente misti siano composti e risolvibili in un numero determinato di corpi primari non misti: “whether or no all bodies confessed to be perfectly mixt were composed of, and are resoluble into a determinate number of primary unmixt bodies” - (fr:901) [se o no tutti i corpi riconosciuti essere perfettamente misti fossero composti di, e siano risolvibili in un numero determinato di corpi primari non misti].
Infine, l’autore delimita rigorosamente ciò che le dissezioni chimiche effettivamente dimostrano. Esse provano solo che alcuni corpi misti (non tutti), inclusi in vasi chiusi, sono dissolvibili dal fuoco in sostanze differenti per qualità e consistenza: “some mixt bodies (for in many it will not hold) are by the fire, when they are included in close vessels… dissoluble into several substances differing in some qualities, but principally in consistence” - (fr:905) [alcuni corpi misti (poiché in molti non reggerà) sono dal fuoco, quando sono inclusi in vasi chiusi… dissolvibili in diverse sostanze differenti in alcune qualità, ma principalmente nella consistenza]. Specificamente, si ottiene una sostanza fissa in parte salina e in parte insipida, un liquore untuoso e altri liquori dotati di sapore: “a fixt substance partly saline, and partly insipid, an unctuous liquor, and another liquor or more that without being unctuous have a manifest taste” - (fr:906) [una sostanza fissa in parte salina, e in parte insipida, un liquore untuoso, e un altro liquore o più che senza essere untuosi hanno un sapore manifesto].
Boyle conclude distinguendo tra convenzione nominale e realtà sostanziale. Se gli alchimisti convengono di chiamare tali prodotti per nomi convenzionali, non vi è obiezione; ma se pretendono che questi siano corpi semplici e primari effettivamente preesistenti nei corpi misti prima dell’operazione del fuoco, le prove sperimentali non suffragano tale tesi: “if they will tell me that salt, sulphur, and mercury, are simple and primary bodies whereof each mixt body was actually compounded… they must give me leave to doubt whether… their experiments prove all this” - (fr:907) [se mi diranno che sale, zolfo e mercurio sono corpi semplici e primari di cui ogni corpo misto era realmente composto… devono darmi licenza di dubitare se… i loro esperimenti provino tutto questo]. La richiesta finale privilegia l’evidenza sensibile e le confessioni degli stessi alchimisti sulle nude asserzioni: “they must give me leave to believe my own senses; and their own confessions, before their bare assertions” - (fr:908) [devono darmi licenza di credere ai miei stessi sensi; e alle loro stesse confessioni, prima delle loro nude asserzioni].
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19 La critica empirica ai principi chimici: eterogeneità di sali, zolfo e mercurio
Resoconto dell’analisi sperimentale che confuta la teoria dei tre principi attraverso la dimostrazione della diversità intrinseca delle sostanze chimiche.
L’argomentazione si sviluppa come confutazione sistematica della dottrina chimica che riduce la materia a tre principi omogenei—sale, zolfo e mercurio—dimostrando attraverso evidenze sperimentali che le sostanze raggruppate sotto ciascuna denominazione presentano in realtà natura eterogenea e proprietà contraddittorie.
La critica si apre con l’evidenza che spiriti chimici considerati antitetici possono produrre effetti simili, mentre sostanze dello stesso tipo possono non mescolarsi. “spirit of nitre and spirit of hartshorne being poured together will boyle and hisse and tosse up one another into the air” - (fr:913) [lo spirito di nitro e lo spirito di corno di cervo, versati insieme, bolliranno e sibilando si scacceranno a vicenda nell’aria], vengono citati come esempio di antipatia tra corpi, eppure l’autore ha prodotto “two sorts of oyle out of the same man’s blood, that would not mingle with one another” - (fr:913) [due sorta di olio dal sangue dello stesso uomo, che non si mescolavano l’una con l’altra], dimostrando che la diversità non si risolve nella tripartizione teorica.
Particolare rilevanza assume la confutazione del criterio gustativo per identificare il principio salino. Sebbene i chimici deducano la predominanza del sale dal sapore forte, si osserva che “those spirits, such as spirit of tartar, spirit of hartshorn, and the like, which are reckoned to be the mercuries of the bodies that afford them, have manifestly a strong and piercing taste” - (fr:914) [quegli spiriti, come lo spirito di tartaro, lo spirito di corno di cervo e simili, che sono considerati i mercuri dei corpi che li forniscono, hanno manifestamente un sapore forte e pungente]. Analogamente, “the chymical oyle of cinnamon or of cloves, or even of turpentine” - (fr:916) [l’olio chimico di cannella o di chiodi di garofano, o anche di trementina] possiedono sapori intensissimi, eppure appartengono al principio zolfureo. Un informante esperto ha confermato che “he never was able to make them at all tasteless” - (fr:917) [non è mai ristato a renderli affatto insapori], invalidando l’assunto che il sapore dimostri la presenza o predominanza del sale.
La diversità dei sali si manifesta in forme cristalline distinte e proprietà fisiche opposte. Il “salt of hartshorn” - (fr:929) [sale di corno di cervo] aderisce al ricevitore “in the forme almost of a parallelipipedon” - (fr:929) [nella forma quasi di un parallelepipedo], mentre il “volatile salt of humane blood” - (fr:929) [sale volatile di sangue umano] forma “grains of that figure which geometricians call a rhombus” - (fr:929) [grani di quella figura che i geometri chiamano rombo]. Tra i sali fissi e volatili esiste un contrasto estremo: il “salt of tartar” - (fr:926) [sale di tartaro] è così fisso da “indure the brunt of a violent fire, and stand in fusion like a metal” - (fr:926) [sopportare la violenza di un fuoco intenso, e stare in fusione come un metallo], mentre il “salt of hartshorn” - (fr:926) [sale di corno di cervo] “will fly away in a gentle heat as easily as spirit of wine itself” - (fr:926) [svolerà con un calore gentile tanto facilmente quanto lo spirito di vino stesso].
L’urina fornisce esempi particolarmente significativi di eterogeneità salina. Da essa si possono ottenere “not only a volatile and chrystalline salt, and a fixt salt, but likewise a kind of sal armoniack” - (fr:935) [non solo un sale volatile e cristallino, e un sale fisso, ma altresì una sorta di sal ammoniacco], quest’ultimo “not fixt, and yet was far from being so fugitive as the volatile salt” - (fr:935) [non fisso, eppure lontano dall’essere così volatile quanto il sale volatile]. Un esperimento con sublimato corrosivo dimostra la diversità tra sale fisso e volatile della stessa legna: il primo produce “an orange colour” - (fr:938) [un colore arancione], il secondo “immediately turned white, almost like milke” - (fr:938) [immediatamente divenne bianco, quasi come latte].
Per quanto riguarda il principio zolfureo, gli oli distillati conservano le proprietà specifiche dei concreti di origine, dimostrando di essere “but the material crasis (if I may so speak) of their concretes” - (fr:942) [se non la crasi materiale (se posso così dire) dei loro concreti]. Gli “oyles of cinnamon, cloves, nutmegs” - (fr:943) [oli di cannella, chiodi di garofano, noce moscata] differiscono in densità: alcuni “sink to the bottom of water” - (fr:944) [affondano sul fondo dell’acqua], altri “swim upon it” - (fr:944) [galleggiano su di essa]. L’olio di anice mostra proprietà fisiche peculiari: “the whole body of the oyle in a cool place to thicken into the consistence and appearance of white butter” - (fr:946) [l’intero corpo dell’olio in un luogo fresco si addensava nella consistenza e nell’aspetto di burro bianco].
La prova sperimentale più rigorosa proviene dalla distillazione frazionata dei semi di anice. Applicando prima “a very gentle heat” - (fr:952) [un calore molto gentile] si ottiene un olio aromatico volatile che “spontaneously coagulating itself into white butter did manifest itself to be the true oyle of aniseseeds” - (fr:954) [coagulandosi spontaneamente in burro bianco si manifestava essere il vero olio di semi di anice], mentre successivamente con fuoco più intenso si ottiene “an empyreumatical spirit” - (fr:953) [uno spirito empiromatico] e “adust oyle” - (fr:953) [olio adusto] scuro e privo dell’odore caratteristico, dimostrando che “divers times out of the same animal or vegetable, there may be extracted oyles of natures obviously differing” - (fr:949) [diverse volte dallo stesso animale o vegetale, si possono estrarre oli di natura evidentemente diversa].
Infine, le tinciture ottenute con spirito di vino non costituiscono zolfo elementare ma “a kind of magistery which consequently must contain ingredients or parts of several sorts” - (fr:960) [una sorta di magistero che conseguentemente deve contenere ingredienti o parti di diverse sorte], poiché lo spirito di vino “has dissolved (for I take it to be a solution) the finer parts of the concrete (without making any nice distinction of their being perfectly sulphureous or not)” - (fr:960) [ha disciolto (poiché ritengo sia una soluzione) le parti più sottili del concreto (senza fare distinzione precisa se fossero perfettamente zolfuree o no)].
Dal punto di vista storico, il testo costituisce una testimonianza fondamentale del passaggio dall’alchimia tradizionale alla chimica moderna, sostituendo la classificazione dogmatica basata su tre principi astratti con un’induzione empirica fondata su proprietà osservabili e misurabili, prefigurando la teoria corpuscolare della materia.
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20 La diversità dei principi chimici: critica alla teoria paracelsiana dei tre elementi
Carneade (Robert Boyle) smonta la dottrina dei tre principi (sale, zolfo, mercurio) dimostrando l’eterogeneità degli “spiriti” chimici e la differenza sostanziale tra il mercurio metallico estratto e gli spiriti vegetali o animali.
Il testo costituisce un’argomentazione critica contro la teoria paracelsiana che riduce tutti i corpi misti a tre principi elementari: sale, zolfo e mercurio. Attraverso l’analisi empirica delle sostanze chimiche dette “spiriti”, l’autore evidenzia come queste non costituiscano un’unica categoria omogenea, bensì una famiglia eterogenea di sostanze chimicamente distinte.
La prima anomalia riguarda lo spirito di vino (alcol etilico), sostanza completamente infiammabile che, secondo i canoni della teoria dominante, dovrebbe essere classificata come principio sulfureo piuttosto che mercuriale: “And yet pure spirit of wine being wholly inflamable ought according to them to be reckoned to the sulphureous, not the mercurial principle” - (fr:993) [Eppure lo spirito puro di vino, essendo completamente infiammabile, dovrebbe secondo loro essere attribuito al principio sulfureo, non a quello mercuriale].
La tassonomia si complica ulteriormente quando si esaminano gli spiriti salini, quali quelli di nitro, vetriolo e sale marino, che appartengono in realtà alla “famiglia dei sali”. Particolarmente rilevante è l’analisi dello spirito di corno di cervo (ammoniaca), che l’autore ha sperimentalmente dimostrato essere riducibile in sale e flegma: “even the spirit of hartshorn, being, as I have tryed, in great part, if not totally reducible into salt and phlegme, may be suspected to be but a volatile salt disguised by the phlegme mingled with it into the forme of a liquor” - (fr:994) [persino lo spirito di corno di cervo, essendo, come ho provato, in gran parte, se non totalmente riducibile in sale e flegma, può essere sospettato di essere nient’altro che un sale volatile mascherato dal flegma mescolatosi ad esso nella forma di un liquore].
La diversità si manifesta anche nelle proprietà sensoriali e reattive. Lo spirito di corno di cervo differisce dallo spirito di aceto per il gusto (salino versus acido) e per il comportamento chimico: la loro miscela provoca un’effervescenza simile a quella di liquori chimicamente contrari: “the taste of the one being acid, and the other salt, and their mixture in case they be very pure, sometimes occasioning an effervescence like that of those liquors the chymists count most contrary to one another” - (fr:995) [il gusto dell’uno essendo acido, e dell’altro salato, e la loro miscela, nel caso siano molto puri, talvolta provoca un’effervescenza simile a quella di quei liquori che i chimici considerano i più contrari tra loro].
Anche tra gli spiriti vegetali si riscontra una diversità sensibile: lo spirito di quercia differisce da quello di tartaro, e questi a loro volta dal bosso o dal guaiaco: “for spirit of oak, for instance, differs from that of tartar, and this from that of box, or of guajacum” - (fr:996) [perché lo spirito di quercia, per esempio, differisce da quello di tartaro, e questo da quello di bosso, o di guaiaco]. In generale, tutti questi liquori distillati manifestano “a great disparity betwixt themselves, either in their actions on our senses, or in their other operations” - (fr:997) [una grande disparità tra loro, sia nelle loro azioni sui nostri sensi, sia nelle loro altre operazioni].
Il passaggio decisivo riguarda il confronto tra questi spiriti organici e il mercurio metallico (running mercury o quicksilver). L’autore distinggue tra il mercurio commerciale (un corpo misto) e il mercurius corporum estratto dai metalli, citando esplicitamente Claveus come autore che usa questo termine per distinguerlo: “that which is separated from metals, which by some chymists that seem more philosophers than the rest, and especially by the above mentioned Claveus, is (for distinction sake) called mercurius corporum” - (fr:1000) [quello che è separato dai metalli, che da alcuni chimici che sembrano più filosofi degli altri, e specialmente dal suddetto Claveus, è (per distinguerlo) chiamato mercurius corporum].
Questo liquore metallino, considerato dagli spagirici come uno dei tre principi costitutivi dei corpi minerali, presenta differenze notorie rispetto ai cosiddetti mercuri di vegetali e animali. Da ciò l’autore deduce un dilemma epistemologico fondamentale: o i minerali e gli altri corpi misti non consistono degli stessi elementi, o i principi in cui i minerali vengono risolti non sono che principi secondari o misti di specie peculiari, che devono essere ridotti a forme molto diverse per essere della stessa specie dei liquori vegetali: “those principles whereinto minerals are immediately resolved, which chymists with great ostentation shew us as the true principles of them, are but secondary principles, or mixts of a peculiar sort, which must be themselves reduced to a very differing forme, to be of the same kind with vegetable and animal liquors” - (fr:1001) [quei principi in cui i minerali sono immediatamente risolti, che i chimici con grande ostentazione ci mostrano come i veri principi di essi, sono solo principi secondari, o misti di una sorta peculiare, che devono essere essi stessi ridotti a una forma molto diversa, per essere della stessa specie dei liquori vegetali e animali].
Il testo si conclude con una dichiarazione di scetticismo metodologico: anche ammettendo che i chimici più giudiziosi estraggano vero mercurio corrente dai metalli, resta il dubito che tali mercuri estratti differiscano tanto dal comune argento vivo quanto dai mercuri vegetali e animali: “yet it may be still doubted whether such extracted mercuries do not as well differ from common quicksilver, and from one another, as from the mercuries of vegetables and animals” - (fr:1002) [tuttavia può ancora essere dubitato se tali mercuri estratti non differiscano tanto dal comune argento vivo, e tra loro, quanto dai mercuri di vegetali e animali].
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21 La moltiplicazione dei principi chimici e la critica alla dottrina paracelsiana
Il testo esamina la teoria dei tre principi (zolfo, sale, mercurio) nella tradizione chimica, evidenziando la molteplicità specifica di ciascun principio nelle diverse sostanze naturali e la difficoltà di conciliare le diverse posizioni di Paracelso.
Il passaggio analizza la dottrina dei principi chimici secondo la tradizione paracelsiana, sottolineando come esista non un unico zolfo, sale o mercurio universali, ma una molteplicità di esseri specifici legati a ciascuna specie naturale. “nee vero tot sulphura tanturn, sed et totidem salia; sal aliud in metallis, aliud in gemmis, aliud in lapidibus, aliud in salibus, aliud in vitriolo, aliud in alumine: similis etiam mercurii est ratio” - (fr:1015) [e infatti non solo tanti zolfi, ma anche altrettanti sali; un sale nei metalli, un altro nelle gemme, un altro nelle pietre, un altro nei sali, un altro nel vetriolo, un altro nell’allume: simile è anche la condizione del mercurio], con la conseguenza che “unicuique speciei suus peculiaris mercurius sit” - (fr:1017) [per ciascuna specie esista il suo proprio e peculiare mercurio]. Nonostante questa differenziazione specifica, il testo ribadisce l’esistenza di tre essenze fondamentali: “una essentia est sulphur; una est sal; una est mercurius” - (fr:1018) [un’essenza è lo zolfo; una è il sale; una è il mercurio].
La divisione si articola ulteriormente a livello intra-specifico, poiché anche all’interno di una stessa specie esistono molteplicità qualitative. “Addo quod et specialius adhuc singula dividantur; aurum enim non unum, sed multiplex, ut et non unum pyrum, pomum, sed idem multiplex, totidem etiam sulphura auri, salia auri, mercurii auri” - (fr:1019) [Aggiungo che anche ciascuna cosa si divide più specificamente; l’oro infatti non è uno, ma multiplo, così come non esiste una sola pera, mela, ma la stessa cosa è multipla, altrettanti zolfi dell’oro, sali dell’oro, mercuri dell’oro], e lo stesso vale per le gemme: “quot saphyri prsestantiores, laeviores, etc. […] tot etiam saphyrica sulphura, saphyrica salia, saphyrici mercurii” - (fr:1019-1020) [quanti zaffiri più eccellenti, più levigati, ecc. […] altrettanti zolfi di zaffiro, sali di zaffiro, mercuri di zaffiro], estendendo il concetto a “turconibus et gemmis aliis universis” - (fr:1021) [turchesi e tutte le altre gemme].
Il testo prosegue con una critica epistemologica alla coerenza del pensiero paracelsiano. Dalla molteplicità delle opinioni espresse nei suoi scritti, l’autore suggerisce che “either that my opinion is favoured by that of Paracelsus, or that Paracelsus his opinion was not alwaies the same” - (fr:1022) [o che la mia opinione è favorita da quella di Paracelso, o che l’opinione di Paracelso non era sempre la stessa]. La difficoltà di ricostruire una dottrina coerente emerge chiaramente: “if his doctrine be not consistent with that part of mine which it is brought to countenance, it is very difficult to know what his opinion concerning salt, sulphur and mercury, was” - (fr:1023) [se la sua dottrina non è coerente con quella parte della mia che è stata portata a sostegno, è molto difficile sapere quale fosse la sua opinione riguardo al sale, allo zolfo e al mercurio], giustificando la scelta di non assumere l’onere di esaminarla o confutarla.
Infine, il testo contesta la presunta semplicità elementare di altre sostanze tradizionalmente considerate primarie. “Those very bodies, the chymists call phlegme and earth, do yet recede from an elementary simplicity” - (fr:1024) [quegli stessi corpi che i chimici chiamano flemma e terra, tuttavia si discostano da una semplicità elementare]. La complessità della terra comune e dell’acqua, nonostante l’opinione contraria tradizionale, non è negata nemmeno dai Peripatetici moderni più cauti: “most earths are much less simple bodies than is commonly imagined even by chymists, who do not so considerately to prescribe and employ earths promiscuously in those distillations that require the mixture of some caput mortuum, to hinder the flowing together of the matter, and to retain its grosser parts” - (fr:1025) [la maggior parte delle terre sono corpi molto meno semplici di quanto sia comunemente immaginato anche dai chimici, che non prescrivono e impiegano così consideratamente terre promiscuamente in quelle distillazioni che richiedono la miscela di qualche caput mortuum, per impedire il fluire insieme della materia, e per trattenere le sue parti più grossolane].
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22 La critica alla dottrina dei cinque elementi e l’analisi per via di fuoco
Carneades smonta la teoria dei cinque principi elementari, mostrando come la suddivisione in cinque frazioni sia un artefatto del metodo distillativo applicabile solo ai corpi organici, non a quelli minerali.
Il testo presenta una fase del dibattito nel quale Carneades — la voce sceptica che incarna la posizione dell’autore — affronta una dottrina alternativa a quella precedentemente esaminata, riconoscendone tuttavia i limiti condivisi con la teoria vulgare. Pur ritenendo questa opinione “in some respects more defensible than that of the vulgar chymists” - (fr:1044) [in alcuni aspetti più difendibile di quella dei chimici volgari], egli ne denuncia le fragilità metodologiche. Entrambe le dottrine, infatti, presuppongono senza dimostrazione sufficiente che “the fire is the true and adequate analyzer of bodies” - (fr:1045) [il fuoco sia il vero e adeguato analizzatore dei corpi] e che le sostanze ottenute dall’analisi fossero pre-esistenti nel corpo misto, semplicemente estricate l’una dall’altra. Inoltre, entrambe attribuiscono ai prodotti del fuoco una semplicità elementare che l’esperienza ha mostrato non appartenergli.
La critica si fa più incisiva quando Carneades limita la validità di questa teoria quinaria ai soli corpi organici. Il numero di cinque elementi, sostiene, dovrebbe almeno essere “restrained to the generality of animal and vegetable bodies” - (fr:1045) [limitato alla generalità dei corpi animali e vegetali], poiché esistono organismi che sembrano costituiti da un numero diverso di sostanze simili. La limitazione diviene esclusione netta nel regno minerale: “in the mineral kingdom, there is scarce one concrete that has been evinced to be adequately divisible into such five principles or elements, and neither more nor lesse” - (fr:1046) [nel regno minerale, c’è scarsamente un concreto che sia stato dimostrato essere adeguatamente divisibile in tali cinque principi o elementi, e né più né meno]. Metalli e minerali, a causa della loro struttura più forte e permanente, resistono a tale analisi.
Questa stessa osservazione serve a spiegare perché proprio cinque sostanze emergano dalle analisi. Poiché “we find not that the fire can make any such analysis (into five elements) of metals and other mineral bodies whose texture is more strong and permanent, it remains that the five substances under consideration be obtained from vegetable and animal bodies” - (fr:1048) [non troviamo che il fuoco possa fare tale analisi (in cinque elementi) dei metalli e altri corpi minerali la cui struttura è più forte e permanente, rimane che le cinque sostanze in considerazione siano ottenute dai corpi vegetali e animali], i quali, per la loro struttura più lassa, sono suscettibili di distillazione. La quintuplicità delle frazioni non riflette quindi una realtà ontologica universale, ma deriva dalle proprietà fisiche specifiche dei materiali organici sottoposti al calore.
Il testo conclude con una descrizione tecnica delle modalità con cui le parti si separano durante la distillazione. Se le parti non restano tutte fisse — come nell’oro o nel talco calcinato — né tutte volatili — come nella sublimazione dello zolfo o della canfora — ma si associano in nuove configurazioni dopo la dissipazione, è naturale che si dividano in parti fisse e volatili. Queste ultime, a seconda delle loro proprietà, ascendono “either in a dry forme, which chymists are pleased to call, if they be tasteless, flowers; if sapid, volatile salt; or in a liquid forme” - (fr:1051) [o in forma secca, che i chimici sono lieti di chiamare, se sono insapide, fiori; se saporite, sale volatile; o in forma liquida]. Il liquido può essere infiammabile — e quindi classificato come olio — o non infiammabile ma sottile e pungente, denominato spirito, oppure debole o insipido, identificato come flemma o acqua. Questa classificazione empirica delle frazioni ottenute per distillazione sostituisce così la presunta struttura elementare universale con una descrizione operativa basata sulle proprietà osservabili.
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23 La critica boyliana ai principi chimici e alla dottrina delle qualità
Il testo costituisce una critica sistematica alla teoria dei tre principi chimici (sale, zolfo e mercurio), sostenuta dai chimici tradizionali e dai seguaci di Paracelso, evidenziando l’incapacità di tale sistema di spiegare le proprietà generali della materia e le contraddizioni interne alla dottrina stessa.
L’autore inizia contestando la capacità dei tre principi di rendere conto di affezioni della materia estremamente generali come il moto, la luce e il suono. Riguardo al moto, si osserva che esso rappresenta un affetto della materia troppo universale per essere ricondotto a uno specifico principio chimico: “I demand also, from which of the chymical principles motion flowes; which yet is an affection of matter much more general than any that can be deduced from any of the three chymical principles” - (fr:1129) [Chiedo inoltre, da quale dei principi chimici derivi il moto; il quale tuttavia è un affetto della materia molto più generale di qualsiasi altro che possa essere dedotto da uno qualsiasi dei tre principi chimici]. Analogamente, la luce non si limita allo zolfo infiammato dei corpi misti, ma si riscontra in fenomeni naturali diversi come i legni marci, i pesci putrefatti, le lucciole viventi e gli astri celesti: “I might ask the like question concerning light, which is not only to be found in the kindled sulphur The Sceptical Chymist 169 of mixt bodies but (not to mention those sorts of rotten woods, and rotten fish that shine in the dark) in the tails of living glow-wormes, and in the vast bodies of the sun and stars” - (fr:1130) [Potrei porre la stessa domanda riguardo alla luce, che non si trova solo nello zolfo acceso dei corpi misti ma (per non menzionare quei tipi di legni marci e pesci marci che brillano al buio) nelle code dei vermi luccicoli viventi, e nei vasti corpi del sole e delle stelle].
Particolarmente rilevante è l’analisi del suono, la cui produzione non risulta specifica di alcun principio, essendo generabile dall’urto di sostanze omogenee quali olio su olio, spirito su spirito, sale su sale, ma anche acqua su acqua e terra su terra: “I would gladly also know, in which of the three principles the quality, we call sound, resides as in its proper subject; since either oyl falling upon oyle, or spirit upon spirit, or salt upon salt, in a great quantity, and from a considerable height, will make a noise, or if you please, create a sound, and (that the objection may reach the Aristotelians) so will also water upon water, and earth upon earth” - (fr:1131) [Vorrei anche sapere volentieri, in quale dei tre principi risieda la qualità che chiamiamo suono come nel suo soggetto proprio; poiché sia l’olio che cade sull’olio, o lo spirito sullo spirito, o il sale sul sale, in grande quantità e da un’altezza considerevole, produrrà un rumore, o se preferite, creerà un suono, e (affinché l’obiezione raggiunga anche gli Aristotelici) così faranno anche l’acqua sull’acqua e la terra sulla terra]. Queste osservazioni estendono la critica anche agli Aristotelici, dimostrando come la difficoltà di assegnazione dei soggetti propri delle qualità interessi entrambe le tradizioni filosofiche: “And I could name other qualities to be met with in divers bodies, of which I suppose my adversaries will not in haste assign any subject, upon whose account in must needs be, that the quality belongs to all the other several bodies” - (fr:1132) [E potrei nominare altre qualità che si riscontrano in diversi corpi, delle quali suppongo che i miei avversari non assegneranno in fretta alcun soggetto, per conto del quale deve necessariamente essere che la qualità appartenga a tutti gli altri diversi corpi].
Il passaggio successivo evidenzia una contraddizione fondamentale nella dottrina chimica, invitando a confrontare la supposizione esaminata con altri principi della stessa tradizione: “And, before I proceed any further, I must here invite you to compare the supposition we are examining, with some other of the chyrnical tenents” - (fr:1133) [E, prima di procedere oltre, devo qui invitarvi a confrontare la supposizione che stiamo esaminando con alcuni altri principi chimici]. Da un lato, i chimici attribuiscono a ciascun principio multiple qualità distinte: “For, first they do in effect teach, that more than one quality may belong to, and be deduced from, one principle” - (fr:1134) [Poiché, in primo luogo, insegnano di fatto che più di una qualità può appartenere a un principio e derivarne]. Nello specifico, al sale vengono attribuiti sapori e potere coagulante, allo zolfo odori e infiammabilità, al mercurio colori ed effumabilità: “For, they ascribe to salt, tastes, and the power of coagulation; to sulphur, as well odours as inflamableness ; and some of them ascribe to mercury, colours; as all of them do effumability, as they speak” - (fr:1135) [Poiché attribuiscono al sale i sapori e il potere di coagulazione; allo zolfo, tanto gli odori quanto l’infiammabilità; e alcuni di loro attribuiscono al mercurio i colori; come tutti attribuiscono l’effumabilità, per così dire].
Dall’altro lato, emerge che una stessa qualità — la volatilità — appartiene indistintamente a tutti e tre i principi e persino all’acqua: “And on the other side, it is evident that volatility belongs in common to all the three principles, and to water too” - (fr:1136) [E d’altra parte, è evidente che la volatilità appartiene in comune a tutti e tre i principi, e anche all’acqua]. Gli oli chimici sono volatili, ma anche diversi sali ottenuti dall’analisi di corpi concreti, come il sale del corno di cervo e della carne, dimostrano fugacità durante la distillazione: “For ’tis manifest that chymical oyles are volatile; that also divers salts, emerging upon the analysis of many concretes, are very volatile, is plain from the fugitiveness of salt, of hartshorn, flesh, etc.” - (fr:1137) [Poiché è manifesto che gli oli chimici sono volatili; che anche diversi sali, emergenti dall’analisi di molti concreti, sono molto volatili, è chiaro dalla fugacità del sale, del corno di cervo, della carne, ecc.], “ascending in the distillation of those bodies” - (fr:1138) [che ascendono nella distillazione di quei corpi]. L’acqua stessa si converte facilmente in vapori: “How easily water may be made to ascend in vapours, there is scarce anybody that has not observed” - (fr:1139) [Quanto facilmente l’acqua possa essere fatta ascendere in vapori, non c’è quasi nessuno che non l’abbia osservato].
Il principio mercuriale, definito da Paracelso stesso per la sua inclinazione a volatilizzarsi in forma di vapore, conferma l’inadeguatezza del sistema: “And as for what they call the mercurial principle of bodies, that is so apt to be raised in the form of steam, that Paracelsus and others define it by that aptness to fly up” - (fr:1140) [E per quanto riguarda ciò che chiamano il principio mercuriale dei corpi, esso è così incline a essere sollevato in forma di vapore, che Paracelso e altri lo definiscono per quella inclinazione a volare su]. La conclusione inevitabile è che i chimici non sono stati accurati nella loro dottrina, poiché derivano qualità diverse dallo stesso principio mentre attribuiscono la stessa qualità a principi diversi e ad altri corpi: “so that (to draw that inference by the way) it seems not that chymists have been accurate in their doctrine of qualities, and their respective principles, since they both derive several qualities from the same principle, and must ascribe the same quality to almost all their principles and other bodies besides” - (fr:1140) [così che (per trarre quell’inferenza per inciso) sembra che i chimici non siano stati accurati nella loro dottrina delle qualità e dei rispettivi principi, poiché derivano diverse qualità dallo stesso principio e devono attribuire la stessa qualità a quasi tutti i loro principi e ad altri corpi oltre a quelli].
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24 La critica alla determinazione del numero degli elementi e il paradosso della loro esistenza
Il testo presenta una trattazione critica della teoria degli elementi, mettendo in discussione sia il numero determinato di principi costitutivi della materia sia, in ultima istanza, la stessa esistenza di elementi come entità fondamentali. L’autore, attraverso il personaggio di Carneade, sviluppa un argomento scettico che si confronta principalmente con la dottrina chimica dei tre principi (sale, zolfo, mercurio), preferendola a quella aristotelica dei quattro elementi in quanto fondata sull’esperienza e più accreditata presso i moderni.
La critica centrale riguarda l’impossibilità di stabilire un numero definitivo di elementi a causa della variabilità dei metodi di risoluzione delle sostanze. Viene introdotta la figura dell’alcaest, il solvente universale dei patriarchi spagirici Paracelso e Van Helmont, capace di risolvere i corpi misti in principi diversi da quelli ottenuti mediante il fuoco. Come si legge, “it may be considered, if what those patriarchs of the spagyrists, Paracelsus and Helmont, do on divers occasions positively deliver, be true; namely that the alkahest does resolve all mixt bodies into other principles than the fire, it must be decided which of the two resolutions (that made by the alkahest, or that made by the fire) shall determine the number of the elements” - (fr:1221) [può essere considerato, se ciò che quei patriarchi degli spagirici, Paracelso e Helmont, affermano in diverse occasioni in modo positivo, sia vero; cioè che l’alcaest risolve tutti i corpi misti in altri principi diversi dal fuoco, deve essere deciso quale delle due risoluzioni (quella fatta dall’alcaest, o quella fatta dal fuoco) determinerà il numero degli elementi]. Questa dualità metodologica genera un problema epistemologico fondamentale: prima di poter affermare con certezza quanti siano gli elementi, occorrerebbe stabilire quale strumento di analisi – l’alcaest o il fuoco – debba fungere da criterio legittimo di risoluzione.
L’analisi rivela inoltre che l’alcaest produce non solo sostanze di natura diversa rispetto al fuoco, ma anche quantità variabili a seconda del corpo analizzato. “So although we should acquiesce in that resolution which is made by fire, we find not that all mixt bodies are thereby divided into the same number of elements and principles; some concretes affording more of them than others do” - (fr:1223) [Così, anche se dovessimo accontentarci di quella risoluzione che è fatta dal fuoco, non troviamo che tutti i corpi misti siano perciò divisi nello stesso numero di elementi e principi; alcuni concreti ne forniscono di più di altri]. L’esempio specifico del carbone che produce due liquori distinti mentre le pietre si riducono solo in sale, come riportato nella testimonianza helmontiana citata, evidenzia questa eterogeneità: “he could totally reduce all sorts of stones into salt only, whereas of a coal he had two distinct liquors” - (fr:1222) [poteva ridurre completamente tutti i tipi di pietre solo in sale, mentre da un carbone ne aveva due liquori distinti].
Di fronte a tale variabilità, l’autore propone un’analogia linguistica per sottolineare l’assurdità di imporre un numero uniforme di elementi a tutti i corpi naturali: “Nor does it appear more congruous to that variety that so much conduceth to the perfection of the universe, that all elemented bodies be compounded of the same number of elements, than it would be for a language, that all its words should consist of the same number of letters” - (fr:1225) [Né appare più congruente a quella varietà che contribuisce tanto alla perfezione dell’universo, che tutti i corpi elementati siano composti dello stesso numero di elementi, di quanto lo sarebbe per una lingua, che tutte le sue parole dovessero consistere dello stesso numero di lettere]. La sfida lanciata agli interlocutori di estrarre da oro, mercurio o vetro di Moscovia tante sostanze distinte quante si possono ottenere dal vetriolo o dal succo d’uva (“And they that out of gold, or mercury, or muscovy-glass, will draw me as many distinct substances, as I can separate from vitriol, or from the juice of grapes variously ordered” - (fr:1224) [E coloro che da oro, o mercurio, o vetro di Moscovia, vorranno estrarmi tante sostanze distinte, quante io posso separare dal vetriolo, o dal succo d’uva variamente trattato]) evidenzia la inconsistenza empirica della teoria dei tre principi universali.
Il testo prosegue con una Appendice Paradossale in cui Carneade, su sollecitazione di Eleutherio, estreme il proprio scetticismo fino a mettere in discussione l’esistenza stessa degli elementi. “I halfe expected, Carneades, that after you had so freely declared your doubting, whether there be any determinate number of elements, you would have proceeded to question whether there be any elements at all” - (fr:1227) [Mi aspettavo a metà, Carneade, che dopo aver dichiarato così liberamente il tuo dubbio, se ci sia un numero determinato di elementi, saresti proceduto a mettere in questione se ci siano elementi affatto]. Pur dichiarando di parlare più per obbedienza che per convinzione (“more perhaps to express my obedience, than my opinion” - (fr:1229) [anche se più forse per esprimere la mia obbedienza che la mia opinione]), Carneade ammette che, supposta la verità degli esperimenti alcaestici, non è assurdo dubitare della necessità di ammettere alcun elemento o principio ipostatico: “though it may seem extravagant, - yet it is not absurd to doubt, whether, for ought has been proved, there be a necessity to admit any elements, or hypostatical principles, at all” - (fr:1229) [anche se può sembrare stravagante, non è assurdo dubitare se, per quanto è stato dimostrato, ci sia necessità di ammettere alcuni elementi, o principi ipostatici, affatto].
La scelta di rivolgersi specificamente ai chimici piuttosto che agli aristotelici risponde a una strategia argomentativa precisa: “I will address myself to oppose them I have last named, because their doctrine about the elements is more applauded by the moderns, as pretending highly to be grounded upon experience” - (fr:1230) [mi rivolgerò ad oppormi a questi ultimi, perché la loro dottrina sugli elementi è più applaudita dai moderni, pretendendo altamente di essere fondata sull’esperienza]. Questa preferenza metodologica sottolinea il valore storico del testo come testimonianza del passaggio dalla speculazione naturale aristotelica alla chimica sperimentale moderna, pur mantenendo un atteggiamento critico verso entrambe le tradizioni.
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25 La trasmutazione dell’acqua e la generazione dei corpi misti nel pensiero di Boyle
Boyle contesta la dottrina degli elementi primordiali attraverso esperimenti di coltivazione in acqua, dimostrando che l’acqua può trasmutarsi in piante, animali e persino minerali senza necessità di principi elementari preesistenti.
L’autore fonda il proprio ragionamento su esperimenti osservativi riguardanti la crescita di vegetali in acqua pura: “And I will begin with reminding you of the experiments I not long since related to you concerning the growth of pompions, mint, and other vegetables out of fair water” - (fr:1242) [E comincerò ricordandovi gli esperimenti che non molto tempo fa vi ho riferito riguardo alla crescita di zucche, menta e altri vegetali in acqua pura]. Da tali osservazioni emerge che l’acqua può trasmutarsi in altri elementi, con conseguenze teoriche significative per la chimica dell’epoca. Non solo si dimostra che “’tis not everything chymists will call salt, sulphur, or spirit, that needs alwaies be a primordiate and ingenerable body” - (fr:1243) [non è tutto ciò che i chimici chiamano sale, zolfo o spirito, che debba sempre essere un corpo primordiale e ingenerabile], ma si evidenzia anche che “nature may contex a plant (though that be a perfectly mixt concrete) without having all the elements previously presented to her to compound it of” - (fr:1244) [la natura possa intessere una pianta (sebbene questa sia un concreto perfettamente misto) senza avere tutti gli elementi preventivamente presentati a lei per comporla].
L’argomentazione si estende oltre il regno vegetale, abbracciando animali e minerali attraverso il concetto di principi seminali. Citando la testimonianza di Monsieur De Rochas, Boyle suggerisce che “not only plants, but animals and minerals too, may be produced out of water” - (fr:1245) [non solo le piante, ma anche gli animali e i minerali potrebbero essere prodotti dall’acqua]. La prova sperimentale risiede nella putrefazione: le piante cresciute in acqua, se ridotte a putrefazione, produrrebbero vermi o insetti, dimostrando che “water may, by various seminal principles, be successively transmuted into both plants and animals” - (fr:1246) [l’acqua può, attraverso vari principi seminali, essere successivamente trasmutata sia in piante che in animali].
Particolarmente rilevante è l’argomento relativo alla formazione di concreti minerali a partire da materia organica acquosa. Boyle osserva che calcoli renali e vescicali si formano non solo negli uomini, ma anche nei bambini allattati e nelle bestie che si nutrono esclusivamente di erba, sottolineando come queste ultime rappresentino “disguised water” [acqua travestita]. Nonostante le obiezioni di Van Helmont—citato esplicitamente con un riferimento critico: “whatever Helmont against experience think to the contrary” [qualunque cosa Helmont pensi contro l’esperienza]—l’autore conclude che “it will not seem improbable that even some concretes of a mineral nature, may likewise be formed of water” - (fr:1247) [non sembrerà improbabile che anche alcuni concreti di natura minerale possano essere ugualmente formati dall’acqua].
Il discorso si completa con ulteriori evidenze empiriche circa la nutrizione e la generazione spontanea. Si dimostra che organismi complessi possono svilupparsi senza apporto di elementi semplici: “both plants and animals, (perhaps even from their seminal rudiments) consist of compound bodies, without having anything merely elementary brought them by nature to be compounded by them” - (fr:1248) [sia le piante che gli animali possono (forse fin dai loro rudimenti seminali) consistere di corpi composti, senza che la natura porti loro nulla di meramente elementare per essere composto da essi]. Le evidenze includono gli esseri umani nutriti prima con latte e poi con cibi complessi, le pecore che “grow very fat by feeding upon the grass, without scarce drinking at all” - (fr:1249) [crescono molto grasse nutrendosi d’erba, senza bere quasi per nulla], e infine le larve che “breed and grow up to their full bignesse within the pulps of apples, pears, or the like fruit” - (fr:1250) [si generano e crescono fino alla loro piena grandezza all’interno delle polpe di mele, pere o frutti simili]. Questi esempi corroborano la tesi che la materia acquosa, attraverso specifici principi attivi, possa generare organismi completi senza ricorso a elementi primordiali preesistenti.
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[26.1-18-1431|1448]
26 La trasmutazione della materia vegetale e la sintesi del sale volatile del tartaro
Il brano illustra le molteplici trasformazioni chimiche che la linfa subisce nella vite, evidenziando come la stessa acqua assorbita dalle radici generi sostanze qualitativamente diverse attraverso il potere formativo della pianta e l’azione di agenti esterni. “And first, this liquor being digested in the plant, and assimilated by the several parts of it, is turned into the wood, bark, pith, leaves, etc.” - (fr:1431) [E prima, questa linfa essendo digerita nella pianta e assimilata dalle sue diverse parti, si trasforma in legno, corteccia, midollo, foglie, ecc.]. Il processo evolutivo conduce dai germogli all’uva acerba, che espressa produce il verjuice (succo acerbo), fino all’uva maturata dal calore solare. Dalla distillazione di quest’ultima si ottengono prodotti distinti a seconda dello stato di concozione: “these sowre grapes, being by the heat of the sun concocted and ripened, turne to well tasted grapes; these, if dryed in the sun and distilled, afford a foetid oyle and a piercing empyreumatical spirit” - (fr:1432) [queste uve acerbe, essendo concotte dal calore del sole e maturate, diventano uve di buon sapore; queste, se essiccate al sole e distillate, producono un olio fetido e uno spirito pungente empiromatico].
Particolare rilevanza assume la differenziazione tra gli spiriti ottenuti: quello derivato dalle uve secche (raisins) non è vinoso, mentre il succo fermentato “affords in common distillations not an oyle but a spirit, which, though inflamable like oyle, differs much from it, in that it is not fat, and that it will readily mingle with water” - (fr:1432) [produce nelle distillazioni comuni non un olio ma uno spirito, il quale, sebbene infiammabile come l’olio, ne differisce molto, in quanto non è grasso e si mescola prontamente con l’acqua]. Il testo documenta ulteriori degenerazioni del vino in aceto, con la formazione di tartaro e cristalli salini, nonché la reazione violenta tra lo spirito depurato di aceto e il sale di tartaro che genera “such a conflict or ebullition, as if there were scarce two more contrary bodies in nature” - (fr:1434) [un tale conflitto o ebollizione, come se non ci fossero in natura due corpi più contrari]. Di notevole interesse storico è l’osservazione di “an innumerable company of swimming animals” - (fr:1434) [una numerosissima compagnia di animali nuotanti] nell’aceto, rilevabili senza microscopio secondo un metodo descritto da un amico dell’autore, testimonianza delle prime osservazioni microbiologiche del XVII secolo.
Una sezione centrale è dedicata alla preparazione sperimentale di un sale volatile del tartaro, ottenuto mediante procedimento che sfida le convinzioni spagiriche tradizionali. Interrotto da Eleutherius, che richiama l’opinione di coloro che ritengono impossibile volatilizzare il sale del tartaro “in forma sicca” - (fr:1437) [in forma secca], Carneades distingue la propria preparazione dal “sal tartari volatile” - (fr:1438) [sale volatile del tartaro] descritto da Paracelso e Van Helmont. La ricetta prevede la miscela di “good antimony, salt-petre and tartar, of each an equal weight, and of quicklime halfe the weight of any one of them” - (fr:1442) [buon antimonio, salnitro e tartaro, di ciascuno un peso uguale, e di calce viva la metà del peso di uno di essi], da far sublimare in un retorto di terra posto in forno a fuoco nudo. Il prodotto, denominato “sal tartari fugitivus” - (fr:1443) [sale fugace del tartaro], presenta proprietà alcaline simili ai sali volatili animali: “it has a saltish, not an acid salt; it hisses upon the affusion of spirit of nitre, or oyle of vitriol; it precipitates corals dissolved in spirit of vinegar; it turnes the blew syrup of violets immediately green” - (fr:1443) [ha un sale salino, non acido; sibila all’affusione di spirito di nitro o olio di vetriolo; precipita i coralli sciolti in spirito di aceto; rende verde immediatamente lo sciroppo blu di viole]. Questa produzione di sale volatile da materia normalmente acida rappresenta un risultato “luciferous” - (fr:1441) [illuminante], che mostra una nuova via per ottenere sostanze alcaline volatili da corpi che altrimenti producono solo liquori acidi.
Il testo conclude con la descrizione di una pratica francese per ottenere il verderame: “to bury thin plates of copper in the marc (as the French call it) or husks of grapes, whence the juice has been squeezed out in the wine-press” - (fr:1446) [seppellire sottili lamine di rame nella vinaccia (come la chiamano i Francesi) o nelle bucce d’uva, da cui il succo è stato spremuto nel torchio]. La distillazione di questo composto metallico-organico produce uno spirito “strong almost like aqua fortis” - (fr:1447) [forte quasi come acqua forte], dimostrando come “by the association of the saline with the metalline parts, the former were so altered” - (fr:1447) [per l’associazione delle parti saline con quelle metalliche, le prime fossero così alterate] da risultare completamente trasformate, confermando la possibilità di profonde trasmutazioni chimiche attraverso la manipolazione sperimentale.
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[27.1-12-1469|1480]
27 La via sperimentale e il criterio del dubbio nel Chimico Scettico
Carneades conclude il dialogo distinguendo tra il ruolo di antagonista e la propria posizione filosofica, affermando l’importanza dell’analisi sperimentale accurata contro le teorie dogmatiche degli elementi.
Il testo presenta il finale di una disputa sulla composizione della materia, dove emergono posizioni metodologiche fondamentali per la chimica moderna. Eleutherius propone un accordo basato sull’indagine sperimentale delle parti costitutive dei corpi, suggerendo che “diverse qualità di un corpo misto, e specialmente le virtù medicinali, si trovano per lo più in uno o più dei suoi principi, e possono quindi utilmente essere ricercate in quel principio separato dagli altri” - (fr:1469) [infine, che diverse delle qualità di un corpo misto, e specialmente le virtù medicinali, si trovino per lo più in uno o altro dei suoi principi, e possano quindi utilmente essere ricercate in quel principio separato dagli altri]. Questa affermazione prelude a una metodologia che non si limita alla semplice risoluzione degli elementi, ma cerca una separazione utile dei principi attivi.
La posizione condivisa riguarda l’approccio empirico: “E anche in questo (prosegue Eleutherius) mi sembra che tanto voi che i chimici possiate facilmente concordare, che il modo più sicuro è imparare attraverso esperimenti particolari, quali diverse parti consistano i corpi particolari, e con quali modi (sia con fuoco attuale che potenziale) possano essere separati nel modo migliore e più conveniente, così senza affidarsi troppo al fuoco da solo per la risoluzione dei corpi, come senza contendersi invanamente di forzarli in più elementi di quanti la natura li abbia composti, o spogliare i principi separati così nudi, da renderli, rendendoli squisitamente elementari, quasi inutili” - (fr:1470) [e in questo anche (prosegue Eleutherius) mi sembra che tanto voi che i chimici possiate facilmente concordare, che il modo più sicuro è imparare attraverso esperimenti particolari, quali diverse parti consistano i corpi particolari, e con quali modi (sia con fuoco attuale che potenziale) possano essere separati nel modo migliore e più conveniente, così senza affidarsi troppo al fuoco da solo per la risoluzione dei corpi, come senza contendersi invanamente di forzarli in più elementi di quanti la natura li abbia composti, o spogliare i principi separati così nudi, da renderli, rendendoli squisitamente elementari, quasi inutili]. Questo passaggio evidenzia una critica fondamentale alla pratica alchemica tradizionale: l’uso esclusivo del fuoco e la forzatura analitica che riduce le sostanze a principi così puri da risultare inerti o privi di virtù specifiche.
Eleutherius sollecita Carneades ad abbracciare queste proposte, argomentando che “preferite tanto la reputazione di candore a quella di sottigliezza, che il fatto di aver una volta supposto una verità non vi impedirebbe di abbracciarla quando vi sia chiaramente dimostrata” - (fr:1472) [propongo ciò, senza disperare di vederli concessi da voi; non solo perché so che preferite tanto la reputazione di candore a quella di sottigliezza, che il fatto di aver una volta supposto una verità non vi impedirebbe di abbracciarla quando vi sia chiaramente dimostrata], e che “la natura e l’occasione del vostro discorso passato non vi obbligavano a dichiarare le vostre opinioni, ma solo a impersonare un antagonista dei chimici” - (fr:1472) [ma perché, in questa occasione, non sarà per voi un disonore retrocedere da alcuni dei vostri paradossi, poiché la natura e l’occasione del vostro discorso passato non vi obbligavano a dichiarare le vostre opinioni, ma solo a impersonare un antagonista dei chimici]. L’invito culmina nella suggestione che Carneades possa ora “aggiungere alla reputazione di aver saputo opporvisi con sottigliezza quella di amare sinceramente la verità” - (fr:1473) [così che (conclude egli, con un sorriso) potete ora, concedendo ciò che propongo, aggiungere la reputazione di amare sinceramente la verità a quella di aver saputo opporla con sottigliezza].
Carneades risponde con cautela scettica, dichiarando che “Finché non avrò (dice egli) l’opportunità di familiarizzarvi con le mie opinioni sulle controversie di cui ho discorso, non spererete, immagino, che io dichiari il mio proprio senso degli argomenti che ho impiegato” - (fr:1474) [l’affrettarsi di Carneades gli impedendo di rispondere a questo artificioso pezzo di lusinga; finché non avrò (dice egli) l’opportunità di familiarizzarvi con le mie opinioni sulle controversie di cui ho discorso, non spererete, immagino, che io dichiari il mio proprio senso dell’argomento che ho impiegato]. Egli ammette tuttavia l’efficacia dialettica delle obiezioni sollevate: “sebbene non solo un acuto naturalista, ma perfino io stesso potrei sollevare plausibili eccezioni ad alcuni di essi; tuttavia diversi di essi sono tali che forse non saranno facilmente confutati, e costringeranno i miei avversari, almeno, a modificare e riformare la loro ipotesi” - (fr:1475) [pertanto vi dirò solo questo per ora; che sebbene non solo un acuto naturalista, ma perfino io stesso potrei sollevare plausibili eccezioni ad alcuni di essi; tuttavia diversi di essi sono tali che forse non saranno prontamente confutati, e ridurranno i miei avversari, almeno, a modificare e riformare la loro ipotesi].
La distinzione cruciale emerge nella precisazione che le obiezioni non colpiscono necessariamente le dottrine in sé, ma i metodi sperimentali: “le obiezioni che ho fatto contro il quaternario degli elementi e il ternario dei principi non dovevano opporsi tanto alle dottrine stesse, ciascuna delle quali, specialmente la seconda, può essere mantenuta molto più probabilmente di quanto non sembri essere stato finora da quegli scrittori a suo favore che ho incontrato, quanto piuttosto contro l’inaccuratezza e la non conclusività degli esperimenti analitici volgarmente usati per dimostrarli” - (fr:1476) [mi accorgo di non dovervi ricordare che le obiezioni che ho fatto contro il quaternario degli elementi e il ternario dei principi non dovevano opporsi tanto alle dottrine stesse, ciascuna delle quali, specialmente la seconda, può essere molto più probabilmente mantenuta di quanto finora sembri essere stato da quegli scrittori a suo favore che ho incontrato, quanto contro l’inaccuratezza e la non conclusività degli esperimenti analitici volgarmente usati per dimostrarli]. Questa distinzione tra teoria e prova sperimentale rappresenta un momento storico fondamentale nel passaggio dalla speculazione aristotelica e paracelsiana alla chimica sperimentale moderna.
La conclusione esprime un’apertura epistemica condizionata: “se una delle due opinioni esaminate, o qualsiasi altra teoria degli elementi, mi sarà chiaramente dimostrata su basi razionali e sperimentali; è cortese da parte vostra, ma non irrazionale, aspettare che io non sia così innamorato dei miei inquietanti dubbi, da non essere contento di cambiarli per verità indubitate” - (fr:1477) [e pertanto, se una delle due opinioni esaminate, o qualsiasi altra teoria degli elementi, sarà chiaramente dimostrata a me su basi razionali e sperimentali; è cortese, ma non irrazionale, da parte vostra aspettare, che io non sia così innamorato dei miei inquietanti dubbi, da non essere contento di cambiarli per verità indubitate]. Il personaggio conferma infine la propria identità scettica ammettendo che, nonostante la critica alle dottrine peripatetiche e chimiche, “posso tuttavia così poco scoprire in cosa acquiescere, che forse le indagini altrui non sono state per me scarsamente più insoddisfacenti di quanto lo siano state per me stesso le mie proprie” - (fr:1478) [e (conclude Carneades sorridendo) non sarebbe gran disonore per uno scettico confessarvi che, per quanto insoddisfatto il discorso passato possa avervi fatto pensare che io sia delle dottrine dei Peripatetici e dei chimici sugli elementi e i principi, posso tuttavia così poco scoprire in cosa acquiescere, che forse le indagini altrui sono scarsamente state più insoddisfacenti per me, di quanto lo siano state per me stesso le mie proprie].
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