Aristotele - Analitici Secondi | L | +
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1 La teoria aristotelica della dimostrazione scientifica negli Analitici Secondi
Il sapere apodittico esige necessità, predicazione per sé e universalità rigorosa, escludendo ogni circolarità e ogni commistione tra generi.
Il nucleo del testo aristotelico è la delucidazione delle condizioni che rendono possibile una scienza dimostrativa, intesa come conoscenza certa e immutabile. Il discorso si apre con una serrata critica alla pretesa di fondare la dimostrazione sulla reciprocità. Aristotele mostra che assumere la circolarità significa ridurre ogni argomento a una tautologia priva di contenuto: “Di conseguenza avviene che coloro i quali sostengono che la dimostrazione è in circolo non sostengano nient’altro se non che, esistendo A, A esiste.” – (fr:138). Questa riduzione all’identità renderebbe possibile “dimostrare ogni cosa” – (fr:139), ma solo in apparenza. In realtà, la circolarità è confinata a quei predicati che si convertono reciprocamente, come i propri, i quali però sono rarissimi nelle dimostrazioni; pretendere che ogni cosa sia dimostrabile in tal modo è, perciò, “vuoto ed impossibile” – (fr:144).
Chiarito questo punto, l’indagine si volge positivamente ai requisiti delle premesse scientifiche. Poiché l’oggetto di scienza non può essere altrimenti, “la dimostrazione è un sillogismo a partire da cose necessarie” – (fr:160). Vengono quindi definite le tre nozioni portanti: «di ogni», «per sé», «universale». “«Di ogni»” è ciò che non ammette eccezioni né temporali né accidentali: “se ‘vivente’ (si predica) di ogni uomo, se è vero dire che questo è un uomo, è vero anche che è un vivente” – (fr:163). La nozione di “«per sé»” si articola in più sensi. In primo luogo, vi rientrano gli elementi costitutivi dell’essenza, come la linea per il triangolo e il punto per la linea, “infatti la loro essenza è da queste cose, ed esse sono presenti nel discorso che dice che cos’è” – (fr:165). In secondo luogo, sono per sé quelle determinazioni che compaiono nella definizione dell’attributo stesso, come retto e curvo per la linea, pari e dispari per il numero. Aristotele aggiunge anche il senso di ciò che non si predica di un soggetto ulteriore, ossia la sostanza e gli individui: “le cose che non (si dicono) di un soggetto affermo che sono per sé, mentre quelle che (si dicono) di un soggetto che sono accidenti” – (fr:174). Infine, è per sé ciò che appartiene a qualcosa in forza di se stesso, senza mera concomitanza: l’animale sgozzato muore “per il fatto di essere sgozzato”, non per un evento sopraggiunto, mentre un lampo durante una passeggiata resta accidente – (fr:175-177). Ne consegue che le determinazioni per sé, nel dominio della scienza assoluta, appartengono di necessità e non possono non appartenere se non come uno dei due opposti: “alla linea il retto o il curvo, e al numero il dispari o il pari” – (fr:179).
Il terzo concetto, l’universale, viene definito come ciò che “appartenga ad ogni individuo e per sé e in quanto tale” – (fr:183). L’universalità non consiste nella mera estensione a tutti i casi, ma nell’essere attribuito a un soggetto primo e in quanto quel soggetto è ciò che è. Aristotele distingue con precisione: avere due angoli retti non è universale della figura (il quadrato ne ha quattro retti), né, propriamente, dell’isoscele, ma del triangolo, perché appartiene al triangolo in quanto tale e il triangolo è il primo soggetto di quella proprietà. “Pertanto quella cosa prima che, qualunque essa sia, si dimostra che ha due (angoli) retti, … a questa cosa prima (il predicato) appartiene universalmente” – (fr:193).
Questa dottrina porta a mettere in guardia contro un errore frequente: credere di aver colto l’universale primo quando invece si è dimostrato per un soggetto che non è il più elevato. L’errore si verifica quando “non sia possibile assumere niente di più elevato al di là dell’individuo; oppure … nel caso di cose differenti per specie, sia senza nome; oppure ciò su cui, come un tutto, si opera la dimostrazione si trovi ad essere come un particolare” – (fr:195). L’esempio delle rette che non si incontrano e della proporzionalità alterna, trattata separatamente per numeri, linee, solidi e tempi, mostra che solo quando si riesce a esprimere un predicato comune secondo un’unica natura si ha vera universalità. In assenza di ciò, anche dimostrare che ciascun tipo di triangolo ha due retti non dà conoscenza universale del triangolo “se non in modo sofistico” – (fr:202). Il soggetto primo viene individuato per eliminazione di determinazioni sovraggiunte: il triangolo isoscele di bronzo continua a possedere due retti “anche se sia stato eliminato l’essere di bronzo e l’essere isoscele”; quel che resta come soggetto primo è il triangolo, di cui la dimostrazione è universale – (fr:211,215).
La natura necessaria della dimostrazione viene ribadita con argomenti stringenti. Se la scienza procede da principi necessari e gli attributi per sé sono necessari, “è evidente che il sillogismo apodittico procederà da alcune cose di questo genere” – (fr:216). Non basta che la conclusione sia di necessità: occorre che anche il medio sia necessario, altrimenti non si conosce il «perché». “Infatti la conclusione non procede attraverso il medio: ché può capitare che questo non esista, ma la conclusione sia necessaria” – (fr:225). Se il medio potesse corrompersi, colui che possiede la spiegazione non conoscerebbe realmente; quand’anche ora la cosa sussista e lui non abbia dimenticato, la contingenza del medio toglierebbe stabilità alla conoscenza – (fr:226-228). Viceversa, se il medio è necessario, la conclusione lo è parimenti, e il nesso riflette la transitività della necessità – (fr:237). Di conseguenza, degli accidenti non per sé “non si dà scienza apodittica: ché non è possibile dimostrare la conclusione di necessità” – (fr:239). La conoscenza scientifica esige quindi che tanto il medio rispetto al termine minore quanto il maggiore rispetto al medio appartengano “per sé” – (fr:249).
A completamento, viene statuito il principio di non trasferibilità delle dimostrazioni tra generi diversi. “Pertanto non è possibile dimostrare passando da un altro genere: per esempio, una nozione di geometria con l’aritmetica.” – (fr:250). Ogni dimostrazione consta di tre elementi: la conclusione, che esprime un attributo per sé di un genere; gli assiomi; e il genere-soggetto di cui si mostrano affezioni e accidenti – (fr:251). Le dimostrazioni di discipline con generi distinti non possono essere applicate l’una all’altra, a meno che non vi sia una subordinazione che riconduca l’una alle determinazioni dell’altra, come quando le grandezze sono numeri – (fr:252). In tal modo ciascuna scienza custodisce il proprio ambito specifico.
Il significato storico-cronaca del testo è quello di una testimonianza fondativa per la teoria della scienza occidentale. Aristotele fissa con rigore i criteri della dimostrazione scientifica – necessità, predicazione essenziale e universalità – respingendo sia la circolarità sofistica sia l’appiattimento sull’opinione notevole – (fr:221-222). Questo frammento degli Analitici Secondi, corredato di rinvii interni agli Analitici Primi e ai Topici, mostra l’intreccio sistematico di logica sillogistica e gnoseologia che ha plasmato il metodo assiomatico dall’antichità all’età moderna.
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2 Figure, cause ed errori nella sillogistica aristotelica
Il conoscere «perché» è il momento principale del sapere, e la prima figura ne è lo strumento privilegiato.
Il testo, tratto dagli Analitici Secondi di Aristotele, indaga i fondamenti del ragionamento dimostrativo, distinguendo nettamente il piano del «che» (il fatto) da quello del «perché» (la causa). Al centro sta la dottrina delle figure sillogistiche e la loro capacità di produrre conoscenza scientifica. Il sillogismo che esprime la causa propria di un fenomeno «è nella figura di mezzo» – (fr:470), ma subito si chiarisce che un certo uso di tale figura produce solo una conoscenza fattuale, come nei casi «detti iperbolicamente» (fr:473) in cui il medio è collocato «alquanto lontano» (fr:474). L’esempio storico addotto, attribuito ad Anacarsi, mostra una catena di privazioni: presso gli Sciti non vi sono suonatrici di flauto, «infatti non vi sono neppure viti» – (fr:482). Qui il vino manca per assenza di viti, e l’assenza di vino spiega la mancanza di ebbrezza e quindi di flautiste; si tratta di un ragionamento che espone una concatenazione di cause in senso meramente negativo, concludendo il «che» senza afferrare il «perché» in forma propria.
Questo tipo di sillogismo, che conclude al fatto e non alla ragione, «riguarda la seconda e la terza figura, nelle quali il medio […] non si trova collocato tra gli estremi» – (fr:476). La distinzione tra i due piani conoscitivi si allarga poi al rapporto tra scienze diverse: «il “che” differisce dal “perché” per il fatto di studiare ciascuno dei due mediante una scienza diversa» – (fr:483). È il caso delle scienze subordinate, elencate in una gerarchia che dall’empirico sale al matematico: l’ottica rispetto alla geometria, la meccanica rispetto alla stereometria, l’armonica rispetto all’aritmetica, i fatti osservativi rispetto all’astrologia (fr:484). Talora le scienze subordinate sono quasi sinonime, come l’astrologia matematica e quella nautica, o l’armonia matematica e quella uditiva (fr:485). In questi ambiti, «il conoscere “che” è proprio delle sensazioni, mentre il conoscere “perché” è proprio dei matematici» – (fr:486), i quali possiedono le dimostrazioni delle cause pur ignorando spesso il fatto particolare per mancanza di ispezione. La conoscenza matematica, infatti, verte sulle forme e non su un sostrato specifico (fr:488). L’esempio dell’iride chiarisce il rapporto: «il sapere “che” è proprio del fisico, mentre il sapere “perché” è proprio dell’ottico» – (fr:491). Analogamente, in medicina, il fatto che le ferite circolari guariscano più lentamente è constatazione del medico, mentre la ragione geometrica è appannaggio del geometra (fr:493).
Il testo prosegue stabilendo la superiorità della prima figura: «Tra le figure, la prima è scientifica al massimo grado» – (fr:495). Le matematiche, dall’aritmetica all’ottica, portano le loro dimostrazioni proprio mediante essa, perché «o totalmente o per lo più anche nella stragrande maggioranza dei casi il sillogismo del “perché” ha luogo mediante questa figura» – (fr:497). Ne consegue che «il conoscere “perché” è il momento principale del sapere» – (fr:498). Inoltre, solo la prima figura permette di conseguire la scienza del «che cos’è», poiché essa sola produce un sillogismo affermativo e universale, senza bisogno delle altre figure per essere completata (fr:499-502).
Segue un’analisi delle proposizioni immediate, cioè di quei rapporti predicativi che non ammettono un termine medio. Aristotele definisce l’appartenere o il non appartenere «indivisibilmente» come l’assenza di un medio tra i termini (fr:505). Attraverso un’indagine sulle serie di termini che non si intersecano, mostra che se A non appartiene primariamente a B e nessuno dei due è contenuto in un tutto comune, allora il non appartenere è indivisibile (fr:515-517). Se invece esiste un medio, uno dei due estremi deve essere contenuto in un qualche tutto, e il sillogismo avverrà nella prima o nella seconda figura (fr:517-518).
L’ultima sezione tratta gli errori che insorgono quando si tenta di sillogizzare a partire da proposizioni immediate. L’errore che si produce «mediante un sillogismo» può riguardare sia l’appartenere sia il non appartenere, e le premesse possono essere entrambe false o una sola (fr:536-540). Nella prima figura, se si assume falsamente che A appartenga a B tramite un medio C, è possibile che entrambe le premesse siano false quando né C appartiene ad A né C a B, ma anche che una sola sia falsa, ad esempio quando A appartiene indivisibilmente sia a C sia a B – caso in cui «nessuna delle due è contenuta in nessuna delle due» – (fr:551). L’errore del non appartenere nella prima figura segue schemi analoghi, con la possibilità che una premessa sia vera e l’altra falsa. Nella figura di mezzo, invece, non è possibile che entrambe le premesse siano totalmente false (fr:566): la struttura stessa della figura impone che il medio appartenga a un estremo e non all’altro, cosicché due premesse interamente false comporterebbero una situazione impossibile. Tuttavia, nulla vieta che ciascuna premessa sia falsa «per un certo aspetto» (fr:570), se ad esempio il medio appartiene solo ad alcuni individui di ciascun estremo. L’esame si chiude ribadendo la possibilità di errore con una premessa vera e una falsa, illustrando la casistica con rigore formale.
Il brano costituisce una testimonianza esemplare del metodo aristotelico: un’indagine che, attraverso distinzioni precise e l’analisi delle strutture formali del ragionamento, mira a isolare le condizioni della scienza dimostrativa. La gerarchia tra scienze subordinate e la teoria delle figure sillogistiche riflettono un ideale di sapere fondato sulla causalità, destinato a esercitare un influsso profondo sull’intera tradizione logica e scientifica occidentale.
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3 Errori sillogistici, fondamento sensibile e limiti della dimostrazione negli Analitici secondi
L’analisi aristotelica degli errori nei sillogismi immediati, del ruolo insostituibile della sensazione per l’induzione e della finitezza dei principi dimostrativi, offre una testimonianza della sistematicità con cui la logica antica fondava la scienza.
Il testo si apre con l’esame dell’errore nei sillogismi formati da proposizioni indivisibili, ovvero immediate. Viene mostrato come, assumendo una premessa vera e una falsa, il sillogismo errato possa comunque costituirsi: “Se dunque sia stato assunto che C appartiene ad A nella sua totalità, ma non (appartiene) a nessun B, la proposizione C B è vera, mentre l’altra è falsa” – (fr:575). Lo stesso accade scambiando le posizioni (fr:576-577). La conclusione è che “tanto se entrambe (le proposizioni) sono false, quanto se lo è una soltanto delle due, si avrà un sillogismo errato tra le (proposizioni) indivisibili” – (fr:593). Questa casistica introduce il tema centrale dell’errore in relazione al “medio proprio”, cioè quel medio che consente di ottenere la contraddizione della conclusione voluta (fr:594-595). Quando il sillogismo del falso si costituisce attraverso il medio proprio, non è possibile che entrambe le premesse siano false: “soltanto quella che è in relazione con l’estremo maggiore” lo è (fr:594). La premessa che lega il medio all’estremo minore deve restare affermativa e vera, perché “non si converte” – (fr:597), mentre l’altra diventa falsa convertendosi (fr:598). Se il medio è tratto da un’altra serie di termini, ma resta comunque subordinato all’estremo maggiore e predicato di ogni B, la situazione è identica (fr:599-600).
Quando invece il sillogismo non si costituisce attraverso il medio proprio e il medio è subordinato all’estremo maggiore senza appartenere a nessun B, “è necessario che entrambe le proposizioni siano false” – (fr:601, 610-611). L’esempio portato è: se A appartiene a ogni D e D non appartiene a nessun B, convertendo entrambe le premesse si ha un sillogismo ed entrambe diventano false (fr:612). Se invece il medio non è subordinato ad A, la premessa A-D sarà vera e D-B falsa (fr:613-614).
L’esame si estende alla seconda figura. Qui “non può capitare che le proposizioni siano entrambe false nella loro totalità” – (fr:615), ma una delle due può esserlo. Un esempio: se C appartiene sia ad A sia a B, e si assume che C appartiene ad A ma non a B, allora C-A è vera e C-B falsa (fr:617). Scambiando le assunzioni, la verità e la falsità si invertono (fr:618). Ciò vale per l’errore privativo (fr:619).
Per il sillogismo predicativo (affermativo) la situazione è analoga. Attraverso il medio proprio è impossibile che entrambe le premesse siano false: “è necessario che la C B permanga, se davvero avrà luogo un sillogismo” – (fr:620) e quindi la premessa A-C sarà sempre falsa perché è quella che si converte (fr:621). Se invece l’errore non si verifica attraverso il medio proprio e il medio D è subordinato ad A, la premessa A-D sarà vera e D-B falsa (fr:635); se D non è subordinato ad A, la premessa A-D è sempre falsa, mentre D-B può essere vera o falsa (fr:636). L’esempio chiarisce: “«vivente» a «scienza», e «scienza» a «musica»” – (fr:636) non impedisce che A non appartenga a nessun D, e che D appartenga a ogni B. In assenza di subordinazione, anche entrambe le premesse possono essere false (fr:637-638). La conclusione generale è che “è evidente, quindi, in quanti modi e mediante quali proposizioni è possibile che gli errori secondo un sillogismo abbiano luogo tanto nelle proposizioni immediate che in quelle costituentesi in forza di una dimostrazione” – (fr:639).
Subito dopo l’indagine logica, il testo stabilisce il ruolo fondativo della sensazione per la scienza. Se una sensazione viene meno, viene meno anche una scienza, perché “apprendiamo o per induzione o per dimostrazione” – (fr:640), la dimostrazione muove dagli universali e l’induzione dai particolari, ed è impossibile considerare gli universali senza induzione. Poiché l’induzione opera sui particolari offerti dalla sensazione, “è impossibile compiere l’induzione se non si ha sensazione” – (fr:653). La sensazione è delle cose individuali, di cui non si dà scienza: “né (è possibile acquisirla) dagli universali senza induzione, né mediante induzione senza la sensazione” – (fr:654). È un passaggio che testimonia il nesso inscindibile tra empiria e sapere scientifico nella filosofia aristotelica.
Infine, il brano affronta il numero dei principi della dimostrazione. Ogni sillogismo consta di tre termini e le cosiddette ipotesi sono proprio questi rapporti predicativi: “se li si assume così è necessario dimostrare: per esempio, che A appartiene a C mediante B, e a sua volta che A (appartiene) a B attraverso un altro medio” – (fr:656). Si distingue tra sillogizzare dialetticamente, secondo l’opinione più notevole, e sillogizzare secondo verità, indagando “muovendo da ciò che appartiene” – (fr:658). Il cuore dell’indagine è se la catena delle predicazioni possa procedere all’infinito. Vengono distinti due casi: procedere verso l’alto (da un soggetto ultimo a predicati sempre più universali) e verso il basso (da predicati a soggetti sempre più particolari) (fr:669-672). Inoltre si domanda se gli intermedi tra estremi definiti possano essere infiniti, il che equivale a chiedersi “se le proposizioni procedono all’infinito, e se vi è dimostrazione di tutto, oppure se si limitano reciprocamente” – (fr:675). La domanda, qui appena impostata, costituisce uno dei nodi fondativi della teoria della dimostrazione, perché dalla risposta dipende la possibilità stessa di un sapere scientifico fondato su principi primi non dimostrabili.
L’intero estratto, con i suoi rimandi a figure sillogistiche (Camestres, Cesare, Barbara) e ai capitoli degli Analitici primi, restituisce un quadro di straordinaria compattezza metodologica, in cui l’errore logico, la base sensibile della conoscenza e la struttura dei principi sono esaminati con una precisione che ha segnato la storia della logica e dell’epistemologia.
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4 L’arresto delle serie predicative e il fondamento della dimostrazione scientifica
“Se dunque è possibile conoscere alcunché in senso assoluto per dimostrazione e non a partire da certe cose né a partire da un’ipotesi, è necessario che le predicazioni intermedie si arrestino.” – (fr:784)
Il testo, tratto dai capitoli I, 20-22 degli Analitici Secondi di Aristotele, indaga le condizioni di possibilità della dimostrazione scientifica, concentrandosi sulla finitezza della catena dei termini medi. L’analisi procede per gradi, distinguendo dapprima le serie affermative e negative, per poi allargarsi alla tipologia delle predicazioni – essenziali e accidentali – e al loro rapporto con le categorie.
Il punto di partenza è la distinzione tra le due direzioni della predicazione: “«verso l’alto» quella (che procede) verso il maggiormente universale, «verso il basso» quella (che procede) verso il particolare” (fr:687). Se le predicazioni verso l’alto e verso il basso si arrestano, non possono esservi infiniti intermedi. Aristotele lo afferma con chiarezza: “Ora, che non possa capitare che gli intermedi siano infiniti se le predicazioni verso il basso e verso l’alto s’arrestano, è chiaro” (fr:686). L’argomento è stringente: se il termine A è predicato di Z, e gli intermedi B fossero infiniti, allora si potrebbe predicare all’infinito a partire da A verso il basso prima di giungere a Z, e viceversa (fr:688). Poiché ciò è impossibile, anche la serie degli intermedi deve essere finita (fr:689). Non conta neppure che alcuni termini siano contigui e altri no: comunque gli intermedi successivi resterebbero infiniti (fr:690-696).
La tesi si estende alle dimostrazioni negative. “È evidente, pure nel caso della dimostrazione negativa, che (la serie dei termini medi) si arresterà, se è vero che anche nel caso di quella affermativa si arresta nelle due direzioni” (fr:697). Aristotele ricorda che vi sono tre modi per provare che qualcosa non appartiene (fr:700). Il primo modo opera in prima figura: B appartiene a tutto C, A non appartiene a nessun B, e poiché l’intervallo B-C è predicativo si giunge a proposizioni immediate (fr:701). Il secondo modo, in seconda figura (Camestres), assume B appartenente a ogni A e a nessun C, così A non appartiene a nessun C (fr:703-704). Il terzo modo impiega la terza figura: se A appartiene a ogni B e C non vi appartiene, C non appartiene a tutto ciò a cui appartiene A (fr:710). In ciascun caso, il processo verso l’alto si arresta perché l’appartenere a un termine superiore ha un termine, e di conseguenza si arresta anche il non appartenere (fr:702, 708-709, 712-714). Anche se la dimostrazione sfrutta ora una figura ora un’altra, i procedimenti sono limitati e, ripetuti un numero finito di volte, danno un esito finito (fr:715-716). In sintesi, la finitezza della negazione dipende da quella dell’affermazione (fr:717).
Il discorso si sposta quindi sulle predicazioni che dicono il “che cos’è”, cioè l’essenza. Qui la finitezza è altrettanto necessaria: “Se infatti è possibile determinare il che cos’è o se è conoscibile, e non si possono percorrere i (termini) infiniti, è necessario che quel che è predicato nel che cos’è abbia un limite” (fr:734). Per fondare tale assunto, Aristotele introduce una distinzione capitale tra predicazione essenziale e predicazione accidentale. Affermare che “il bianco è legno” è un modo di dire accidentale: si indica che il sostrato che accidentalmente è bianco è un legno, non che il bianco sia il sostrato del legno (fr:737-738). Al contrario, “quando asserisca che ‘il legno è bianco’ … il legno è il sostrato, il quale è anche divenuto (bianco), senza essere altro se non ciò che è legno o un certo tipo di legno” (fr:739). Di conseguenza, Aristotele stabilisce una regola: “predicare sia il dire nell’ultimo modo, mentre il dire nel primo modo o non sia in nessun senso predicare, o sia predicare ma non in senso assoluto, bensì predicare per accidente” (fr:740). La dimostrazione scientifica opera soltanto con predicazioni in senso assoluto (fr:742).
In tale quadro, quando una sola cosa è predicata di una sola, essa rientra necessariamente in una delle categorie: “o nel che cos’è o che è un quale, o un quanto, o un in relazione a qualcosa, o un facente, o un paziente o un dove, o un quando” (fr:748). I predicati che significano l’essenza dicono ciò che la cosa è o un certo tipo di essa; tutti gli altri, che non significano essenza, sono accidenti e devono essere riferiti a un soggetto, perché “non vi sia un qualche bianco che, essendo bianco, non sia qualche altra cosa” (fr:752). A questo proposito, Aristotele liquida le idee platoniche con un distacco netto: “Si dia, in effetti, l’addio alle idee: infatti sono chiacchiere e, se esistono, non hanno nessun rapporto col (presente) discorso” (fr:753). Le dimostrazioni vertono su queste realtà sensibili e sulle loro determinazioni.
Poiché le categorie sono definite e non infinite, e poiché i predicati essenziali non possono procedere all’infinito né verso l’alto né verso il basso – altrimenti non potremmo definire alcuna essenza e la mente non potrebbe percorrere l’infinito (fr:771-772) – ne segue che l’intera catena predicativa deve arrestarsi. “Pertanto è necessario che vi sia qualcosa di cui si predica qualche (determinazione) prima e che di esso (se ne predichi) un’altra, e che questa (serie) s’arresti e che vi sia qualcosa che né si predichi più di un’altra cosa anteriore, né un’altra cosa anteriore si predichi di esso” (fr:781). Questo è indicato come il primo modo della dimostrazione; un secondo modo riprende la stessa necessità: se si conoscesse qualcosa solo attraverso una catena intermedia che non si conosce in modo prioritario, non si avrebbe vera conoscenza. Dunque, “se è possibile conoscere alcunché in senso assoluto per dimostrazione e non a partire da certe cose né a partire da un’ipotesi, è necessario che le predicazioni intermedie si arrestino” (fr:784).
Significato storico e valore testimoniale. Il brano costituisce una delle più articolate difese della possibilità della scienza dimostrativa nel pensiero aristotelico. La tesi della finitezza delle serie predicative risponde a un’esigenza epistemologica di fondo: evitare il regresso all’infinito che renderebbe impossibile ogni dimostrazione conclusiva. La netta separazione tra predicazione essenziale e accidentale, con il primato della prima, getta le basi per una teoria della definizione e della causalità destinata a influenzare l’intera logica e metafisica occidentale. L’esplicito rifiuto delle Idee platoniche (fr:753) testimonia il distacco dalla dottrina del maestro e la volontà di ancorare il sapere a una struttura predicativa interna al mondo dell’esperienza. La classificazione delle figure del sillogismo e dei tre modi di dimostrazione negativa, qui richiamata, mostra un metodo già consapevole della pluralità delle strategie probatorie e della loro riconducibilità a principi primi non ulteriormente dimostrabili. In questo senso, il testo è una viva testimonianza della nascita della logica come strumento di controllo della conoscenza scientifica.
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5 La struttura finita della scienza e la superiorità dell’universale negli Analitici Secondi
Il brano rappresenta una sezione densa e argomentativa degli Analitici Secondi di Aristotele, dedicata alla struttura logica della dimostrazione scientifica (apodittica). Il nucleo tematico affronta un problema fondamentale: la necessità che la catena delle predicazioni in una scienza non proceda all’infinito, ma abbia limiti precisi e principi primi, e la conseguente superiorità della dimostrazione universale.
5.1 La confutazione del regresso all’infinito e la necessità dei principi
Aristotele stabilisce che la conoscenza scientifica rigorosa è impossibile se le predicazioni sono illimitate. Se per ogni proposizione si potesse sempre risalire a una premessa ulteriore, la dimostrazione non avrebbe mai fine, rendendo la scienza inconoscibile in senso assoluto. Viene presentato un duplice argomento, discorsivo e analitico: “Discorsivamente, quindi, ci si può convincere di quel che si è detto a partire da queste (considerazioni); analiticamente, invece, attraverso le seguenti è chiaro, in modo più succinto, che nelle scienze apodittiche… non è possibile che le predicazioni siano infinite né verso l’alto né verso il basso” - (fr:787). Il senso ultimo, come chiarito dalla glossa al testo, è che “è necessario che si via un soggetto (A) di cui si predichi immediatamente una certa determinazione (B) e che di questa se ne predichi immediatamente un’altra (C), e che la serie finisca con una determinazione (D) che non si predichi di un’altra anteriore a C… e della quale non si predichi nessuna determinazione intermedia” - (fr:790). La conclusione è lapidaria: se le predicazioni per sé non sono infinite, la serie si arresta sia verso l’alto (i predicati più universali) che verso il basso (i soggetti individuali), e quindi i medi tra due termini sono limitati.
Questa finitezza è la condizione di esistenza della scienza stessa: “Se è così, anche le determinazioni intermedie tra due termini saranno sempre limitate” - (fr:796). Ne segue che esistono necessariamente dei principi primi indimostrabili (anapodittici), che fanno da architrave all’intero edificio dimostrativo: “Se infatti vi sono dei principi, né tutte le cose sono dimostrabili, né è possibile procedere all’infinito: ché il darsi l’una o l’altra di queste due cose non è null’altro che il non darsi nessun intervallo immediato e indivisibile, ma che tutto è divisibile” - (fr:798). L’infinità dei medi renderebbe ogni cosa dimostrabile, il che per Aristotele equivale all’impossibilità di una scienza fondata.
5.2 Corollari: la comunità di predicazione e la natura dei principi
Dopo aver fissato i limiti delle predicazioni, il testo trae corollari cruciali. Un predicato che appartiene a più soggetti non lo fa sempre in virtù di un termine comune, altrimenti si innescherebbe un nuovo regresso all’infinito: “Pertanto non è sempre necessario che la medesima cosa appartenga a più cose secondo qualcosa di comune, se davvero si avranno intervalli immediati” - (fr:812). Questa tesi salvaguarda l’esistenza di proposizioni immediate, non ulteriormente analizzabili. Quando invece un medio esiste, gli elementi della dimostrazione sono proprio queste proposizioni immediate: “infatti sono elementi le proposizioni immediate, o tutte o quelle universali” - (fr:814). In assenza di medi, non c’è più dimostrazione ma un principio, e si raggiunge il fondamento. Viene qui introdotto un parallelismo cruciale tra il principio logico e l’unità in altri campi: “E come negli altri casi il principio è una cosa semplice, però questa non è la medesima in tutti i campi, ma nel peso è la mina, nella melodia il semitono… così nel sillogismo l’unità è una proposizione immediata, nella dimostrazione e nella scienza l’intelletto” - (fr:823). L’intelletto (nous) è la facoltà che coglie questi principi primi, che possono essere affermativi o negativi: “E come alcuni principi sono anapodittici — che «questo è questa cosa qui» e che «questo appartiene a questa cosa qui» —, così anche che «questo non è questa cosa qui» e che «questo non appartiene a questa cosa qui»” - (fr:819).
5.3 La superiorità della dimostrazione universale
Il testo si sposta poi su una celebre discussione assiologica: quale dimostrazione è “migliore”, quella universale o quella particolare? Aristotele confuta l’opinione secondo cui sarebbe migliore la dimostrazione particolare, che sembrerebbe più vicina all’oggetto “per sé” e non ingannerebbe postulando l’esistenza separata di universali come il Triangolo in sé. A sostegno di questa ipotesi, l’obiezione recita: se un sapere è più certo quando conosce la cosa in sé, e la dimostrazione particolare dimostra che questa data cosa (es. il triangolo isoscele) ha quella proprietà, mentre quella universale la dimostra di un’altra cosa (il triangolo in generale), allora la dimostrazione particolare è migliore. Inoltre, la dimostrazione universale rischierebbe di far credere all’esistenza di universali separati, generando un’opinione falsa.
La replica di Aristotele è netta e si basa sul rapporto tra sussistenza e conoscenza della causa. “Se infatti l’avere (gli angoli uguali) a due retti appartiene non in quanto isoscele, bensì in quanto triangolo, chi sa che è isoscele sa di meno, in quanto tale, di chi sa che è triangolo” - (fr:852). La proprietà geometrica appartiene all’essenza del triangolo in quanto tale; chi la conoscesse solo per l’isoscele ne possederebbe una conoscenza parziale e meno profonda. La dimostrazione universale coglie il perché più autentico: “se la dimostrazione è un sillogismo capace di mostrare la causa e il perché, l’universale è maggiormente causa (infatti ciò a cui qualcosa appartiene per sé, è in sé causa per quel qualcosa; pertanto l’universale è causa)” - (fr:863). L’universale non è un’opinione falsa su entità separate, ma la struttura causale reale che spiega il particolare. La conoscenza culmina quando si arresta la ricerca del “perché”, raggiungendo un fine e un limite che non rimanda ad altro, come nell’esempio dell’uomo che agisce “in vista di” qualcosa: “quando (qualcosa) non è più a motivo di un’altra cosa né in vista di un’altra cosa, diciamo che è giunto ed è e diviene per questo (motivo, assunto) come fine, ed è allora che (diciamo) di sapere al più alto grado perché è giunto” - (fr:867). Analogamente, sapere che gli angoli esterni di un isoscele valgono quattro retti perché è un isoscele non è il sapere ultimo; lo diventa quando si risale al perché è un triangolo, e infine perché è una figura rettilinea, arrestando la catena esplicativa a un universale. “E se è questo non più perché è un’altra cosa, allora lo sappiamo al livello più alto. E allora (sappiamo) universalmente” - (fr:879-880). L’universale è migliore perché conduce al semplice e al limite, rendendo l’oggetto pienamente sciibile, mentre il particolare è infinito e inconoscibile: “Inoltre (la dimostrazione), quanto maggiormente sia particolare, cade in ciò che è infinito, mentre quella universale (va) verso il semplice e il limite” - (fr:882). Infine, chi possiede la dimostrazione universale conosce già anche il particolare, ma non vale il contrario, rendendo il sapere universale più comprensivo e preferibile.
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6 Il primato della dimostrazione universale e affermativa e le condizioni della scienza negli Analitici Secondi
Il brano, tratto dai capitoli finali del libro I degli Analitici Secondi, sviluppa una rigorosa gerarchia tra i tipi di dimostrazione e definisce i requisiti di superiorità di una scienza. Il testo si presenta in un’edizione commentata, dove le glosse chiariscono punti brachilogici – come segnalato in “Il testo anche in questo punto è estremamente brachilogico e dice semplicemente «questo secondo (oùtog)»” (fr:893) – e discutono scelte interpretative, per esempio la distinzione tra πρότασις come proposizione generica e premessa sillogistica (fr:921-922). Il ragionamento aristotelico procede per confronti successivi, ricorrendo a notazioni letterali e a esempi geometrici.
La prima tesi stabilisce la superiorità della dimostrazione universale su quella particolare. Il motivo è che “il dimostrare in modo più universale consiste nel dimostrare attraverso un medio che è più vicino al principio” (fr:890); “il più vicino è ciò che è immediato; e questo è principio” (fr:891). Dunque la dimostrazione universale, procedendo in misura maggiore dal principio, risulta più esatta (fr:892-894). L’esempio con i termini A, D e i medi B, C mostra che il medio B, «più in alto», genera una dimostrazione più universale (fr:897). Ma l’argomento più forte è gnoseologico: conoscere la proposizione universale significa possedere in potenza anche quella particolare. Chi sa che “ogni triangolo ha gli angoli uguali a due retti, si conosce in qualche modo pure che quello isoscele ha gli angoli uguali a due retti, in potenza, anche se non si sa che quello isoscele è un triangolo” (fr:899); il possesso della sola proposizione particolare non dà alcuna conoscenza potenziale dell’universale. Inoltre “la (dimostrazione) universale è intelligibile, mentre quella particolare conclude nella sensazione” (fr:900), ancorando così la scienza all’intelligibile.
La seconda comparazione (I, 25) dimostra che la dimostrazione affermativa è migliore di quella privativa. Un primo criterio è l’economia dei presupposti: a parità di notorietà delle premesse, una dimostrazione “che procede da un numero minore di postulati o di ipotesi o di proposizioni” (fr:902) è superiore perché conduce più rapidamente alla conoscenza. Applicato al confronto, la dimostrazione affermativa e quella negativa usano entrambe tre termini e due proposizioni, ma “l’una assume che qualcosa è, l’altra sia che qualcosa è che qualcosa non è” (fr:916); la negativa aggiunge l’elemento del «non essere» e quindi “procede attraverso più cose, per cui è peggiore” (fr:917). Inoltre, accrescendo il sillogismo, la predicativa ammette più proposizioni predicative, mentre quella privativa “è impossibile che siano più di una” (fr:918): nel modello A non appartiene a nessun D, D appartiene a ogni B, B a ogni C, “si verifica una sola proposizione privativa, la A D” (fr:930), e il medio della privativa è sempre privativo rispetto a un estremo (fr:931). Sul piano dei principi, la proposizione affermativa è anteriore e più nota, perché “la negazione è nota mediante l’affermazione, e l’affermazione è anteriore, per cui lo anche l’essere del non essere” (fr:933); senza la dimostrazione affermativa non è possibile quella privativa (fr:935), sicché la dimostrazione che impiega principi migliori è migliore (fr:934).
Stabilita la superiorità dell’affermativa, il capitolo I, 26 la estende alla riduzione all’impossibile. La dimostrazione diretta (affermativa) è già migliore della privativa; quindi la riduzione all’assurdo, che è un tipo di prova negativa, risulta inferiore. L’analisi precisa la differenza: nella dimostrazione privativa diretta, assunte «A non appartiene a nessun B» e «B appartiene a ogni C», si conclude che «A non appartiene a nessun C» (fr:940). Nella riduzione all’assurdo, per provare che A non appartiene a B, si ipotizza il contrario e grazie alla premessa «B appartiene a C» si giunge a «A appartiene a C», riconosciuta impossibile (fr:941). La differenza risiede in quale proposizione sia più nota: se è più nota la conclusione «che non è», si ha la riduzione all’assurdo; se è più nota una premessa interna al sillogismo, si ha la dimostrazione diretta (fr:942). Tuttavia “per natura quella che A (non appartiene) a B è anteriore a quella che A (non appartiene) a C” (fr:943), perché ciò da cui procede la conclusione è anteriore alla conclusione stessa. Poiché la dimostrazione che parte da proposizioni più note e anteriori è più forte, la dimostrazione privativa diretta è superiore a quella per assurdo, e di conseguenza la dimostrazione predicativa – già migliore della privativa – lo è ancor di più rispetto alla riduzione all’impossibile (fr:945).
La riflessione si allarga poi alle condizioni che rendono una scienza più esatta e anteriore a un’altra (I, 27). Una scienza è superiore se conosce insieme il «che» e il «perché», non il fatto separatamente dalla causa; se non studia il sostrato – come l’aritmetica rispetto all’armonica; e se procede da un numero minore di elementi aggiuntivi, come l’aritmetica rispetto alla geometria (fr:946). L’esempio chiarificatore è che “l’unità come entità senza posizione, mentre il punto è un’entità dotata di posizione” (fr:947): il punto aggiunge la posizione all’unità, perciò la geometria parte da un’aggiunta rispetto all’aritmetica. Segue la definizione dell’unità e diversità delle scienze (I, 28): “È una la scienza di un solo genere: di tutte le cose che constano dei primi (principi di esso) e che (ne) sono parti, le affezioni per sé di queste” (fr:948). Due scienze sono diverse quando i loro princìpi non procedono dalle stesse cose né gli uni dagli altri (fr:949); se ne ha segno quando si arriva alle proposizioni anapodittiche, che devono appartenere allo stesso genere delle conclusioni dimostrate, cioè essere omogenee (fr:950-951).
Il capitolo I, 29 riconosce la possibilità di più dimostrazioni della medesima conclusione, non solo con medi appartenenti a una stessa serie ma anche con medi provenienti da serie diverse (fr:957). L’esempio impiega i termini «mutare» (A), «essere in movimento» (D), «essere in quiete» (H) e «provare piacere» (B): si può sillogizzare che chi prova piacere muta sia attraverso il movimento, perché “chi prova piacere è in movimento e ciò che è in movimento muta” (fr:959), sia attraverso la quiete, perché “chiunque prova piacere è in quiete e chi è in quiete muta” (fr:960). In entrambi i casi, i medi D e H devono appartenere allo stesso soggetto B (fr:961).
Gli ultimi due capitoli escludono due vie indebite alla scienza. Non vi può essere scienza dimostrativa di ciò che è dovuto alla sorte (I, 30), perché “ciò che è dovuto alla sorte non si dà né come necessario né come per lo più, ma è ciò che si verifica a parte di queste (determinazioni)” (fr:963). La dimostrazione si fonda invece su proposizioni necessarie o su proposizioni che valgono «per lo più», da cui seguono conclusioni dello stesso tipo (fr:983-984). Neppure la sensazione produce conoscenza scientifica (I, 31). La sensazione coglie sempre un «questo» in un luogo e in un momento determinati, mentre l’universale – “ciò che è sempre e dovunque” (fr:988) – non è percepibile. Poiché le dimostrazioni vertono su universali, anche se vedessimo ripetutamente un’eclissi dalla luna “percepiremmo «che» in un certo momento vi è un’eclisse, ma non «perché», assolutamente” (fr:991); solo dalla ripetizione e dalla cattura dell’universale si può ottenere la dimostrazione (fr:992). Di conseguenza, la conoscenza del particolare sensibile non è mai scienza, la quale consiste nel conoscere l’universale (fr:989).
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7 La natura dei principi scientifici, la distinzione tra scienza e opinione e l’agilità intellettuale negli Analitici Secondi
Il testo, tratto dai capitoli 32-34 del libro I degli Analitici Secondi di Aristotele, espone alcuni cardini dell’epistemologia aristotelica: l’irriducibilità dei principi delle diverse scienze, la separazione tra conoscenza scientifica e opinione, e la definizione della prontezza mentale. Si tratta di pagine che fondano la concezione di una scienza organizzata secondo generi autonomi e che distinguono in modo netto il sapere necessario dal contingente.
La trattazione prende avvio dalla negazione che tutte le conclusioni, vere o false, possano condividere i medesimi principi. « Inoltre le (conclusioni) false neppure derivano da (proposizioni) identiche tra loro » – (fr:1013), poiché esistono falsità contrarie e mutuamente esclusive, e « non vi sono gli stessi principi neppure di tutte le (conclusioni) vere » – (fr:1014). Infatti, molte conclusioni hanno principi che differiscono per genere e non si adattano reciprocamente: « le unità non si adattano ai punti: infatti le prime non hanno una posizione, mentre i secondi l’hanno » – (fr:1015). La differenza di genere impedisce che un unico insieme di principi basti per ogni scienza.
I principi comuni, come il principio di non contraddizione, non sono sufficienti a dimostrare tutte le conclusioni. « Ma tra i principi comuni non è neppure possibile che ne esistano alcuni dai quali saranno dimostrate tutte le (conclusioni); dico (principi) comuni, per esempio, «ogni cosa, affermare o negare» » – (fr:1017), perché « i generi delle cose che esistono sono diversi, ed alcune appartengono soltanto alle quantità, altre alle qualità » – (fr:1018). I principi sono inoltre « duplici: quelli a partire dai quali (si dimostra) e quelli intorno a ciò che (si dimostra). Quelli a partire dai quali (si dimostra) sono comuni, mentre quelli intorno a ciò che (si dimostra) sono propri: per esempio, il numero e la grandezza » – (fr:1034-1035). Dunque ogni scienza possiede principi propri, relativi al suo genere di oggetti.
Aristotele aggiunge una considerazione quantitativa: « i principi non sono molto meno numerosi delle conclusioni » – (fr:1019), poiché le proposizioni immediate fungono da principi e nuove conclusioni sorgono aggiungendo proposizioni immediate. Sebbene le conclusioni siano infinite, i termini sono limitati, ma i principi non possono essere un insieme finito e unico per tutte le scienze. Conclude infatti che « quelli delle (conclusioni) differenti per il genere sono principi differenti per il genere » – (fr:1033).
Il capitolo successivo distingue scienza e opinione. « Ciò che è oggetto di scienza e la scienza differiscono da ciò che è oggetto d’opinione e dall’opinione, giacché la scienza è universale e si costituisce mediante (proposizioni) necessarie, e ciò che è necessario non può capitare che sia diversamente » – (fr:1036). Esistono invece cose vere ma che possono essere altrimenti, e « intorno a queste non vi è scienza » – (fr:1043). L’opinione è apprensione di una proposizione immediata non necessaria: « l’opinione verte intorno a ciò che è sì vero o falso, ma che può capitare che sia anche diversamente » – (fr:1045), ed è « cosa insicura, e tale è la natura (di ciò che è oggetto d’opinione) » – (fr:1047). La testimonianza del senso comune conferma la divisione: « nessuno ritiene di opinare quando ritenga che è impossibile che (la cosa) sia in modo diverso, ma di conoscere scientificamente; ma quando (ritenga) che (la cosa) è, ma che tuttavia nulla impedisce che sia anche in modo diverso, è allora che (ritiene) di opinare » – (fr:1048).
Si pone allora il problema se si possa avere scienza e opinione della medesima cosa. La soluzione aristotelica distingue il modo in cui il soggetto viene appreso. Se si apprendono le cose necessarie secondo le definizioni, si ha scienza; se si apprendono come vere ma non secondo l’essenza e la specie, si ha opinione. « Della medesima cosa non si hanno affatto opinione e scienza, ma, come della stessa cosa si ha in un certo modo (opinione) sia falsa che vera, così della stessa cosa si hanno sia opinione che scienza » – (fr:1058). L’esempio della diagonale chiarisce: « l’opinare veritativamente che la diagonale è incommensurabile, è assurdo; ma poiché la diagonale, intorno alla quale vertono le opinioni, è una medesima cosa, così (entrambe le opinioni) sono della medesima cosa, ma in ciascuna delle due la quiddità conforme al discorso definitorio non è la medesima cosa » – (fr:1060). Similmente, a proposito del vivente, una conoscenza lo coglie come ciò che non può non appartenere all’uomo, l’opinione lo coglie come qualcosa che può anche non appartenere. « È evidente da queste (considerazioni) che neppure può capitare di opinare e di conoscere scientificamente al tempo stesso la medesima cosa » – (fr:1063), perché comporterebbe una contraddizione nello stesso soggetto, come ritenere che l’uomo sia e non sia essenzialmente vivente.
Infine, la prontezza mentale (anchinoia) viene definita in poche righe: « La prontezza mentale è una certa destrezza nel cogliere in un tempo incalcolabile il medio » – (fr:1072). L’esempio astronomico e quelli pratici illustrano la fulminea individuazione della causa media: dal costante splendore della luna in direzione del sole all’intuizione che essa riceve luce dal sole, oppure dal dialogo con un ricco al prestito, o dalla comune inimicizia. La trattazione si chiude con il rinvio delle distinzioni tra pensiero discorsivo, intellezione, scienza, arte, saggezza e sapienza alla fisica e all’etica.
Il significato storico di questi passi è considerevole: essi fissano il principio della specificità dei principi per ciascuna scienza, fondano la separazione tra sapere apodittico e opinione sul criterio della necessità, e gettano le basi per la gerarchia delle discipline. L’analisi della prontezza mentale, seppur breve, rimane un classico riferimento nella discussione sull’intuizione e sulla rapidità inferenziale, mostrando come la scoperta del medio possa realizzarsi in modo immediato.
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[4.1/1-87-1834|1918]
8 La dottrina aristotelica dei predicabili e dell’identico nei Topici
Il brano offre una sistemazione dei fondamenti della dialettica aristotelica, chiarendo i quattro predicabili, la natura dell’identico e il loro ancoraggio alle categorie. La definizione non è un’entità isolata: tutto ciò che segue il suo metodo è detto definitorio, comprese le questioni sull’identità e la differenza. “Certamente bisogna porre come definitorio pure un discorso di questo genere, ad esempio che il bello è il conveniente; e parimenti anche il seguente: se sensazione e scienza sono la stessa cosa o cosa diversa” (fr:1832). La ragione è che “nell’ambito delle definizioni la massima parte delle controversie ha ad oggetto se (il definiens e il definiendum) siano la stessa cosa o cosa diversa” (fr:1833). Di conseguenza, “in senso assoluto si dica definitorio tutto ciò che s’inscrive sotto il medesimo metodo delle definizioni” (fr:1834). L’argomentazione sull’identico offre una via per attaccare o sostenere una definizione: “ché, essendo capaci di sostenere nella discussione che (qualcosa) è identico e che (qualcosa) è diverso, otterremo di argomentare nello stesso modo anche rispetto alle definizioni” (fr:1836). Tuttavia il rapporto non è simmetrico: “non è sufficiente per costruire la definizione il mostrare che (qualcosa) è lo stesso; nondimeno per distruggerla è sufficiente il mostrare che (qualcosa) non è lo stesso” (fr:1838).
Il proprio viene definito come “ciò che non mostra l’essenza, ma appartiene ad una sola cosa e si predica in luogo della cosa” (fr:1839). L’esempio è «esser capace di apprendere la grammatica» rispetto a «uomo» (fr:1840). Non ogni attributo esclusivo, però, è un proprio in senso assoluto: “nessuno chiama proprio ciò che può appartenere ad un’altra cosa, ad esempio il dormire per l’uomo, neppure se per caso per un certo tempo appartenga ad una sola cosa” (fr:1841). Si ammette un uso relativo: “l’essere a destra talvolta è un proprio, e capita che l’esser bipede sia detto proprio rispetto a qualcosa, per esempio per l’uomo rispetto ad un cavallo o ad un cane” (fr:1843). Il genere è “ciò che nel che cos’è si predica di più cose e differenti per la specie” (fr:1846), e appartiene al metodo definitorio la questione se due cose condividano lo stesso genere (fr:1848-1850).
L’accidente viene introdotto con una prima formulazione: “ciò che non è nessuna di queste cose, né definizione, né proprio, né genere, ma appartiene alla cosa; ed è ciò che può appartenere e non appartenere ad un’unica e medesima cosa, qualunque essa sia” (fr:1851). Una seconda definizione è giudicata migliore (fr:1854) perché non presuppone la conoscenza degli altri predicabili: “la seconda è sufficiente per render noto che cos’è mai quel che si dice, per se stesso” (fr:1856). All’accidente si legano anche le comparazioni: “se sia preferibile la bellezza morale o l’utile, e se sia più piacevole la vita secondo virtù o quella secondo godimento” (fr:1857); come annota il commento, “ad quaestiones de accidente accedunt etiam eae quaestiones per quas inter se comparantur gradus eorum quae aliis accidunt” (fr:1864) [alle questioni sull’accidente si aggiungono anche quelle questioni mediante le quali si confrontano tra loro i gradi di ciò che accade ad altro]. L’accidente, in circostanze particolari, può fungere da proprio relativo – “star seduto, che è un accidente, quando sia una sola persona a stare seduta, allora sarà un proprio” (fr:1859) – ma “in senso assoluto non sarà un proprio” (fr:1861).
Tutti i predicabili convergono sulla definizione, giacché “avendo mostrato che (alcunché) non appartiene alla sola cosa che cade sotto la definizione, come (avviene) anche nel caso del proprio, o che non è (il) genere ciò che è stato esplicato nella definizione, o che qualcosa di ciò che è stato detto nel discorso definitorio non appartiene (al definiendum) — il che potrebbe dirsi anche nel caso dell’accidente —, avremo soppresso la definizione” (fr:1866). Perciò “tutte le cose che abbiamo enumerato saranno in un certo modo concernenti la definizione” (fr:1867). Non si cerca un metodo universale ma, “in conformità con ciascuno dei generi che abbiamo definito, si produce un metodo particolare, muovendo da ciò che nell’ambito di ciascuno è proprio” (fr:1870).
L’analisi si sposta sull’identico. “Prima di tutto bisogna determinare, per quanto riguarda l’identico, in quanti sensi è detto” (fr:1873). La divisione principale è in tre sensi: “per numero o per specie o per genere” (fr:1875). L’identico per numero riguarda “quelle cose i cui nomi sono molteplici, ma la cosa è una: per esempio il vestito e il mantello” (fr:1876). L’identico per specie tocca “tutte le cose che, pur essendo molteplici, sono indifferenti per la specie, come un uomo è identico ad un uomo ed un cavallo ad un cavallo” (fr:1888), mentre per genere lo sono quelle che cadono sotto il medesimo genere (fr:1890). L’acqua della stessa fonte, che sembrerebbe un caso speciale, rientra nell’identità specifica con una somiglianza più marcata (fr:1891-1895). L’identico per numero, considerato il senso principale (fr:1896), si articola ulteriormente: in senso primo e principale quando è reso con nome o definizione – «animale pedestre bipede» rispetto a «uomo» (fr:1898); poi con il proprio – «esser capace di apprendere la scienza» rispetto a «uomo» (fr:1899); infine con l’accidente – «quel che sta seduto e quel che è musico» rispetto a «Socrate» (fr:1900). Tutti questi modi “vogliono significare ciò che è uno per numero” (fr:1901), come mostra l’abitudine di richiamare qualcuno tramite un accidente quando il nome non viene compreso (fr:1905).
La quadripartizione dei predicabili trova conferma sia per induzione – “se infatti si esaminasse ciascuna proposizione e ciascun problema, apparirebbe che essi derivano o dalla definizione o dal proprio o dal genere o dall’accidente” (fr:1908) – sia per sillogismo: tutto ciò che si predica o si predica in luogo della cosa (definizione o proprio), oppure no; in quest’ultimo caso, se rientra nella definizione è genere o differenza, altrimenti è accidente (fr:1910-1911). Infine, i predicabili vanno calati nei dieci generi dei predicati, le categorie: “sostanza, quantità, qualità, relazione, dove, quando, giacere, avere, agire, patire” (fr:1916). Ogni proposizione costruita con i predicabili esprime una di queste: “quando, stando qui dinanzi un uomo, dica che quel che sta dinanzi è uomo o animale, dice che cos’è e significa la sostanza; quando invece, stando qui dinanzi il colore bianco, dica che quel che sta dinanzi è bianco o colore, dice che cos’è e significa la qualità” (fr:1918). Così, nei Topici, Aristotele getta le basi di una logica dei termini che rimarrà normativa per secoli, fissando i cardini di ogni discorso che aspiri a definire, predicare e dimostrare.
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[5.1/1-22-2039|2058]
9 Indagine sull’omonimia attraverso i generi e i contrari in un frammento dei Topici
Il brano espone le regole per riconoscere l’omonimia di un termine – ovvero il suo dirsi in più sensi non riconducibili a un genere comune – a partire dall’esame dei generi e dei contrari, secondo la procedura dialettica aristotelica.
Il nucleo metodologico è enunciato subito: “(Si devono) indagare anche i generi delle categorie secondo il nome, se sono gli stessi in tutti i casi” (fr:2038). Se i generi cui il termine viene ascritto nelle diverse categorie non coincidono, il nome è omonimo. “Se infatti non sono gli stessi, è chiaro che quel che è detto è omonimo” (fr:2039). L’esempio scelto è «bene»: in culinaria è ciò che produce piacere, in medicina ciò che produce salute, nell’anima una qualità come la modestia o il coraggio. La disomogeneità dei generi (piacevole, sano, qualità morale) prova che «bene» è omonimo. Altre determinazioni confermano la dispersione del significato: talvolta il bene riguarda il tempo, come quando si dice “«buono» ciò che è nel momento opportuno” (fr:2041), talvolta la quantità, come nel caso della misura buona (fr:2042). Di conseguenza “«bene» è omonimo” (fr:2043). Lo stesso accade per «bianco»: nel corpo indica un colore, nella voce un suono gradevole (fr:2044), e per «acuto»: voce rapida secondo i teorici dell’armonia, angolo minore del retto, sciabola appuntita (fr:2045).
Il procedimento coinvolge anche i casi grammaticali: “quando il termine si dica in più modi, anche il caso che ne deriva si dirà in più modi, e (se si dice in più modi) il caso, (si dirà in più modi) anche il termine” (fr:2037) – regola che il testo applica “parimenti anche nel caso dell’uomo” (fr:2040).
L’indagine si affina distinguendo se i generi posti sotto lo stesso nome siano subordinati oppure no. “(Si devono) indagare anche i generi delle cose che (cadono) sotto il medesimo nome, se sono diversi e non (disposti) uno sotto l’altro” (fr:2046). Quando i generi non sono l’uno sotto l’altro, le definizioni differiscono radicalmente: «asino» è l’animale e l’arnese; ché è differente la loro definizione conformemente al nome” (fr:2051) – l’uno è animale di una certa qualità, l’altro arnese di una certa qualità. Invece se i generi sono subalterni non è necessario che le definizioni divergano: “di «corvo» è genere «animale» e «uccello»” (fr:2052). Dicendo che il corvo è uccello, si dice anche che è un animale di una certa qualità, sicché entrambi i generi si predicano di esso e si esprimono nella definizione (fr:2053-2055). Al contrario, quando i generi non sono subordinati, tale predicazione non avviene: “né quando diciamo «uomo carico» diciamo «animale», né quando (diciamo) «animale» diciamo «uomo carico»” (fr:2056).
L’ultimo criterio coinvolge il contrario: “(Si deve) indagare non soltanto su ciò che ci sta dinanzi se i generi sono diversi e non (disposti) l’uno sotto l’altro, ma anche sul contrario” (fr:2057). Se il contrario ha più sensi, anche il termine in esame ne avrà altrettanti: “Infatti se il contrario si dice in molti modi, è chiaro che (si dice in molti modi) anche ciò che ci sta dinanzi” (fr:2058).
Il testo rinvia espressamente alla trattazione dei diversi significati di «bene» nelle differenti categorie contenuta nell’Etica Nicomachea (I, 4, 1096 a 23-29) e nella Metafisica (IV, 2, 1003 a 33-b 16) (fr:2047-2049). L’insieme mostra il tipico armamentario dei Topici: una strumentazione logica per smascherare ambiguità nel discorso, fondata sull’analisi delle categorie, dei generi subordinati e dei contrari, ereditata dalla tradizione peripatetica e destinata a lunga fortuna nella logica medievale e nella semantica filosofica.
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[6.1/2-94-2467|2558]
10 I luoghi della preferibilità nei Topici di Aristotele
“Innanzitutto sia determinato che operiamo l’esame non sulle cose che sono molto distanti e che hanno una grande differenza tra loro (…) ma sulle cose congeneri, e in merito a cui discutiamo a quale si deve aderire maggiormente, per il fatto di non vedere nessuna superiorità dell’una rispetto all’altra.” - (fr:2465)
Il testo espone i luoghi dialettici (τόποι) per determinare, tra due termini congeneri, quale sia preferibile (αἱρετώτερον). La traduzione adottata lo dichiara: “Traduco αἱρετὸν con «desiderabile» o con «sceglibile», il comparativo (αἱρετώτερον) con «preferibile» (= più degno d’essere scelto).” - (fr:2469). L’indagine non confronta realtà distanti come felicità e ricchezza, ma beni affini su cui si discute perché la superiorità non è manifesta.
Un primo criterio generale è la durata e la sicurezza: “ciò che dura più a lungo o che è più sicuro è preferibile a ciò che, pur essendo dello stesso genere, dura di meno ed è meno sicuro” - (fr:2467). A ciò si affianca il luogo dell’autorità: “ciò che sceglierebbero il sapiente o l’uomo dabbene o la legge retta o i virtuosi nei singoli ambiti in cui scelgono” - (fr:2468), siano essi i più, tutti o gli esperti di un genere, come i medici. Il principio è che “ogni cosa tende al bene” - (fr:2471), e l’argomento va condotto verso l’utile (fr:2472). Il commento di Pacius chiarisce la duttilità del luogo: “argumentum ex ea huius loci parte sumendum esse, ex qua commodissime potest” - (fr:2489) [l’argomento va tratto da quella parte del luogo da cui può esserlo nel modo più vantaggioso], esemplificando: “si velis praeferre virtutem voluptati, uteris auctoritate virorum bonorum. Contra ut voluptatem virtuti praeforas, uteris auctoritate multorum” - (fr:2490-2491) [se vuoi preferire la virtù al piacere, userai l’autorità degli uomini buoni; al contrario, per preferire il piacere alla virtù, userai l’autorità dei molti].
Sul piano ontologico, ciò che appartiene a un genere buono è preferibile a ciò che non vi rientra: “la giustizia all’uomo giusto: ché la prima cosa è in un genere che è buono, la seconda no” - (fr:2474). La giustizia è nella sottospecie degli abiti e delle disposizioni buoni (cfr. fr:2493-2494), mentre l’uomo giusto non è ciò che è il genere. La distinzione tra il desiderabile per sé e il desiderabile per altro o per accidente è cardine: “ciò che è desiderabile di per se stesso è preferibile a ciò che è desiderabile per altro, per esempio l’essere in buona salute al fare esercizi ginnici” - (fr:2476). Lo stesso vale per il per accidente: “l’essere giusti gli amici all’esserlo i nemici” - (fr:2477), giacché “è per accidente che scegliamo che i nemici siano giusti: perché non ci facciano nessun danno” - (fr:2479), mentre gli amici li scegliamo giusti per se stessi, “anche se non ce ne verrà niente in futuro, pure se siano tra gli Indi” - (fr:2495). Parallelamente, “ciò che per sé è causa di bene (è preferibile) a ciò che ne è causa per accidente, come la virtù lo è della sorte” - (fr:2496); e il vizio è male per sé, la fortuna per accidente (fr:2497).
Il bene assoluto prevale sul bene per qualcuno (la salute sull’operazione chirurgica, fr:2498-2499), e il bene per natura su quello acquisito: “la giustizia alla persona giusta: infatti la prima cosa (è bene) per natura, la seconda per avere acquisito (il bene)” - (fr:2500). La preferibilità si commisura alla dignità del soggetto: “ciò che compete a quel che è migliore e più degno di onore, per esempio a Dio che all’uomo, e all’anima che al corpo” - (fr:2501). Allo stesso modo, è migliore ciò che risiede nelle realtà prime: la salute, che sta negli elementi costitutivi (umido, secco, caldo, freddo), è superiore a forza e bellezza, che sono nelle fibre, nelle ossa e nella proporzione delle membra (fr:2503-2504).
Il fine è preferibile ai mezzi, e tra due fini, quello più vicino al fine ultimo: “il mezzo in vista del fine della vita è maggiormente preferibile al mezzo in vista di qualcos’altro” - (fr:2506). Una proporzione valuta i mezzi in base ai fini: se la felicità sopravanza la salute più di quanto la salute sopravanzi ciò che è salutare, allora ciò che produce felicità è preferibile a ciò che produce salute (fr:2510-2514). Waitz spiega: “si vita beata multo magis sanitate praestantior est quam sanitas eo quod sanitatem efficit, quum quanto vita beata praestantior sit sanitate, tanto etiam quod vitam beatam efficiat praestantius sit eo quod sanitatem…” - (fr:2519-2520) [se la vita beata è molto più eccellente della salute di quanto la salute lo sia di ciò che produce la salute, poiché quanto la vita beata è più eccellente della salute, tanto anche ciò che produce la vita beata è più eccellente di ciò che produce la salute…]. Criterio affine è la bellezza e lodevolezza intrinseca: “ciò che per sé è più bello e più degno di onore e più lodevole, ad esempio l’amicizia della ricchezza e la giustizia della forza” - (fr:2516), poiché “nessuno onora la ricchezza per se stessa, ma in virtù di altro; invece (onoriamo) l’amicizia per se stessa” - (fr:2517).
Quando due cose sono molto vicine, si guardano le conseguenze: “ciò a cui segue un bene maggiore, questo è preferibile; e se le cose che seguono sono cattive, ciò a cui segue il male minore” - (fr:2523). La conseguenza può essere anteriore (l’ignorare per chi impara) o posteriore (il conoscere), e “per lo più è migliore il conseguente posteriore” - (fr:2526). Sul piano quantitativo, beni più numerosi sono preferibili, a meno che uno non sia in vista dell’altro (fr:2528); e cose non buone possono superare beni come la giustizia, se concorrono alla felicità (fr:2529). Il piacere e l’assenza di dolore accrescono la preferibilità (fr:2530), e la circostanza modula il valore: “l’esser privi di dolori nella vecchiaia che nella giovinezza: infatti ha maggiore importanza nella vecchiaia” - (fr:2531). La saggezza è più preferibile nella vecchiaia, il coraggio nella giovinezza (fr:2532-2537). L’utilità costante rende giustizia e moderazione superiori al coraggio, utile solo talvolta (fr:2539-2540); e l’autosufficienza fa sì che, se tutti fossero giusti, il coraggio non servirebbe, mentre la giustizia resta utile anche se tutti sono coraggiosi (fr:2541).
Dalle corruzioni e perdite si inferisce la preferibilità: “quelle cose le cui corruzioni sono più da evitarsi, sono preferibili” - (fr:2543). Dalle generazioni e acquisizioni, il contrario (fr:2545). La vicinanza al bene offre un altro luogo: “ciò che è più vicino al bene è migliore e preferibile, e ciò che è più simile al bene” - (fr:2546). Tuttavia la somiglianza può essere ingannevole, come quando Aiace è più simile ad Achille per aspetti non migliori, o la scimmia è più simile all’uomo ma non più bella del cavallo (fr:2547-2548). Ancora, è preferibile ciò che è più manifesto, più difficile, più proprio e meno frammisto ai mali (fr:2554). Se una classe è migliore di un’altra, anche l’individuo più eccellente della prima è migliore del più eccellente della seconda, e viceversa (fr:2555-2557). Infine, “le cose delle quali è possibile far parte gli amici sono preferibili a quelle delle quali non (è possibile)” - (fr:2558).
L’insieme dei luoghi, corredato da rinvii al Filebo, all’Etica Nicomachea e alle Categorie, e dalle glosse di Pacius e Waitz, mostra la stratificazione della tradizione aristotelica e la vitalità dello strumento topico nell’argomentazione filosofica.
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11 I topoi del confronto: preferibile, migliore e più desiderabile nei Topici di Aristotele
Aristotele espone una serie di luoghi dialettici per stabilire quale, tra due cose, sia preferibile o maggiormente desiderabile, fondando il confronto su criteri come la sovrabbondanza, la finalità, l’autosufficienza e le relazioni di aggiunta e sottrazione.
Nel libro III dei Topici, Aristotele fornisce gli strumenti per la disputa dialettica: i luoghi (τόποι) che permettono di argomentare intorno al preferibile e al più desiderabile. Il ragionamento si sviluppa per distinzioni sottili, in particolare quella tra ciò che è migliore e ciò che è preferibile, e attraverso procedure formali di comparazione.
Il testo si apre con un criterio legato alla relazione affettiva: “E le cose che vogliamo compiere per l’amico, queste sono maggiormente preferibili di quelle che (vogliamo compiere) per il primo che capita: per esempio l’agire con giustizia e il fare del bene piuttosto che il sembrare di farlo” (fr:2559). Poco oltre si precisa: “Infatti vogliamo fare del bene agli amici più che sembrare (di farlo), e al contrario ai primi capitati” (fr:2560). Verso gli amici si cerca l’autenticità, verso gli estranei può bastare l’apparenza: la preferibilità muta in funzione del destinatario.
Un nucleo concettuale portante è la tensione fra necessità e sovrabbondanza. “le cose che si originano dalla sovrabbondanza sono migliori di quelle necessarie, e talvolta anche preferibili” (fr:2561). La sovrabbondanza (περιουσία) presuppone già soddisfatti i bisogni primari e consente di accedere a beni più alti: “il vivere bene è migliore del vivere, e il vivere bene si origina dalla sovrabbondanza, mentre il vivere stesso è una necessità” (fr:2562). Tuttavia il migliore non coincide sempre con il preferibile. “il filosofare è cosa migliore del procurarsi ricchezze, ma non è preferibile per il bisogno delle cose necessarie” (fr:2564). Qui si manifesta un paradosso operativo: ciò che eccelle per valore intrinseco può divenire secondario se mancano le condizioni materiali. Il luogo è formalizzato da una definizione: “Quel che si origina dalla sovrabbondanza ha luogo quando, sussistendo le cose necessarie, ci si procura alcune altre cose tra quelle belle” (fr:2565). E la conclusione è netta: “probabilmente è preferibile il necessario, ma è migliore quel che si origina da sovrabbondanza” (fr:2566), instaurando un contrasto fra scelta pratica e gerarchia assiologica.
La comparazione si affina con criteri formali e relazionali. Emerge il principio di autosufficienza: “ciò che non è possibile procurarsi grazie ad un altro (è preferibile) a ciò che è possibile anche grazie ad un altro, come accade alla giustizia rispetto al coraggio” (fr:2567). E inoltre, se una cosa è desiderabile senza l’altra ma non viceversa, la prima è preferibile: esempio la saggezza senza potenza rispetto alla potenza senza saggezza (fr:2568). Un luogo psicologico chiama in causa la negazione interessata: neghiamo di essere amanti del lavoro per sembrare di buona natura, quindi è preferibile proprio quel che vogliamo far credere di possedere (fr:2569). Vi si aggiungono le reazioni di biasimo: “è preferibile ciò per la cui assenza quelli che si irritano sono da biasimarsi di meno” e “ciò per la cui assenza coloro che non si irritano sono maggiormente da biasimarsi” (fr:2570-2571).
Seguono i luoghi basati sulla specie e sulla virtù propria: “tra le cose che (cadono) sotto la specie, quella che (ne) possiede la virtù propria (è preferibile) a quella che non la possiede” (fr:2572); se entrambe la possiedono, è preferibile quella che la possiede in misura maggiore o che rende migliore una realtà più importante (es. anima rispetto a corpo) (fr:2574-2575).
Un metodo ricorrente è quello delle flessioni (πτώσεις), ossia variazioni grammaticali e categoriali: “si devono valutare le cose dalle flessioni, dagli usi, dalle azioni e dalle opere; e queste cose da quelle” (fr:2576). Così, se «giustamente» è preferibile a «coraggiosamente», anche la giustizia è preferibile al coraggio, e viceversa (fr:2577). La trasposizione avverbiale-nominale conserva l’ordine di preferenza, tecnica che consente di trasferire argomenti da un caso all’altro.
Il confronto si perfeziona con i luoghi dell’eccesso e dell’aggiunta. “quella il cui eccesso è preferibile all’eccesso (dell’altra), anch’essa è preferibile: per esempio l’amicizia alle ricchezze” (fr:2581); e infatti l’eccesso di amicizia è preferibile all’eccesso di ricchezze (fr:2582). Ancora più radicale: “ciò di cui si preferirebbe essere se stessi causa per se stessi (è preferibile) a ciò di cui si preferirebbe che sia causa un altro: per esempio, gli amici (sono preferibili) alle ricchezze” (fr:2583). L’aggiunta fornisce un test di preferibilità: se una cosa aggiunta a un’altra rende il tutto preferibile, essa è preferibile, ma con cautela quando un’arte coopera in modo disomogeneo (es. sega e falce nell’arte del costruire: la sega accoppiata è preferibile in quel contesto, ma non in senso assoluto) (fr:2584-2586). Simmetricamente, dalla sottrazione: “quella che, una volta sottratta, rende il resto minore” è maggiore (fr:2596-2597).
La desiderabilità per sé o per fama costituisce un ulteriore criterio. “se una cosa è desiderabile per se stessa, mentre un’altra a motivo della reputazione, (è preferibile la prima): per esempio, la salute alla bellezza” (fr:2598). Della fama viene data una definizione tagliente: “ciò che, se nessuno lo conoscesse, non ci sarebbe cura che sussista” (fr:2599). La gerarchia culmina nel fine: “è preferibile ciò che è finalizzato a quel che è migliore: per esempio, quel che ha per fine la virtù (a quello che ha per fine) il piacere” (fr:2606). E allo stesso modo nel fuggire: è più da fuggire ciò che ostacola i beni più desiderabili, come la malattia rispetto alla vergogna, perché impedisce sia il piacere sia l’essere dabbene (fr:2607).
I medesimi luoghi valgono per mostrare che una singola cosa è desiderabile o fuggibile, eliminando il confronto di superiorità. “se quel che è più onorabile è preferibile, anche quel che è onorabile è desiderabile” (fr:2612). La distinzione fra natura e convenzione entra in gioco: quando diciamo che una cosa è buona per natura e l’altra no, è chiaro che quel che è buono per natura è desiderabile di per sé (fr:2614-2615).
Il capitolo successivo invita a generalizzare i luoghi del più e del meno operando piccole variazioni terminologiche. Così, “ciò che per natura è di una certa qualità è di tale qualità più di ciò che non per natura è di tale qualità” (fr:2618). Se una cosa rende di una certa qualità e un’altra no, la prima è maggiormente tale; se entrambe rendono, lo è quella che rende di più (fr:2619-2624). Ritornano i criteri di aggiunta e sottrazione applicati al grado qualitativo, e il principio di non mescolanza con i contrari: “è più bianco ciò che maggiormente non è mescolato col nero” (fr:2628). Persino la definizione offre un metro: più qualcosa soddisfa la definizione di una proprietà, più possiede quella proprietà (fr:2629).
L’ultima sezione mostra come i luoghi universali servano anche per i problemi particolari, poiché “eliminando o costruendo universalmente (una tesi), proviamo anche particolarmente” (fr:2648). Particolarmente utili e comuni sono i luoghi derivanti dagli opposti, dalle cose coordinate e dalle flessioni (fr:2650), secondo il principio di simmetria: se ogni piacere è bene, ogni dolore è male; se qualche piacere è bene, anche qualche dolore è male (fr:2651).
Il testo si presenta come una fitta rete di strumenti argomentativi, testimonianza del metodo dialettico aristotelico: non si offrono dottrine, ma procedure per argomentare razionalmente su qualsiasi questione pratica. La costante distinzione fra migliore e preferibile, l’attenzione alle condizioni materiali e alla pluralità dei punti di vista (l’amico, la fama, la natura) rivelano una sensibilità per la complessità della deliberazione. I rimandi interni (come “Cfr. ante, II, 9, 114 a 26” in fr:2589) confermano la sistematicità dell’opera, costruita come un manuale organico. Dal punto di vista storico, questi luoghi hanno alimentato secoli di disputationes medievali e hanno fondato la teoria dell’argomentazione, rimanendo un esempio insuperato di analisi formale del discorso pratico.
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12 Le regole dialettiche per l’attribuzione del genere nei Topici di Aristotele
Una disamina delle condizioni logiche che presiedono al corretto rapporto tra genere e specie, con le relative strumentazioni per confutare o costruire una tesi.
Il testo espone una serie di «luoghi» dialettici tratti dal libro IV dei Topici aristotelici, dedicati all’esame delle relazioni tra i generi, le specie e le differenze. Il filo conduttore è l’individuazione dei criteri che permettono di stabilire se un termine proposto come genere di una data specie sia effettivamente tale.
La definizione di partecipazione costituisce il fondamento di molti ragionamenti: «La definizione di “partecipare” è: “accogliere la definizione di ciò che è partecipato”» – (fr:2751). Poiché la specie accoglie la definizione del genere, ma non viceversa, «la specie accoglie la definizione del genere, invece il genere non accoglie quella della specie» – (fr:2763). Ne segue che un genuino genere non può partecipare della specie. Di qui il primo luogo topico: verificare se il genere proposto partecipa o può partecipare della specie, come accadrebbe per l’essere o l’uno, che si predicano di ogni cosa e quindi annullerebbero la distinzione gerarchica (fr:2764-2765).
La portata estensionale è un criterio cardine. Infatti «il genere si dice di un numero di cose maggiore della specie e della differenza» – (fr:2790). Si deve pertanto controllare se la specie sia predicata di un numero maggiore di soggetti rispetto al genere: per esempio «l’opinabile dell’essere: ché, sia l’essere che il non essere sono oggetto possibile d’opinione, di modo che “opinabile” non può essere una specie dell’essere» – (fr:2783). Allo stesso modo, va esaminato se genere e specie si dicano di un uguale numero di cose: è il caso dell’essere e dell’uno, coestensivi, per cui «nessuno dei due è genere di nessuno dei due» – (fr:2786). Similmente per «primo» e «principio»: poiché «il principio appartiene alle cose prime, e ciò che è primo è principio» – (fr:2788), o sono identici o cadono entrambi fuori del rapporto genere-specie.
La necessità di partecipare a una specie del genere viene sottolineata in più passi. «È impossibile partecipare del genere senza partecipare di nessuna delle specie, a meno che non si tratti di qualcuna delle specie secondo la prima divisione: queste partecipano soltanto del genere» – (fr:2771). Se si propone il movimento come genere del piacere, occorre esaminare se il piacere non sia localizzabile in alcuna specie di movimento data nella divisione prima; altrimenti «è necessario che ciò che partecipa del genere partecipi anche delle specie» – (fr:2773) e il piacere non potrebbe essere una specie del movimento (fr:2774). Le determinazioni indivisibili, come l’uomo individuale, partecipano invece sia del genere sia della specie (fr:2781).
L’identità del genere per cose non differenti per specie dà luogo a un ulteriore luogo. «Il genere di tutte le cose che non si differenziano per specie è identico» – (fr:2793). Se viene proposto «indivisibile» come genere delle linee non segmentate, ma le linee rette, pur segmentate, non differiscono dalle prime per la specie, allora «indivisibile» non può essere genere di alcuna di esse: infatti «tutte le linee rette non differiscono tra loro per la specie» – (fr:2798) e, se si provasse che non è genere di una, non lo è di nessuna.
La subordinazione tra generi diversi della stessa specie costituisce un’altra importante regola. Se qualcuno ponesse la scienza come genere della giustizia, si dovrà osservare che anche la virtù ne è genere, e i due generi non sono subordinati l’uno all’altro: «nessuno dei due generi contiene l’altro» – (fr:2801). Benché per alcuni la saggezza sia virtù e scienza senza subordinazione, «certamente non da tutti è ammesso che la saggezza è scienza» – (fr:2805) e in ogni caso «l’essere i generi della medesima cosa subordinati l’uno all’altro, oppure entrambi al medesimo genere, faccia parte delle cose necessarie» – (fr:2806). Così virtù e scienza sono entrambi abiti o disposizioni, cioè subordinate a uno stesso genere superiore (fr:2807). Se non si dà subordinazione né comune genere superiore, il genere proposto non può essere il genere della specie (fr:2809).
**La predicazione nel “che cos’è” dei generi superiori è un criterio decisivo. «Tutti i generi superiori devono predicarsi della specie nel che cos’è» – (fr:2811). Se si riscontra una dissonanza, il genere proposto non è valido. Per costruire una tesi, qualora sia accordato che il genere proposto appartenga alla specie ma si disputi se lo faccia come genere, è sufficiente mostrare che un solo genere superiore si predica nel che cos’è: in tal caso «tutti {i generi} sia ad esso superiori che ad esso inferiori, che siano predicati della specie, saranno predicati nel che cos’è» – (fr:2823). Se invece la discussione verte sull’appartenenza assoluta, occorre inoltre provare che la specie partecipa solo a una determinata specie del genere e non ad altre della stessa divisione: per il camminare, ad esempio, «bisogna far vedere in più che il camminare non partecipa di nessuno dei movimenti secondo la medesima divisione, eccetto che della traslazione» – (fr:2827), poiché «è necessario che ciò che partecipa del genere partecipi anche di qualcuna delle specie secondo la prima divisione» – (fr:2828).
Il testo conserva evidenti tracce di polemica antisofistica e antiplatonica: il piacere come movimento è discusso con riferimento alla Repubblica e al Filebo (fr:2778-2779); la giustizia come scienza rimanda al Protagora (fr:2813-2814); la scienza come abito si ancora alle Categorie (fr:2758-2760). Attraverso la puntuale esegesi di Silvestro Mauro – «considerandum est, an quod ponitur sub genere dicatur de pluribus quam genus» – (fr:2775) – l’apparato topico assume la forma di un sistema di controllo logico applicabile a qualunque discussione dialettica.
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13 L’indagine sul genere nei Topici aristotelici
Aristotele espone una serie di luoghi dialettici per stabilire se un termine proposto sia realmente il genere di una specie data, offrendo regole sia per chi costruisce una tesi sia per chi la distrugge.
L’esame si apre con un esempio tratto dalla fisica del movimento: poiché il camminare non rientra nell’aumento, nella diminuzione né negli altri tipi di mutamento, parteciperà della traslazione, e perciò “la traslazione può essere genere del camminare” – (fr:2830). Questo caso concreto introduce la ricerca sulla relazione genere-specie, che viene poi sviluppata attraverso una serie di luoghi sistematici.
Un primo nucleo di regole riguarda la predicazione essenziale. Se la specie viene detta nel “che cos’è” di certe cose, occorre verificare che anche il genere proposto si predichi, nel “che cos’è”, di quelle stesse cose, e che tutti i generi superiori facciano altrettanto. “Se per caso, infatti, vi è dissonanza, è chiaro che quello proposto non è il genere” – (fr:2839). Per chi attacca una tesi è utile mostrare che il genere non si predica nel “che cos’è” delle cose di cui si predica la specie, mentre per chi la difende è utile mostrare l’opposto, poiché “capiterà che il genere e la specie della medesima cosa si predichino nel che cos’è” – (fr:2843) e che la stessa cosa risulti subordinata a due generi, “di conseguenza la stessa cosa è subordinata a due generi. Pertanto è necessario che i generi siano subordinati l’uno all’altro” – (fr:2844-2845). Se si mostra che il candidato genere non è subordinato alla specie, allora la specie gli sarà subordinata e il genere risulterà dimostrato.
Un altro luogo impone di controllare se le definizioni dei generi convengano alla specie e a ciò che partecipa di essa: “è necessario che le definizioni dei generi si predichino della specie e delle cose che partecipano della specie” – (fr:2848); ogni scarto dimostra che il termine proposto non è il genere.
Particolare attenzione è dedicata agli scambi erronei tra genere, specie e differenza. Viene esaminato il caso in cui l’avversario abbia posto una differenza come genere (es. “immortale” come genere di Dio), mentre “la differenza non è genere di nessuna cosa” – (fr:2852), perché “nessuna differenza significa che cos’è, ma piuttosto quale è qualcosa” – (fr:2853). Simmetricamente, è un errore porre la differenza come specie nel genere: l’esempio è “dispari” dato come specie del numero, mentre è sua differenza, e “la differenza non partecipa del genere” – (fr:2858), poiché partecipa del genere solo ciò che è specie o individuo, e la differenza non è né l’una né l’altro.
Viene poi esaminato il porre il genere nella specie, come quando si definisce il contatto come continuità o la mescolanza come fusione o il movimento secondo il luogo come traslazione (secondo la definizione platonica). In questi casi, “la specie si dice di un numero di cose maggiore del genere, pur dovendo essere al contrario” – (fr:2865): non ogni contatto è continuità, né ogni mescolanza è fusione, né ogni mutamento locale è traslazione, giacché “la traslazione si dice delle cose che mutano involontariamente luogo da un luogo, come avviene nel caso di quel che è inanimato” – (fr:2864). L’errata collocazione conduce a un’estensione predicativa impropria.
Se invece l’avversario ha posto la differenza nella specie (es. “immortale” come divino), “capiterà che la specie sia detta di un numero di cose uguale o superiore. Invece è la differenza che sempre si dice di un numero di cose uguale o superiore alla specie” – (fr:2867-2868). Quando il genere è posto nella differenza (colore come cosa che collega, numero come dispari) o il genere come differenza (mescolanza come differenza della fusione), si applicano le stesse regole, ricordando che “il genere deve dirsi di un numero di cose maggiore della differenza e non partecipare della differenza” – (fr:2878). Se si scambiano i ruoli, il genere finirebbe per essere detto di un numero minore di cose e parteciperebbe della differenza.
L’analisi prosegue con altri luoghi: se nessuna differenza del genere si predica della specie proposta, neppure il genere sarà predicato (es. dall’anima non si predica né “dispari” né “pari”, quindi neppure “numero”); se la specie è per natura anteriore e abolisce il genere, mentre deve valere il contrario; se il genere o la differenza possono abbandonare la specie (es. l’essere in movimento rispetto all’anima, o il vero e il falso rispetto all’opinione), perché “sembra infatti che il genere e la differenza s’accompagnino, finché sussiste la specie” – (fr:2885).
La relazione con i contrari offre più terreni di verifica. Si deve indagare se ciò che è posto nel genere partecipa o può partecipare del contrario del genere: “ché la stessa cosa parteciperebbe contemporaneamente dei contrari” – (fr:2887). Inoltre, se la specie condivide una proprietà che è impossibile per le cose comprese sotto il genere (ad esempio, se l’anima partecipa della vita e nessun numero può essere vivente, l’anima non è specie del numero), la tesi è confutata. Il testo contiene qui un riferimento polemico alla teoria dell’anima-numero di Senocrate (fr:2890).
Occorre anche verificare l’eventuale omonimia tra specie e genere, poiché “tra il genere e la specie vi è sinonimia” – (fr:2892). Se il genere ammette più specie, bisogna chiedersi se sia possibile un’altra specie oltre quella posta; in caso contrario, il termine proposto non è genere. Parallelamente, se il genere è espresso con una metafora (come “la moderazione è armonia”), la tesi cade, perché “ogni genere si predica delle specie in senso proprio” – (fr:2896) mentre “ogni armonia risiede nei suoni” – (fr:2897).
Infine, l’esame dei contrari viene articolato in più modi: se il genere non ha contrario, il contrario della specie deve trovarsi nello stesso genere; se il genere ha un contrario, il contrario della specie deve trovarsi nel genere contrario. Quando nessun genere contiene il contrario della specie, e questo è esso stesso un genere (come il bene rispetto al male), “ciascuno dei due è esso stesso un genere” – (fr:2907).
L’intero brano costituisce una testimonianza della metodica aristotelica per l’analisi delle predicazioni essenziali, offrendo al lettore un repertorio di strategie argomentative valide in qualunque discussione dialettica che coinvolga il rapporto genere-specie. I continui rimandi ai trattati fisici e metafisici (Phys. V 3, Metaph. XI 12, Teeteto 181 d) e la citazione di teorie contemporanee, come quella di Senocrate, radicano il discorso nel vivo del dibattito scientifico e filosofico del IV secolo a.C.
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14 La validità del proprio nella dialettica aristotelica: un esame metodico
Il testo esamina le condizioni alle quali un “proprio” (ἴδιον) è posto in modo valido o invalido nell’ambito della discussione dialettica. Si tratta di un’esposizione metodica che appartiene al libro V dei Topici di Aristotele, opera dell’Organon dedicata ai luoghi argomentativi. La finalità conoscitiva è dichiarata con chiarezza: “Infatti è in vista della conoscenza che noi costruiamo il proprio” (fr:3170). Coerentemente, il proprio deve soddisfare requisiti che lo rendano davvero istruttivo, ossia più noto del soggetto a cui si riferisce.
Il primo nucleo di regole verte proprio sulla maggiore notorietà. Non basta che il proprio sia più conosciuto della cosa; occorre anche che sia più noto il suo appartenere a quella cosa. “Invece chi costruisce (una tesi deve vedere) se il proprio è posto mediante le cose più note, e se lo è mediante le cose più note secondo ciascuno di questi due modi” (fr:3177). La distinzione è precisata poco oltre: “soltanto per l’aspetto per cui il proprio è più noto della cosa alla quale è attribuito e la sua attribuzione alla cosa è più nota della cosa stessa, non in senso assoluto” (fr:3185). Un esempio di costruzione erronea è chi attribuisce al fuoco qualcosa di simile all’anima, poiché l’anima è meno nota del fuoco: “come proprio del fuoco non sarebbe posto in modo corretto (l’essere) quel che è molto simile all’anima” (fr:3172). Per converso, un proprio valido sotto questo aspetto è “l’avere sensazione” del vivente, perché è esplicato mediante cose più note in entrambi i modi (fr:3187).
Un secondo ordine di precauzioni riguarda l’univocità. Il dialettico deve controllare se qualche termine impiegato nel proprio o l’intero discorso hanno molteplici significati. “chi distrugge (una tesi deve indagare) se qualcuno dei nomi che sono esplicati nel proprio viene detto in più sensi, oppure se l’intero discorso significa più cose: ché il proprio non sarà posto in modo valido” (fr:3188). L’esempio addotto è il verbo “percepire”, che può significare “avere una sensazione” oppure “servirsi di una sensazione”; porlo come proprio dell’uomo senza distinguere i sensi rende l’asserzione oscura e confutabile (fr:3189-3192). La ragione di fondo è che “il proprio viene proposto ad esplicazione al fine di imparare” (fr:3191). In fase costruttiva, la validità si ottiene quando “né alcuno dei nomi né l’intero discorso significano più cose” (fr:3193), come nel caso del fuoco, per cui “corpo che ha molta facilità a muoversi verso il luogo superiore” non contiene ambiguità (fr:3195). Analoga cautela si applica al soggetto stesso: se esso si dice in più sensi senza che si precisi in quale accezione è posto il proprio, la formula diventa invalida. “Per esempio, poiché «sapere questo» significa molte cose … il proprio di «conoscere questo» non sarebbe esplicato in modo valido se non si fosse distinto di quale di quei (significati chi parla) pone il proprio” (fr:3201). Al contrario, quando il soggetto è univoco, come “uomo”, il proprio “animale per natura mansueto” risulta correttamente stabilito (fr:3204).
Una terza famiglia di difetti riguarda la ridondanza. Ripetere più volte la stessa cosa – sia con lo stesso nome sia scambiando nomi con definizioni equivalenti – disturba l’ascoltatore e rende oscuro il discorso. “Infatti non sarà posto in modo valido il proprio che subisce questo: ché una cosa detta molte volte disturba chi ascolta” (fr:3207). Ciò accade, per esempio, quando si dice del fuoco “corpo che è il più sottile dei corpi”, ripetendo “corpo”, oppure quando, parlando della terra, si sostituisce “corpi” con “di tali sostanze”, reiterando di fatto il termine “sostanza” (fr:3209, 3215). In costruzione, basterà evitare di adoperare più volte uno stesso nome riferito alla medesima cosa, come nell’espressione “vivente capace di accogliere la scienza”, in cui non vi è ripetizione (fr:3218).
Il quarto gruppo di regole colpisce l’uso di predicati troppo generici o di più di un proprio. “se (l’avversario) ha proposto nel proprio una cosa di tal natura che appartiene ad ogni cosa: ché ciò che non è distinto da qualcosa sarà inutile” (fr:3219). L’impiego dell’“uno”, che appartiene a ogni ente, rende invalido il proprio della scienza come “convinzione che non può essere dissuasa da un argomento, essendo un’unità” (fr:3222). È invece accettabile “avere l’anima” come proprio del vivente, perché non si serve di un carattere comune che non distingua (fr:3225). Vietato è anche proporre più propri della stessa cosa senza dichiarare che sono molteplici. “come nelle definizioni non si deve aggiungere nulla di più oltre il discorso che mostra l’essenza, così neppure nei propri il detto non deve esplicare nulla oltre il discorso che esprime il proprio” (fr:3228). Così, dire del fuoco che è “il corpo più sottile e più leggero” significa avanzare due propri distinti senza avvertirlo, e la formula risulta invalida (fr:3229). La costruzione corretta esige un solo proprio, come per l’acqua: “il corpo che si riporta ad ogni forma” (fr:3232).
Un quinto nucleo prescrive di non adoperare, nel proprio, la cosa stessa o una sua specie, perché si ricadrebbe nell’oscurità. “una stessa cosa è ugualmente sconosciuta a se medesima e, dall’altro, qualcuna delle sue (specificazioni) è posteriore: dunque non è più nota” (fr:3236). L’esempio erroneo è “la sostanza di cui una specie è l’uomo” come proprio del vivente, che utilizza la specie uomo (fr:3237). È invece valido “composto di anima e di corpo”, che non include né il vivente stesso né una sua specificazione (fr:3240). Parimenti, non si deve ricorrere a termini opposti, simultanei per natura o posteriori, perché “ciò che è opposto è simultaneo per la natura; e ciò che è simultaneo per la natura e ciò che è posteriore non rendono più nota (la cosa)” (fr:3246). Così, “ciò che massimamente si oppone al male” come proprio del bene si serve di un opposto e non è valido (fr:3247). L’esempio corretto è il proprio della scienza come “la convinzione più persuasiva”, ove non compaiono opposti né termini posteriori (fr:3250).
Infine, il proprio deve appartenere sempre al soggetto, non solo in certe circostanze. “chi distrugge (una tesi deve indagare) se (l’avversario) ha proposto come proprio non ciò che s’accompagna sempre {alla cosa}, ma ciò che talvolta smette di essere un proprio. Ché il proprio non sarà detto in modo valido” (fr:3251-3252). L’incertezza impedirebbe di sapere con chiarezza se il proprio sussista sempre, come mostra l’esempio “essere talvolta in movimento e in quiete” per il vivente, che può venire meno (fr:3258).
Dal punto di vista storico e testimoniale, il testo è uno specimen elevato del metodo logico-dialettico coltivato nel Peripato. I criteri illustrati non sono semplici norme formali, ma riflettono un’idea forte della funzione pedagogica della definizione: il proprio deve insegnare qualcosa, e per farlo deve essere più accessibile di ciò che viene spiegato. L’insistenza sulle due modalità del “più noto” e sulla trasparenza univoca del linguaggio documenta la consapevolezza aristotelica delle trappole comunicative. Gli esempi tratti dalla fisica e dalla biologia del tempo (fuoco, terra, acqua, anima, vivente, scienza) testimoniano l’integrazione tra ricerca logica e scienze particolari, offrendo una rapida ma vivida fotografia del patrimonio concettuale della scuola. L’intera sezione costituisce così una lezione di chiarezza argomentativa che resterà normativa per secoli.
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15 L’esplicazione del proprio e i luoghi dialettici nei Topici
Il frammento espone, in forma analitica, i criteri per stabilire se un “proprio” (ἴδιον) sia stato posto in modo valido o meno, secondo la dottrina aristotelica contenuta nel libro V dei Topici. Il testo, fittamente annotato con riferimenti a pagine dell’edizione Bekker (132a, 133a, i numeri di pagina 213-218) e al commento di Alessandro di Afrodisia (ALEX., 385, 4 Sgg.), testimonia la trasmissione scolastica della logica antica, dove ogni regola è formulata in coppie contrapposte: “chi distrugge” (una tesi) e “chi costruisce” (una tesi). L’argomentazione ruota attorno alla natura del proprio, che deve convertirsi con il soggetto e non coincidere con la definizione.
Il pensiero di fondo è chiarito all’inizio: “Il pensiero di Aristotele, nonostante l’espressione un po’ contorta, è tuttavia chiaro: il proprio deve convertirsi con la cosa cui è attribuito, e il nome della cosa deve applicarsi a ciò di cui il proprio è proprio” (fr:3262). Questo principio di conversione reciproca è il cardine per giudicare la validità di ogni esplicazione.
Uno dei primi luoghi riguarda la durata temporale del proprio. Chi vuole confutare deve verificare se l’avversario ha proposto un proprio che talvolta cessa di essere tale: “una cosa tale che talvolta smette di essere un proprio, il proprio non sarebbe posto in modo valido” (fr:3265). Costruire richiede invece di porre un proprio che accompagna sempre la cosa, come “chi pone come proprio della virtù «ciò che rende chi la possiede una persona dabbene» ha proposto come proprio ciò che s’accompagna sempre (alla virtù)” (fr:3268). Sul piano temporale immediato, se si introduce un proprio valido solo “ora”, occorre dichiararlo espressamente; altrimenti “chi non ha precisato lascia non chiaro se voleva porre ciò che è proprio ora” (fr:3272), e l’esplicazione non è valida, come mostra l’esempio dell’uomo che “pone come proprio di un certo uomo l’essere seduto assieme a qualcuno” senza la necessaria distinzione (fr:3274).
Un secondo gruppo di criteri investe il rapporto con la percezione sensibile. Chi attacca cerca se il proprio è conoscibile solo per via percettiva, perché “tutto ciò che è oggetto di percezione, una volta che sia fuori della percezione, diventa oscuro: ché non è chiaro se sussiste, per il fatto di essere conosciuto soltanto per la percezione” (fr:3280). L’esempio del sole è paradigmatico: chi pone come proprio del sole “l’essere l’astro più splendente che ruota intorno alla terra” usa un carattere – il ruotare intorno alla terra – noto solo per sensazione, sicché “non sarà chiaro, quando il sole sia tramontato, se ruota intorno alla terra” (fr:3284), invalidando il proprio. La costruzione è invece possibile se il sensibile è tale da sussistere sempre con evidenza: così il colorarsi “per primo”, pur essendo sensibile, è chiaro che appartiene sempre alla superficie (fr:3287).
La distinzione tra proprio e definizione è un ulteriore luogo. Chi attacca mostra che l’avversario ha scambiato il proprio per la quiddità: “non si deve mostrare il proprio come la quiddità” (fr:3290). Ad esempio, porre come proprio dell’uomo “un vivente terrestre bipede” significa indicare la quiddità, e perciò l’esplicazione non è valida (fr:3291). Costruire impone di predicare il proprio “in luogo (della determinazione), senza manifestare la quiddità” (fr:3292), come “un vivente per natura mansueto” (fr:3294). Inoltre, il proprio va sempre esplicato ponendo in primo piano il genere, cioè in riferimento al “che cos’è” della cosa a cui è attribuito: “dei propri, come anche delle definizioni, bisogna che il genere sia esplicato come la cosa prima” (fr:3295). L’assenza di tale riferimento, come nell’esempio “l’avere l’anima” per il vivente, rende l’esplicazione invalida (fr:3297).
L’ultima parte del testo allarga l’indagine alla totalità degli aspetti. Dopo aver discusso la validità sotto un certo aspetto, si passa all’esame del proprio in senso assoluto: “i luoghi che stabiliscono, in senso assoluto, che il proprio è posto in modo valido, saranno gli stessi di quelli che costruiscono un proprio sotto tutti gli aspetti” (fr:3303). Chi distrugge deve controllare se il proprio non appartiene a nessuna delle cose di cui è detto, o non è vero per quell’aspetto: “quello che è posto essere il proprio non sarà proprio” (fr:3312), come nel caso del geometra che può ingannarsi nel disegno. Chi costruisce fa leva sulla predicazione universale: “vivente capace di ricevere scienza” è detto con verità di ogni uomo in quanto uomo (fr:3315). Viene inoltre introdotto il controllo incrociato tra nome e discorso: se di ciò di cui si predica il nome non si predica il discorso, o viceversa, il proprio è invalidato; l’esempio teologico – “vivente che partecipa della scienza” si dice di Dio, ma “uomo” no – mostra che tale proprietà non è propria dell’uomo (fr:3319). Viceversa, la convertibilità di “vivente” e “avere l’anima” fonda la validità del proprio del vivente (fr:3332).
Il frammento prosegue con luoghi dedicati alla confusione tra soggetto e predicato e all’esplicazione per partecipazione. Un proprio posto “per partecipazione” coincide con una differenza riportabile alla quiddità, come “terrestre bipede”, e perciò non è valido (fr:3343-3344); lo è invece se non mostra la quiddità pur predicandosi scambievolmente (fr:3345). La stratificazione di riferimenti – ai capitoli e alle pagine dell’edizione Bekker, al commento di Alessandro – mostra il carattere scolastico del testo, che fungeva da strumento di insegnamento della dialettica, tramandando la metodologia scientifica antica attraverso i secoli.
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16 L’analisi del proprio come predicabile: luoghi dialettici per la confutazione e la costruzione
Il brano, tratto dal quinto libro dei Topici di Aristotele, costituisce un inventario di strategie argomentative (luoghi, topoi) per esaminare la correttezza dell’attribuzione di un “proprio” a un soggetto. La trattazione è scandita dalla distinzione tra il punto di vista di chi intende demolire una tesi e quello di chi intende sostenerla, offrendo un prontuario metodico per il dibattito dialettico.
Il fondamento della nozione di proprio risiede nella sua predicazione necessaria e convertibile, ma distinta sia dalla definizione sia dalla differenza specifica. Per chi confuta, si deve indagare se quanto posto come proprio non sussista sempre simultaneamente al soggetto, oppure se sia anteriore o posteriore ad esso. Qualora tale simultaneità venga meno, “ciò che è posto essere proprio non sarà proprio: o mai o non sempre” - (fr:3349). L’esempio addotto è rivelatore: “poiché è possibile che «uomo» appartenga a qualcuno sia anteriormente che posteriormente a «camminare per la piazza», «camminare per la piazza» non sarebbe proprio dell’uomo” - (fr:3350). Per converso, chi intende costruire una tesi deve accertarsi che la determinazione convenga sempre e necessariamente al soggetto, senza coincidere con la sua essenza o una sua differenza. Così, “poiché «vivente capace di ricevere la scienza» di necessità sussiste sempre contemporaneamente all’uomo, senza esserne né differenza né definizione, «vivente capace di ricevere la scienza» sarebbe proprio dell’uomo” - (fr:3353).
Un nucleo argomentativo cruciale concerne l’identità del soggetto e la predicazione di un medesimo proprio a cose identiche. Chi distrugge deve verificare se “la stessa cosa non è proprio delle medesime cose, in quanto medesime” - (fr:3354). Se ciò che è perseguibile e ciò che è desiderabile sono la medesima cosa, e un certo carattere non conviene a una di esse, non converrà neppure all’altra: “il sembrare a taluni un bene non potrebbe essere proprio neppure di una cosa desiderabile” - (fr:3356). Reciprocamente, chi costruisce deve controllare che un predicato appartenga a entrambi i termini di un’identità. Il testo precisa che questo luogo si applica anche all’accidente, poiché “le stesse cose devono appartenere o non appartenere alle medesime cose, in quanto sono le medesime” - (fr:3362). L’argomentazione si estende alle cose identiche per specie, dove il proprio deve essere il medesimo per tutte le specie sottostanti al medesimo genere. L’esempio mostra come, se l’uomo e il cavallo condividono come viventi la capacità di movimento autonomo, “poiché proprio dell’uomo è l’essere terrestre bipede, anche dell’uccello sarebbe proprio l’essere volatile bipede” - (fr:3369). Tuttavia, il luogo è fallace quando una determinazione è ristretta a una sola specie. La polisemia di “identico” e “diverso” rende poi l’impresa sofisticamente insidiosa, poiché “ciò che appartiene a qualcosa cui è accidentale qualcosa, apparterrà anche a ciò che è accidentale se è concepito in unità con ciò a cui è accidentale” - (fr:3373). Ne deriva che, se non si distingue il soggetto preso in sé da quello connotato da un accidente, si rischia di trasferire il proprio dalla scienza al sapiente o viceversa: “ciò che non si può dissuadere ad opera di un argomento non sarebbe proprio della scienza” - (fr:3377), perché di fatto appartiene a chi sa, reso impossibile a dissuadersi. A tali sofismi si risponde osservando che non sono la stessa cosa per l’uomo l’essere uomo e per l’uomo bianco l’essere uomo bianco (fr:3380), e prestando attenzione alle inflessioni morfologiche richieste dal predicato.
La trattazione prosegue con una dettagliata casistica dei modi in cui si esplica il proprio, la cui omissione o confusione genera errore. Si sbaglia se non si specifica che si intende il proprio “per natura”, come quando si pone “bipede” per l’uomo, poiché “non ogni uomo è con due piedi” - (fr:3386); se non si distingue ciò che appartiene in senso assoluto da ciò che appartiene a un individuo singolo (avere quattro dita); se non si precisa se il predicato si riferisce alla cosa in sé o a un’altra prima di essa, perché in tal caso il nome e il discorso non si predicheranno della medesima realtà. Analogamente, va dichiarato se il proprio è attribuito con l’avere, con l’essere avuto, con il partecipare o con l’essere partecipato, altrimenti il predicato si trasferirà indebitamente dal possidente al posseduto, o dal partecipante al partecipato: “se il proprio sia esplicato con l’avere, apparterrà alla cosa che è posseduta: come l’impossibilità a dissuadersi ad opera di un argomento, posta come proprio della scienza o del sapiente” - (fr:3400). Un altro scoglio è l’omissione del riferimento alla specie, quando si intende il proprio in senso massimale. Se si aggiunge “per la specie”, bisogna che non esista più di una specie di quel sostrato: per il fuoco, invece, carbone, fiamma e luce sono cose diverse per la specie, e l’essere composto di parti più fini non si predica di tutti allo stesso grado, ma “la luce è cosa composta di parti più fini del carbone e della fiamma” - (fr:3410). In tal caso, il proprio di ciò che è tale al massimo grado e il proprio della cosa in senso assoluto rischiano di coincidere.
Vengono poi esaminati luoghi specifici: non si deve porre una cosa come proprio di se stessa, poiché “il mostrare l’essere non è proprio, bensì definizione” - (fr:3418). Per le realtà omogenee, composte di parti simili, chi confuta deve verificare se il proprio dell’intero non si dice con verità della parte, o viceversa. In tal caso, “né l’una né l’altra delle due cose sarà esplicata in modo corretto” - (fr:3427); l’esempio del mare mostra come “massima quantità di acqua salata” non convenga a una sua parte. Chi costruisce, invece, deve assicurarsi che il proprio si predichi di ogni singola parte in quanto tale e del tutto, come avviene per il portarsi in basso per natura rispetto alla terra. Il brano si chiude introducendo la necessità di indagare “a partire dagli opposti, ed innanzitutto dai contrari” - (fr:3433), enunciando il principio per cui chi distrugge deve verificare “se il proprio del contrario non è il contrario” - (fr:3434), inaugrando così un nuovo ordine di luoghi.
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17 Topici V, 6-7: I luoghi per l’attribuzione del «proprio» nella dialettica aristotelica
Un prontuario di strategie argomentative, fondate sulle relazioni logiche tra termini, per stabilire o confutare che un predicato sia «proprio» di un soggetto.
Il brano – estrapolato dal libro V dei Topici di Aristotele – espone una serie di «luoghi» (τόποι) per l’indagine sul proprio (ἴδιον), cioè quel predicato che non indica l’essenza di un soggetto ma gli appartiene in modo esclusivo e convertibile. La trattazione è organizzata in coppie simmetriche: per ogni tipo di relazione logica, prima si indica come distruggere una tesi (confutare che un predicato sia proprio), poi come costruirla (dimostrarlo). Il testo è costellato di indicatori numerici che rinviano a capitoli dell’Organon (ad esempio “Cat., 10” – fr:3450 – per i tipi di opposizione) e di brevi note esplicative inserite nell’edizione critica.
17.1 Relazioni antagoniste: contrari, relativi, possesso e privazione
Il primo luogo riguarda i contrari. Chi intende confutare deve verificare che un contrario non si predichi come proprio dell’altro contrario; se ciò avviene, neppure l’opposto potrà esserlo. “Ché neppure l’altro contrario sarà proprio del contrario” – (fr:3435). L’esempio chiarisce: se «cattivo» è contrario a «buono», e l’essere desiderabile non è proprio di ciò che è buono, allora l’essere da fuggire non è proprio di ciò che è cattivo (cfr. fr:3439). Simmetricamente, chi costruisce deve trovare il contrario come proprio del contrario, in modo tale che anche l’altro contrario risulti proprio dell’altro contrario (fr:3437-3438).
Il secondo luogo sfrutta i relativi. “Ché neppure l’(altro) relativo sarà proprio del relativo” – (fr:3442). Se «doppio» è relativo a «mezzo» ed «eccedente» a «ecceduto», se l’essere eccedente non è proprio del doppio, allora neppure l’essere ecceduto sarà proprio del mezzo. La costruzione segue lo schema inverso: se «l’essere come due in rapporto a uno» è proprio del doppio, lo sarà anche «l’essere come uno in rapporto a due» del mezzo (fr:3446).
Il terzo luogo considera possesso e privazione. Chi confuta deve controllare che ciò che si predica secondo il possesso non sia proprio del possesso; di conseguenza, neppure ciò che si predica secondo la privazione sarà proprio della privazione (fr:3451-3452). L’esempio canonico: “poiché l’esserci assenza di sensazione non è detto proprio della sordità, neppure l’esserci sensazione sarebbe proprio dell’udito” – (fr:3453). Per costruire, invece, se «vedere» è proprio della vista in quanto possesso, allora «non vedere» sarà proprio della cecità in quanto privazione (fr:3457).
17.2 Affermazioni, negazioni e predicazioni
Un luogo complesso, utile solo a chi distrugge (fr:3459), lavora su affermazioni e negazioni considerate in se stesse. Se l’affermazione o il predicato affermativo è proprio della cosa, la negazione non lo sarà (fr:3460-3461). Ad esempio, “poiché «essere animato» è proprio del vivente, «non essere animato» non sarebbe proprio del vivente” – (fr:3463).
Subito dopo si passa ai predicati in relazione ai soggetti, distinguendo due casi: contraddittori con un medesimo soggetto (fr:3468) e con due soggetti (fr:3470). La regola distruttiva dice che se l’affermazione non è propria dell’affermazione, neppure la negazione lo sarà della negazione; “poiché «essere vivente» non è proprio dell’uomo, neppure «non essere vivente» sarà proprio di ciò che non è uomo” – (fr:3467, 3471). La costruzione procede in senso opposto (fr:3473-3476).
Un terzo livello indaga a partire dai soggetti stessi. Chi confuta verifica se un predicato è proprio dell’affermazione: in tal caso non potrà esserlo della negazione. “Infatti l’affermazione non è proprio della negazione e la negazione dell’affermazione” – (fr:3484). Il testo avverte che il luogo costruttivo parallelo è falso: un predicato che non è proprio dell’affermazione non diventa automaticamente proprio della negazione, perché la negazione non appartiene all’affermazione come proprio (fr:3483-3485).
17.3 Luoghi per coordinazione, flessione, somiglianza e processi
Si prosegue con i termini coordinati in una divisione, ossia specie dello stesso genere. Distruggere significa mostrare che nessuno degli opposti coordinati è proprio di nessun altro opposto: “poiché «vivente sensibile» non è proprio di nessuno degli altri viventi, neppure «vivente intelligibile» sarebbe proprio di Dio” – (fr:3489, 3493). Per costruire, se una virtù della parte calcolativa dell’anima è propria della saggezza, allora anche la virtù della parte desiderativa sarà propria della moderazione, se ogni virtù è concepita analogamente (fr:3496).
Le flessioni (casi, avverbi, comparativi) forniscono un luogo duplice. “Poiché «bellamente» non è proprio di «giustamente», neppure il bello sarebbe proprio del giusto” – (fr:3500). Non ci si limita alla cosa stessa: si esaminano anche le flessioni degli opposti, per cui se «ottimo» è proprio di «buono», «pessimo» sarà proprio di «cattivo» (fr:3513).
Il luogo per cose che stanno in modo simile (analogia) confronta relazioni: come l’architetto sta al fabbricare una casa, il medico sta al produrre salute. Se il produrre salute non è proprio del medico, neppure fabbricare una casa sarà proprio dell’architetto (fr:3517). Viceversa, se l’esser capace di produrre buona condizione è proprio del ginnasta, l’esser capace di produrre salute sarà proprio del medico (fr:3520).
Affine ma distinto è il luogo per cose che stanno nello stesso modo, cioè un medesimo predicato attribuito a più soggetti. “È impossibile che la stessa cosa sia proprio di più di una cosa” – (fr:3528). Se l’essere scienza del bello è proprio della saggezza, non lo sarà l’essere scienza del turpe; questo luogo non serve a chi costruisce, perché confronta un’unica nozione rispetto a molti soggetti (fr:3529).
Infine, l’ultimo luogo considera l’essere, il generarsi e il corrompersi: se un predicato non è proprio dell’essere, non lo sarà del generarsi né del corrompersi correlati. “Poiché l’esser vivente non è proprio dell’uomo, neppure il diventare vivente sarebbe proprio del diventare uomo” – (fr:3532).
17.4 Significato storico e teorico
Queste pagine condensano un aspetto metodico centrale della dialettica aristotelica: l’uso sistematico di relazioni logiche (opposizione, relatività, coordinazione, flessione) per testare la validità delle attribuzioni proprie. La struttura per «distruzione/costruzione» rispecchia la pratica del dibattito confutatorio, dove il difensore di una tesi e l’interrogante devono entrambi attingere a schemi formali per sostenere o ribattere. L’insistenza sulla simmetria – ogni regola distruttiva ha la sua controparte costruttiva, tranne quando intervenirebbe una falsità logica – rivela la preoccupazione per la completezza euristica. La presenza di rimandi interni (ai capitoli 10 delle Categorie per i tipi di opposizione) testimonia l’integrazione dell’Organon come sistema. Questo testo, trasmesso con glosse e annotazioni numeriche, è una fonte capitale per la teoria medievale della proprietas terminorum e per lo sviluppo della logica scolastica, dove i Topici erano manuale obbligatorio per la disputatio.
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18 I luoghi per la critica delle definizioni nel libro VI dei Topici
Aristotele espone una serie di “luoghi” dialettici per saggiare la correttezza delle definizioni, ordinando errori tipici secondo criteri di anteriorità, appartenenza al genere e scelta della differenza.
Il testo costituisce un catalogo ragionato di procedure per confutare definizioni mal costruite, sviluppato con rigore sistematico. Il primo luogo generale investe l’assenza di anteriorità e notorietà dei termini: “Parlando in generale, dunque, si ha un solo luogo, che consiste nel non esser stato costruito il discorso definitorio mediante cose anteriori e più note; e quel che si è detto sono sue parti” - (fr:3788). Tra le sue manifestazioni vi è l’uso di nozioni che derivano dalla stessa divisione, come “dispari” definito in base al “pari” (fr:3781), oppure la definizione del superiore mediante l’inferiore, ad esempio “numero pari” come “quello che si divide in due metà”, dove “due metà” presuppone il pari (fr:3784-3787).
Un secondo luogo riguarda la collocazione nel genere. Se la cosa appartiene a un genere ma il definiens non lo esplicita, la definizione è difettosa: “Tale errore ha luogo in tutte (le espressioni) nelle quali non si mette innanzi il che cos’è della definizione” (fr:3790). Il genere, infatti, “vuole significare il che cos’è, e viene supposto come cosa prima tra quelle dette nella definizione” (fr:3792). Peggio ancora è saltare il genere prossimo: “chi definisce in questo modo scavalca la virtù […] Pertanto, tralasciando il genere della giustizia non ne dice la quiddità” (fr:3807-3808); per ogni cosa “l’essenza s’accompagna al genere” (fr:3809). La soluzione corretta è enunciare il genere prossimo o, se si parte da un genere superiore, aggiungere tutte le differenze che determinano quello prossimo (fr:3817); altrimenti “chi ha detto «pianta» non dice «albero»” (fr:3820).
Aristotele esamina poi le differenze. Deve trattarsi di differenze proprie della cosa, non di termini che non possono fungere da differenza di nulla (fr:3821-3822), e occorre che abbiano un’opposta nella medesima divisione, predicata con verità del genere e capace, insieme al genere, di creare la specie (fr:3823-3830). Un errore frequente è dividere il genere mediante negazione, come chi definisce la linea “una lunghezza senza larghezza” (fr:3832). In tal caso “il genere accoglierebbe il discorso definitorio della specie” (fr:3839), perché ogni lunghezza è o con larghezza o senza larghezza. Questo luogo è particolarmente utile “contro coloro che pongono l’esistenza delle Idee” (fr:3841): se la lunghezza in sé è un unico genere, come potrà ammettere la divisione in «con larghezza» e «senza larghezza»? Il luogo colpisce “soltanto contro quelli che affermano che ogni genere è numericamente uno” (fr:3845), ossia i platonici. L’uso della negazione è però legittimo nelle privazioni, come «cieco» è ciò che non ha la vista, quando per natura (dovrebbe) averla (fr:3849).
Altri controlli vertono su scambi tra specie e differenza o tra genere e differenza. Definire l’ingiuria come “tracotanza unita a canzonatura” (fr:3852) tratta la canzonatura come differenza mentre è una specie di tracotanza. Analogamente, “se (chi definisce) ha enunciato il genere come differenza: per esempio, che la virtù è un abito buono o dabbene. Ché il bene è genere della virtù” (fr:3854-3855), oppure – se abito e bene non si contengono a vicenda – il bene è piuttosto differenza, perché “la differenza sembra che significhi una certa qualità” (fr:3862) mentre il genere significa il che cos’è. La differenza non può appartenere per accidente (fr:3865-3867) né essere interpretata come luogo (“acquatico” non significa «in un luogo» ma una qualità: fr:3897-3899). Non deve neppure essere un’affezione che, crescendo, fa perdere la sostanza: “ogni affezione, divenendo più numerosa, lascia la sostanza, invece la differenza non ha un tale effetto” (fr:3904); “se non fosse terrestre, non sarà uomo” (fr:3906).
Per i relativi, le differenze sono esse stesse relative (la scienza è teoretica, pratica, poietica: fr:3911-3914), e la definizione va riferita a ciò cui la cosa è naturalmente relativa, secondo il criterio «quello di cui si servirebbe il saggio in quanto saggio e la scienza propria nell’ambito di ciascuna cosa» (fr:3918). Quando il definito si dice in riferimento a più cose, bisogna indicare la primaria (la saggezza è virtù della parte calcolativa dell’anima, non dell’anima genericamente: fr:3919-3921). Infine, se si pone un’affezione o disposizione che non può appartenere al soggetto, si cade in errore: ad esempio, chi fa del sonno “impossibilità di sensazione” (fr:3925) attribuisce il sonno alla sensazione, cui non appartiene.
Il passo appartiene alla sezione centrale dei Topici (libro VI) e rappresenta un momento decisivo nella formalizzazione della teoria della definizione. Aristotele vi enuclea condizioni metodologiche che resteranno canoniche per la logica e la scienza antica e medievale: anteriorità dei definiens, ruolo del genere nel dire l’essenza, struttura per genere prossimo e differenza specifica, divieto di divisioni puramente negative e di confusioni categoriali. Nello stesso tempo, il testo dà prova della potenza dialettica dello strumentario aristotelico nel confronto con il platonismo, mostrando come un’analisi rigorosa delle definizioni possa minare la dottrina delle Idee intese come generi numericamente uno.
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19 Definizione e omonimia nei Topici: criteri dialettici per la correttezza del definire
Il passo, tratto dal libro VI dei Topici aristotelici, espone precetti per valutare la bontà delle definizioni, focalizzandosi sull’omonimia, sulla sinonimia e sulla definizione dei termini complessi. L’indagine muove dalla distinzione netta tra omonimo e sinonimo: se ciò che si dice in molti modi riceve un solo discorso definitorio comune, si commette errore. “Inoltre (si deve indagare) se, delle cose che si dicono secondo omonimia, (chi definisce) ha proposto un solo discorso definitorio comune per tutte.” – (fr:4063). Viceversa, dove il nome è sinonimo, il discorso definitorio corrispondente deve adattarsi a tutto ciò che vi ricade, altrimenti non è una definizione valida: “Ché le cose di cui uno solo è il discorso definitorio corrispondente al nome, sono sinonime; per cui quella proposta non è definizione di nessuna delle cose 25 che cadono sotto il nome, se per l’appunto ciò che è sinonimo s’adatta similmente a tutto.” – (fr:4064).
Un’applicazione immediata investe la dottrina platonica delle Idee. Chi sostiene le idee le concepisce immuni da affezioni e immote (“Infatti, a coloro che sostengono l’esistenza delle idee, le idee sembrano immuni dall’essere affette ed immobili…” – fr:4062), cosicché definizioni che implicano agire o patire non si adattano all’idea: “In senso assoluto, là dove si è in presenza di ciò che è atto ad agire o a patire, necessariamente la definizione non s’adatta all’idea.” – (fr:4061). Così, l’uomo in sé non sarà mortale, e il discorso definitorio non conviene all’idea (fr:4060). L’esempio portato è la definizione di vita attribuita a Dioniso: «movimento congenito di un genere nutribile, che vi si accompagna» (fr:4065). Essa non si applica più agli animali che alle piante (fr:4066), ma vita non si dice secondo un’unica specie: una è quella degli animali, un’altra quella delle piante (fr:4067). Anche chi, di proposito, esplicasse la definizione come se vita fosse sinonima e univoca compirebbe un errore (cfr. fr:4068). E nulla impedisce che chi abbraccia con lo sguardo l’omonimia, volendo definire una delle due cose, proponga un discorso comune ad entrambe e fallisca (fr:4069); in ogni caso l’errore sussiste (fr:4070).
La strategia dialettica assegna ruoli precisi: poiché alcune omonimie sono nascoste, chi interroga deve servirsene come se fossero sinonime, così che appaia l’inadeguatezza della definizione; chi risponde, invece, deve operare la distinzione (“E poiché, tra le cose omonime, alcune sfuggono, chi interroga deve servirsene come di cose sinonime… invece colui che risponde deve operare la distinzione.” – fr:4071-4072). Sorgono controversie quando taluni rispondenti invertono i ruoli, chiamando omonimo ciò che è sinonimo (se la definizione non si adatta a ogni cosa) o sinonimo ciò che è omonimo (se si adatta a entrambe). In tali casi occorre accordarsi previamente o argomentare preliminarmente se il termine sia omonimo o sinonimo, perché “si viene ad un accordo in misura maggiore non prevedendo quel che capiterà.” – (fr:4074). Senza accordo, se uno afferma che un sinonimo è omonimo perché il discorso definitorio non si adatta a una certa cosa, si deve indagare se la definizione di quella cosa si adatti alle restanti: se sì, è sinonimo (fr:4075-4076); altrimenti si avranno due discorsi definitori per il medesimo nome, definizioni distinte (fr:4077). Quando qualcuno, definendo un termine dai molti sensi, rifiuta di chiamarlo omonimo e nega che il nome si applichi a tutte perché la definizione non vi si adatta, va ripreso richiamando l’uso linguistico tramandato: “bisogna rispondere che si deve usare la denominazione tramandata e comunemente seguita e non sconvolgere le cose di questo tipo, anche se talune non si devono assumere in modo simile alla massa.” – (fr:4078).
Il testo passa poi ai termini complessi (cap. II). Se si è proposta la definizione di un composto, sopprimendo il discorso definitorio di una parte si deve esaminare se la restante definisca la parte rimanente del definito: se così non è, il tutto non definisce il tutto (fr:4079-4080). L’esempio geometrico è la linea retta finita: «limite della superficie provvista di limiti, il cui mezzo s’allinea con gli estremi» (fr:4081). Se “linea finita” è definita come “limite della superficie provvista di limiti”, il resto «il cui mezzo s’allinea con gli estremi» deve definire la retta. Ma la linea infinita, pur essendo retta, non ha mezzo né limiti: il resto non è definizione del resto (fr:4082).
Per i composti, inoltre, la definizione deve essere costituita da un numero di elementi (nomi e verbi) pari a quelli del definito (fr:4083); si richiede una sostituzione di nomi in misura corrispondente, altrimenti non si definisce ma si rinomina, come scambiare veste per mantello nelle cose semplici (fr:4084-4086). L’errore è ancora maggiore se si impiegano nomi più sconosciuti: “in luogo di «uomo bianco» «mortale candido»” (fr:4087), che non definisce ed è meno chiaro (fr:4088). Occorre poi verificare che la sostituzione conservi il significato. Chi dice scienza teoretica come supposizione teoretica (fr:4089) fallisce: “Ché la supposizione non è la stessa cosa della scienza.” – (fr:4090), mentre dovrebbe esserlo affinché il tutto rimanga identico (fr:4091-4092). Qui si confonde il genere con la differenza: “scienza” è genere, “teoretica” differenza. Poiché “la (scienza) teoretica è cosa più sconosciuta della scienza” (fr:4094) e il genere è la cosa più nota di tutte (fr:4095-4097), la sostituzione doveva operarsi sulla differenza, non sul genere (fr:4098).
Il brano testimonia l’apparato logico con cui Aristotele vaglia le definizioni nel dibattito dialettico, mettendo in luce le trappole dell’omonimia e della sinonimia, e fornendo criteri precisi per le espressioni complesse. La critica alle Idee mostra come la teoria platonica generasse tensioni definitorie, offrendo una testimonianza del confronto tra Liceo e Accademia sulla natura del definire.
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20 Aristotele, Topici VII: identità e definizione
Il libro VII dei Topici aristotelici sviluppa una serie di luoghi dialettici per confutare o costruire definizioni, intessendo un fitto dialogo tra la nozione di composizione, l’identità e le procedure argomentative. Il testo si apre con una critica all’equiparazione tra cosa composta e mera composizione: “Infatti, non in qualunque modo queste cose siano state composte si origina la carne, ma si ha carne se sono state composte in questo determinato modo, osso in quest’altro.” – (fr:4188). Non basta indicare la composizione, occorre specificare quale essa sia: “Ché non basta il dire la composizione, ma bisogna precisare in più anche quale è.” – (fr:4187). Di conseguenza, “sembra che assolutamente nessuna delle due cose che abbiamo detto nemmeno sia identica ad una composizione.” – (fr:4189), anche perché “ogni composizione ha come contrario la dissoluzione, mentre né l’una né l’altra delle cose menzionate ha alcun contrario.” – (fr:4190). L’argomento si estende ai viventi: ogni vivente è un composto ma non è una composizione, per cui neppure gli altri composti saranno composizioni (fr:4191). La discussione prepara la strada all’analisi della definizione, segnata da un principio generale: se i contrari si generano in modo simile in una sostanza, definire mediante l’uno o l’altro non costituisce una definizione valida (fr:4192-4193, con la nota che “la classificazione dei sensi di uetà” – fr:4194 – chiarisce il rischio di molteplici definizioni per la stessa cosa). L’esempio è la definizione dell’anima come “sostanza capace di ricevere la scienza” – (fr:4197): essa è parimenti capace di ricevere l’ignoranza (fr:4198), rendendo la definizione insufficiente.
Quando una definizione non può essere attaccata nella sua totalità, Aristotele consiglia di colpirne le parti note: “Ché, eliminata la parte, è eliminata anche tutta la definizione.” – (fr:4200). Le definizioni oscure vanno corrette e riformulate per renderle attaccabili, costringendo chi risponde ad accogliere l’assunto dell’interrogante o a chiarire egli stesso il significato (fr:4201-4202). Il procedimento è paragonato alla prassi legislativa: “al modo in cui nelle assemblee si suole proporre una legge e, se quella proposta sia migliore, si sopprime quella precedente, così bisogna fare anche nel caso delle definizioni ed introdurre noi stessi un’altra definizione.” – (fr:4203). Una definizione migliore e più manifestativa sopprime la precedente, poiché non possono coesistere più definizioni della medesima cosa (fr:4204). Fondamentale è poi definire con precisione l’oggetto in questione o assumere una definizione già ben formulata come modello, per scorgere quanto manca e quanto è superfluo (fr:4205-4206).
La sezione successiva espone i luoghi dell’identità, introdotti dal principio che identico in senso principale è ciò che è numericamente uno (fr:4209-4210). L’indagine si conduce a partire da flessioni, coordinati e opposti: se la giustizia è identica al coraggio, allora «giusto» e «coraggioso», «giustamente» e «coraggiosamente» sono coppie identiche, e lo stesso vale per gli opposti (fr:4211-4214). Si devono considerare anche le generazioni e le corruzioni: per le cose assolutamente identiche, anche ciò che le produce e le corrompe è identico (fr:4215-4216). Un luogo rilevante è fondato sul «massimo grado»: se due cose sono entrambe dette al massimo grado secondo lo stesso aspetto, si può argomentare che sono una sola, come fa Senocrate con la vita felice e quella virtuosa (fr:4228). Tuttavia Aristotele precisa che ciascuna deve essere numericamente una, altrimenti la dimostrazione non regge. L’esempio dei Peloponnesiaci e degli Spartani – entrambi i più valorosi tra gli Elleni, ma l’uno incluso nell’altro – mostra che, senza unità numerica, si cadrebbe nell’assurdo di una superiorità reciproca (fr:4231-4236). Perciò “ciò che si enuncia come il migliore e il più grande dev’essere numericamente uno, se deve dimostrarsi che sono la stessa cosa.” – (fr:4237). L’argomento di Senocrate fallisce perché vita felice e vita virtuosa non sono numericamente una, ma l’una cade sotto l’altra (fr:4238).
Altri luoghi riguardano l’identità di ciò cui entrambe le cose sono identiche (fr:4239-4240), gli accidenti (fr:4241-4243), il genere di predicazione (qualità, quantità, relativo – fr:4244), la differenza di genere o di differenze specifiche (fr:4245-4247). Si indaga anche attraverso il «più»: se una cosa ammette il più e l’altra no, o entrambe ma non simultaneamente, come l’amore e il desiderio di unione carnale (fr:4248). L’aggiunzione e la sottrazione forniscono un altro criterio: togliendo la metà da «doppio della metà» e «multiplo della metà», ciò che resta (doppio e multiplo) non è identico, quindi le espressioni non sono la stessa cosa (fr:4249-4251). Non si esamina solo l’impossibilità derivante dalla tesi, ma anche quella prodotta da un’ipotesi, anche falsa: è il caso di chi identifica vuoto e pieno d’aria; se si ipotizza l’uscita dell’aria, il vuoto aumenta e il pieno cessa, mostrando la loro non identità (fr:4252-4258). In generale, tutto ciò che si predica di una cosa deve predicarsi dell’altra, e viceversa (fr:4259-4260). Poiché «identico» si dice in molti sensi (per specie, per genere), occorre stabilire in quale modo si predica l’identità, perché l’identità di specie o di genere non implica quella numerica, né è possibile in certi casi (fr:4261-4262). Infine, se una cosa può sussistere senza l’altra, non sono identiche (fr:4263).
Questi luoghi sull’identità sono dichiaratamente utili per la definizione, ma con una distinzione metodologica essenziale: i luoghi atti a distruggere una tesi sull’identità servono anche a confutare una definizione, perché se nome e discorso definitorio non manifestano la stessa cosa, la definizione è falsa (fr:4265-4266). Invece i luoghi costruttivi per l’identità non bastano a stabilire una definizione: mostrare che ciò che cade sotto il discorso definitorio e il nome sono identici non è sufficiente; “è necessario che la definizione possieda anche tutte le altre caratteristiche che abbiamo reso note.” – (fr:4268). La costruzione della definizione richiede pertanto un’indagine a sé. Aristotele osserva che pochi pervengono alla definizione mediante sillogismo; per lo più la si assume come principio, come fanno i geometri e gli aritmetici (fr:4270). Tuttavia, è possibile un sillogismo della quiddità: se la definizione è il discorso che mostra il «che cos’è», e nel «che cos’è» si predicano solo generi e differenze, allora un discorso che raccolga esclusivamente tali determinazioni sarà necessariamente definizione (fr:4272-4275).
I luoghi utili a costruire definizioni sono in gran parte gli stessi già discussi. Si deve esaminare la definizione del contrario: se la definizione opposta è definizione della cosa opposta, anche quella proposta lo sarà della cosa in questione (fr:4277-4278). Tra i vari contrari, conviene assumere quello la cui definizione contraria sia massimamente chiara (fr:4290). Poi si verifica che il genere e le differenze siano stati esplicitati correttamente; poiché i contrari stanno nello stesso genere o in generi contrari, e le differenze contrarie o identiche si predicano dei contrari, si può inferire la definizione cercata (fr:4292-4301). Un principio generale è che “la definizione discende dal genere e dalle differenze” – (fr:4302), per cui, chiara la definizione del contrario, sarà chiara anche quella della cosa in questione. Le combinazioni possibili sono molteplici, ma è escluso che genere e differenze siano entrambi identici per due contrari, altrimenti la stessa definizione varrebbe per entrambi (fr:4310).
Ulteriori luoghi si traggono dalle flessioni e dai coordinati: se l’oblio è perdita di conoscenza, anche «dimenticarsi» sarà «perdere conoscenza» (fr:4312). Ammessa una sola forma, si ammettono tutte le restanti (fr:4313). Lo stesso vale per le cose che stanno in ugual rapporto, come «sano» e «capace di produrre salute», «atto alla buona condizione» e «utile» (fr:4317-4319). Anche il più e il similmente offrono criteri costruttivi: se una definizione è tale in misura maggiore di un’altra, e quella in misura minore è definizione, lo sarà anche la maggiore, e lo stesso per l’uguaglianza (fr:4320-4321). Non ha invece senso comparare una sola definizione con due cose, né due definizioni con una sola, perché “non è possibile che ci sia una sola (definizione) di due cose, né che ci siano due definizioni di una sola cosa.” – (fr:4323).
Il trattato si chiude indicando i luoghi più efficaci: quelli derivanti dalle cose coordinate e dalle flessioni, che vanno posseduti pienamente e tenuti a portata di mano (fr:4324-4326). Tra gli altri, i più potenti sono quelli massimamente comuni, come volgere l’attenzione ai casi particolari e verificare se il discorso definitorio si adatti alle specie, dal momento che la specie è sinonima, istanza utile specialmente contro chi pone le idee (fr:4327).
Dal punto di vista storico, questo testo è una testimonianza diretta del metodo dialettico aristotelico, volto a fornire strumenti universali per la discussione filosofica e scientifica. La sistematica dei luoghi dell’identità e della definizione costituisce il fondamento della logica della predicazione e della teoria della scienza, influenzando profondamente la tradizione scolastica e la metodologia moderna. L’attenzione alla distinzione tra identità numerica e identità di specie o genere, l’uso dei contrari come via maestra per stabilire definizioni, e la stretta connessione tra confutazione e costruzione argomentativa rappresentano elementi peculiari che segnano il passaggio dalla dialettica come arte del confronto a una vera e propria logica del discorso definitorio.
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21 La tecnica dialettica nei Topici: difficoltà dei problemi e arte dell’interrogazione
Nei libri VII e VIII dei Topici Aristotele sistematizza le regole della discussione dialettica, precisando la diversa facilità con cui si costruiscono o si eliminano i quattro predicabili e offrendo un vero e proprio manuale sull’ordine e la dissimulazione nell’interrogare. Il testo, per la sua minuzia tattica, costituisce una testimonianza fondativa del metodo scolastico e della pratica argomentativa antica.
L’analisi della difficoltà relativa dei problemi si appunta sulla definizione. Poiché essa “consta di molte cose”, “è piuttosto facile eliminare ciò che per lo più consta di molte cose; invece è molto difficile costruirlo, poiché bisogna dedurre molte cose, ed inoltre perché appartiene ad una cosa soltanto e si predica in luogo della cosa” (fr:4373). Il luogo più arduo è quindi il proprio: “Tra gli altri (problemi), il proprio è di questo tipo nel grado più alto” (fr:4372). Per demolire una definizione occorre sì mostrare che non appartiene, ma per costruirla bisogna anche che il discorso manifesti la quiddità: “è necessario aver compiuto ciò in modo valido” (fr:4371). Ne consegue che “il (problema) più facile di tutti è eliminare la definizione, mentre costruirla è il più difficile” (fr:4370). L’argomento si completa con un riferimento agli altri predicabili: “Ossia quelli per demolire il proprio, il genere e l’accidente” (fr:4375).
In netto contrasto, l’accidente presenta una situazione rovesciata. “Tra tutti i (problemi) il più facile è costruire l’accidente” (fr:4376) perché basta mostrare che appartiene, senza dover precisare il modo: “invece nel caso dell’accidente è sufficiente mostrare soltanto che appartiene” (fr:4377). Eliminarlo, al contrario, è assai gravoso, “giacché è dato molto raramente nella cosa” (fr:4378); non essendo significato “in più come appartiene” (fr:4379), l’unica via è mostrare che non appartiene affatto, mentre per gli altri problemi l’eliminazione si può condurre in due modi: “o mostrando che (la cosa) non appartiene, oppure che non appartiene in questo modo” (fr:4380). Aristotele ritiene così d’aver fornito una rassegna pressoché sufficiente dei luoghi per attaccare ciascun problema (fr:4381).
Il libro VIII sposta l’attenzione sull’interrogazione. Essa è scandita in tre momenti: “Chi si appresta a fare un’interrogazione per prima cosa deve trovare il luogo da cui muovere l’attacco; secondariamente (deve) porre le interrogazioni ed ordinarle ad una ad una a se stesso; in terzo ed ultimo luogo (deve) formularle già ad un altro” (fr:4383). Mentre il reperimento dei luoghi è comune a filosofo e dialettico, l’ordinare e il porre le domande è proprio del dialettico, perché “tutto ciò che è di questo tipo è in relazione ad un altro” (fr:4385). Le proposizioni si distinguono in necessarie, da cui procede il sillogismo, e in quattro tipi assunte in più: “grazie all’induzione, a che si conceda l’universale, o all’ampliamento del discorso, o alla dissimulazione della conclusione, o a che il discorso sia più chiaro” (fr:4390). Quelle per la dissimulazione sono finalizzate alla competizione e, trattandosi di una pratica rivolta a un interlocutore, risultano inevitabili (fr:4392‑4393).
La strategia dissimulatoria è descritta con finezza psicologica. Le premesse necessarie non vanno proposte subito ma da quanto più è lontano; ad esempio, volendo far accettare che la scienza dei contrari è la stessa, si chiede se lo è la scienza degli opposti (fr:4394‑4395). Se l’avversario resiste, si ricorre all’induzione sui contrari particolari (fr:4396). Le conclusioni non si enunciano, ma “si devono argomentare alla fine tutte insieme: ché in questo modo le si distanzierà della massima lontananza dalla tesi dell’inizio” (fr:4405), così che l’interlocutore, giunto alla conclusione senza averne intuito la provenienza, ne cerchi il perché (fr:4406‑4407). Altrettanto utile è assumere gli assiomi alternati e non continuativi (fr:4409‑4410), far accettare l’universale tramite una definizione su cose coordinate anziché direttamente, per indurre il rispondente in paralogismo (fr:4411‑4415). Portare l’obiezione a sé stessi, aggiungere che una tesi è abitualmente sostenuta, non accanirsi, proporre come comparazione o chiedere ciò a cui la tesi segue di necessità sono tutte cautele che diminuiscono la resistenza (fr:4426, 4430, 4432‑4438). Anche l’essere prolissi e introdurre elementi inutili giova a nascondere i punti deboli, “come coloro che tracciano false figure geometriche” (fr:4444). Per l’ornamento, invece, Socrate raccomanda induzione e divisione delle cose congeneri, come quella delle scienze in teoretiche, pratiche e poietiche (fr:4447‑4449).
Quanto al pubblico, il sillogismo si addice meglio ai dialettici, mentre con i più è preferibile l’induzione (fr:4453). Nell’induzione, se manca un nome comune, si usa la formula “similmente è in tutti i casi di questo genere”; ma definire con precisione quali cose siano simili e quali no è tra le difficoltà maggiori, e spesso si scivola nell’errore scambiandosi accuse di somiglianza infondata (fr:4455‑4456).
Queste pagine tramandano il nucleo tecnico della disputatio medievale e, insieme, una testimonianza vivida di come l’Accademia e il Liceo addestrassero al confronto argomentativo, bilanciando rigore logico e consapevolezza psicologica dell’interlocutore.
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22 Dialettica e rigore argomentativo nei Topici di Aristotele: obiezioni, definizioni e ruoli
Il brano, tratto dai libri VII e VIII dei Topici aristotelici, costituisce un denso manuale operativo per la discussione dialettica, dove ogni passaggio mira a garantire che il confronto proceda senza vizi di ambiguità e con ruoli definiti. L’insistenza sull’esigenza di un linguaggio preciso emerge subito: “Perciò in tutti i casi di questo genere bisogna cercare di coniare noi stessi un nome, affinché né a colui che risponde sia consentito di opporre che ciò che viene addotto non si dice in modo simile, né a colui che interroga di imbrogliare” (fr:4457). Si tratta di una regola contro i paralogismi fondati sull’omonimia o sulla somiglianza apparente.
La gestione dell’obiezione all’universale viene regolata in modo capillare. Dopo aver indotto su molti casi, se l’avversario non concede l’universale, è lecito esigere l’obiezione solo se si è dichiarato in precedenza in quali casi la cosa vale (fr:4458‑4459). L’obiezione, inoltre, non deve vertere sulla cosa stessa proposta, a meno che questa non sia assolutamente unica nel suo genere, come la diade, unico numero primo tra i pari (fr:4461). L’esempio è istruttivo: “come la diade, tra i numeri pari, è il solo numero primo” (fr:4461). In tutti gli altri casi chi obietta deve appellarsi a qualcosa di diverso.
Quando l’obiezione sfrutta l’omonimia – si pensi al colore non proprio del pittore o al piede del cuoco – occorre porre l’interrogazione dopo aver distinto i significati; se l’omonimia resta nascosta, l’obiezione apparirà fondata (fr:4463‑4464). Se invece l’obiezione è diretta contro la sostanza della tesi, la strategia è eliminare l’aspetto su cui si appunta, rendendo universale il resto: come nel caso dell’oblio, dove l’avversario non ammette che l’aver perso conoscenza sia aver obliato se la cosa muta. “Pertanto, quel che bisogna è, dopo aver eliminato l’aspetto a cui l’obiezione (è rivolta), enunciare il resto: per esempio, se, restando identica la cosa, (uno) ha perso la conoscenza, (dire) che ha obliato” (fr:4466). Stessa tecnica si applica alla tesi che al bene maggiore si oppone un male maggiore, eliminando l’interferenza di un bene che ne implichi un altro (fr:4467‑4469). Questo si fa anche quando l’avversario nega senza muovere obiezione, ma solo perché prevede una difficoltà: tolto l’aspetto problematico, egli sarà costretto ad ammettere o a non saper esplicare l’obiezione (fr:4470‑4471). Tali proposizioni, in parte false e in parte vere, diventano vere per il resto una volta eliminato l’elemento critico (fr:4472‑4473).
Il valore probante dell’induzione si consolida con il silenzio dell’avversario: “E se, proponendosi (la proposizione) su molti casi, (l’avversario) non porti un’obiezione, bisogna ritenere che l’ammette. Ché la proposizione dialettica è quella contro la quale, applicandosi a molti casi, non è possibile un’obiezione” (fr:4474‑4475). È quindi essenziale proporre enunciati che si applichino a molti casi e la cui obiezione non sia colta a prima vista, in modo che l’avversario, non potendo scorgerla, prenda la proposizione per vera (fr:4478‑4483).
Sul piano della tecnica dimostrativa, una distinzione netta separa il dimostratore dal dialettico: “Quando è possibile argomentare la stessa cosa senza la riduzione all’impossibile e mediante la riduzione all’impossibile, per chi dimostra e non discute non fa alcuna differenza […], invece chi discute contro un altro non deve servirsi dell’argomento che procede mediante la riduzione all’impossibile” (fr:4476). La ragione è pragmatica: mentre l’argomentazione diretta non dà appiglio alla controparte, la riduzione all’impossibile può essere bloccata dall’avversario che nega il carattere impossibile della conseguenza, frustrando l’interrogante (fr:4477).
Altrettanto importante è non trasformare la conclusione in oggetto d’interrogazione: se l’avversario la nega, sembrerà che non vi sia stato sillogismo, specie se non si è prima esplicitata la connessione (fr:4484‑4486). La proposizione dialettica è definita come quella a cui si può rispondere ‘sì’ o ‘no’; non lo è un’interrogazione come “che cos’è l’uomo?” o “in quanti sensi si dice il bene?”, a meno che non venga formulata con una distinzione (“forse che il bene si dice in questo modo o in quest’altro?”), restituendo così la possibilità di risposta secca (fr:4487‑4491). Anche per questo si deve sollecitare dall’avversario, quando non è d’accordo, la distinzione dei sensi (fr:4493). Infine, un’interrogazione che insiste troppo a lungo su un unico discorso è indizio di un cattivo metodo: se l’interrogato risponde puntualmente, si stanno ponendo troppe domande o si ripete senza costrutto, e se l’interrogato non risponde, si commette un errore a non desistere (fr:4494‑4495).
La sezione VIII, 3 affronta la difficoltà intrinseca di certe ipotesi: “sono di tal sorta le cose per natura prime ed ultime. Infatti le cose prime hanno bisogno di definizione, le ultime, per chi vuole assumere ciò che è continuo a partire dai termini primi, si raggiungono con molte mediazioni, oppure le loro inferenze hanno natura sofistica” (fr:4497‑4498). I principi non si possono dimostrare mediante altro, ma solo rendere noti con una definizione, e il rispondente difficilmente si presta a definirli o ad ascoltare la definizione altrui (fr:4500‑4501). Anche le cose troppo vicine al principio sono difficili da attaccare perché scarseggiano i medi per argomentare contro di esse (fr:4502). Definizioni oscure, che impiegano termini di cui non è chiaro se sono usati in senso assoluto, plurivoco o metaforico, risultano prive di punti d’attacco e di possibili accuse (fr:4503‑4504). In generale, ogni problema arduo va ricondotto a una di queste categorie (mancanza di definizione, plurivocità, metafora, vicinanza ai principi), e una volta individuato il modo, sarà evidente che occorre definire, distinguere o fornire le proposizioni intermedie (fr:4505‑4506).
L’esempio tratto dalla matematica illustra plasticamente il potere chiarificatore della definizione: senza di essa, non è facile cogliere che “la retta che taglia il piano, parallela al lato (di un parallelogramma), divide parimenti la linea e la superficie”; enunciata la definizione, “quel che si dice è immediatamente chiaro: ché le superfici e le linee hanno la medesima riduzione. E questa è la definizione di «identica proporzione»”* (fr:4510‑4511). Poste le definizioni dei principi (linea, cerchio), gli elementi primi sono facili da mostrare; senza di esse, è difficile e forse totalmente impossibile, e lo stesso vale per i sillogismi dialettici (fr:4512‑4514).
Riguardo all’opportunità di porre un assioma più difficile da discutere della tesi stessa, il consiglio varia in base al contesto: se non bisogna aggravare il problema, lo si ponga; se si deve argomentare a partire da cose più note della conclusione, non lo si ponga (fr:4522). La discriminante risiede nella finalità: chi apprende deve porre solo ciò che è più noto della conclusione, mentre chi si esercita nella dialettica deve porlo soltanto se appare vero (fr:4523‑4524).
I ruoli di interrogante e rispondente sono fissati con chiarezza: “Compito di chi interroga è il condurre il discorso così da far sostenere a chi risponde le più inammissibili delle cose che necessariamente si ottengono mediante la tesi; di chi risponde, invece, il far vedere che non per causa sua sopraggiungono l’impossibile e il paradossale, ma a causa della tesi” (fr:4527). Nella pratica dell’esercizio e della ricerca, non della contesa, chi risponde assume una tesi che può essere un’opinione notevole, paradossale o né l’una né l’altra (fr:4532). Se la tesi è paradossale, la conclusione dell’interrogante dovrà essere un’opinione notevole, e il rispondente non concederà se non ciò che è opinione notevole in misura maggiore della conclusione; se la tesi è un’opinione notevole, la conclusione sarà paradossale, e il rispondente porrà tutte le cose comunemente ammesse e, tra le non ammesse, quelle paradossali in misura minore della conclusione (fr:4534‑4541). La medesima logica si applica alla tesi né notevole né paradossale: si concedono tutte le opinioni notevoli e, tra le altre, quelle che lo sono più della conclusione (fr:4542). In ogni caso, la struttura del dialogo rimane ancorata a un preciso calcolo di maggiore o minore notorietà delle premesse rispetto alla conclusione, garantendo che il confronto sia valutabile nella sua validità.
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23 La dialettica come arte del confronto: strategie e vizi nel libro VIII dei Topici
Un’analisi del comportamento del rispondente e dell’interrogante nel dibattito dialettico, tra regole per la validità del sillogismo e le insidie del ragionamento capzioso.
L’estratto dal libro VIII dei Topici di Aristotele si configura come un manuale operativo per il corretto svolgimento della disputa dialettica, concentrandosi sul ruolo e sulla condotta di chi risponde, ma offrendo indicazioni anche per chi interroga e per chi valuta la validità del discorso. Il testo individua e classifica le mosse lecite e i comportamenti viziati, fondando la legittimità del dibattito sul concetto di “opinione notevole” (endoxon), che può essere inteso in senso assoluto o relativo al giudizio del rispondente e persino al pensiero di un terzo, come un filosofo di cui si difende la dottrina: “e se chi risponde difende l’opinione di un altro, è evidente che deve porre o negare ciascuna cosa guardando al pensiero di costui” - (fr:4546).
Il cuore della trattazione risiede nella tassonomia delle strategie di risposta, calibrate sulla natura della premessa interrogata e sulla sua relazione con il discorso. Aristotele distingue tra ciò che è comunemente ammesso e ciò che è paradossale. Di fronte a un’opinione notevole non relativa al discorso, la condotta corretta è concederla, dichiarandone la notorietà: “nel caso che si tratti di una cosa comunemente ammessa e non relativa al discorso, bisogna concederlo dicendo che è comunemente ammesso” - (fr:4550). Se invece la premessa è innegabile ma pericolosa per la propria tesi, perché “troppo vicina” all’assunto iniziale, il rispondente deve mettere in guardia l’avversario, segnalando che “una volta accettato, si elimina ciò che è posto” - (fr:4551). Questa prassi di accettazione condizionata permette a chi risponde di non apparire semplicistico e di tutelarsi: “chi risponde sarà dell’avviso di non subire niente per causa sua, nel caso che, pur prevedendo ciascuna cosa, lo accetti” - (fr:4554).
Un’attenzione specifica è dedicata al problema dell’ambiguità. Se una domanda è formulata in modo non chiaro o in più sensi, il rispondente ha il diritto-dovere di non concedere nulla senza aver compreso: “non bisogna rifuggire dal dire di non avere capito” - (fr:4558), poiché “dal fare concessioni anche se non si è stati interrogati in modo chiaro, viene qualcosa di spiacevole” - (fr:4559). Nel caso di termini polisemici, se la verità o falsità non è uniforme in tutti i sensi, si deve operare una distinzione, indicando in quale accezione la premessa è vera e in quale falsa, per evitare che l’avversario sfrutti l’ambiguità iniziale per forzare una conclusione sulla base di un significato non concesso.
Il testo introduce poi una delle sue nozioni più caratteristiche: il brontolio (o “brontolare”). Esso definisce un comportamento dialettico scorretto, una resistenza irrazionale e puramente ostruttiva che eccede i modi leciti di risposta. Aristotele lo descrive icasticamente come “una risposta eccedente i modi enunciati, atta a corrompere il sillogismo” - (fr:4568). Il brontolone è colui che, pur non potendo portare un’obiezione reale o apparente contro una premessa universale, si rifiuta di concederla, anche quando essa risulta manifesta in molti casi particolari: “se dunque, pur risultando manifesto in molti casi, (chi risponde) non concede l’universale senza essere in possesso di un’obiezione, è evidente che brontola (soltanto)” - (fr:4564). La gravità di tale atteggiamento è ribadita anche di fronte a celebri paradossi, come quello di Zenone sull’impossibilità del movimento, poiché l’esistenza di argomenti contrari al senso comune non giustifica il rifiuto aprioristico di concedere i loro opposti.
La parte conclusiva dell’estratto si concentra sulla critica del discorso e su come “risolvere” i sillogismi falsi. La soluzione di un discorso falso non consiste nell’eliminare una qualsiasi premessa falsa, ma proprio quella “per la cui presenza ha luogo il falso” - (fr:4580). L’errore strategico viene illustrato con un esempio palmare: se si assume che “colui che sta seduto scrive” e che “Socrate sta seduto”, eliminare la premessa “Socrate sta seduto” non risolve il discorso, perché la conclusione falsa (“Socrate scrive”) dipende dalla premessa universale falsa, non dal caso particolare. “Infatti non ogni persona che sta seduta scrive” - (fr:4587). La vera soluzione sta dunque nell’eliminare la causa del falso e nel dimostrarne la falsità.
Infine, viene tracciata una distinzione cruciale tra la critica al discorso in quanto tale e la critica all’interrogante. Un discorso può essere intrinsecamente viziato mentre l’interrogante ha fatto il meglio possibile, oppure, viceversa, un discorso formalmente valido può essere mal condotto dall’interrogante, che non è riuscito a farsi concedere le premesse necessarie a causa dell’ostruzionismo del rispondente. In quest’ottica, la dialettica è un’opera comune, il cui esito dipende da entrambi i partecipanti: “infatti non dipende soltanto da uno dei due avversari l’esser portato validamente a compimento il compito comune” - (fr:4597). Il “cattivo collaboratore” è colui che, come il brontolone, impedisce il raggiungimento di questo fine condiviso, trasformando la discussione in una contesa eristica dove non si cerca più la verità, ma la mera vittoria personale: “per costoro non è infatti possibile perseguire mutuamente il medesimo fine, giacché è impossibile che vinca più di uno” - (fr:4606).
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24 La natura delle confutazioni apparenti e la loro radice nell’ignoranza della definizione
Il testo aristotelico analizza sistematicamente le confutazioni solo apparenti, mostrando come ciascuna di esse derivi dal mancato possesso della definizione rigorosa di confutazione. Aristotele fissa subito il punto fermo: “Infatti la confutazione è un sillogismo della contraddizione” – (fr:4937). È da questo nucleo definitorio che si giudica ogni presunta confutazione. Le fallacie che sorgono dall’accidente, ad esempio, diventano manifeste proprio quando si è definito il sillogismo: “Le (confutazioni apparenti) che si costituiscono in seguito all’accidente, quando sia stato definito il sillogismo diventano manifeste” – (fr:4936). Poiché non esiste un sillogismo che proceda per semplice accidente, “se la confutazione è un certo sillogismo, non può esistere la confutazione per accidente” – (fr:4942). Se, infatti, date certe premesse, segue una conclusione e questa è bianca, “non è necessario che sia bianca in forza del sillogismo” – (fr:4939), perché l’attributo bianco è estraneo al nesso dimostrativo: la dimostrazione geometrica vale per il triangolo in quanto triangolo, non in quanto figura o principio (cfr. fr:4940). Ciononostante, “gli esperti e, complessivamente, coloro che hanno scienza sono confutati da coloro che non hanno scienza: è infatti accidentalmente che fanno i loro sillogismi contro quelli che sanno; invece costoro, se non sono capaci di operare una distinzione, o concedono di essere interrogati o, senza averlo concesso, si crede che l’abbiano concesso” – (fr:4943, 4950).
La stessa radice – l’ignoranza del discorso definitorio – accomuna tutte le altre specie di confutazioni apparenti. Quelle che giocano sul per un certo aspetto e sul senso assoluto sfruttano il fatto che “l’affermazione e la negazione non sono della stessa cosa” – (fr:4951): “negazione di «bianco per un certo aspetto» è «non bianco per un certo aspetto», e di «bianco in senso assoluto» è «non bianco in senso assoluto»” – (fr:4952). Se si concede «è bianco per un certo aspetto» e lo si assume come detto in senso assoluto, “non si fa una confutazione, ma si dà a vedere (di farla) per l’ignoranza del che cos’è la confutazione” – (fr:4953). Le più manifeste restano quelle già menzionate come nate dalla definizione stessa; “è in seguito alla mancanza del discorso definitorio che si origina l’apparenza della confutazione” – (fr:4956), e perciò la mancanza del discorso definitorio è il tratto comune a tutte.
Anche le confutazioni che scambiano il conseguente con l’antecedente appartengono a questa famiglia. “Le (confutazioni apparenti) che si costituiscono in seguito al conseguente sono una parte dell’accidente: infatti il conseguente è un accidente. Però differisce dall’accidente perché l’accidente si può cogliere in un unico caso soltanto (per esempio, il giallo e il miele sono identici, e il bianco e il cigno), invece ciò che si costituisce in seguito al conseguente (si coglie) sempre in più cose” – (fr:4959-4960). Aristotele porta l’esempio di Melisso: “Poiché infatti ciò che si è originato ha un principio, ritiene che anche ciò che ha un principio si è originato, come se entrambe le cose fossero identiche per il fatto di avere un principio” – (fr:4976), e così assume il conseguente. Poiché la confutazione per accidente nasce dall’ignoranza della confutazione, “è evidente che (vi consiste) anche quella che si costituisce in seguito al conseguente” – (fr:4979).
La medesima ignoranza si manifesta quando si fondono più domande in una sola. “Infatti la proposizione (enuncia) un’unica cosa di un’unica cosa. Ché la medesima definizione lo è di una sola cosa e della cosa in senso assoluto” – (fr:4982-4983). Se il sillogismo si compone di proposizioni siffatte e la confutazione è un sillogismo, la confutazione procederà da proposizioni semplici. Quando si formula un’interrogazione che cela più domande, “si ha una confutazione apparente” – (fr:4995), perché manca il requisito definitorio della proposizione. Di conseguenza, “tutti i luoghi cadono nell’ignoranza della confutazione: gli uni, infatti, in seguito all’espressione, perché la contraddizione (cosa che è propria della confutazione) è apparente; gli altri in seguito alla definizione di sillogismo” – (fr:4996).
L’indagine sulle cause dell’errore (cap. VII) distingue i paralogismi legati all’espressione da quelli che dipendono da altri fattori. L’errore per omonimia e anfibolia nasce dal non saper distinguere i molti sensi di termini come “uno”, “essere”, “identico”; quello per composizione e separazione dal credere che il discorso unito o diviso non faccia differenza; quello per accento dalla convinzione che il tono grave o acuto non muti il significato. Invece l’errore “in seguito alla forma ha luogo per la somiglianza dell’espressione” – (fr:4999). Siamo portati a supporre che tutto ciò che si predica di qualcosa sia un “certo questo”, un’unica entità: “Ché soprattutto all’uno e alla sostanza sembra che conseguano l’«un certo questo» e l’essere” – (fr:5001). Questo tipo di errore si colloca tra quelli dipendenti dall’espressione, sia perché si origina soprattutto nel dialogo (“la ricerca insieme ad un altro (si compie) per mezzo di discorsi” – fr:5008), sia perché “l’errore deriva dalla somiglianza, e la somiglianza dall’espressione” – (fr:5009).
Fuori dall’espressione, l’errore per accidente dipende dal non saper discernere identità e differenza, unità e molteplicità. Quello per conseguente, essendo parte dell’accidente, vi è strettamente connesso. In molti casi “si dà a vedere e si ritiene che sia così: che se questo non è separato da quest’altro, neppure quest’altro è separato da questo” – (fr:5012). Gli errori per mancanza della definizione, per il secundum quid e per petizione di principio o causa falsa dipendono tutti da una differenza minima che sfugge: “Infatti noi ammettiamo l’universale come se il «qualcosa» o «per un certo aspetto» o il «come» o l’«adesso» non significasse nulla in aggiunta” – (fr:5014). Proprio perché la differenza è piccola, “non discerniamo la definizione né della proposizione né del sillogismo” – (fr:5017).
L’ultimo tratto (cap. VIII) allarga lo sguardo alle confutazioni sofistiche in senso pieno. Non sono solo i ragionamenti apparenti a meritare questo nome, ma anche quelli formalmente validi che però “hanno l’apparenza (soltanto) di essere propri della cosa” – (fr:5025). Essi, pur concludendo sillogisticamente la contraddizione, “non rendono manifesto se (l’avversario) è ignorante” – (fr:5028), e perciò sfuggono all’arte esaminativa, che è parte della dialettica e svela l’ignoranza di chi risponde. La conoscenza di questi paralogismi si raggiunge con lo stesso metodo con cui si colgono i sillogismi apparenti, perché “le cose che fanno credere a coloro che ascoltano che si è provato sillogisticamente come se si fosse proceduto per domande, sono tante quante quelle in seguito alle quali (ciò) potrebbe sembrare anche a chi risponde” – (fr:5031). Talvolta, come nei casi dipendenti dall’espressione e dal solecismo, si può integrare la domanda mancante e svelare il falso. In definitiva, i paralogismi della contraddizione si originano esattamente dalle stesse cause che generano la confutazione apparente: “tante sono le cose in seguito alle quali si costituirebbero sillogismi anche di falsità quante sono quelle in seguito a cui si costituisce pure la confutazione apparente” – (fr:5043). Il testo offre così una mappa unitaria delle fallacie, radicata nel primato della definizione e nella distinzione tra apparenza linguistica e carenza logica.
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25 Natura e ambito della confutazione sofistica: tra apparenza, linguaggio e competenza scientifica
Aristotele conclude la sua analisi sulle confutazioni sofistiche definendone l’essenza apparente, la classificazione, il rapporto con il linguaggio e il pensiero, e i limiti di competenza del dialettico rispetto allo scienziato.
Il testo procede anzitutto a una ricapitolazione delle cause che generano la confutazione apparente, chiarendo come essa si fondi su una molteplicità di errori specifici. L’analisi mostra che l’apparenza di confutazione si costituisce a partire da difetti già individuati nella fase “reale” del ragionamento. Viene infatti precisato che “la confutazione sarebbe apparente venendo meno ciascuna (di esse): per esempio, quella che si costituisce in seguito ad una conclusione che non deriva per mezzo del discorso (il sillogismo per riduzione all’impossibile), quella che rende una le due interrogazioni, in seguito alla proposizione, quella che si costituisce in seguito all’accidente in luogo del per sé, quella che ne è una parte: la confutazione che si costituisce in seguito al conseguente” - (fr:5045) [la confutazione sarebbe apparente se venisse meno ciascuna di queste condizioni: ad esempio, quella che deriva da una conclusione non ottenuta tramite il discorso sillogistico, quella che unifica due domande in una, quella basata sull’accidente invece che sull’essenza, e quella che è una sua parte, come la confutazione basata sul conseguente]. A questi errori si aggiungono il ragionare sulla formulazione linguistica anziché sulla cosa stessa, il violare la condizione di universalità e identità di rapporto nella contraddizione, e il vizio logico della petizione di principio, ossia “in violazione della regola: «non annoverandovi il principio», l’effettuare una petizione di principio” - (fr:5048).
L’elemento distintivo di tali paralogismi è la loro natura non assoluta ma relazionale e dipendente dall’interlocutore. Se chi partecipa alla discussione non assume che un termine omonimo abbia un unico significato, “non vi saranno né confutazioni né sillogismi, né in senso assoluto né in relazione a chi è interrogato” - (fr:5051). Al contrario, se si accetta l’univocità apparente di un termine, la confutazione sussisterà solo per chi è stato interrogato, ma non in senso assoluto, poiché “non si è assunta una cosa che ha un solo significato, ma che ha l’apparenza (di averlo), e per questa specifica persona” - (fr:5074).
Un passaggio cruciale delimita l’ambito di competenza del dialettico. Non è possibile, né è compito di una singola arte, conoscere tutte le confutazioni possibili in ogni scienza, poiché queste sono potenzialmente infinite. “Le conoscenze scientifiche sono senz’altro infinite, per cui è chiaro che lo sono anche le dimostrazioni” - (fr:5077). Di conseguenza, chi volesse padroneggiare ogni confutazione dovrebbe conoscere i principi di ogni singola scienza, dalla geometria alla medicina. Tuttavia, il dialettico si occupa esclusivamente delle confutazioni che procedono da principi comuni e non subordinati a un’arte specifica. “È evidente, quindi, che bisogna enunciare i modi non di tutte le confutazioni, ma di quelle che si costituiscono in seguito alla dialettica. Questi, infatti, sono comuni rispetto ad ogni arte e ad ogni capacità” - (fr:5083-5084). Il compito di chi possiede una scienza specifica è invece un altro: “scorgere la confutazione che è conforme a ciascuna scienza: se ha l’apparenza (di esserlo) senza esserlo, e, se lo è, perché lo è” - (fr:5085).
La discussione si sposta poi su una distinzione ritenuta da alcuni fondamentale: quella tra discorsi che si riferiscono al nome e discorsi che si riferiscono al pensiero. L’autore la critica aspramente, definendola assurda nella sua pretesa di separazione netta. “È assurdo supporre che alcuni sono discorsi in riferimento al nome, altri in riferimento al pensiero, e non sono gli stessi” - (fr:5095). L’argomentazione chiarisce che il “riferirsi al nome” non è una proprietà intrinseca del discorso, bensì il mancato riferimento al pensiero di chi è interrogato, cioè l’uso di un termine in un senso diverso da quello inteso da chi l’ha concesso. “Il riferirsi al nome consiste, qui, nel non riferirsi al pensiero” - (fr:5104). La causa del fraintendimento non risiede quindi nella natura del discorso, ma nello stato cognitivo dell’interrogato, che può non percepire la polisemia di un termine. Anche in discorsi che sembrano tipicamente “nominali”, come quelli matematici, la questione si risolve nel pensiero dell’interlocutore: “se a qualcuno sembra che il triangolo significhi molte cose e l’ha concesso non come questa figura sulla quale si ha concluso che è due (angoli retti), costui ha discusso in riferimento al pensiero dell’avversario o no?” - (fr:5123). Pertanto, la categoria del “riferimento al nome” non costituisce un genere autonomo e non esaurisce tutte le confutazioni apparenti, che possono derivare anche dall’accidente o da altre cause indipendenti dall’espressione linguistica.
Infine, il testo distingue nettamente le figure del dialettico, del sofista e dell’esaminatore. Il sofista è colui che ha l’apparenza di considerare le cose comuni secondo l’oggetto in questione, generando un sillogismo eristico che, anche se conclude il vero, “è atto ad indurre in errore sul perché” - (fr:5148). Similmente, in geometria, non ogni errore è sofistico: una figura disegnata male, se conforme ai procedimenti dell’arte, produce un paralogismo ma non è eristica. Lo diventa invece quando, pur giungendo a una conclusione vera, il metodo non è conforme alla cosa, come nel caso di Brisone: “Ma il modo in cui Brisone quadrava il cerchio, anche se il cerchio viene quadrato, poiché — però — non è conforme alla cosa, per questo è sofistico” - (fr:5151). Si sancisce così la natura del discorso eristico come sillogismo apparente, ingannevole e illegittimo proprio in virtù della sua pretesa di conformità alla realtà che non possiede.
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26 Strategie aristoteliche contro le confutazioni basate sull’omonimia e sull’anfibolia
Aristotele analizza le fallacie linguistiche mostrando come la mancata distinzione dei sensi generi l’apparenza di confutazione, e prescrive tecniche di risposta fondate sulla delimitazione dei significati e sulla correzione delle domande.
Il nucleo dell’analisi ruota attorno alla differenza tra ciò che sembra una confutazione e ciò che lo è realmente, e al modo in cui l’interrogato può evitare di concedere una risposta univoca a domande che celano un’omonimia. Il punto di partenza è la constatazione che, quando una proposizione conclusiva viene raggiunta senza aver sciolto l’ambiguità, «non è chiaro se si è stati confutati» – “Poiché infatti alla fine, nel momento in cui si giunge alla conclusione, è possibile dire che l’avversario non ha negato ciò che si è detto se non in senso omonimo, anche se egli casualmente ha portato il più possibile (l’argomentazione) sulla stessa cosa, non è chiaro se si è stati confutati” (fr:5350). L’oscurità della confutazione svanisce invece se si introduce una distinzione: “Se invece, avendo operato una distinzione, si domandasse ciò che è omonimo o ciò che è ambiguo, la confutazione non sarebbe oscura, ed avrebbe luogo ciò che, ora di meno, prima di più, cercano gli eristi: il rispondere, chi è interrogato, o «sì» o «no»” (fr:5352). Di conseguenza, il compito di chi risponde è correggere il difetto della proposizione, perché solo dopo una distinzione adeguata si può essere tenuti a dire sì o no (fr:5353).
Se invece si scambia per reale una confutazione che si regge sull’omonimia, chi è interrogato non può sfuggire in alcun modo: “nel caso delle cose visibili è necessario negare il nome che si è affermato o affermare quello che si è negato” (fr:5354). L’errore di chi tenta di correggere dicendo «questo Corisco è musico» e «questo Corisco è non musico» non risolve nulla, perché il medesimo discorso afferma e nega lo stesso (fr:5356‑5357). L’assurdità di aggiungere «un certo» o «questo» senza una reale differenza di significato mostra che non c’è vantaggio per l’uno o per l’altro contendente (fr:5359‑5360).
Aristotele trae quindi una regola capitale: “poiché chi non ha distinto l’anfibolia non è chiaro se è stato confutato o se non è stato confutato, e nei discorsi è consentito l’operare distinzioni, è evidente che il concedere l’interrogazione senza aver operato la distinzione, ma in modo assoluto, è un errore” (fr:5361). Spesso però si esita a distinguere per timore di apparire pignoli di fronte a chi moltiplica domande ambigue, o perché si crede che il discorso non si fondi su un’anfibolia e si finisce con l’opporre un paradosso (fr:5363‑5364). Tuttavia, poiché la distinzione è lecita, «non si deve esitare» (fr:5365).
La radice del paralogismo per omonimia e anfibolia è il trasformare due domande in una sola. “Se non si rendono due domande una sola domanda, non può aver luogo neppure il paralogismo costituentesi in seguito all’omonimia e all’anfibolia, ma o si ha una confutazione o non si ha” (fr:5366). Domandare se Callia e Temistocle sono musici, quando l’unico nome ne copre due diversi, significa porre più interrogazioni (fr:5367‑5368). Perciò “non conviene rispondere senz’altra distinzione a nessuna delle questioni omonime, neppure se sia vera di tutti i casi, come alcuni pretendono” (fr:5369). La verità di una risposta unica non basta a renderla appropriata se la domanda è plurima: “infatti, se è vero dirlo, non per questo la risposta è una sola” (fr:5372). Anche quando tutte le infinite domande ammettessero un sì o un no assoluto, non si deve rispondere con una sola parola (fr:5373‑5375); chi lo fa «non ha nemmeno risposto, ma ha (soltanto) parlato» (fr:5376). Eppure “tra coloro che discutono si ritiene che in qualche modo si è data una risposta, per il fatto che sfugge la conseguenza” (fr:5377, 5383).
Come vi sono false confutazioni, così vi sono false soluzioni. “poiché alcune che non sono confutazioni sembrano esserlo, allo stesso modo anche talune che non sono soluzioni sembrano essere soluzioni” (fr:5384). Nei discorsi eristici queste soluzioni apparenti possono essere più utili di quelle vere, specialmente quando si affronta un argomento a doppio senso (fr:5385). Davanti a proposizioni comunemente ammesse basta rispondere «sia» per non dar luogo a una falsa confutazione (fr:5386‑5387). Se invece si è costretti a sostenere un paradosso, occorre aggiungere «sembra», in modo che non si abbia né confutazione né paradosso (fr:5388). Quanto alla petizione di principio, Aristotele ricorda che quando una conseguenza necessaria della tesi viene presentata come falsa o paradossale, bisogna ugualmente affermarla, perché “ciò che deriva di necessità sembra essere parte della medesima tesi” (fr:5390). Se l’universale è assunto per comparazione e non con un nome, si deve contestare il modo in cui lo si è concesso (fr:5391). Quando non si possono utilizzare questi mezzi, si punti sul fatto che la conclusione non è stata mostrata correttamente, opponendosi secondo la distinzione già indicata (fr:5392).
Per i nomi in senso proprio, la risposta richiede o un’aggiunta o una distinzione (fr:5393). Quando la domanda è ellittica e non chiara – come nel caso «l’uomo appartiene ai viventi?» per concludere «dunque l’uomo è possesso dei viventi» – non bisogna concedere senza aggiungere precisazioni, perché l’ambiguità sta nel diverso significato di «appartenere» (fr:5400‑5404). Altre regole riguardano coppie di cose in cui la presenza dell’una implica l’altra ma non viceversa: si deve concedere quella di minore estensione, perché da un minor numero di premesse è più difficile argomentare (fr:5405). Se si contesta che una cosa abbia contrario e l’altra no, si risponda che entrambe hanno un contrario, anche se a uno dei due non è stato imposto un nome (fr:5406). Quando la verità di una proposizione è oggetto di opinioni discordi tra i più (come l’immortalità dell’anima), si può sfuggire alla confutazione mutando i nomi, così da non sembrare né sofisti né mendaci: “il mutamento del nome renderà il discorso inconfutabile” (fr:5409). Inoltre, per le domande che si preavvertono, bisogna anticipare l’obiezione e prendere la parola per primi, così da ostacolare al massimo l’interrogante (fr:5410).
La sezione XVIII definisce la vera soluzione come “manifestazione di un sillogismo falso – in seguito a quale interrogazione deriva il falso” (fr:5411). Il sillogismo falso può essere tale in due sensi: o perché conclude il falso, o perché, pur non essendo un sillogismo, ne ha l’apparenza. La soluzione per i discorsi che hanno realmente argomentato consiste nell’eliminare una premessa, mentre per quelli solo apparenti si opera una distinzione (fr:5412). Se la conclusione è falsa, si può risolvere sia eliminando una domanda sia mostrando che la conclusione non sta in quel modo; se invece sono false le proposizioni, l’unica via è eliminarne una, perché la conclusione è vera (fr:5413‑5414). Di qui il metodo: “coloro che vogliono risolvere il discorso debbono innanzitutto indagare se esso ha provato per via argomentativa o non è atto a provare argomentativamente; indi se la conclusione è vera o falsa, affinché lo risolviamo od operando una distinzione od operando l’eliminazione” (fr:5415). Vi è poi una differenza enorme tra risolvere un discorso mentre si è interrogati – dove è difficile prevedere – e farlo con agio, senza la pressione dell’interrogazione (fr:5416).
Il capitolo XIX si applica specificamente alle confutazioni per omonimia e anfibolia, distinguendo due casi: “alcune, dunque, hanno una delle domande che significa più cose, altre invece la conclusione che si dice in più sensi” (fr:5419). Negli esempi aristotelici, «dire quel che sta in silenzio» è una conclusione duplice, mentre «chi conosce non comprende» è una domanda ambigua (fr:5420). Quando il doppio senso è nella conclusione, se non si è assunta la contraddizione in più modi, non vi è confutazione (fr:5422); quando invece è nelle domande, non è necessario negare anticipatamente il senso duplice, perché il discorso non si costituisce in riferimento a quello ma mediante quello (fr:5424‑5425). La strategia prescritta per rispondere è limpida: “All’inizio, dunque, sia rispetto al nome che rispetto al discorso duplice si deve rispondere in questo modo: che in un senso è così, in un altro senso non è così” (fr:5426). Se l’ambiguità è sfuggita, si opera la correzione alla fine aggiungendo una precisazione all’interrogazione, come nel caso di «forse che è possibile dire quel che sta in silenzio? — No, ma se è questo che sta in silenzio» (fr:5427‑5428). Similmente per le ambiguità nelle proposizioni: «forse che non si comprende ciò che si conosce? — Sì, ma non coloro che conoscono in questo modo» (fr:5429‑5430).
Il testo testimonia la sistemazione aristotelica delle fallacie linguistiche, inserita nelle Confutazioni sofistiche, ultimo libro dell’Organon. Questa trattazione, fondata sull’analisi dei sensi molteplici e sulla distinzione come strumento di chiarificazione, costituisce il primo studio organico del ragionamento fallace e fornisce alla dialettica successiva le categorie per distinguere l’argomentazione valida dall’apparenza di confutazione. La minuziosa casistica su omonimia, anfibolia, composizione e divisione delle domande, unita alle prescrizioni pratiche per l’interrogato, ha rappresentato per secoli il punto di riferimento per ogni trattazione logica delle fallacie, dall’antichità alla Scolastica, e mantiene intatto il suo valore di metodo razionale per smascherare l’inganno verbale.
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27 Natura e principi della scienza dimostrativa negli Analitici Secondi
Il testo delinea i fondamenti dell’epistemologia aristotelica, definendo la scienza come conoscenza dimostrativa del necessario a partire da principi primi, indimostrabili e propri di ciascun genere, e risolvendo al contempo aporie classiche come il paradosso del Menone e le dottrine sulla dimostrazione circolare.
Il percorso argomentativo prende le mosse dalla risoluzione di una difficoltà classica. Viene infatti chiarito che la conoscenza degli individui sussunti sotto gli universali deriva sia da una conoscenza precedente sia da quella acquisita nell’atto di apprendere la cosa individua: “nel senso che quella conoscenza anteriore, dell’universale, non si possiede in maniera piena e appropriata in ordine all’individuo che ne è, nel caso, il soggetto, se non nel momento di riferirla ad esso” - (fr:5812). “In tal modo vale che, per un certo aspetto, se ne ha già previamente conoscenza, ma, per un altro, non se ne ha ancora” - (fr:5813). Su questa base si dissolve il paradosso del Menone impiegato dai Sofisti, secondo cui non si può cercare né ciò che già si sa né ciò che non si sa: “la distinzione precedentemente sviluppata tra il senso generico ed ampio della precognizione ed il senso proprio e peculiare del conoscere determinatamente la cosa, rende pienamente plausibile che quel che si apprende per un verso già si conosca, ma per un altro non sia saputo” - (fr:5814).
Stabilita questa premessa metodologica, il testo definisce l’oggetto e il tipo di sapere propri della scienza. L’oggetto è “la realtà che non può essere diversamente da ciò che è” - (fr:5816). Quanto al sapere, la scienza è in primo luogo conoscenza della causa, in secondo luogo conoscenza della relazione tra causa ed effetto, in terzo luogo conoscenza della necessità della conclusione (cfr. fr:5817); in quanto conoscenza causale, essa è conoscenza del medio della dimostrazione (cfr. fr:5818). La dimostrazione è un sillogismo scientifico, “quel sillogismo il cui possesso garantisce, per l’appunto, l’acquisizione della scienza” - (fr:5819). Tale sillogismo procede da premesse che sono vere, prime e immediate, anteriori e più note della conclusione e causa di essa (cfr. fr:5820). Riguardo all’anteriorità e alla maggiore notorietà, Aristotele precisa che “tali sono per natura e in senso assoluto le cose che più sono distanti dai sensi, mentre per noi sono quelle che maggiormente cadono sotto i sensi” - (fr:5821). Le premesse, in quanto proposizioni prime e immediate, sono principi propri di ciascuna scienza (cfr. fr:5822).
Segue una serie di definizioni terminologiche che precisano la valenza dei concetti impiegati. La proposizione è una parte dell’enunciazione in cui un solo predicato è attribuito a un solo soggetto; l’enunciazione è una delle due parti della contraddizione (cfr. fr:5824). La proposizione è dialettica se assume indifferentemente l’una o l’altra parte, apodittica se ne assume una determinata in quanto vera (cfr. fr:5825). Il principio del sillogismo è una tesi se, oltre a essere indimostrabile, non è indispensabile per apprendere qualcosa; è un assioma se è indispensabile (cfr. fr:5826). La tesi che istituisce il significato di un termine è una definizione, quella che stabilisce l’esistenza di qualcosa è un’ipotesi (cfr. fr:5827). Viene inoltre dimostrata l’istanza che le premesse devono essere anteriori e più note della conclusione, perché è grazie ad esse che la conclusione è nota, e ciò in forza di cui qualcosa è noto è noto in misura maggiore; in secondo luogo, perché se le premesse fossero note ma la conclusione no, si avrebbe l’assurdo che ciò che non si conosce è maggiormente o ugualmente noto di ciò che si conosce (cfr. fr:5828-5829). Non basta conoscere i principi: è necessario conoscere anche gli opposti dei principi da cui procede il sillogismo che conclude all’errore contrario (cfr. fr:5830).
Il terzo capitolo affronta due opinioni opposte che negano la necessità di principi. La prima, sul presupposto che la dimostrazione sia l’unica conoscenza, obietta che se ogni principio deve dedursi da uno anteriore si regredisce all’infinito, mentre se l’ordine della deduzione esige un arresto, si ha un principio non dimostrato e quindi non conoscibile (cfr. fr:5832). La seconda, sullo stesso presupposto, sostiene che tutte le verità sono dimostrabili e fa appello alla dimostrazione circolare (cfr. fr:5833). Contro quest’ultima, Aristotele muove cinque obiezioni: comporta l’assurdo che le stesse cose siano al contempo anteriori e posteriori (fr:5835); se si invoca la distinzione tra anteriore per natura e per noi, si finisce per ammettere una scienza che è anche conoscenza attraverso gli effetti, contro la definizione data (fr:5836); la dimostrazione circolare si risolve in una tautologia (fr:5837); è possibile solo con termini convertibili, quindi ha portata limitata (fr:5838); come sillogismo, è ammessa solo nella prima figura, mentre nella seconda e nella terza o non prova le premesse o procede da premesse diverse (fr:5839).
Vengono quindi chiarite le determinazioni che qualificano l’oggetto e il sapere scientifico. “Di ogni” significa ciò che non si attribuisce né in qualche caso né in qualche momento (cfr. fr:5841). Le determinazioni “per sé” sono quelle che appartengono al che cos’è, quelle i cui soggetti entrano nella loro definizione, la sostanza che non è detta di altro, e ciò che appartiene per sé in opposizione all’accidente che appartiene per altro (cfr. fr:5842); tali determinazioni sono necessarie (cfr. fr:5843). L’“universale”, distinto dal “di ogni”, è ciò che appartiene ad ogni cosa per sé e in quanto tale (cfr. fr:5844), e appartiene universalmente se appartiene a qualunque cosa e alla cosa prima, ossia a qualsiasi specie compresa in un genere (cfr. fr:5846).
Aristotele indica poi tre situazioni che inducono erroneamente a credere che la dimostrazione concluda con l’universale primo: il non darsi altro che individui; il darsi l’universale oltre le specie ma senza nome; il condurre la dimostrazione su una parte soltanto del tutto (cfr. fr:5847). Esemplifica quest’ultimo caso con chi dimostri la proprietà delle parallele tagliate da una trasversale solo nel caso in cui la trasversale sia perpendicolare (cfr. fr:5849), e la prima condizione con l’ipotesi che non esistano altro che triangoli isosceli per dimostrare la proprietà del triangolo in generale (cfr. fr:5850). Il caso del termine mancante è illustrato dalla permutabilità dei medi nelle proporzioni, dimostrata separatamente per numeri, linee, figure, tempi senza un nome unico per il genere comune (cfr. fr:5851). La dimostrazione dell’universale in quanto tale, ossia del genere, non coincide con la dimostrazione nella totalità delle sue specie, perché “la forma del genere è diversa da quella delle specie” (fr:5852). La conoscenza sarebbe assoluta solo se vi fosse identità sostanziale tra genere e specie (cfr. fr:5853). La cosa prima cui appartiene una proprietà universale si ottiene eliminando tutte le determinazioni subordinate: ad esempio, è il triangolo, non le sue specie, la cosa prima per la proprietà di avere gli angoli interni uguali a due retti (cfr. fr:5854).
Il sesto capitolo verte sul carattere di necessità delle proposizioni dimostrative. Aristotele prova che l’attribuzione deve essere per sé con un sillogismo in prima figura e con un sillogismo disgiuntivo: le proposizioni sono necessarie, il necessario è per sé, e l’appartenenza o è per sé o è accidentale, ma non può essere accidentale perché l’accidente non è necessario (cfr. fr:5857-5858). Quindi prova la necessità delle proposizioni con quattro argomenti: la dimostrazione inferisce una conclusione necessaria e deve procedere da premesse necessarie (fr:5860); quando si obietta a una presunta dimostrazione si obietta che una premessa non è necessaria, il che confuta l’errore sofistico per cui basterebbero premesse vere (cfr. fr:5861-5863); senza conoscere che il medio appartiene necessariamente non si conosce la causa e non si ha scienza (fr:5864); la mancata necessità del medio impedisce la conoscenza, poiché se il medio non è necessario può venir meno e con esso la conoscenza (cfr. fr:5865-5868). Vengono esaminati i rapporti tra necessità della conclusione e del medio: se la conclusione è necessaria, il medio può non esserlo; se il medio è necessario, la conclusione è necessaria; se la conclusione non è necessaria, il medio non può esserlo (cfr. fr:5869). La dimostrazione deve quindi operarsi tramite un medio necessario (cfr. fr:5870). Degli accidenti che non sono per sé non vi può essere scienza (cfr. fr:5871-5872). Le conclusioni dialettiche guadagnano la verità ma non la verità necessaria (cfr. fr:5873). Infine, il medio deve appartenere per sé al terzo termine e il primo al medio, affinché la conclusione sia conosciuta mediante la sua causa, distinguendo così la dimostrazione dai sillogismi per segni (cfr. fr:5874).
Il settimo capitolo stabilisce che nella dimostrazione non è possibile passare da un genere all’altro. Gli elementi della dimostrazione sono conclusione, assiomi e genere; gli assiomi possono essere comuni a più scienze, ma se i generi sono molto diversi non si può applicare la dimostrazione dell’uno all’altro (cfr. fr:5875). Estremi e medio devono provenire dal medesimo genere, altrimenti sarebbero determinazioni accidentali. Di conseguenza, la geometria non può dimostrare proprietà della linea che non le appartengano in quanto linea (cfr. fr:5876).
L’ottavo capitolo afferma che la conclusione del sillogismo dimostrativo, procedendo da proposizioni universali, è necessariamente eterna in senso assoluto (cfr. fr:5877). Delle realtà corruttibili non si ha dimostrazione in senso assoluto ma solo per accidente, e una delle proposizioni di tale dimostrazione deve essere non-universale e corruttibile (cfr. fr:5878-5879). Anche la definizione riguarda in senso assoluto le realtà eterne e incorruttibili, essendo principio, o dimostrazione differita per posizione dei termini, o conclusione di dimostrazione (cfr. fr:5880). Le dimostrazioni di realtà che divengono in modo costante, come l’eclisse, in quanto dimostrazioni sono eterne, ma in quanto non hanno sempre luogo sono particolari (cfr. fr:5881).
Il capitolo nono argomenta la necessità che la dimostrazione proceda da principi propri: non basta sapere da proposizioni vere e immediate, occorre conoscere l’appartenenza muovendo da principi propri della cosa, altrimenti la si conosce per accidente, come nel caso della quadratura del cerchio di Brisone (cfr. fr:5883-5884). Si conosce non accidentalmente se si conosce la causa a partire dai principi propri della cosa in quanto tale; in tal caso, medio ed estremi sono nello stesso genere (cfr. fr:5885-5886). Fanno eccezione le scienze subordinate, i cui principi sono quelli delle scienze superiori: il che è oggetto delle scienze inferiori, il perché di quelle superiori (cfr. fr:5887-5888). L’indimostrabilità dei principi propri è provata dal fatto che, se fossero dimostrabili, lo sarebbero a partire da principi di tutte le cose e la scienza sarebbe di tutte le cose. Ma la dimostrazione si applica solo a un genere determinato (cfr. fr:5889-5890).
Il decimo capitolo studia principio, ipotesi, postulato e definizione. Principio è una verità di cui non si dimostra l’esistenza (cfr. fr:5893): si assume l’esistenza dei principi e si dimostra quella delle proprietà essenziali (cfr. fr:5894). Alcuni principi sono propri di ciascuna scienza, altri comuni per analogia, ma la loro applicazione è limitata al genere in questione (cfr. fr:5895). Ogni scienza apodittica verte su genere, assiomi e proprietà essenziali, di cui assume il significato e dimostra l’esistenza (cfr. fr:5898). L’ipotesi è una verità atta a dimostrare, dimostrabile, assunta col consenso di chi apprende (fr:5901), mentre il postulato si assume senza che chi apprende abbia un’opinione a riguardo o ne abbia una contraria (fr:5902). Le definizioni non sono ipotesi: non dicono se qualcosa esiste o no e non sono né universali né particolari (cfr. fr:5903).
L’undicesimo capitolo, dedicato agli assiomi, precisa che perché vi sia dimostrazione è necessario l’universale, non come Idea platonica ma come un uno detto non omonimamente dei molti (cfr. fr:5904). Il principio di non contraddizione non è premessa della dimostrazione, a meno che la conclusione non si esprima nella forma “S è P e non non-P” (fr:5905-5906). Il principio del terzo escluso è assunto come premessa nella dimostrazione per riduzione all’assurdo, limitatamente al genere relativo (fr:5907). Tutte le scienze comunicano tra loro mediante gli assiomi, proposizioni comuni che fondano le dimostrazioni; anche la dialettica e la filosofia prima comunicano con le altre scienze, ma la dialettica non ha un genere determinato (cfr. fr:5908-5909).
Il dodicesimo capitolo chiarisce che la premessa della dimostrazione può esprimersi come domanda scientifica, purché formulata nei limiti della scienza in questione o, nel caso di scienze subordinate, nei limiti della scienza da cui attingono i principi (fr:5910). Il competente di una scienza risolve i problemi a partire dai principi propri e dalle conclusioni già dimostrate, ma non deve rendere ragione dei principi, compito del metafisico (fr:5911). Viene poi distinta l’ignoranza che rende una domanda non geometrica: può trattarsi di una proposizione estranea alla scienza, propria di un’altra, o di un errore interno alla scienza stessa (cfr. fr:5913-5914). Il paralogismo, raro in matematica perché il significato del medio è evidente, si origina dall’equivocità del medio o dall’assumere come medio ciò che consegue da entrambe le premesse, come nello pseudo-sillogismo di Cineo sul fuoco e la progressione geometrica, errato perché nella seconda figura la conclusione non può essere affermativa (cfr. fr:5915-5917).
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28 Analitici Secondi: struttura della scienza e logica della dimostrazione
Il testo ripercorre in forma sintetica i capitoli conclusivi del primo libro degli Analitici Secondi di Aristotele, mettendo a fuoco i meccanismi logici che stanno alla base della scienza dimostrativa. Vi compaiono nozioni come il sillogismo del «che» e del «perché», la finitezza delle serie predicative, il primato della prima figura e della dimostrazione universale, nonché i limiti della sensazione e del caso rispetto alla conoscenza scientifica. Il valore storico di questa sintesi sta nel fatto che condensa i fondamenti della teoria aristotelica della dimostrazione, che per secoli ha costituito il modello epistemologico di riferimento in Occidente.
28.1 Il sillogismo del fatto e della causa
Uno dei nuclei centrali riguarda la differenza tra il conoscere che una cosa è e il conoscere perché è: “CAPITOLO TREDICESIMO: indica le circostanze in cui il sillogismo conclude con la conoscenza del «che», ossia del fatto, e non del «perché», ossia della causa.” – (fr:5923). Tale distinzione si presenta sia all’interno della medesima scienza sia tra scienze diverse. Nel primo caso, il sillogismo procede da premesse non immediate, assumendo come medio una causa remota oppure l’effetto al posto della causa perché più noto; quando invece è possibile invertire effetto e causa, il sillogismo raggiunge il «perché». Lo si legge in modo netto: “(a) Tuttavia nei casi in cui, invertendo l’effetto con la causa, è possibile dimostrare quello con questa, il sillogismo raggiunge la conoscenza del «perché»; (b) invece nei casi in cui la conversione dell’effetto con la causa non è possibile, il sillogismo dimostra il «che».” – (fr:5925). Nel secondo caso, i termini medi appartengono a scienze diverse, subordinandosi fra loro (come l’ottica alla geometria) oppure no (come medicina e geometria) – (fr:5926).
28.2 Primato della prima figura e differenze tra le figure
La prima figura sillogistica è dichiarata la più scientifica per tre ragioni: attraverso essa si ricerca il «perché»; soltanto essa consente di conoscere l’essenza in modo affermativo e universale; inoltre non necessita delle altre figure, mentre queste ultime si appoggiano a essa per colmare l’intervallo tra gli estremi con termini medi – (fr:5928). Tale superiorità si riflette anche nella trattazione delle premesse negative: “Ne consegue che, se un termine è negato mediatamente di un altro, l’uno o l’altro è contenuto in un tutto ed il sillogismo sarà (A) o di prima figura, in Celarent (dovendo essere la minore affermativa), (B) oppure di seconda figura…” – (fr:5933). Se entrambe le proposizioni sono negative, invece, non si ha sillogismo.
28.3 Errore e ignoranza nelle proposizioni mediate
I capitoli XVI‑XVII distinguono l’ignoranza come semplice assenza da quella generata da un sillogismo errato, analizzando i modi in cui l’errore si produce sia nelle attribuzioni immediate sia in quelle mediate. Per i sillogismi con conclusione falsa negativa in prima figura, quando il medio è causa propria dell’attribuzione, “le due premesse non possono essere entrambe false, ma può esser falsa soltanto la maggiore” – (fr:5946). In seconda figura, invece, non è possibile che entrambe le premesse siano totalmente false, ma può esserlo una delle due – (fr:5947). Analoghe distinzioni si applicano alle conclusioni affermative, dove la possibilità di falsità dipende dal tipo di medio e dalla sua subordinazione al predicato – (fr:5948).
28.4 Finitezza delle serie predicative
Un’ampia sezione (capp. XIX‑XXII) è dedicata a mostrare che la serie dei predicati e dei soggetti non può procedere all’infinito. Il problema viene posto in tre forme: infinità ascendente degli attributi, infinità discendente dei soggetti e infinito numero di termini medi fra due estremi – (fr:5954‑5956). La soluzione aristotelica è drastica: “È impossibile che il numero dei termini medi nella serie sia ascendente che discendente tra un soggetto ultimo ed un predicato primo sia infinito giacché altrimenti, dovendo percorrere un numero infinito di determinazioni, sarebbe impossibile procedere da quel soggetto a quel predicato e viceversa” – (fr:5958). La finitezza vale anche per le dimostrazioni negative, perché ogni prosillogismo che le regge comporta premesse affermative, le quali per ipotesi sono finite – (fr:5964‑5967).
A sostegno della tesi intervengono poi le distinzioni tra predicati essenziali e accidentali. I primi sono limitati in quanto costitutivi della definizione; i secondi, qualora siano predicati di un sostrato e non di un altro accidente, sono compresi entro le categorie, il cui numero è finito. Su questa base Aristotele formula tre prove della finitezza: la prima poggia sul fatto che le determinazioni superiori costituiscono l’essenza delle inferiori, la seconda sul carattere certo e non ipotetico dei principi, la terza sugli attributi per sé – (fr:5977‑5984). Da ciò discendono corollari capitali: “che gli intermedi tra due termini sono di numero finito; che pertanto vi sono dei principi delle dimostrazioni; e che di conseguenza non tutte le verità sono dimostrabili” – (fr:5985).
28.5 Superiorità dell’universale e dell’affermativo
I capitoli finali ribadiscono il primato della dimostrazione universale su quella particolare e della dimostrazione affermativa su quella negativa e su quella per assurdo. L’universale è superiore perché fa conoscere la causa: “l’universale è causa dell’appartenere per sé del predicato” – (fr:5997); inoltre chi conosce l’universale conosce anche il particolare, ma non viceversa – (fr:6001). La dimostrazione affermativa è superiore perché impiega meno tipi di premesse, è anteriore alla negazione e non ha bisogno della negativa per svilupparsi – (fr:6005‑6009). Anche il confronto con la riduzione all’assurdo si risolve a favore dell’affermativa diretta, perché la premessa negativa diretta è per natura anteriore alla conclusione dell’assurdo – (fr:6012).
28.6 Sensazione, caso e unità della scienza
Il testo si chiude con limiti e condizioni della conoscenza scientifica. Non si dà scienza dimostrativa del caso, poiché esso non accade né per necessità né per lo più – (fr:6021). La sensazione, benché colga il particolare, non può generare scienza perché le dimostrazioni sono universali e rivelano la causa: “le dimostrazioni sono universali (dal momento che la conoscenza universale rivela la causa), mentre la sensazione, ancorché percepisca una cosa di una certa qualità, è però sempre legata alla cosa determinata, in un certo tempo e in un dato luogo” – (fr:6022). La scienza risulta una quando studia un genere i cui principi sono comuni, mentre è molteplice quando i principi non derivano da medesimi superiori – (fr:6018).
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29 La dottrina aristotelica della scienza negli Analitici Secondi: un compendio scolastico
Il testo offre una sintesi serrata dei libri I e II degli Analitici Secondi di Aristotele, condensando in una serie di enunciati numerati i nuclei argomentativi dell’opera. L’esposizione procede per capitoli, ciascuno dedicato a un problema specifico della teoria della dimostrazione e della definizione, rivelando la struttura di un manuale o di un commentario scolastico teso a fissare con precisione i concetti.
La trattazione prende avvio dalla riflessione sul limite della sensazione: anche se si potesse cogliere sensibilmente che la somma degli angoli interni di un triangolo equivale a due retti, non se ne conoscerebbe il perché, perché questo è «strutturalmente vincolato a nozioni universali» (fr:6023). La conoscenza autentica scaturisce dall’universale, e certi problemi sorgono solo per un difetto sensoriale che, se superato, permetterebbe di possedere l’universale stesso (fr:6024).
Già da questi cenni si delinea il cuore della dottrina: la scienza è sapere causale espresso in forma sillogistica. Il capitolo trentaduesimo dimostra infatti che i principi di tutti i sillogismi non possono essere gli stessi. Aristotele porta argomenti dialettici e analitici: sillogismi veri e falsi hanno principi di verità differenti (fr:6026); le conclusioni false non derivano sempre dai medesimi principi falsi (fr:6027); i principi delle conclusioni vere dei prosillogismi e del sillogismo principale non appartengono tutti allo stesso genere (fr:6028). Inoltre, poiché ogni scienza studia un genere determinato, «alcuni principi comuni non sono adatti a dimostrare ogni conclusione» (fr:6029). Le premesse non sono in numero esiguo e le conclusioni infinite, mentre i termini medi sono finiti; certi principi sono necessari, altri contingenti (fr:6030). Si giunge così a distinguere due tipi di principi: «quelli a partire dai quali si dimostra, ossia gli assiomi, e questi soltanto sono comuni, e quelli che fungono da soggetto delle dimostrazioni, e questi sono propri di ciascuna scienza» (fr:6035). Affermare che i principi siano identici per ogni scienza è “ridicolo” e comporterebbe che qualsiasi conclusione possa essere dimostrata a partire da qualsiasi premessa, il che è falso nelle matematiche e nell’analisi delle conclusioni (fr:6032-6033).
Il capitolo trentatreesimo fissa la differenza tra scienza e opinione. La scienza «è universale e procede mediante proposizioni necessarie» (fr:6037), dove necessario è ciò che non può essere diversamente. Di conseguenza, ciò che può essere diversamente non è oggetto di scienza, né di intellezione, né di apprensione delle premesse immediate (fr:6038). L’opinione, invece, ha per oggetto ciò che, vero o falso, può essere diversamente, ed è «l’apprensione di una premessa immediata e non necessaria» (fr:6039). Sebbene entrambe procedano attraverso termini medi fino a premesse immediate, la diversità riguarda il tipo di conoscenza: le proposizioni scientifiche esprimono l’essenza o la definizione di verità necessarie, mentre quelle dell’opinione «possono anche esprimere cose vere, ma non nella loro essenza e nella loro specie, bensì unicamente nel loro trovarsi ad essere vere» (fr:6041). L’oggetto in senso assoluto non è identico, ma lo è in un certo modo, come mostra l’esempio della diagonale che un’opinione dice commensurabile e l’altra incommensurabile: si coglie nel segno se si intende che riguardano la “stessa” cosa, si erra se si pretende che le due opinioni siano “identiche” (fr:6042). La stessa cosa non può essere simultaneamente oggetto di scienza e di opinione, né scienza e opinione possono coesistere nella stessa persona (fr:6043). Subito dopo, con un cenno fulmineo, si definisce la prontezza mentale come «destrezza nel cogliere tempestivamente il medio nelle dimostrazioni, visti gli estremi» (fr:6044).
Il libro secondo si apre con l’indicazione dei quattro oggetti di ricerca: il «che», il «perché», «se qualcosa è», «che cos’è» (fr:6045). In tutte queste ricerche si indaga sul termine medio, perché la scienza è sapere causale e il medio costituisce la causa (fr:6046-6047). Questa centralità del medio guida l’intera indagine successiva sul rapporto tra dimostrazione e definizione.
L’ampia sezione dei capitoli terzo-decimo nega ogni identità semplice tra dimostrazione e definizione. Anzitutto, non vi è definizione di tutto ciò di cui vi è dimostrazione: la definizione è universale e affermativa, mentre la dimostrazione può essere negativa o particolare, e anche quando è affermativa in prima figura la sua conclusione non è sempre definibile (fr:6049). Se vi fosse definizione di un dimostrabile, lo si conoscerebbe senza dimostrazione (fr:6050). L’induzione mostra che non è possibile conoscere per definizione ciò che è dimostrabile (fr:6051). Inversamente, non vi è dimostrazione di tutto ciò di cui vi è definizione, perché le definizioni figurano tra i principi indimostrabili delle dimostrazioni (fr:6054-6055). Neppure in certi casi soltanto si dà identità: «la definizione mira all’essenza, mentre le dimostrazioni la presuppongono» (fr:6057); la dimostrazione prova l’appartenenza di qualcosa a qualcosa, la definizione non attribuisce qualcosa a qualcosa (fr:6058). Se fossero l’una specie dell’altra come genere, si rapporterebbero come parte e tutto, ma la definizione fa conoscere il che cos’è, la dimostrazione l’appartenenza o non appartenenza, due situazioni non commensurabili in quel modo (fr:6059-6060).
L’impossibilità di dimostrare la definizione viene argomentata anche esaminando l’uso dei prosillogismi: poiché la definizione esprime l’essenza, i termini devono convertirsi, sicché essa è già presente nelle premesse, «esattamente nelle minori, senza bisogno che si attenda la conclusione» (fr:6061). Se il sillogismo si costruisce su premesse immediate, si cade in una petizione di principio oppure, rinunciando alla convertibilità tramite un rapporto genere-specie, non si ha più definizione (fr:6063). La divisione non surroga la dimostrazione né garantisce la definizione: non deduce l’appartenenza delle determinazioni, ma l’assume; non assicura che non venga assunta una determinazione non essenziale o che non ne sia omessa una essenziale (fr:6066-6067). Solo assumendo tutte le determinazioni immanenti all’essenza e dividendole in modo continuo, con l’assenso e non per deduzione, si giunge all’essenza, ma «non per questo un tale far conoscere costituisce un sillogismo, ma si tratta di un modo diverso di render noto» (fr:6069). Analogamente, un sillogismo ipotetico che assuma come premessa la definizione opera una nuova petizione di principio (fr:6070-6073).
Il capitolo settimo porta cinque argomenti per l’indimostrabilità dell’essenza tramite definizione. La definizione non ha mezzi per provare l’essenza: non deduce da premesse accettate come vere, non induce da singoli casi (l’induzione prova il «che», non il «che cos’è»), non prova sensibilmente né ostensivamente (fr:6076). Essa presuppone «che» la cosa è, mentre dimostrare significa provare «che» è (fr:6077). Se provasse l’essenza, proverebbe «che cos’è» senza sapere «che» è, il che è assurdo perché l’essere non è un genere (fr:6080). Anche ammessa l’esistenza, si può sempre chiedere perché la cosa debba essere quella indicata dalla definizione (fr:6081). Se la definizione dimostrasse, si ridurrebbe a esprimere il significato del nome, col che si avrebbero definizioni anche di ciò che non esiste e tutti i discorsi sarebbero definizioni (fr:6082-6083). Le quattro conseguenze finali sono nette: definizione e sillogismo dimostrativo non sono la stessa cosa né riguardano la stessa cosa; la definizione non può provare né dimostrare nulla; l’essenza non è conosciuta dimostrativamente tramite definizione (fr:6084).
Tuttavia, quando la causa dell’esistenza della cosa è altro dalla cosa stessa – come negli accidenti che ineriscono a una sostanza – è possibile mostrare l’essenza con un sillogismo in Barbara, assumendo come termine medio un’altra definizione che esprima la causa della verità della definizione da dimostrare. Questo sillogismo resta dialettico, perché non si può conoscere il «perché» prima del «che» né l’essenza senza il «che» (fr:6085-6086). Con premesse immediate si conoscono simultaneamente «che» e «perché»; con premesse mediate si conosce il «che» ma si ignora il «perché» (fr:6087). L’essenza non si raggiunge con un sillogismo o una dimostrazione, ma è grazie a questi che si rende nota; senza dimostrazione non si può conoscere l’essenza di una cosa la cui causa è altro da quella cosa stessa (fr:6088-6089). Le essenze delle cose che sono causa di se stesse sono principi immediati, di cui si devono assumere sia l’esistenza sia il che cos’è, come in matematica si assume che esistano unità e che cosa esse siano (fr:6090). Le essenze delle cose che necessitano di un termine medio possono invece essere mostrate con una dimostrazione, anche se non propriamente dimostrate (fr:6091).
La trattazione della definizione si articola poi in definizione nominale e reale. La prima spiega che cosa significa il nome, ma è difficile cogliere la cosa perché non dice se essa esista o no se non accidentalmente (fr:6093). Tra le definizioni reali si distinguono: la definizione come discorso che mostra il perché, simile a una dimostrazione del che cos’è ma diversa per disposizione dei termini (fr:6094-6095); la definizione materiale, conclusione di un sillogismo sul che cos’è da cui è stata omessa la causa (fr:6096); e la definizione delle cose immediate, ossia posizione immediata del che cos’è (fr:6097).
Nel quadro della scienza come conoscenza delle cause, il capitolo undicesimo elenca le quattro cause che fungono da termine medio nelle dimostrazioni: la quiddità (causa formale), la necessità che una cosa si dia al darsi di altre (causa materiale), ciò che muove come determinazione prima (causa efficiente) e l’in vista di qualcosa (causa finale) (fr:6099). Vengono segnalate particolarità: la seconda richiede due premesse; nel sillogismo secondo la causa finale il termine medio si presenta per ultimo, ponendosi come medio ciò che si produce per ultimo (fr:6100-6101). La natura opera sia per un fine sia per necessità, e parte di ciò che è opera del pensiero non deriva dal caso ma ha una causa finale, mentre ciò che deriva dalla sorte non può mai avere tale causa (fr:6103).
Il capitolo dodicesimo affronta i rapporti temporali tra causa ed effetto. La causa formale e il suo effetto sono simultanei; quando invece non c’è simultaneità, come nel caso della causa efficiente e materiale, «il sillogismo procede da ciò che è posteriore e, seguendo l’ordine inverso a quello naturale, dimostra la causa mediante l’effetto» (fr:6106). Procedendo dalla causa, l’enunciato nell’intervallo tra l’anteriore e il posteriore è falso; per il futuro, il posteriore non può essere dimostrato dall’anteriore perché il medio deve appartenere allo stesso genere degli estremi, mentre qui gli estremi sono uno passato e l’altro futuro (fr:6107-6108). La continuità degli eventi è garantita dalla necessità che il medio e l’estremo maggiore costituiscano una premessa immediata (fr:6110).
L’ultimo capitolo esamina il metodo per individuare le determinazioni che costituiscono l’essenza. Se si tratta di una specie, si deve reperire una serie di determinazioni sempre più ristrette, appartenenti al genere, fino a che l’insieme di esse non si predica che della cosa in oggetto; tali determinazioni sono necessarie e ne costituiscono l’essenza proprio perché non si estendono ad altre specie (fr:6114-6116). Per un genere, occorre dividerlo nelle specie infime, trovare le definizioni di queste, stabilire la categoria e specificare le proprietà comuni che competono per sé alle specie e quindi al genere (fr:6117). Le divisioni secondo le differenze sono utilissime: consentono di ordinare le determinazioni e di non tralasciare nulla di essenziale; non occorre conoscere tutti gli enti, ma basta assumere le differenze opposte nell’ambito del genere e collocare la cosa in una delle due (fr:6118-6123). Per approntare la definizione si richiedono tre condizioni – assumere i predicati essenziali, ordinarli, assumerli tutti – e tutte e tre sono realizzabili con un metodo che procede per differenze continue fino a raggiungere una specie priva di ulteriori differenze (fr:6124-6126). Quando la cosa da definire è un individuo, si cerca il carattere comune con altri individui simili a formare una specie, poi con un’altra specie dello stesso genere; se esiste un carattere comune alle due specie, quella sarà la definizione; altrimenti la cosa non è unitaria e non ammette una sola definizione (fr:6127).
L’insieme di queste scansioni mostra una testimonianza storicamente rilevante: un’esposizione fedele e didatticamente organizzata del nucleo epistemologico di Aristotele, probabilmente redatta in ambito scolastico, dove la classificazione dei tipi di principi, di definizione e di causa serviva a delimitare con rigore i confini della scienza dimostrativa. L’attenzione costante al medio come perno della causalità e la netta separazione tra conoscenza necessaria e opinione contingente hanno modellato per secoli il discorso filosofico e scientifico occidentale.
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30 La dialettica aristotelica: strumenti e luoghi nei Topici I-III
Il testo espone in forma riassuntiva i procedimenti logici e le strategie argomentative che Aristotele organizza per la discussione dialettica: dalla scelta delle premesse all’analisi dell’omonimia, dall’impiego dei «luoghi» per l’accidente e gli opposti fino ai criteri di preferibilità, offrendo una mappa operativa del ragionamento fondato sulle opinioni notevoli.
Lo scopo generale dei Topici è fornire un metodo per argomentare su qualsiasi problema a partire da premesse endossali, ossia condivise dalla comunità dei parlanti o dai sapienti. La sintesi si apre con i quattro mezzi fondamentali per ottenere i ragionamenti: «l’assunzione delle proposizioni, la capacità di distinguere i sensi in cui una cosa si dice, il reperire le differenze, la ricerca di quel che è simile» – (fr:6199). Di questi, gli ultimi tre «costituiscono, in un certo senso, delle proposizioni» (fr:6200), perché anch’essi forniscono materiale per le premesse. L’induzione, «passaggio dai particolari all’universale», è giudicata «più convincente del ragionamento in quanto più vicina alla percezione comune», mentre il ragionamento è più efficace nel confutare le obiezioni (fr:6198).
La fase preparatoria riguarda la scelta delle proposizioni. Aristotele prescrive di attingere alle opinioni sostenute da tutti, dai più o dai sapienti più noti, di assumere anche le proposizioni che contraddicono il contrario delle opinioni notevoli e di porre come principi ciò che risulta evidente nella totalità o nella maggioranza dei casi (fr:6201). Le proposizioni vanno inoltre raccolte dagli scritti, «classificandole in apposite liste, provviste dell’indicazione dell’argomento», e registrando le opinioni di ciascun filosofo (fr:6202). Si distingue tra proposizioni e problemi di natura etica, fisica e logica, e si riconosce che il discernimento richiede abitudine più che semplici definizioni (fr:6203). Aristotele fissa poi un duplice registro: «in filosofia si deve trattare secondo verità, mentre in riferimento alle opinioni si deve trattare dialetticamente», e raccomanda di prendere ogni proposizione nel modo più esteso possibile, riportandola distintamente alle varie specie dell’oggetto (fr:6204).
Un’attenzione centrale è riservata all’omonimia. Il Capitolo quindicesimo non si limita a indicare la necessità di elencare i sensi di un termine, ma fornisce una batteria di quattordici regole per accertare se un termine si dice in più modi. Tra queste, verificare se il contrario del termine ha più determinazioni specificamente diverse, se in un significato ammette intermedi e in un altro no, se le flessioni si dicono in più sensi, se i generi dei significati non sono subordinati, e se la definizione contiene un termine omonimo (fr:6205). L’analisi delle differenze va condotta sia entro uno stesso genere comparando specie tra loro, sia tra generi diversi non troppo distanti (fr:6206); quella della somiglianza indaga sia rapporti proporzionali tra generi diversi, sia la condivisione di un identico attributo all’interno di un genere (fr:6207‑6208).
Distinguere i sensi di un termine è dichiarato utile innanzitutto per la chiarezza e per evitare che il discorso «abbia a che fare con puri nomi, risolvendosi in uno sterile verbalismo» (fr:6209). Serve inoltre a non cadere in paralogismi indotti dall’avversario – con la precisazione che «né questo sia sempre possibile, ma soltanto se alcuni significati sono falsi, né individui l’operazione propria della dialettica, che, anzi, deve guardarsene» (fr:6210) –, a stabilire l’unità o la molteplicità della cosa discussa e a conoscerne l’essenza (fr:6211). Infine, la distinzione dei sensi sorregge gli argomenti induttivi, quelli ipotetici e la formulazione delle definizioni, poiché «l’individuazione di quel che è identico nei molti consente di rintracciare il genere della cosa, e il genere entra nella definizione» (fr:6212).
Entrando nel Libro secondo, Aristotele distingue i problemi in universali e particolari e stabilisce che i luoghi che provano l’appartenenza o la non-appartenenza universale valgono anche per quella particolare (fr:6213). La trattazione si concentra dapprima sulla non-appartenenza universale sia per la sua maggiore estensione sia perché «l’avversario solitamente afferma, per cui chi argomenta deve distruggere le sue affermazioni, ossia deve negare» (fr:6214). Viene sottolineata la convertibilità necessaria di definizione, genere e proprio, mentre l’accidente ammette solo un’attribuzione parziale e relativa (fr:6215).
I numerosi luoghi dedicati all’accidente insegnano a non scambiare un predicato essenziale per accidentale – errore che si verifica soprattutto con il genere, il quale «si predica invece sinonimamente delle specie» (fr:6217) – e a esaminare se la determinazione appartiene a tutti gli individui dell’estensione del soggetto. Per questo esame si raccomanda di «non iniziare la ricerca sugli individui, ma sulle specie, a partire da quelle più universali e poi via via su quelle meno ampie», così da rendere l’indagine metodica e più breve (fr:6220). Altri luoghi prescrivono di definire l’accidente e il soggetto per scovare elementi falsi (fr:6222‑6223), di trasformare il problema in una proposizione per cercare obiezioni (fr:6224) e di distinguere le denominazioni comuni da quelle tecniche (fr:6225).
Di fronte a termini omonimi, la strategia varia a seconda che l’avversario conosca o meno la pluralità dei sensi. Se non la conosce, basta provare l’appartenenza per una sola accezione, a patto di non potersi esprimere altrimenti con una determinazione comune (fr:6227‑6228). Se invece l’omonimia è nota, occorre distinguere ogni senso e darne prova, o almeno dichiarare che ci si limita a un solo senso (fr:6230). Analoga distinzione si applica alle espressioni che si dicono in più modi ma non omonimamente (fr:6231), con l’avvertenza di isolare solo i significati utili alla prova: quelli che possono convenire alla tesi, se la si vuole porre, o tutti quelli che non vi si accordano, se la si vuole demolire (fr:6232).
I luoghi costruiti sugli opposti offrono uno strumentario potente. Dimostrare che uno di due contrari appartiene o non appartiene al soggetto implica immediatamente la sorte dell’altro (fr:6245). Si raccomanda di passare dal significato d’uso a quello letterale (fr:6246) e di controllare se ciò che è necessario venga presentato come “per lo più”, o viceversa, e se l’avversario non precisa in che modo ha assunto una determinazione, la si può intendere in senso a lui sfavorevole (fr:6247‑6249). Un caso particolare è quello delle sei combinazioni generate dall’attribuzione di due predicati contrari a due soggetti contrari: di esse solo quattro costituiscono autentica contrarietà, perché le altre due esprimono entrambe cose da scegliersi o da fuggirsi e sono proprie della stessa disposizione morale (fr:6251‑6254). Per il resto, il luogo dei contrari può servire a confutare che un predicato appartenga a un soggetto se a questo appartiene già il contrario del predicato stesso (fr:6255), e a provare la possibilità, più che l’effettiva appartenenza, di determinazioni opposte per il medesimo soggetto (fr:6258‑6259).
La sezione sulla consecuzione degli opposti precisa che per i contraddittori la consecuzione inversa dei termini confuta o pone la tesi a seconda che l’affermazione o la negazione di partenza sia vera (fr:6261‑6262). Per i contrari, la consecuzione inversa è rara, sicché si deve badare a quella diretta: se il contrario del soggetto non consegue al contrario del predicato, la tesi è demolita; se invece consegue, la tesi è provata (fr:6263‑6264). Lo stesso schema si applica a possesso e privazione – con consecuzione solo diretta – e ai relativi, per i quali una obiezione viene esplicitamente confutata (fr:6265‑6268).
Ulteriori luoghi notevoli riguardano i termini coordinati e le flessioni (fr:6269‑6270), le generazioni e le corruzioni – «le cose le cui generazioni sono buone sono esse stesse buone», mentre «le cose le cui corruzioni sono buone, sono cattive» (fr:6271‑6273) –, il simile, dove si verifica se nei casi affini si dà una situazione analoga (fr:6276), e le serie del più e del meno: se il predicato che più dovrebbe appartenere non appartiene, non appartiene neppure quello che meno dovrebbe appartenere, e viceversa (fr:6278‑6281). L’aggiunta di un attributo e le qualificazioni temporali e locali forniscono altri schemi: una determinazione che aggiunta rende il soggetto di una certa qualità, è essa stessa di quella qualità (fr:6282‑6283); se una determinazione appartiene al soggetto in misura maggiore o minore, gli appartiene anche assolutamente (fr:6285‑6286); ciò che vale in una circostanza di tempo o di luogo vale in senso assoluto, a meno che non siano necessarie ulteriori precisazioni (fr:6287‑6288).
Nel Libro terzo si passa ai criteri di preferibilità per cose che non presentano differenze evidenti. In situazioni di relativa prossimità si deve preferire ciò che è più durevole e sicuro, ciò che sceglierebbe l’esperto, ciò che è in un genere rispetto a ciò che non lo è, il desiderabile per sé, la causa di bene per sé, il bene per natura, il fine rispetto ai mezzi, il possibile rispetto all’impossibile, e ciò che è più bello, onorevole e lodevole (fr:6290‑6292). Quando le cose sono estremamente vicine, si guardano le conseguenze – con la distinzione tra “conseguente anteriore” e “posteriore”, esemplificata dall’ignoranza e dal conoscere in chi impara – e si sceglie il conseguente che arreca un bene maggiore o un male minore (fr:6294‑6295). Infine, i beni in numero superiore sono preferibili, con le precisazioni che alcuni beni finalizzati ad altro non aggiungono valore se l’altro è già posseduto, e che certi beni uniti a cose non buone possono risultare più desiderabili di beni sommati ad altri beni, come la felicità accompagnata da mali rispetto alla giustizia congiunta al coraggio (fr:6296).
Storicamente, il testo testimonia la sistemazione aristotelica della dialettica come disciplina autonoma, dotata di un lessico tecnico e di un repertorio di schemi d’attacco e di difesa. I Topici diventeranno il fondamento della logica vetus e della metodologia scolastica, offrendo non solo una teoria dell’argomentazione, ma anche un modello di raccolta e classificazione delle opinioni (la dossografia) e un addestramento alla sensibilità linguistica, indispensabile per evitare le trappole dell’omonimia e per costruire definizioni efficaci.
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31 I Criteri di Preferibilità e i Luoghi sul Genere nei Topici di Aristotele
Il testo offre un sommario sistematico dei luoghi dialettici per argomentare sulla preferibilità dei beni e sulla corretta attribuzione di un genere a una specie, testimoniando la struttura della logica aristotelica come strumento per il dibattito razionale.
Il documento costituisce un estratto dai Topici di Aristotele, un trattato che sistematizza le tecniche di argomentazione dialettica. Il suo significato storico risiede nella testimonianza di un metodo per costruire e confutare tesi attraverso luoghi (topoi) prestabiliti, che fungono da schemi logici applicabili a casi concreti. Il testo si articola in due sezioni principali: l’analisi dei criteri di preferibilità (Libro Terzo) e l’enunciazione dei luoghi relativi al genere (Libro Quarto).
31.1 I Criteri di Preferibilità: Luoghi del Più e del Meno
La disamina sulla preferibilità, come indicato nel “CAPITOLO TERZO” - (fr:6308), si fonda su una serie di luoghi notevoli che stabiliscono gerarchie tra beni. Il confronto può basarsi su criteri intrinseci o relazionali.
Un primo gruppo di luoghi riguarda il piacere e l’utilità. Un bene è preferibile se accompagnato da piacere: “i beni accompagnati da piacere o da assenza di dolore sono preferibili agli stessi beni senza piacere o accompagnati da dolore” - (fr:6297). L’utilità è definita in modo crescente: “È preferibile ciò che è utile in una data circostanza; ciò che è più utile in ogni circostanza” - (fr:6298). Si introduce anche un criterio di autosufficienza, per cui è preferibile “quello tra due beni che, se tutti possedessimo, non avremmo più bisogno dell’altro (come per esempio la giustizia, rispetto al coraggio)” - (fr:6298).
Altri luoghi valutano le conseguenze logiche e la manifestazione. Si preferisce “ciò la cui corruzione, o la cui perdita, o il cui contrario sono da evitare” - (fr:6299) e ciò che è “più manifesto, più difficile, più proprio, meno comune a molti” - (fr:6302). La gerarchia può derivare anche dalla prossimità a un modello ideale: “È preferibile ciò che è migliore e più vicino al bene, o ciò che è più simile a quel che è migliore” - (fr:6300), sebbene venga sollevata l’obiezione che “la somiglianza può essere per l’aspetto peggiore della cosa indicata come migliore, o per gli aspetti più ridicoli” - (fr:6300).
Un terzo nucleo di criteri è relativo alla virtù intrinseca e alle comparazioni interne. Un bene è preferibile se “possiede la virtù propria della specie cui appartiene” - (fr:6308) o se rende buona o migliore la cosa in cui è presente. L’analisi procede per comparazione dettagliata: è preferibile “quell’aspetto della medesima cosa che costituisce un bene maggiore” - (fr:6310), “quella tra due cose preferibili rispetto ad una terza che è preferibile” - (fr:6310) e “quella di cui preferiremmo essere noi stessi causa per noi stessi” - (fr:6310). La logica dell’addizione e della sottrazione fornisce un ulteriore strumento di misura: “È preferibile ciò che, aggiungendosi a qualcosa, rende migliore l’insieme” - (fr:6311), mentre “è maggiore (e preferibile) ciò dalla cui sottrazione quel che resta risulta minore” - (fr:6312).
Infine, il fine ultimo determina la scelta. Ponendo il criterio “nell’utile, nel bello e nel piacere, è preferibile ciò che fa conseguire tutte e tre questi vantaggi” - (fr:6314) e ciò che è “desiderabile per se stesso e per la reputazione che arreca rispetto a ciò che è desiderabile soltanto per se stesso” - (fr:6313). La scelta autentica si rivela nell’ipotetica assenza di conseguenze: “più pregevole per se stesso tale essendo ciò che si sceglierebbe anche se non ne venisse null’altro” - (fr:6313).
31.2 I Luoghi Relativi al Genere e alla Confutazione
Il Libro Quarto si concentra sugli schemi per attaccare o difendere l’assegnazione di un genere a una specie, partendo dal presupposto che questi luoghi “assieme a quelli sul proprio, sono elementi dei luoghi sulla definizione” - (fr:6333).
Un’ampia serie di luoghi serve a smascherare errori fondamentali nell’attribuzione di un genere. Si può confutare una tesi mostrando che il genere proposto non si predica in modo essenziale ma solo accidentale: “accertare se quello che è proposto come genere verifica, a proposito della determinazione, la definizione dell’accidente, ossia se può sia appartenerle che non appartenerle” - (fr:6335). Un errore categoriale è un altro punto di attacco: “Accertare se il genere e la determinazione rientrano nella stessa categoria” - (fr:6336). Fondamentale è il principio di estensione logica: “il genere deve avere un’estensione maggiore della specie” - (fr:6341), quindi è un errore se “la specie ha un’estensione maggiore del genere” - (fr:6340). Allo stesso modo, due generi non possono essere predicati della stessa specie senza che uno contenga l’altro: si deve “accertare se quello che si è proposto come genere della determinazione ammette un altro genere che non lo contenga, né sia contenuto in esso” - (fr:6343). A tal proposito, si cita l’esempio problematico della “saggezza (phronesis), che ad alcuni sembra essere scienza e virtù” - (fr:6344).
Una parte cruciale dell’analisi riguarda il corretto rapporto tra genere, specie e differenza. Sono errori comuni esplicare “la differenza come genere” - (fr:6351), includere “il genere nella specie” - (fr:6353), o “la differenza nella specie” - (fr:6354), poiché “la differenza deve avere maggiore estensione della specie” - (fr:6354). Si deve verificare che “una differenza del genere deve predicarsi di una determinazione posta come sua specie” - (fr:6357). Inoltre, la relazione deve essere diretta e letterale: “il genere e la specie sono sinonimi” - (fr:6363) e “il genere deve predicarsi letteralmente delle specie” - (fr:6365), quindi non può essere un’omonimia o una metafora.
L’uso dei contrari e degli intermedi fornisce potenti strumenti dialettici. Per confutare, si può “accertare se la determinazione partecipa di alcunché di contrario al genere proposto” - (fr:6361). Se il genere ha un contrario, “il contrario della specie deve rientrare nel contrario del genere” - (fr:6366), un principio sfruttabile sia per confutare che per sostenere una tesi. Il comportamento degli intermedi deve essere coerente: se tra i generi esiste un intermedio, deve esistere anche tra le specie, e viceversa, sebbene venga sollevata un’obiezione basata su “salute e malattia”, i cui generi “bene ed il male, ammettono un intermedio” mentre le specie no (fr:6368). Per sostenere un’asserzione, è efficace “mostrare che l’intermedio tra la determinazione ed il suo contrario appartiene al genere proposto” - (fr:6373).
L’analisi si estende a specifiche connessioni logiche, come le relazioni causali, di privazione e i relativi. Si esamina un luogo proporzionale: se una determinazione A che produce B sta ad A come C che produce D sta a D, e B è genere di D, allora A è genere di C (fr:6376). Per la privazione, si afferma che “la privazione ed il suo opposto, ossia il possesso, non possono appartenere al medesimo genere” - (fr:6378). Nel caso dei relativi, “se la determinazione è un relativo, occorre accertare che anche il genere sia un relativo” - (fr:6382), benché non valga l’inverso. Infine, si indaga la coincidenza del soggetto di inerenza: “ciò in cui sussiste la specie, sussiste anche il genere” - (fr:6393), un luogo che “vale anche per l’accidente” - (fr:6394).
31.3 Generalizzazione e le Strategie di Confutazione
I capitoli conclusivi del Libro Terzo mostrano come i luoghi del più e del meno possano essere generalizzati. Questa generalizzazione “talvolta risulta da un semplice cambiamento espressivo del luogo di partenza” - (fr:6317). Un principio cardine è che “è di una certa qualità ciò che rende di quella qualità la cosa che lo possiede, e lo è maggiormente ciò che la rende maggiormente di quella qualità” - (fr:6318). Similmente, è maggiore una qualità che non è “mescolata con la qualità contraria” - (fr:6322) e, soprattutto, “ciò che maggiormente ne accoglie la definizione” - (fr:6323).
L’applicazione pratica si rivela nella confutazione di tesi particolari. Mentre i luoghi tratti dagli opposti e dalle flessioni, essendo “i più comodi ed i più comuni” - (fr:6324), funzionano sia per proposizioni universali che particolari, quelli derivati dal “più e dal meno” “valgono unicamente per provare una tesi particolare e non anche per confutarla” - (fr:6326). Tuttavia, è possibile la confutazione con un argomento a fortiori: “se un attributo non appartiene alla determinazione del medesimo genere alla quale dovrebbe appartenere maggiormente, non appartiene neppure a quella cui appartiene di meno” - (fr:6327). La strategia culmina nella presentazione di casi singolari che smentiscono l’avversario, costringendolo “o ad accettare universalmente che è così, oppure a portare a sua volta casi che smentiscano quest’ipotesi” - (fr:6332), o nella divisione del genere “nelle sue specie, fino a quelle indivisibili” - (fr:6332) per trovare la falla nell’argomentazione.
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32 Luoghi Dialettici per Genere e Proprio: Il Compendio dei Topici Aristotelici
Un prontuario sistematico dei procedimenti logici per fondare o demolire tesi su genere e proprio, specchio della didattica dialettica medievale.
Il testo costituisce un succinto sommario dei luoghi (topoi) contenuti nei libri quarto e quinto dei Topici di Aristotele, opera dedicata all’argomentazione dialettica. La sua forma enumerativa, scandita da “accertare se”, ne fa una vera e propria griglia di controllo per l’esame delle attribuzioni di genere e di proprio nelle dispute filosofiche. Ogni luogo è in genere presentato in coppia: una via per confutare (A) e una per costruire (B) la tesi, rispecchiando la natura agonistica del dibattito.
32.1 I luoghi per il genere (Libro IV)
L’estratto si apre con sei regole che colgono confusioni categoriali tipiche. La sesta ammonisce: “Accertare se è stato posto il genere, che esprime il tutto, nella parte” (fr:6396), cioè se si è scambiato il contenente col contenuto. Altre verifiche riguardano l’impropria elezione di una capacità come genere di ciò che è biasimevole o di ciò che è di per sé degno di onore, poiché “tutto questo non è desiderabile per sé, ma in forza di altro” (fr:6398). Viene poi introdotto il pericolo di ridurre una determinazione plurigenerica a un solo genere (fr:6399) o di confondere genere e differenza (fr:6400).
Il capitolo sesto del libro quarto fornisce ulteriori strumenti. Il primo controllo è se il genere proposto sia addirittura genere di nulla (fr:6402). Seguono la proibizione di porre un trascendentale come genere o differenza – perché genere e specie devono avere la stessa estensione –, la verifica dell’inerenza essenziale e non accidentale (fr:6404), la sinonimia (fr:6405) e l’impiego dei contrari: “la specie migliore deve appartenere al genere migliore” (fr:6406). Aristotele sfrutta anche i gradi: se alcunché non ammette più o meno, il genere non deve ammetterli (fr:6408), e se ciò che sembrerebbe maggiormente appartenere a un genere non vi rientra, non vi rientra neppure la cosa in esame (fr:6408). La distinzione fra genere e differenza si basa su estensione, maggioranza d’essenza e sul fatto che il genere non indica la qualità della differenza (fr:6411). Utile è anche mostrare che un paronimo del genere è genere di un paronimo della specie (fr:6411) e che il genere consegue sempre alla specie senza convertirsi – ma si mette in guardia dall’obiezione sofistica che anche il non-essere consegue al divenire senza esserne genere (fr:6412).
32.2 Il proprio: tipologie e luoghi della corretta espressione (Libro V)
Il sommario distingue quattro specie di proprio: “(1) il proprio per sé… (2) il proprio sempre… (3) il proprio in relazione ad altro… e (4) il proprio talvolta” (fr:6413). I primi tre sono i più fruttuosi per la discussione. L’indagine sul proprio si articola in due momenti: corretta esplicazione e vero proprio in senso assoluto.
Per la corretta espressione (capp. 2‑3) i luoghi impongono che il proprio sia più noto del soggetto (fr:6420‑6421), che i termini non siano assunti in più sensi (fr:6422‑6425), che non vi siano ripetizioni (fr:6426‑6427), che il proprio si predichi universalmente e distingua il soggetto dal resto (fr:6428‑6429), e che non se ne attribuisca più d’uno alla stessa cosa (fr:6430‑6431). Si deve evitare di inserire il soggetto medesimo nella definizione del proprio (fr:6433‑6434) e non si può porre come proprio un opposto, un simultaneo o un posteriore, ossia qualcosa di meno noto (fr:6435‑6436). Il proprio deve accompagnare sempre la cosa: altrimenti “non si scorge chiaramente che il proprio è tale, potendo venir meno alla cosa” (fr:6438). Se il proprio vale solo ora, occorre dichiararlo, altrimenti si ingenera oscurità (fr:6441). È fallace proporre una determinazione conoscibile solo con la percezione, perché fuori dalla percezione non è chiaro se appartenga (fr:6444). Non si deve confondere il proprio con la definizione (fr:6447‑6448), e il proprio va espresso a partire dal genere della cosa, ossia nella sua essenza (fr:6449‑6450).
32.3 Il vero proprio in senso assoluto (Libro V, capp. 4‑6)
Qui il compendio elenca i luoghi per stabilire se il proprio è tale sotto ogni aspetto. Il primo controllo è se il proprio si dice veridicamente di tutte le specie del soggetto e per l’aspetto per cui è proposto (fr:6453‑6454). Segue la convertibilità tra nome e definizione del proprio (fr:6455‑6456). Non si deve proporre il soggetto come proprio di una sua parte (fr:6457‑6458), né far coincidere il proprio con il genere o la differenza, cioè con la quiddità (fr:6459‑6460). Il proprio dev’essere contemporaneo alla cosa, non anteriore né posteriore (fr:6461‑6462), e deve appartenere anche a ciò che è identico e specificamente identico alla cosa data (fr:6463‑6466).
Aristotele segnala infine due luoghi sofistici per demolire una tesi: fingere che il soggetto e lo stesso soggetto con un accidente siano due soggetti distinti, oppure che l’abito e ciò che si dice secondo l’abito siano due realtà, cosicché il proprio si direbbe di due cose e perderebbe la sua prerogativa (fr:6468). Per costruire la tesi si deve invece distinguere il modo d’essere dei soggetti mantenendone l’identità in senso assoluto (fr:6469).
L’ultima parte del testo è dedicata ai rapporti con contrari, relativi, possesso/privazione, contraddittori e coordinati. Si nota la regola per i contrari: “il contrario di quello proposto come proprio non è il proprio del soggetto contrario” serve per demolire; provare il contrario per costruire (fr:6482‑6483). L’ampia casistica sui predicati contraddittori (fr:6488‑6493) mostra la sofisticazione della logica termini.
32.4 Significato storico e testimonianza
Questo prontuario è una testimonianza condensata della didattica logica medievale e rinascimentale, quando i Topici costituivano la spina dorsale dell’insegnamento della disputa. La scansione binaria, l’attenzione all’univocità, all’estensione, alla convertibilità e ai gradienti rivelano un metodo rigoroso che coniuga analisi linguistica e ontologia. L’apparizione di termini come “trascendentale” (fr:6403) e la minuziosa classificazione del proprio sono il riflesso di un’esegesi stratificata, capace di adattare il testo aristotelico alle esigenze delle quaestiones scolastiche. L’insistenza sull’errore sofistico, sulla necessità di dichiarare il “proprio ora” e sul distinguere il genere dalla differenza tramite la qualità, mostra come il testo non fosse solo un repertorio tecnico, ma anche uno strumento pratico per affinare la precisione filosofica in un contesto di confronto dialettico regolato.
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33 I luoghi dialettici per la definizione e il proprio nell’Organon aristotelico
Il testo consiste in un sommario estremamente denso dei libri V, VI e VII dei Topici di Aristotele, tratto verosimilmente da un’edizione commentata dell’Organon. Vi sono enumerati, in forma di precetti operativi, i “luoghi” (τόποι) ossia gli schemi argomentativi che il dialettico può impiegare per costruire o confutare tesi relative al proprio e alla definizione. L’impianto è sistematico: per ogni famiglia di luoghi vengono distinti i procedimenti di confutazione (A) da quelli di costruzione (B), e spesso si richiamano i fondamenti metafisici che li giustificano.
Il libro V è dedicato al proprio (ἴδιον), predicato che non indica l’essenza ma appartiene esclusivamente al soggetto e si converte con esso. Il sommario esordisce con un luogo tratto dalla divisione: “(B) Per costruire una tesi provare che un attributo della divisione è il proprio di un termine della divisione stessa.” (fr.6495). Segue il capitolo settimo, che enuncia luoghi basati su flessioni, analogia, identità di predicazione, dirsi secondo l’essere e Idea. Per le flessioni il criterio è la corrispondenza morfologica: “(A) Per confutare una tesi vedere se (1) la flessione di quello proposto come proprio non è il proprio della flessione del soggetto” (fr.6497); per costruire si rovescia la verifica. L’analogia valuta se ciò che si comporta in modo simile al proprio lo è di ciò che si comporta in modo simile al soggetto (frr.6499-6500). Il luogo dell’identità di predicazione serve solo a confutare: se un attributo si dice in modo identico di due soggetti, non può essere proprio di entrambi (fr.6501), mentre per costruire è irrilevante (fr.6502). Si passa poi al dirsi secondo l’essere: “(A) Per confutare una tesi esaminare se la determinazione attributiva detta secondo l’essere, proposta come proprio, non è il proprio del soggetto detto secondo l’essere” (fr.6503); ne segue che non lo sarà neppure secondo il divenire o il corrompersi. Infine, il luogo legato all’Idea verifica se il proprio appartiene all’idea della cosa e in quanto idea del soggetto (frr.6505-6506).
Il capitolo ottavo introduce i luoghi tratti dal più e dal meno. Si distingue fra ciò che è maggiormente un attributo e il suo soggetto: “(A) Per confutare una tesi esaminare (a) se ciò che è maggiormente un certo attributo non è il proprio di ciò che ne è maggiormente il soggetto” (fr.6508). Vi è poi il luogo per cui, se il proprio puro e semplice non vale, non vale nemmeno in grado maggiore (fr.6508b), e quello che nega il proprio di ciò che dovrebbe possederlo in massimo grado: confuta la tesi, mentre per costruire non ha utilità (frr.6512-6513). Si aggiungono i luoghi dell’ugual grado di appartenenza, in cui si confrontano attributi e soggetti parimenti disposti: “(I) (A) Per confutare una tesi esaminare se l’attributo a che pare essere il proprio di una cosa b in modo simile a come un attributo c sembra esserlo di una cosa d […] non è il proprio della cosa b.” (fr.6518). Il sommario avverte infine della differenza tra luoghi per analogia e luoghi per somiglianza di appartenenza: i primi fanno forza sull’uguaglianza di rapporto, i secondi sull’effettiva appartenenza dell’attributo (fr.6524).
Il capitolo nono tratta del proprio indicante una potenza e del superlativo. Quanto alla potenza, si confuta se viene attribuita a qualcosa che può esistere senza il riferimento relazionale: “l’esser respirabile all’aria, che può esistere anche se non esiste ciò in riferimento a cui le è stato attribuito, ossia un vivente capace di respirare” (fr.6525). Per il superlativo, si rileva che una determinazione al grado massimo non può essere propria di una singola cosa, poiché se questa cessasse di essere, il superlativo converrebbe ad un’altra, contraddicendo l’unicità del proprio (fr.6527).
Il libro VI è interamente consacrato alla definizione. Il sommario enuncia anzitutto i cinque punti sotto cui esaminarla: se la definizione si dice di ciò di cui si dice il nome; se il definiendum è posto nel genere appropriato; se la definizione è propria; se esprime la quiddità; se è espressa bene (fr.6529). I primi tre rinviano ai luoghi dell’accidente, del genere e del proprio già trattati; vengono invece sviluppati i luoghi per la quiddità e per la buona espressione, cominciando da quest’ultima. Una definizione non è espressa bene o per oscurità o per superfluità (fr.6531). L’oscurità viene setacciata con sette luoghi: presenza di omonimia, mancata precisazione del senso, uso di metafore, nomi inconsueti, termini né propri né omonimi né metaforici – “tali termini sono ancora più oscuri di quelli metaforici, giacché la metafora, facendo forza sulla somiglianza, fornisce pur sempre una certa conoscenza della cosa” (fr.6532). La superfluità è esaminata con cinque luoghi: compaiono determinazioni che si predicano di tutto il genere o di ogni cosa, oppure che, tolte, non toccano l’essenza, o che non appartengono a tutta la specie, o che sono ripetute, o che aggiungono il particolare all’universale (fr.6534).
Centrale è la norma secondo cui la definizione deve procedere da ciò che è primo e più noto. Il sommario distingue il più noto in sé dal più noto per noi: “l’autentica definizione deve procedere da ciò che è primo e più noto in sé, e tali sono il genere e la differenza” (fr.6536). Se si sopprimono genere e differenza, si sopprime la specie; la conoscenza di quelli implica la conoscenza di questa, ma non viceversa (fr.6537). La definizione non può basarsi su ciò che è più noto ai singoli, perché questo varia da individuo a individuo e nel tempo, generando una pluralità di definizioni per la medesima cosa (fr.6538). Si viola la regola definendo il posteriore con l’anteriore, l’indeterminato con il determinato, un opposto con l’altro, introducendo il definiendum nella definizione, o definendo una determinazione con un’altra che risulta dalla medesima divisione (frr.6539-6541).
Seguono capitoli dedicati al rapporto tra definizione e genere (cinque luoghi: sia posto in un genere, in relazione con tutte le cose a cui essenzialmente si riferisce, in relazione con la migliore, nel genere proprio, nel genere prossimo; frr.6543-6544) e tra definizione e differenza. Quest’ultima sezione è particolarmente ricca: elenca ventidue luoghi, alcuni dei quali riguardano le idee platoniche, come quello in cui si obietta contro chi divide il genere con una negazione (fr.6546). Altri luoghi notevoli prescrivono di esaminare se la differenza significa una qualità o un certo questo, se si predica del genere, se è anteriore alla specie, se viene usata come differenza di un altro genere non contenente o non contenuto, se indica l’essere in qualcosa, se è un’affezione, se per i relativi non si è indicata una relazione, e se sono rispettate le concordanze temporali.
Il libro VII si occupa dell’identità e del suo ruolo nella dialettica definitoria. Il senso principale di identità è l’unità numerica, provata dall’identità delle flessioni, degli opposti, di ciò che produce e corrompe, dell’essere entrambe al massimo grado la stessa determinazione, dell’identità con un terzo, e dall’avere gli stessi accidenti (fr.6572). Si aggiungono luoghi che negano l’identità se due determinazioni non cadono sotto lo stesso genere categoriale, se ammettono gradi diversi, o se una può esistere senza l’altra (frr.6574). Tutti questi luoghi servono per confutare una definizione, ma nessuno per costruirla (fr.6575). Per costruire definizioni il sommario presenta luoghi tratti dal contrario – sia della definizione intera sia delle sue parti –, dalle flessioni e coordinati, e dalle variazioni di grado (fr.6576). Così, se la definizione opposta definisce l’opposto, anche quella proposta è corretta (fr.6577); e se le differenze contrarie competono al contrario del definiendum, quelle poste nella definizione competono al definiendum (fr.6579). I luoghi dalle flessioni e dai coordinati sono dichiarati i più convenienti (fr.6582) e risultano efficaci contro chi ammette le idee.
L’ultima parte del testo soppesa la difficoltà relativa dei diversi predicabili. Costruire una definizione è più arduo che confutarla, perché bisogna individuare genere e differenza e provare che appartengono entrambi al definiendum e a tutti gli individui di cui si predica il nome, mentre per confutare basta mostrare che uno dei due non appartiene o che la definizione non si predica di un solo individuo (frr.6585-6589). Analoga asimmetria vale per il proprio: “esso si dà per lo più in unione con il genere, per cui per stabilirlo bisogna provare entrambi, mentre per confutarlo basta argomentare contro uno soltanto” (fr.6591).
Nel complesso, questo sommario offre una testimonianza vivida della didattica logica antica e tardoantica. Esso condensa in poche pagine un intero arsenale di tecniche dialettiche, mostrando come la logica aristotelica fosse concepita non solo come analisi astratta, ma come strumento vivo per la disputa regolata. La bipartizione quasi onnipresente tra confutazione e costruzione rispecchia la pratica del dibattito filosofico, mentre il continuo rimando a nozioni come genere, differenza, analogia e Idea radica questi precetti nella metafisica della sostanza e delle categorie. La presenza di puntuali riferimenti alle idee platoniche – talora per confutarle, talora per utilizzarle – rivela il costante confronto con l’Accademia. Nella sua stringata enumerazione, il testo ricorda che la definizione non è mai soltanto un affare di parole: deve rispecchiare l’essenza, essere più chiara del definito, evitare l’omonimia e non contenere nulla di superfluo. È un documento che, nella sua aridità tecnica, consegna al lettore moderno la struttura portante della logica vetus e nova che per secoli ha formato le menti nelle università medievali, influenzando profondamente il metodo scientifico.
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34 Dialettica e strategie argomentative: i luoghi del Libro VIII dei Topici
Confutare è più facile che stabilire, tranne che per l’accidente particolare; la definizione è il problema più arduo da costruire ma il più esposto all’attacco.
Il testo ripercorre in forma di sommario il libro ottavo dei Topici di Aristotele, offrendo un catalogo densissimo di precetti per l’interrogante e per il rispondente nella discussione dialettica. La materia è organizzata attorno al confronto di difficoltà tra il provare e il confutare i diversi predicabili, seguita da un’ampia serie di regole tecniche e infine dall’analisi dei vizi del ragionamento.
Già dall’inizio si stabilisce una gerarchia di complessità. Per il genere, “è più facile confutarlo che stabilirlo” – (fr:6593). Infatti “si può stabilire in un solo modo, e cioè mostrando che conviene a tutto ciò di cui si predica il nome, mentre si può confutare in due modi: mostrando o che non conviene a nessuna cosa di cui si predica il nome, o che non conviene ad alcune” – (fr:6594). E per stabilire il genere non basta provare la predicazione, ma occorre mostrare che essa avviene come genere; la confutazione richiede solo di mostrare una mancata predicazione – (fr:6595). Per l’accidente vale la stessa asimmetria se universale: stabilirlo esige di provarlo di ogni individuo, confutarlo di uno solo – (fr:6596). L’unico caso rovesciato è l’accidente particolare: “è più facile stabilire che confutare l’accidente particolare, giacché per stabilirlo basta provare che appartiene a qualche individuo, mentre per confutarlo bisogna mostrare che non appartiene a nessuno” – (fr:6597).
La definizione è al tempo stesso il problema più facile da confutare e il più difficile da costruire. Il sommario lo sintetizza: “contiene più elementi, così da offrire più possibilità d’attacco; ci si può valere per confutarla anche dei luoghi atti a confutare il proprio, il genere e l’accidente” – (fr:6598). Per stabilirla bisogna invece provare tutti gli elementi che la compongono. I problemi concernenti il proprio sono assai vicini a quelli della definizione: facile da confutare perché composto di molti elementi, difficile da stabilire “per i molti elementi che bisogna dedurre, perché appartiene ad una sola cosa, convertendosi con essa” – (fr:6599). Sul versante opposto sta l’accidente, il cui stabilire è il più facile – “giacché basta mostrare che appartiene ad una sola cosa” – mentre confutarlo è molto difficile perché occorre provarne la non appartenenza assoluta, senza poter contare sulle modalità specifiche che assistono la confutazione di propri, genere e definizione – (fr:6600).
Dopo questa premessa metodica, il testo enuncia le regole per chi interroga (capp. 1-2). Il punto di partenza è che, oltre alle proposizioni necessarie al ragionamento, se ne devono assumere altre finalizzate alla concessione dell’universale, all’ampliamento degli elementi, alla dissimulazione della conclusione o al chiarimento del discorso – (fr:6603). Le proposizioni universali non vanno poste subito ma “o derivate da altre ancora più universali, o guadagnate con l’induzione, oppure, se non si riesce a provarle, poste tout court” – (fr:6605). Il prosillogismo viene occultato: non si enunciano le sue conclusioni (fr:6606), le sue premesse si ricavano induttivamente “a partire da ciò che è individuale e più noto, ossia da ciò che cade sotto i sensi” dissimulando che si stanno provando le premesse del ragionamento principale – (fr:6607). Tra gli altri accorgimenti: non assumere in successione gli assiomi dei prosillogismi ma alternarli (fr:6609), far accettare l’universale con la definizione di oggetti coordinati (fr:6610), presentare la premessa non per sé ma come mezzo per derivare altro, rendendo oscuro se si voglia far accettare la premessa o il suo contrario – (fr:6611). Si impiega la somiglianza per indurre l’universale, tecnica che differisce dall’induzione perché non perviene alla formulazione esplicita dell’universale – (fr:6612). Compare anche l’invito a formulare obiezioni a se stessi (fr:6613), a far presente il carattere di opinione corrente (fr:6614) e a non accanirsi su un argomento utile (fr:6615). La domanda cruciale va posta per ultima o subito all’inizio a seconda dell’interlocutore (fr:6618); si può essere prolissi e intercalare problemi estranei (fr:6619). Per ornamento e chiarezza si usano induzione, divisione di casi dello stesso genere, esempi e comparazioni (fr:6620-6621). Nel capitolo secondo si precisa che con i dialettici conviene il ragionamento, con i più l’induzione (fr:6622); se manca il nome comune, si assumerà l’universale dicendo «in tutti i casi di questo genere» (fr:6623), e là dove definire l’identità di tipo è difficile si possono coniare nomi (fr:6624). La gestione dell’obiezione occupa diverse regole: se l’induzione non ottiene la premessa universale, si chiede all’interlocutore di indicare il caso contrario, ma solo se chi interroga ha specificato in quali casi è così (fr:6625); si esige che l’obiezione non verta sulla cosa stessa, salvo sia l’unica del suo genere a verificare la situazione (fr:6626). Omonimia e obiezioni dirette vanno affrontate distinguendo i significati o eliminando l’aspetto controverso e rendendo universale il resto (fr:6627-6628). La premessa non obiettata si considera ammessa (fr:6630, 6632). In ambito dialettico è meglio evitare la riduzione all’impossibile per non offrire all’avversario la chance di negare l’impossibilità dell’opposto (fr:6631). Non si deve rendere la conclusione oggetto di domanda (fr:6633) né insistere sulla stessa questione (fr:6635).
I capitoli successivi volgono lo sguardo a chi risponde e ai criteri di valutazione del ragionamento. Già nel terzo capitolo si delinea una gradazione di difficoltà nell’attacco: i primi principi e le conseguenze ultime sono facili da difendere e difficili da attaccare, i primi perché non si possono dimostrare ma solo definire e spesso chi obietta manca di definizione (fr:6636); le proposizioni prossime al principio sono ostiche per la scarsezza delle mediazioni. Le definizioni più resistenti sono quelle che usano termini di cui non è chiaro se siano univoci o metaforici – (fr:6637). In ogni caso, “quando i principi sono più difficili da provare che le tesi, nell’insegnare non si devono porre, in una discussione dialettica si devono porre, purché siano verisimili” – (fr:6639). Il compito di chi interroga è condurre l’interlocutore a conseguenze inammissibili; chi risponde deve mostrare che le assurdità nascono dalla tesi dell’avversario, non dalle proprie risposte (fr:6640). Il testo dedica un capitolo alle regole per la discussione finalizzata all’esercizio e all’esame, distinta dall’apprendimento e dai pubblici dibattiti (fr:6641). A seconda che la tesi del rispondente sia un’opinione notevole, paradossale o nessuna delle due, si regolano le concessioni: chi difende una tesi assolutamente paradossale non deve concedere ciò che è meno paradossale della conclusione cercata dall’interrogante, e via dicendo (fr:6642). Il capitolo sesto insegna come trattare la domanda in base al suo carattere (opinione notevole, paradosso, né l’uno né l’altro) e alla sua attinenza al ragionamento: l’opinione notevole non attinente va concessa dichiarandone la natura, quella attinente ma troppo vicina alla tesi va riconosciuta come tale e se ne segnala l’effetto di eliminare il problema (fr:6644). Se la domanda è più paradossale della conclusione voluta dall’interrogante, non va concessa (fr:6645). Alle domande ambigue si risponde distinguendo i sensi; se l’interlocutore sfrutta una multivocità non avvertita, si precisa il senso in cui si era accettata (fr:6646). Se la domanda è chiara, risposta secca: sì o no (fr:6647). Il rispondente deve concedere le proposizioni singolari vere o conformi alle opinioni notevoli, ma opporre obiezioni alle universali indicando casi contrari, giacché queste si raggiungono per induzione o somiglianza; altrimenti il rifiuto della conclusione è solo un brontolio (fr:6648), tanto più grave se non si prova nemmeno la proposizione contraria (fr:6649). Chi sostiene una tesi deve previamente soppesare gli argomenti che vi si oppongono (fr:6650) e non proporre ipotesi che portino a conclusioni assurde o contrarie al comune modo di pensare (fr:6651).
Gli ultimi capitoli riguardano la confutazione e la critica degli argomenti. Per parare un’obiezione a un ragionamento falso si indicano quattro vie, ma solo la prima è soluzione autentica: eliminare la parte che causa falsità, previa comprensione del perché il ragionamento è sbagliato (fr:6652-6653). La critica del ragionamento è diversa da quella di chi parla; se l’interlocutore si ostina a non concedere proposizioni che validamente confuterebbero, si attacca la persona, non la tesi (fr:6654). Poiché la discussione ha fine esercitativo e non didattico, si possono porre anche premesse false e argomentare il falso (fr:6655); talvolta occorre confutare una premessa falsa concludendo una verità attraverso premesse false più convincenti per l’interlocutore (fr:6656). Il passaggio dal vero al falso va compiuto dialetticamente, non eristicamente (fr:6657). È «cattivo collaboratore» sia chi interroga in modo eristico sia chi rifiuta di concedere l’evidente (fr:6658). I ragionamenti si viziano per causa di chi risponde quando questi concede o nega premesse senza accorgersi di contraddire il proprio assunto iniziale (fr:6659). Vengono elencate le critiche al discorso in quanto tale: assenza di conclusione, premesse false o non notevoli, aggiunte o eliminazioni necessarie per giungere a concludere (fr:6660-6663), premesse meno notevoli della conclusione o più faticose da dimostrare (fr:6664). Poiché non tutti i problemi si provano con premesse ugualmente conformi all’opinione, ogni ragionamento deve partire da premesse le più notevoli possibili (fr:6665). Un ragionamento che da premesse banali trae una conclusione non banale è peggiore di uno che ha bisogno di premesse notevoli aggiuntive (fr:6667). Va infine ricordato che “non bisogna criticare coloro che guadagnano una conclusione vera con premesse false (giacché il falso deriva sempre dal falso, mentre il vero può derivare sia dal vero che dal falso)” – (fr:6668). Da premesse non attinenti non nasce alcun ragionamento o, se nasce, è un sofisma (fr:6669). La sezione si chiude distinguendo i tipi di ragionamento: l’eristico, il filosofema apodittico, l’epicheirema dialettico, l’aporema dialettico della contraddizione – (fr:6670).
Un’immagine – “Aristotele contempla il busto di Omero, di Rembrandt (New York, Metropolitan Museum)” – (fr:6601) accompagna il sommario, collocando visivamente la riflessione sull’eredità aristotelica nell’immaginario moderno. Il testo, con la sua minuziosa precettistica, costituisce una testimonianza del metodo dialettico antico e della sua capillare applicazione alla pratica argomentativa, offrendo al contempo uno spaccato della ricezione scolastica dei Topici, dove la materia viene ridotta a regole operative per l’esercizio e la disputa.
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35 Struttura e valutazione del ragionamento dialettico nei Topici e nelle Confutazioni sofistiche
Una sintesi ordinata delle regole per la chiarezza, la falsità e la petizione di principio, dei metodi di esercizio dialettico e della classificazione delle confutazioni sofistiche, secondo l’Organon aristotelico.
Il testo ripercorre i punti salienti del libro VIII dei Topici e delle Confutazioni sofistiche di Aristotele, offrendo un prospetto organizzato dei criteri di validità degli argomenti, degli errori logici e delle tecniche della disputa eristica.
35.1 Dai Topici: condizioni di validità, petizioni ed esercizio
Nei Topici, dopo aver analizzato il rapporto tra premesse e conclusione in base alla loro accettabilità comune, si indicano le condizioni perché un ragionamento sia chiaro: esso non deve richiedere ulteriori domande, le sue premesse devono essere già state dimostrate e non si deve omettere un’opinione notevole perché già nota (fr:6673). Un ragionamento è invece falso se pare concludere senza farlo (ragionamento eristico), se giunge a una conclusione diversa da quella proposta (caso tipico della riduzione all’assurdo), se raggiunge la conclusione voluta con metodo non proprio o se procede da premesse false — da queste ultime può derivare sia una conclusione falsa sia una vera, mentre da premesse vere segue solo una conclusione vera (fr:6674). La falsità del ragionamento è più un errore di chi parla che dell’argomento in sé, «o meglio del suo non avvedersi di costruire un argomento falso» (fr:6675). Di fronte a un ragionamento si deve esaminare anzitutto se conclude, poi se la conclusione è vera o falsa e da quali premesse deriva (fr:6676). Se le premesse sono false ma corrispondono a opinioni notevoli, il ragionamento è dialettico; se sono vere ma paradossali, è scorretto; se sono false e troppo paradossali, è scorretto in senso assoluto e rispetto alla cosa (fr:6677).
Seguono le cinque modalità della petizione di principio (postulare la cosa stessa da dimostrare, l’universale per il particolare, il particolare per l’universale, il problema dopo averlo diviso, e una di due cose che si implicano reciprocamente) (fr:6678) e i cinque modi della petizione dei contrari, che riguardano affermazione e negazione, contrari di un’antitesi, contraddizione di un caso particolare o di una premessa universale e il contrario della conclusione necessaria (fr:6679). L’errore nella petizione di principio è relativo alla conclusione, nei contrari alle premesse (fr:6680).
Il capitolo quattordicesimo indica le pratiche per esercitarsi nelle discussioni dialettiche: convertire i ragionamenti (assumere l’inverso della conclusione e una premessa per eliminare l’altra); raccogliere per ogni tesi argomenti a favore e contro e disporli in due colonne affiancate, così da avere molti argomenti di confutazione e cogliere «con un solo sguardo tutte le conseguenze di una tesi» (fr:6681). Per riuscirvi occorrono doti naturali di scelta del vero, disponibilità di definizioni, conoscenza degli schemi generali e memorizzazione delle premesse (fr:6682). Si raccomanda inoltre di dividere un ragionamento in molti dissimulando il più possibile, di ricordare i ragionamenti in forma universale anche se discussi in forma particolare, di evitare di presentare argomenti in universale, di usare l’induzione con l’inesperto e la deduzione con l’esperto, e di non discutere con chi vuole imporsi a ogni costo, perché «bisognerebbe usare ogni mezzo, ma questo è inelegante» (fr:6682). Si deve infine acquisire dall’esercizio la capacità di trarre un ragionamento, una soluzione, una premessa o un’obiezione, tenendo presente che porre una premessa è raccogliere molti casi in una sola proposizione, mentre formulare un’obiezione è dividere una proposizione universale in molte proposizioni individuali o particolari contraddittorie (fr:6682).
35.2 Dalle Confutazioni sofistiche: definizione, paralogismi e tecniche
Il trattato si apre precisando che il sillogismo è il discorso in cui, poste premesse, segue necessariamente una conclusione, e la confutazione è un sillogismo della contraddizione; le confutazioni sofistiche sono il suo oggetto (fr:6683). Esse sono confutazioni soltanto apparenti (fr:6684), dovute innanzitutto a un cattivo uso del linguaggio, poiché «le parole e le definizioni sono di numero finito, mentre le cose sono infinite» (fr:6686), sicché chi non ha esperienza della capacità semantica dei nomi compie ragionamenti sbagliati (fr:6687). I Sofisti, mossi dall’interesse di guadagno, mirano ad attribuirsi ciò che fa sembrare sapienti: fornire l’apparenza della ragione delle loro asserzioni e ottenere l’approvazione di chi ascolta (fr:6688-6689).
Aristotele distingue quattro generi di discorsi: didascalici (dai principi propri di una disciplina), dialettici (da opinioni notevoli per argomentare la contraddizione), esaminativi (da ciò che l’interlocutore dovrebbe sapere se pretende di sapere) ed eristici (da premesse che sembrano opinioni notevoli ma non lo sono); questi ultimi costituiscono il tema specifico (fr:6691). I Sofisti, applicando scorrettamente le tecniche dialettiche, perseguono cinque scopi: dare l’impressione di confutare, far sembrare che l’avversario dica falsità, condurlo al paradosso, farlo cadere in solecismi e fargli ripetere più volte la stessa cosa (fr:6692).
Il vizio della confutazione dipende o dall’espressione (in dictione) o dalla forma del ragionamento (extra dictionem) (fr:6693). Le sei cause legate all’espressione sono: omonimia (ambiguità di un termine), anfibolia (ambiguità della frase), composizione, divisione, accentazione e l’esprimere ciò che è diverso con la medesima forma (fr:6693). L’omonimia e l’anfibolia si verificano quando nome o discorso significano più cose in senso proprio, per abitudine metaforica o perché la composizione di nomi monosignificanti produce plurisignificanza (fr:6694). I sette paralogismi dovuti alla forma del ragionamento sono: accidente, dire in senso assoluto e non sotto un certo aspetto, ignoranza della confutazione, conseguenza, petizione di principio, scambiare una non-causa per causa e unificare più domande in una sola (fr:6695). Il capitolo quinto ne dettaglia le condizioni: si incorre in questi paralogismi se si attribuisce al soggetto tutto ciò che si attribuisce ai suoi predicati; se non si distingue tra senso assoluto e aspetto particolare; se si omettono le condizioni della confutazione (riguardare la cosa e non il nome, usare la stessa determinazione e non un sinonimo, procedere da premesse concesse, non includere una premessa nella conclusione, garantire la necessità della conclusione e l’identità di rispetto e tempo); se si opera una petizione di principio; se si converte il conseguente con l’antecedente; se si assume come causa ciò che non lo è; e se si presentano più domande come una sola (fr:6696).
Il capitolo sesto riconduce tutte le confutazioni apparenti all’ignoranza della confutazione come sillogismo della contraddizione: alcune non concludono, altre ignorano regole del sillogismo (fr:6697). I paralogismi in dictione ignorano che il sillogismo deve concludere dalle cose poste (omonimia, anfibolia, somiglianza di forma) o esigere identità di espressione e termine (composizione, divisione, accentazione) (fr:6698-6699). Quelli extra dictionem violano regole specifiche: l’accidente non dà sillogismo (fr:6700); l’enunciato dell’interlocutore deve essere assunta sotto il medesimo rispetto (fr:6701); la proposizione da provare non può entrare nelle premesse (fr:6703); il sillogismo conclude in virtù delle cose poste, non di pseudo-cause (fr:6704). I paralogismi ex conseguente rientrano nell’accidente (fr:6705), mentre quelli che fondono più domande ignorano che la proposizione enuncia una sola cosa di una sola cosa (fr:6706).
Le cause dei paralogismi (capitolo settimo) sono l’incapacità di distinguere i molti sensi (omonimia, anfibolia); il credere che composizione e divisione abbiano lo stesso significato; il non avvedersi dell’effetto dell’accentuazione; la somiglianza dell’espressione che induce a raggruppare determinazioni diverse in una stessa categoria o a trattare ogni attributo come sostanza; tale paralogismo è più frequente nelle ricerche condotte con altri, che si valgono del discorso, che in quelle solitarie, che considerano la cosa per se stessa (fr:6707). Le altre cause sono l’incapacità di discernere identico e diverso (accidente), la leggera differenza tra espressioni che sembrano simili (per il senso assoluto/aspettuale), ecc. (fr:6707).
Il capitolo ottavo distingue le confutazioni sofistiche false in forma (solo apparenza di concludere) dai falsi in materia (concludono rettamente ma non riguardo alla cosa in questione) e mostra che queste ultime non sono esaminative e dipendono dagli stessi errori che rendono apparente un sillogismo, cioè dalle violazioni delle parti della vera confutazione (fr:6709). Poiché conoscere tutti gli errori richiederebbe una scienza dimostrativa di tutte le cose, il dialettico si attiene alle confutazioni che procedono dai principi comuni (fr:6710-6711). Conoscendo i luoghi dei sillogismi dialettici basati su opinioni notevoli, egli è in grado di cogliere tutti i modi in cui, tramite principi comuni, si hanno confutazione reale, apparente, dialettica, apparentemente dialettica ed esaminativa (fr:6712-6714).
Il capitolo decimo respinge la divisione tra argomenti che si riferiscono al nome e argomenti che si riferiscono al pensiero. «Ragionare riferendosi al nome» significa designare col nome una cosa diversa da quella intesa da chi l’ha concesso, mentre «ragionare riferendosi al pensiero» designare la stessa cosa (fr:6717). Se il nome ha molti sensi ma entrambi gli interlocutori credono sia monosignificante, il ragionamento è sia de nomine sia de sententia; se sanno che è multivoco, è solo de nomine (fr:6717). Il riferimento al pensiero dipende dalla disposizione di chi risponde, non dall’argomento (fr:6718). Gli stessi argomenti che sembrano rivolgersi al pensiero possono, solo cambiando l’assunzione dei termini, rivolgersi al nome (fr:6719). Aristotele osserva che non esiste un genere di argomenti che si rivolgono al pensiero separato, e che i ragionamenti de nomine non esauriscono tutte le confutazioni apparenti, perché alcune, come quelle dell’accidente, non dipendono dall’espressione (fr:6724). È inoltre assurdo pretendere che chi interroga distingua i diversi significati, perché talvolta neppure lui percepisce l’ambiguità e ignora la differenza tra argomento didascalico e dialettico (fr:6725).
Il capitolo undicesimo fissa distinzioni essenziali: l’arte esaminativa è parte della dialettica e mira a smascherare chi ha l’apparenza di sapere, non a dimostrare (fr:6726). Il dialettico indaga dai principi comuni, il sofista ha l’apparenza di farlo (fr:6727). I sillogismi sofistici ed eristici sono apparenti, entro l’ambito esaminativo o relativamente al metodo di una scienza particolare (fr:6728); l’eristica cerca solo la vittoria con ogni mezzo, la sofistica è sapienza apparente a scopo di guadagno (fr:6729). Gli argomenti dialettici non riguardano un genere definito e non sono dimostrativi, differenziandosi così dai sillogismi scientifici (fr:6730). La dialettica procede per interrogazioni, è in parte esaminativa, può essere esercitata anche da chi non ha conoscenze scientifiche specifiche e si fonda su principi comuni che non costituiscono un genere proprio (fr:6731).
Infine vengono illustrati i mezzi per indurre l’avversario a tesi errate o paradossali: porre domande senza rapporto a un oggetto determinato, molte domande anche con oggetto definito, non affrontare subito la questione controversa ma fingere desiderio di apprendere, spingere l’interlocutore su questioni per le quali si hanno molti argomenti, conoscere la scuola filosofica di provenienza e attaccarne i punti paradossali (ogni scuola ne ha), sfruttare la divaricazione tra desideri reali e dichiarati, riportare chi parla secondo la legge alla natura e viceversa (sul presupposto dell’opposizione platonica del Gorgia), e condurre su questioni in cui, comunque si risponda – secondo i sapienti o secondo i più – si cade in paradosso (fr:6732-6740).
Il capitolo tredicesimo studia la tecnica per indurre a «parlare a casaccio», basata su determinazioni relative che vanno intese sempre insieme al loro correlativo, e avverte che l’espediente fallisce se non si precisa che la determinazione, da sola e accompagnata, mantiene lo stesso significato (fr:6741-6743). Il capitolo quattordicesimo esamina la produzione di solecismi, per la quale è fondamentale il pronome neutro, comune a più generi e flessioni; il solecismo assomiglia alle confutazioni dovute all’esprimere in modo simile cose dissimili, ma qui cade sui nomi, non sulle cose (fr:6744-6745), e si sottolinea l’importanza di dissimulare l’intento disponendo opportunamente gli elementi (fr:6746). L’ultimo capitolo elenca i mezzi confutatori dei sofisti: lunghezza del discorso, velocità dell’elocuzione, far andare in collera l’interlocutore così da indebolirne la guardia, formulare molti sillogismi mutando l’ordine delle premesse per ottenere la stessa conclusione o conclusioni contraddittorie, e tutti i luoghi della dissimulazione (fr:6747). Contro chi rifiuta di concedere ciò che teme lo possa confutare, occorre porre l’interrogazione negativamente, «come se si desiderasse avere la risposta contraria, o non si avesse preferenza per una tesi» (fr:6748).
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36 Le confutazioni sofistiche secondo Aristotele: tattiche eristiche e soluzioni dialettiche
Il testo offre una sintesi dettagliata delle Confutazioni sofistiche di Aristotele, un’opera che svela i meccanismi degli inganni argomentativi e fornisce gli strumenti per smascherarli. La trattazione, articolata in brevi capitoli, muove dalle astuzie di chi interroga per mettere in difficoltà l’avversario, passando poi alle contromisure di chi risponde, fino a una classificazione sistematica dei paralogismi e delle loro autentiche soluzioni.
Le prime massime illustrano le mosse dell’erista. Viene consigliato, ad esempio, di sfruttare le concessioni particolari come se fossero universali: «Se l’avversario concede enunciazioni su casi individuali, non interrogarlo anche sulla relativa enunciazione universale, ma comportarsi come se l’avesse concessa» – (fr:6749). Quando manca un termine universale, si ricorre a una somiglianza: «esprimerlo con una somiglianza» – (fr:6750). Tra i cavilli più sofistici vi è l’uso di una proposizione non dimostrata come già provata: «Senza aver dimostrato nulla, servirsi di una proposizione come se lo fosse stata (si tratta del cavillo più sofistico)» – (fr:6752). Inoltre, per sostenere una tesi paradossale si interroga l’avversario su un’opinione comune che funge da premessa: se la nega cade in paradosso, se la concede è confutato, se riconosce che è comunemente ammessa si trova in una condizione prossima alla confutazione (fr:6753). L’interrogante è poi invitato a «fissare l’attenzione sulle proposizioni contrarie o a ciò che l’interlocutore dice, o a quello che dicono o fanno coloro che egli riconosce operare bene» – (fr:6754), nonché a sottrarsi agli attacchi o a precedere l’avversario nell’obiezione (fr:6756). Quando l’attacco diretto non riesce, si consiglia di «attaccare altri punti» – (fr:6757), e di non porre domande sulla conclusione, ma «far finta che siano stati concessi» – (fr:6759).
L’utilità di conoscere questi paralogismi è triplice: «per distinguere i sensi in cui si dice qualcosa, nonché per accertare le somiglianze e le differenze sia tra le determinazioni che tra i nomi; per le ricerche che si compiono da soli […] per acquisire la reputazione di persone ben esercitate nelle discussioni» – (fr:6760). Aristotele non si limita a elencare trucchi; il capitolo diciassettesimo (fr:6762) introduce una strategia difensiva: poiché gli eristi non confutano veramente ma ne danno solo l’apparenza, contro di loro non bisogna guardarsi dall’essere confutati, ma dal sembrare di esserlo, e perciò occorrono soluzioni efficaci, non necessariamente vere.
Le regole per chi risponde formano un vero e proprio decalogo tattico. Alle domande viziate da omonimia o anfibolia «non rispondere con un semplice sì o no, come essi vorrebbero, ma aggiungendo ciò che ne smascheri l’ambiguità» – (fr:6763). Se si teme che la confutazione eristica sia scambiata per autentica, si ricorda che «tutti, persino i sapienti, sono confutati, ancorché solo in un certo modo, stante che le cose sensibili, soggette come sono al mutamento, comportano asserzioni contraddittorie» – (fr:6764). Di qui la necessità di operare distinzioni senza esitare, «esercitando un diritto di chi discute» – (fr:6766). Alle domande ambigue «poiché in realtà sono più domande, non rispondere con un semplice sì o no, ma dare più risposte» – (fr:6767). Se si è costretti a sostenere un paradosso, si aggiunga «sembra» (fr:6769); se l’avversario deriva per analogia una conclusione universale contraria, si dichiari che l’analogia è stata concessa in senso diverso (fr:6771). In caso di attacchi ellittici, «non rispondere con un semplice “sì” o “sia”» – (fr:6773). Infine, chi risponde può anticipare l’obiezione e «prendere per primi la parola» – (fr:6777).
Il cuore teorico dell’opera è però la distinzione tra confutazioni false in materia e false in forma. Un sillogismo è falso o perché argomenta il falso pur essendo formalmente corretto, o perché non è un autentico sillogismo ma ne ha solo l’apparenza (fr:6779). Nel primo caso la soluzione consiste nell’eliminare una premessa falsa o la conclusione; nel secondo caso «la soluzione consiste nell’operare le dovute distinzioni» – (fr:6780). Questa bipartizione attraversa l’intera analisi delle fallacie: quando l’ambiguità risiede nella premessa, è inutile negare la proposizione, ma bisogna «distinguere i diversi sensi del termine o dell’espressione» – (fr:6781). Così per le pseudo-confutazioni basate su composizione e divisione, «se il Sofista assume l’espressione in senso composto, dire che la si assumeva in senso diviso, e viceversa» – (fr:6783). Per quelle sull’accento, si fa presente che il termine è assunto in significato diverso (fr:6784). La fallacia dell’accidente si risolve asserendo che «quel che appartiene all’accidente non è necessario che appartenga anche alla cosa di cui quello è accidente» – (fr:6788). Lo scambio tra senso assoluto e relativo richiede di confrontare la conclusione del sofista con la tesi da confutare: se la tesi è detta in senso assoluto e la conclusione solo sotto un certo aspetto, non sussiste vera opposizione e la confutazione è apparente (fr:6792-6793). Analogamente, per l’ignoranza delle regole confutative bisogna verificare se predicato, rispetto, rapporto, tempo e modo siano i medesimi (fr:6795). Per la petizione di principio, chi risponde deve «non accordare all’avversario la premessa che gli domanda, ma richiederne la dimostrazione» – (fr:6796). La falsa consecuzione si smaschera mostrando che dal conseguente non si può inferire l’antecedente (fr:6797). La falsa causa si risolve accertando se, eliminata l’aggiunta estranea, la conclusione persiste (fr:6797). Le domande multiple vanno distinte fin dall’inizio (fr:6798), e anche nei casi in cui una risposta semplice non porterebbe confutazione, «conviene operare comunque la distinzione» – (fr:6800). Contro i solecismi si fa leva sulle distinzioni grammaticali di caso e genere (fr:6802).
La parte finale (capitoli 33-34) rivela il carattere innovativo dell’impresa aristotelica. L’incisività di un ragionamento eristico dipende dalla sua capacità di creare difficoltà, e i paralogismi più insidiosi sono quelli che non lasciano vedere subito se siano risolubili negando una premessa o operando una distinzione (fr:6807-6808). Aristotele sottolinea la novità di un’arte dialettica che non si accontenta di far apprendere a memoria discorsi, ma insegna «la causa e della confutazione e della difesa» – (fr:6811). I maestri precedenti, con intendimenti esclusivamente pratici, «insegnavano, per così dire, soltanto i risultati di quest’arte, non quest’arte stessa» – (fr:6813). Questo sapere, del tutto nuovo, fonda la propria importanza «soprattutto nei principi che getta e non in uno sviluppo completo della materia» – (fr:6814). Così le Confutazioni sofistiche si configurano come il primo trattato sistematico sulle fallacie, un’arte che è «effettivamente un’arte, ossia una forma di sapere» – (fr:6812), capace di armare il dialettico tanto nell’attacco quanto nella difesa.
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37 Indice Analitico di un Trattato Scientifico: Lessico e Struttura del Pensiero Logico
L’indice dei termini restituisce la mappa concettuale di un’opera fondativa della logica occidentale, dove ogni lemma e numero di pagina rappresenta un nodo di una rete argomentativa.
Il testo presentato costituisce l’Indice dei Termini e delle Espressioni di un trattato scientifico riconducibile all’Organon di Aristotele, come esplicitato dalla testatina “ARISTOTELE, Organon IL” presente alle frasi (7481) e (7493). La struttura stessa dell’indice, un repertorio di parole italiane seguite dalle corrispondenze greche e da una fitta serie di rimandi numerici a due libri distinti (indicati come I e II), rivela immediatamente la natura tecnica e stratificata dell’opera. Ad esempio, il verbo “aggiungere” è accompagnato da una pluralità di corrispettivi greci, “(mooomdéval, ovvarr τειν, προσκεῖσθαι, παρεμπίπτειν, προσλαμβάνειν)” e rimanda a decine di luoghi testuali in entrambi i libri, come specificato in (fr:7419). Questa molteplicità di traducenti per un singolo termine italiano è un primo, fondamentale elemento peculiare: testimonia un lavoro di analisi concettuale raffinato, volto a distinguere le sfumature operative del lessico filosofico greco.
L’indice non è un semplice glossario, ma la registrazione di un sistema di pensiero. Raggruppa i concetti in macro-aree tematiche, la cui gerarchia è deducibile dalla densità e dal tipo di riferimenti. Un primo nucleo fondamentale è quello logico-epistemologico, che costituisce l’ossatura dell’opera. La distinzione tra atti linguistici e stati di cose è minuziosa: troviamo da un lato “affermazione (xatàqaots, pàotc)” (fr:7418), “asserire” (fr:7430) e “enunciazione (arògpavarc, paorc)” (fr:7491), e dall’altro “appartenere (ὑπάρχειν)”, un verbo cardine il cui statuto è definito da una selva di varianti modali e quantificate come “appartenere di necessità (Uraoyew ἐξ ἀνάγκης)”, “essere contingente che appartenga (ἐνδέχεσθαι ὑπάρχειν)”, “appartenere ad ogni (tò mavtì brdeyew)”, “a qualche (τὸ τινὶ ὑπάρχειν)”, e “a nessuno (tò undevì dbrào- XELV)”, tutte elencate in sequenza nella frase (fr:7428). Questa voce da sola dimostra che il trattato indagato è un’indagine sistematica sui modi della predicazione. Allo stesso modo, il lemma “conclusione (ovuntoaopa)” (fr:7459) mappa l’intera teoria del sillogismo, distinguendo tra il “sillogismo con contraddizione della conclusione” e il “sillogismo apparente della contraddizione”, mostrando un’attenzione costante alla validità formale e alle fallacie.
Un secondo dominio di enorme rilievo è quello della dialettica e dell’argomentazione, che rivela il lato pratico e agonistico della logica. L’indice documenta un vocabolario tecnico preciso per descrivere il confronto filosofico: “discutere, sostenere una/ella discussione ($uaAtyeodat)” (fr:7481), “argomentare (èmiyeweiv, διαλέγε- 0001)” (fr:7429). Emerge la figura del “dialettico (διαλεκτυκός)” (fr:7472) e la sua arte, la “dialettica (òaAextizi)”, distinta dall’“eristico (éoLotxòc)” e dalla sofistica. La discussione è codificata in modelli come l’“epicheirema (ènuyelonua)” (fr:7489), e la sua correttezza è vigilata da concetti come la “confutazione (#Aeyy0c)” e la sua versione degenerata, la “confutazione apparente (gpatνόμενος ἔλεγχος)” (fr:7459). La dimensione didattica e pratica non è trascurabile: l’indice menziona la necessità di “esercitarsi, fare esercizio (yvuvà- ἵεσθαι)” (fr:7492) e di “imparare, apprendere (μανθάνειν)” (fr:7524).
Un terzo asse portante è quello ontologico e fisico, che àncora le strutture logiche al mondo reale. Voci come “anima (wuyî)” (fr:7427), “animale, vivente” (fr:7427), “corpo (omo)” (fr:7463), “bianco (λευκός)” (fr:7438) e “caldo (0egpòbc)” (fr:7441) elencano i soggetti e le qualità di cui si predica. Concetti come “essere, ciò che è (εἶναι, τὸ ὄν)” (fr:7493), “essenza (ovoia)” (fr:7495), “generazione, genesi (y&veoic)” e “corruzione (φθορά)” (fr:7514) rivelano l’ossatura metafisica del discorso. La presenza di lemmi legati alla scienza naturale, come “eclissi, eclisse (®xAeryic)” con la sua causa (“interposizione (ἀντίφραξις)”) (fr:7487), o “coagularsi (miyvvodar)” e “coagulazione (mfEc)” (fr:7453), testimonia che per il trattato la scienza dimostrativa trova il suo modello anche e soprattutto nell’indagine sulla natura.
Infine, un quarto gruppo di voci si concentra sull’etica e la psicologia dell’azione, spostando l’attenzione dal vero/falso al bene/male. L’indice registra la coppia “buono, dabbene (èya06g)” e “cattivo, male (xaxòc)” (fr:7440 e 7443), le virtù come “coraggio (àvdozia)” e la “giustizia (δίκη, δικαιοσύνη)”, e le loro contrarietà. Fondamentali sono le voci che descrivono la dinamica della scelta e del desiderio, come “brama, desiderio (émvuio)”, “desiderabile, sceglibile (aige165)” e “da fuggire (geu- xt6c)” (fr:7465). La presenza di “amore per la contesa (qpràoverzia)” e di “amante della rissa (giàeguc)” (fr:7423) completa il quadro di una psicologia morale che è al contempo logica delle passioni, fornendo al dialettico strumenti per analizzare anche i discorsi non scientifici, come quelli pronunciati in un’“assemblea (èxxAmota)” (fr:7430).
Il significato storico di questo indice è notevole. Non è solo uno strumento di consultazione, ma una testimonianza stratificata. Il testo riferito alle frasi, come si evince dalla precisa terminologia e dal sistema di rimandi, è la traduzione italiana di un’opera aristotelica dotata del suo apparato critico. L’indice stesso è quindi un oggetto culturale che cristallizza secoli di lavoro filologico, di traduzione (dal greco antico all’italiano) e di interpretazione. Esso guida il lettore moderno attraverso una selva argomentativa, permettendogli di seguire, ad esempio, il filo del concetto di “necessario” o di “sillogismo” lungo tutta l’opera. La meticolosa distinzione tra atto e potenza nella voce “capace di ricevere (δεικτικός)”, che rimanda a contesti che vanno dall’anima al calcolo, e l’attenzione agli “esempi (mao&derua)” accanto ai “sillogismi”, mostrano come questo indice serva a mantenere la coesione di un sistema filosofico vasto e complesso, consegnandolo intatto alla posterità come un lessico organico del pensiero.
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38 L’archivio del pensiero: l’Indice dei Termini dell’Organon
Uno schedario sistematico dei concetti, delle distinzioni e del lessico tecnico che hanno fondato la logica e la metafisica occidentali, restituito con precisione filologica da un’edizione italiana moderna.
Il testo si presenta come un indice analitico – l’Indice dei termini e delle espressioni – tratto da un’edizione italiana dell’Organon di Aristotele. Non è un discorso continuo ma una fitta griglia di lemmi greci, accompagnati dai corrispettivi italiani e dai rinvii puntuali ai libri e ai paragrafi dell’opera. Ogni voce raccoglie i luoghi in cui un termine ricorre, trasformando l’indice in una vera e propria mappa concettuale del sistema aristotelico. Emergono così, in modo quasi stratigrafico, i cardini della riflessione logica, fisica, metafisica ed etica, insieme alla cura filologica con cui la tradizione ha trasmesso e organizzato questo patrimonio.
L’impianto rivela anzitutto la centralità della teoria della predicazione e del linguaggio. Sotto la voce “nome (évopa)” – (fr:7566) – si snoda un elenco fittissimo di occorrenze nel libro I e nel libro II; accanto compaiono lemmi come “nomi composti (ὀνόματα πεπλεγμένα, διπλᾶ)” – (fr:7566) –, “nominale (ὀνοματώδης)” – (fr:7566) – e “nominare (ὀνομάζειν)” – (fr:7566) –, che testimoniano un’intera anatomia dell’atto denominativo. A questi si affiancano i riferimenti incrociati per “sinonimo”, “omonimo”, “paronimo”, mostrando come l’indice funga da repertorio delle categorie grammaticali e semantiche su cui si innesta la sillogistica.
L’apparato logico-modale è documentato con analoga completezza. La sequenza di voci dedicata alle nozioni modulari – “non contingente (μὴ ἐνδεχόμενος)” – (fr:7568) –, “non necessario (οὐκ ἀναγκαῖον)” – (fr:7568) –, “non possibile (μὴ δυνατός)” – (fr:7568) – e “non impossibile (οὐκ ἀδύνατον)” – (fr:7568) – mette in filigrana la rete di distinzioni che regge l’intero edificio degli Analitici e dei Topici. Ogni sfumatura è registrata con i rinvii alle pagine, permettendo di ricostruire la dottrina aristotelica della possibilità, della necessità e della contingenza semplicemente seguendo i numeri.
La lista non si limita alla sfera logico-linguistica: accoglie anche il lessico della fisica, della biologia e della percezione. Termini come “neve (χιών)” – (fr:7565) –, “occhio (ὀφθαλμός)” – (fr:7570) –, “pianta (φυτέον)” – (fr:7590) –, “pietra (λίθος)” – (fr:7590) –, ma anche “nerezza, scurezza (μελανία)” – (fr:7565) – e “nero (μέλας)” – (fr:7565) – convivono con “piacere (ἡδονή)”, “onore (τιμή)”, “paura (φόβος)” e “sostanza (οὐσία)”. Questa compresenza testimonia l’ampiezza enciclopedica del corpus aristotelico e la sua ambizione di offrire un metodo d’indagine valido tanto per le scienze dimostrative quanto per l’etica e la psicologia.
Dal punto di vista storico, l’indice è una preziosa testimonianza della trasmissione moderna del testo aristotelico. I numeri di pagina – ad esempio, il rinvio “585”, “586” che ricorrono nella titolazione “INDICE DEI TERMINI E DELLE ESPRESSIONI 585” – (fr:7570) – segnalano un’edizione a stampa di tipo scolastico-filologico, dove il lettore può muoversi tra il greco e la traduzione italiana con l’ausilio di una griglia di riferimenti ereditata dalla lessicografia tardo-ottocentesca e primo-novecentesca. L’indice diventa così uno strumento di lavoro che riflette la stratificazione della fortuna dell’Organon: dai manoscritti bizantini alle prime edizioni critiche, fino alla sistemazione editoriale che ha reso Aristotele consultabile come un ipertesto cartaceo.
Non mancano tracce della dimensione dialettica e confutatoria che caratterizza i Topici e le Confutazioni sofistiche. Voci come “petizione di principio (τὸ ἐν ἀρχῇ λαμβάνειν)” – (fr:7570) –, “obiezione (ἔνστασις)” – (fr:7570) –, “paralogismo (παραλογισμός)” – (fr:7575) – e “sofisma (σόφισμα)” – (fr:7630) – elencano i luoghi in cui Aristotele classifica gli errori argomentativi e le mosse della controversia. L’indice funge quindi da guida rapida per chiunque voglia ritrovare, nell’originale, la trattazione di un determinato espediente dialettico o di una fallacia.
Colpisce, infine, la precisione con cui sono registrate le espressioni complesse. Non si tratta soltanto di parole singole: compaiono sintagmi come “non in forma universale (μὴ καθόλου)” – (fr:7568) –, “per lo più (ὡς ἐπὶ τὸ πολύ)” – (fr:7582) –, “per sé (καθ’ αὑτό)” – (fr:7582) – o “riduzione all’impossibile (εἰς ἀδύνατον)” – (fr:7613) –. Queste locuzioni tecniche, elencate con i medesimi rinvii numerici, rivelano che l’indice non è un semplice glossario ma un vero e proprio thesaurus di formule scientifiche, in grado di restituire l’ossatura argomentativa dell’opera. Grazie a questa architettura, lo studioso moderno può ripercorrere le ramificazioni dei concetti aristotelici senza smarrire la loro collocazione testuale, cogliendo al tempo stesso la coerenza di un sistema di pensiero che ha plasmato la razionalità occidentale.
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[22.1/1-31-9647|9675]
39 L’indice di un’edizione dell’Organon: struttura e apparati del volume XXXIII
Il testo costituisce l’indice dettagliato del volume XXXIII di un’edizione commentata dell’Organon aristotelico. Vi si riconoscono le sezioni finali delle Confutazioni sofistiche, i sommari degli Analitici secondi e dei Topici, nonché una fitta strumentazione di rimandi interni e indici.
L’indice elenca anzitutto le sezioni conclusive delle Confutazioni sofistiche – dai capitoli contrassegnati come XXIX, XXX, XXXI, XXXII, XXXIII, XXXIV – ciascuna accompagnata da un sommario parentetico che ne sintetizza il contenuto. Vi compaiono i temi classici della confutazione sofistica e le relative soluzioni: “La soluzione delle confutazioni basate sull’omonimia e sull’anfibolia” (fr:9657), “La soluzione delle confutazioni basate sulla composizione e sulla divisione” (fr:9657), “La soluzione delle confutazioni conseguenti all’accentuazione” (fr:9657), e poi le soluzioni delle confutazioni “basate sul dire in modo identico cose non identiche” (fr:9658), “basate sull’accidente” (fr:9658), “basate sul senso assoluto e sul senso relativo dell’espressione” (fr:9659), “dovute all’ignoranza della definizione di «confutazione»” (fr:9659), “basate sulla petizione di principio” (fr:9659), “fondate su false consecuzioni” (fr:9660), “fondate su false cause” (fr:9661), “basate sull’unificazione della molteplicità delle domande” (fr:9662), “conseguenti al far ripetere più volte la stessa cosa” (fr:9663) e “basate su solecismi” (fr:9664). L’ultima voce del gruppo, la XXXIV, affronta “Il diverso grado di difficoltà delle soluzioni” (fr:9667) e contiene la “Conclusione” (fr:9667).
Una riga riporta una lunga sequenza di numeri intervallati da frecce ( » ): “334 336 337 340 343 346 347 349 352 353 358 359 360 362 362 » 366 » 366 » 369 » 372 » 373 » 373 » 374 » 374 » 375 » 376” (fr:9665), che costituisce il rinvio alle pagine del volume per ciascuna voce. La riga si chiude con l’intestazione “INDICE DEL VOLUME XXXIII.” (fr:9665).
Seguono i sommari delle altre opere logiche contenute nel tomo. Dopo “SOMMARI Analitici secondi Libro primo” (fr:9668) e “Libro secondo” (fr:9669), l’indice passa ai Topici, scansionati libro per libro dal primo all’ottavo (fr:9670‑9672). L’espressione “Confutazioni sofistiche” (fr:9672) precede poi l’elenco degli apparati: “Indice dei nomi di persona presenti nell’Introduzione e nelle note” (fr:9672), “Indice dei nomi di persona presenti nell’Organon” (fr:9672), “Indice dei nomi geografici e di popoli” (fr:9672), “Indice dei passi degli autori antichi citati” (fr:9673), “Indice delle opere citate nell’Organon” (fr:9673), nonché “Indice dei rimandi interni dell’Organon” (fr:9675), “dei termini e delle espressioni” (fr:9675), “delle equivalenze greco-italiane” (fr:9675) e “delle tavole usate nella traduzione” (fr:9675), con ulteriori rinvii a pagine (da 378 a 649).
Il documento è una testimonianza editoriale di notevole precisione: mostra come un’edizione moderna dell’Organon organizzi il testo aristotelico, lo corredi di sintesi puntuali e di una pluralità di indici (onomastici, geografici, lessicali, di corrispondenze greco‑italiane). L’indice delle Confutazioni sofistiche offre in particolare una mappatura completa delle fallacie e delle loro soluzioni secondo la trattazione aristotelica, riassumendo in forma schematica il contributo logico‑dialettico dell’opera.
8C25D792558AE2D01BC85E630CA9D24F7007B99263B90C91E2C2D58E7696144CB6D704AE09BACC2DEAE4BB6F4C2EDC6A48579EC8D4A84AAC6A270F946F1EE8635A128DDCD255AFC692264C5D0C587CCEFBDD9168B716913A78DDDAA099E79ADA2467A3A50E5A21C07EF58CFEBE5C8820B8704ABA1209709D5F9F388AE49125E3F7AECD9CCE3D6EE5B08AB8ACF782693B040E10DAFE9F662FF05F6D16F7970A05738979EE287DE62AB314211BADF21A5049556036FD99127F5985F2EA78184D234F882B626C5B64FA43CC576C81E7DBAD6969EC311C3A795C1A9D3DB10AB4F5D6801A68B5BB427C0135A1433EC41F361650C4292732AA75BABBAC5377AD43738D3F74A1AACBA4E96C0EC62682F6783F5369CBAA5E2282EF5B960D059178EA4D3C350EB4119922A8B8ED9AAAF1AA9239672F8ED267D63572B3838AF7F4D5C7C7E94AEE9FAF290A6F28EE384994475C50D733079FDD87E66B483BA68E9C79A7766D0316CD43C2DE1FEB7223145D212E21E25F94ED7A417B8B8B6696855DCE3608D6FC7A967DF66CE17381D09C0840F2E08C855DA6DF99016989ED9FE97C186FA7D80BC220C4ED85F777C304EC50A00B1CE91CDA79565BD081A1