Boyle - Sceptical Chymist - ed.1911 | A
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1 L’opera e il metodo scientifico di Robert Boyle
Un’esposizione critica della chimica del Seicento e della ricerca di un metodo empirico.
Il testo presenta l’opera “The Sceptical Chymist” di Robert Boyle, analizzandone il contenuto, il contesto storico e l’impatto sul pensiero scientifico. Il libro confuta le teorie degli “ermetici filosofi”, che sostenevano i quattro elementi aristotelici (terra, aria, fuoco, acqua), e degli “volgari spagiristi”, che proponevano i tre principi (sale, zolfo, mercurio), denunciandone la mancanza di basi sperimentali solide e l’uso di terminologie vaghe e ingannevoli “teorie, che… fanno gran mostra, ma non sono né solide né utili” [1461]. Boyle sostiene la complessità della natura e promuove un metodo d’indagine basato su esperimenti discreti, ragionamento accurato e chiarezza espressiva, opponendosi alle teorie magiche o intellettualistiche che forzano i fatti in schemi precostituiti. La sua opera è vista come una ricerca verso una definizione pragmatica di “elemento”, che sarebbe stata chiarita solo un secolo dopo con Lavoisier e il criterio della semplificazione attraverso la determinazione del peso. Oltre al contenuto scientifico, il testo menziona la biografia di Boyle, la sua vasta produzione letteraria che spazia dalla scienza alla teologia, e l’importanza duratura del suo approccio scettico e sperimentale.
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2 La critica al linguaggio e ai metodi della chimica del XVII secolo
Sullo sfondo della rivoluzione scientifica, un dibattito sulla chiarezza e sulla validità delle dottrine chimiche.
Il testo esamina le carenze metodologiche e linguistiche degli alchimisti e chimici del tempo. Viene contestato l’uso sistematico di un linguaggio oscuro, ambiguo ed enigmatico, definito “mystical termes, and ambiguous phrases” [803], che ha lo scopo di “make their art appear more venerable and mysterious” [796] o di nascondere la vacuità delle loro nozioni, poiché “they fear that if they were explained, men would discern, that they are far from being precious” [115, 800]. Questa opacità è considerata inaccettabile quando si pretende di insegnare i principi generali della filosofia naturale [802]. Viene criticata anche la loro incoerenza terminologica, come la pratica di “give divers things, one name” e “give one thing, many names” [794], che crea confusione, ad esempio, nell’identificazione dei principi ipostatici come zolfo e mercurio [792, 976]. L’approccio sperimentale dei chimisti, pur riconosciuto per la sua capacità di produrre risultati pratici sconosciuti ai filosofi scolastici [688, 175], è giudicato insufficiente per stabilire una teoria causale solida, poiché “have been much more happy in finding experiments than the causes of them” [1460]. La fiducia acritica nelle loro affermazioni, spesso basate su esperimenti non verificati [197, 198], ha portato all’adozione di nozioni dubbie anche da parte di filosofi e medici [188]. Il nucleo della dottrina chimica, la teoria dei tria prima (sale, zolfo, mercurio), è messo in discussione per la sua presunzione di essere un sistema filosofico completo [1100] e per la sua incapacità di spiegare in modo intelligibile una vasta gamma di fenomeni naturali [1100, 719]. L’autore sostiene la necessità di un’esposizione chiara, di prove dimostrabili e di un’indagine aperta e civile, distanziandosi sia dal dogmatismo scolastico che dall’oscurantismo chimico [112, 213, 216].
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3 La critica sperimentale alle dottrine chimiche dei principi
Un dialogo filosofico del XVII secolo sull’analisi dei corpi misti.
Il testo presenta una disputa dialettica, strutturata come dialogo, in cui il personaggio di Carneade assume il ruolo di scettico per esaminare le prove sperimentali a sostegno delle teorie correnti sui principi costitutivi della materia. L’obiettivo dichiarato non è affermare una dottrina positiva, ma “mostrare che nessuna di queste dottrine è stata soddisfacentemente provata dagli argomenti comunemente addotti a suo favore” [257]. La discussione si concentra specificamente sul confronto tra la teoria peripatetica dei quattro elementi e quella chimica dei tre principi ipostatici (tria prima). Carneade si impegna a vagliare principalmente “gli esperimenti soliti essere impiegati per provare o i quattro elementi peripatetici, o i tre principi chimici” [259], limitando il suo esame agli argomenti comuni e tralasciando le speculazioni puramente razionali. Emerge un tema secondario riguardante la metodologia della ricerca, con una preferenza per l’evidenza sperimentale rispetto ai sillogismi. Il dialogo fa più volte riferimento ad esperimenti specifici, come quelli di Helmont con l’alcahest, utilizzati per mettere in dubbio la necessità stessa di ammettere elementi fissi. La struttura dell’opera, menzionata nelle frasi, comprende diverse parti e una conclusione in cui si riafferma lo scopo scettico dell’impresa.
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4 La trasmutazione e le trasformazioni chimiche dei metalli
Esperimenti chimici del XVII secolo su metalli, minerali e principi costitutivi.
I testi descrivono procedure sperimentali per alterare le proprietà di metalli come rame, piombo, argento, oro e mercurio mediante l’uso di calore, acidi, sali e altri reagenti. Si osserva che i metalli possono cambiare colore, forma e stato senza perdere la loro natura fondamentale, come quando il piombo diventa vetro trasparente e poi torna opaco “senza l’aggiunta di alcun corpo estraneo” [1216], o quando il rame, trattato con sublimato corrosivo e sale ammoniaco, sembra distrutto ma in realtà i “piccole parti del mercurio essendo liberate dai sali” si riuniscono [735]. Vengono esaminati processi come la quartazione dell’oro [644], la produzione di vetro dalla sabbia e dalle ceneri [651], la generazione di colori permanenti sul ferro riscaldato [1176] e la formazione di pietre per condensazione dell’acqua [1259]. Si mette in discussione la teoria dei tre principi (sale, zolfo, mercurio) come unici responsabili delle proprietà delle sostanze, sostenendo che le trasformazioni dipendono spesso dalla struttura e dalla disposizione delle particelle. Si citano casi di mercurio estratto dai metalli [727, 1002], di antimonio che produce un “liquore di un puro colore dorato” [1442] e della produzione di vetro durante la fusione del ferro [494]. Vengono menzionati anche temi secondari come le virtù medicinali di alcuni composti [1183, 1370] e l’analogia tra mistione chimica e un tessuto di fili bianchi e neri [631].
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5 L’analisi chimica mediante il fuoco: metodi, risultati e limiti
Esperimenti e osservazioni sulla decomposizione e trasformazione delle sostanze.
Il testo esamina l’uso del fuoco come strumento di analisi chimica, confrontando i risultati ottenuti in recipienti aperti e in vasi chiusi. In molti casi, il calore non separa semplicemente i principi costitutivi, ma li ricombina in nuove sostanze, come dimostrato dalla distillazione del sapone, che produce un olio “molto acuto e fetido” [610], diverso da quello impiegato inizialmente. La natura del recipiente è cruciale: il legno di guaiaco bruciato in un camino produce cenere e fuliggine, mentre distillato in una storta fornisce olio, spirito, aceto, acqua e carbone [372]. Allo stesso modo, il camphire sottoposto a calore gentile in un vaso chiuso sublima intatto [408], mentre bruciato all’aria aperta produce una fuliggine nera e unta [373]. Il grado di calore applicato è altrettanto determinante: un fuoco moderato può far sublimare lo zolfo in fiori secchi, mentre un fuoco vivo produce un liquido salino e corrosivo [375]. Alcuni corpi resistono completamente all’analisi per fuoco in vasi chiusi, come il talco veneto o il lapis ossifragus [405], mentre altri, come il sal ammoniaco, possono essere separati per via chimica senza calore [437]. Il fuoco può anche unire sostanze in modo indissolubile, come nella produzione del vetro dalla fusione di sale alcalino, residuo terroso e sabbia [491]. Esperimenti specifici illustrano questi fenomeni: l’antimonio digerito con olio di vetriolo produce zolfo giallo e fetido [428]; una miscela di antimonio, salnitro, tartaro e calce viva distillata dà un liquido color oro [1442]; e il carbone in un vaso ermetico non si riduce in cenere finché non viene esposto all’aria [409]. L’analisi del legno bruciato rivela che il fumo condensato in fuliggine contiene a sua volta più sostanze [485, 844]. Si conclude che il fuoco agisce spesso separando le parti in base alla loro volatilità [1051], ma il suo effetto è complesso e può condurre a composizioni, decomposizioni e trasformazioni, piuttosto che alla semplice estrazione di elementi puri.
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6 La generazione e trasformazione della materia attraverso esperimenti naturali
Osservazioni empiriche su vegetali, minerali e liquidi in condizioni controllate.
Il testo presenta una serie di esperimenti e osservazioni sul cambiamento della materia in diverse condizioni. Viene descritto l’effetto del freddo estremo sulla separazione dei componenti di liquidi come birra e vino, come riportato dai marinai olandesi a Nova Zembla, dove “il sidro, che è così caldo, gelò molto duramente” [511] e la birra congelata si separò in ghiaccio e in “un liquore molto forte e spiritoso” [519]. Esperimenti controllati dimostrano che il freddo può “congregare le parti omogenee e segregare le eterogenee” [514]. Diversi esperimenti botanici indagano la crescita delle piante. Un salice di cinque libbre, coltivato per anni in terra essiccata e annaffiato solo con acqua piovana, produsse un albero di 164 libbre, facendo concludere che la massa “sembra essere provenuta dall’acqua” [554]. Similmente, semi di zucca e cetrioli coltivati in terra pesata prima e dopo la crescita mostrano una minima diminuzione del peso della terra stessa [534][536]. Una cima di menta mise radici e crebbe “come se fosse stata nella terra” [545] in un vaso di sola acqua. Vengono citate osservazioni sulla generazione di minerali e metalli nel sottosuolo, come il vapore che “si sarebbe infine trasformato in un metallo, come oro o argento” [1295] in una miniera, o i diamanti che si riformano “in pochissimi anni” [1261] nello stesso luogo dopo essere stati estratti. Si menziona anche la possibilità di trasformare le pietre “in un mero sale di peso uguale alla pietra da cui è stato prodotto” [1344]. Il discorso si estende alla scomposizione di sostanze complesse: il sangue distillato produce una grande quantità di flemma [591] e si discutono esperimenti per estrarre spiriti e sali da vari materiali, come lo zolfo [1381] o il vino [876]. Viene infine riportata l’osservazione di un pesce cresciuto per tre anni in un vaso d’acqua senza altro nutrimento [1410].
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7 La teoria corpuscolare della materia e della mistione
Sulla struttura della materia e la natura dei corpi misti secondo i filosofi meccanicisti.
Il testo esamina la composizione dei corpi a partire dai principi di materia, moto e quiete. I corpi differiscono per la “grandezza, figura, tessitura e moto delle loro minute parti” [163]. La mistione non è una semplice giustapposizione di ingredienti che conservano intatta la loro natura, ma può dare origine a un nuovo corpo con qualità distinte, dove “ciascuno di essi cessa realmente di essere un corpuscolo della stessa denominazione che aveva prima” [659]. Il fuoco e altri agenti possono alterare le parti minute di un corpo “spezzandole in parti più piccole di forma diversa, o unendo insieme questi frammenti” [1451], producendo una nuova tessitura che merita un nuovo nome. Non è necessario postulare elementi primigeni e indissolubili, poiché “una porzione di materia può, senza essere composta con nuovi ingredienti, mutando la tessitura e il moto delle sue piccole parti, essere facilmente dotata di nuove qualità” [974]. La difficoltà di separare certi corpi con il fuoco non prova la loro elementarità, poiché potrebbero esistere agenti naturali in grado di dividerne le parti [1421]. I fenomeni naturali dipendono più dal “moto e dalla disposizione delle piccole parti dei corpi” [1187] che dalla semplice presenza di ingredienti materiali. La posizione peripatetica, che richiede in ogni particella del misto la presenza di tutti e quattro gli elementi, è contestata [645]. La produzione chimica di sostanze come olio, sale e spirito dal fuoco può essere un risultato accidentale della nuova associazione di particelle dissipate, non la separazione di elementi preesistenti [1455].
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8 La critica sperimentale della teoria degli elementi e dei principi chimici
La disputa sulla composizione dei corpi misti e i limiti dell’analisi col fuoco.
Il testo presenta una critica sistematica alle dottrine tradizionali degli elementi, sia peripatetiche che chimiche. Si contesta che il fuoco sia lo strumento universale e adeguato per risolvere i corpi nei loro principi costitutivi, poiché spesso genera sostanze nuove anziché separare componenti preesistenti “che le cose ottenute dal fuoco da un corpo misto non fossero preesistenti in esso” [526]. Si mette in dubbio che tutte le sostanze separate dal fuoco esistessero prima nella stessa forma in cui le troviamo dopo l’analisi [1079]. Viene inoltre contestato il numero fisso di principi, osservando che alcuni corpi si risolvono in più di tre o cinque sostanze, come il sangue che ne fornisce cinque, mentre altri in meno di tre [327, 693]. Le sostanze ottenute, come sale, zolfo e mercurio, non sono considerate pure ed elementari, ma a loro volta dei miscugli, dei “nuovi tipi di misti” [885]. Si argomenta che i principi proposti dai chimici spesso condividono solo alcune qualità superficiali, pur differendo in natura, e quindi non meritano il nome di principi puri e omogenei [920]. L’analisi col fuoco non dimostra l’esistenza di corpi “primitivi e semplici, o perfettamente non mescolati” [136] che compongano tutti i corpi perfettamente misti. Esperimenti mostrano che corpi complessi, come piante, possono generarsi dall’acqua comune, la quale può essere “trasmutata in terra” [1411], suggerendo che gli ingredienti ottenuti non siano necessariamente preesistenti come elementi. Si osserva che anche l’arte, come nella produzione del vetro dalla cenere, può creare corpi durevoli da poche sostanze [1076]. Il discorso si estende ai minerali, notando che il mercurio metallico differisce da quello vegetale o animale, indicando che i principi immediati dei minerali potrebbero essere secondari [1001]. Si conclude che non vi è una prova cogente che la natura debba comporre tutti i corpi a partire da un numero determinato di elementi semplici e preesistenti [1453].
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9 La natura composita e variabile delle sostanze chimiche
Esperimenti e osservazioni sulla separazione, trasformazione e diversità dei principi ottenuti da corpi misti mediante distillazione e altri processi.
Le frasi descrivono una serie di esperimenti chimici che dimostrano come i corpi cosiddetti misti, sottoposti a processi come la distillazione, la digestione o la combinazione con altri agenti, possano essere separati in sostanze diverse da quelle comunemente attese o dai principi omogenei postulati. Emerge che sostanze con la stessa denominazione, come diversi oli, spiriti o sali, possono presentare “una grandissima disparità” [820] in proprietà come sapore, odore, consistenza e comportamento al fuoco. Ad esempio, da uno stesso corpo si possono ottenere oli “differenti” [820] o spiriti “d’altra e più nobile qualità” [820] a seconda dell’agente o del metodo impiegato, come il sal circulatum di Paracelso. I processi chimici possono alterare profondamente la natura delle sostanze: uno spirito aceto, combinandosi con il piombo, perde la sua acidità per diventare “più che zuccherino” [1450] o genera un olio [870, 873], mentre i sali fissi e volatili mostrano differenze marcate in fissità, odore e forma cristallina [926, 929, 1443]. Si osserva inoltre che i principi comunemente riconosciuti – come zolfo, mercurio e sale – non sono entità pure e semplici. Gli spiriti, spesso classificati come mercurio, possono essere “riducibili in sale e flemma” [994], e molti oli e spiriti hanno un sapore forte [916], il che mette in discussione i criteri di distinzione. Gli esperimenti rivelano la possibilità di ottenere da un corpo più sostanze di quante ne riconoscano i chimici volgari, suggerendo che i corpi misti siano più complessi e che i loro componenti possano subire “trasmutazioni” [820, 873] o essere ulteriormente scomponibili.
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10 La critica alla dottrina dei tre principi e dei quattro elementi
Discussioni seicentesche sulla validità dei principi chimici e filosofici nella composizione dei corpi.
Il dibattito si concentra sulla validità delle dottrine dei tria prima (sale, zolfo e mercurio) e dei quattro elementi aristotelici come principi costitutivi dei corpi misti. Gli argomenti critici evidenziano che entrambe le scuole prendono per concesse supposizioni non dimostrate, come l’idea che ogni qualità risieda in un principio specifico o che i corpi siano sempre scomponibili nei medesimi elementi. “Ubicunque pluribus eædem affectiones et qualitates insunt, per commune quoddam principium insint necesse est” [1109]. Viene contestata la pretesa di completezza esplicativa di queste dottrine, ritenuta troppo limitata rispetto alla vastità dell’universo. “How narrow is this philosophy, that reaches but to some of those compound bodies, which we find but upon, or in the crust or outside of our terrestrial globe” [1082]. Si mette in dubbio la purezza degli elementi ottenuti per via chimica, poiché spesso sono a loro volta composti. La risoluzione dei corpi in sostanze omogenee è considerata problematica, se non impossibile, come nel caso dell’oro o del diamante. “Adamas… quae nulla arte separationis in solutionem principiorum suorum spiritualium disjungi potest” [725]. Si critica anche l’utilità come criterio per definire un elemento, sostenendo che la rilevanza è estrinseca e non altera la natura intrinseca della sostanza. Il dibattito coinvolge autori come Sennerto, Paracelso e Beguino, i cui stessi scritti mostrano definizioni vaghe e affermazioni non supportate da prove adeguate. “Mercurius est liquor ille acidus, permeabilis, penetrabilis, aethereus” [979]. Emerge infine una posizione scettica che, pur non negando l’esistenza di sostanze come terra, acqua, zolfo e mercurio, le considera parti componenti dell’universo o del globo terrestre, non necessariamente di tutti i corpi misti.
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