Alhacen - De Aspectibus | L
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1 Descrizione della costruzione e dell’uso di un apparato sperimentale per lo studio della rifrazione
Estratto dalle istruzioni per la costruzione di uno strumento ottico e per l’esecuzione di un esperimento empirico sulla propagazione della luce nell’acqua.
Il testo descrive, con rigore geometrico e procedurale, le fasi di costruzione, calibrazione e utilizzo di un apparato sperimentale per indagare il comportamento della luce nell’acqua. La prima parte è dedicata alla preparazione dello strumento principale, un disco (register plate) montato su un perno e dotato di un bordo circolare (rim). Sulla superficie interna di questo bordo vengono tracciati tre cerchi concentrici paralleli, determinati a partire da un punto sul diametro del piatto. La distanza tra questi cerchi è definita con precisione: “half a grain of barley long” (124). Al centro del cerchio intermedio viene praticato un foro rotondo il cui raggio è uguale alla distanza tra i cerchi stessi (129). Successivamente, viene costruita e fissata sul piatto una piccola piastra quadrata (small panel), che funge da mirino o alidade, dotata di un foro identico a quello sul bordo. I due fori sono allineati in modo che “the imaginary straight line that connects the centers of the two holes will lie in the plane of the middle of the three circles” (138).
La seconda parte riguarda la preparazione del supporto e del sistema di rotazione. Una striscia di bronzo più lunga del diametro del piatto viene forata al centro per ospitare il perno dell’apparato (139). I due eccessi di lunghezza alle estremità della striscia vengono tagliati, ma poi riattaccati con una sovrapposizione di “one digit” per formare due prolungamenti (143-144). Questi saranno appoggiati sul bordo di un recipiente per sospendere l’apparato. Viene infine preparato un righello di rame sottile, le cui dimensioni sono in relazione precisa con il foro sul bordo: il suo spessore è uguale al diametro del foro (un chicco d’orzo) e la sua larghezza è il doppio (146). Una volta appoggiato sul piatto, la linea centrale tracciata sulla sua faccia giace “in the plane of the aforementioned middle circle” (149), fungendo da riferimento geometrico.
La terza parte descrive la procedura sperimentale. Si utilizza un recipiente (vaso di rame o ceramica) riempito d’acqua fino a che la superficie non sia perfettamente calma (153-154). L’osservatore, ponendosi in modo che la linea di vista verso un oggetto sul fondo sia perpendicolare alla superficie dell’acqua, verifica che l’oggetto appaia nella sua forma e disposizione reale, come se il vaso fosse vuoto (155-156). Questo costituisce il controllo della condizione di riferimento. Per testare la propagazione della luce, il recipiente viene posto al sole e l’apparato viene immerso, sospeso per i prolungamenti della striscia (158). L’acqua viene regolata fino a raggiungere il centro dell’apparato (159). Ruotando lo strumento, si cerca la posizione in cui “the portion of the [apparatus’s] rim that lies in the water is shaded by the portion of the rim that lies above the water” (160), un chiaro riferimento alla creazione di un’ombra per studiare il percorso del raggio luminoso e, implicitamente, il fenomeno della rifrazione.
Il testo è un preciso protocollo tecnico-sperimentale. La meticolosità delle istruzioni geometriche, l’uso di unità di misura convenzionali ma concrete (chicco d’orzo, dito, cubito) e la logica sequenziale della costruzione riflettono un metodo scientifico empirico e rigoroso. La descrizione non si limita alla teoria, ma fornisce tutti i dettagli pratici per la realizzazione fisica dell’esperimento, sottolineando l’importanza dell’evidenza osservativa. L’obiettivo finale è stabilire le condizioni per cui “whatever is perceived at the bottom of the water is perceived according to the [true] arrangement of its parts” (156) e poi investigare le deviazioni da questa condizione ideale.
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2 Descrizione di un esperimento di ottica sulla propagazione rettilinea e sulla rifrazione della luce
Resoconto analitico di una procedura sperimentale tratta dal De Aspectibus di Alhazen, finalizzata a dimostrare le leggi della propagazione rettilinea della luce e le sue deviazioni all’interfaccia tra mezzi diversi.
Il testo descrive nel dettaglio la configurazione e l’esecuzione di un complesso esperimento scientifico. L’apparato principale consiste in un recipiente contenente acqua, un pannello forato e un “registro” (register plate) con cerchi concentrici incisi. La luce solare passa attraverso due fori allineati, proiettandosi sulla superficie dell’acqua e sul fondo del recipiente. Lo sperimentatore, osservando da una posizione fissa e perpendicolare, verifica che la luce si proponga in linea retta attraverso l’aria: “la luce che raggiunge il punto al centro della luce sulla superficie dell’acqua e la luce che si estende attraverso l’aria si estendono solo lungo linee rette” (179). Un’ulteriore verifica viene effettuata interponendo uno stilo (stylus) sui fori e osservando che la sua ombra appare sempre al centro del cerchio di luce proiettato, a conferma dell’allineamento rettilineo.
L’esperimento dimostra poi il fenomeno della rifrazione. Misurando la posizione del punto luminoso sul fondo del recipiente sott’acqua, si osserva che esso non giace sulla prosecuzione della linea retta che unisce i centri dei due fori, ma è spostato. “Poiché il centro della luce nell’acqua non giace sulla linea [tracciata] perpendicolare sul [par interno del] bordo del piatto registro, la luce che si estende dal centro della luce sulla superficie dell’acqua al centro della luce dentro l’acqua non si estende lungo la linea retta passante per i centri dei due fori; invece, è deviata” (215). Questa deviazione avviene “verso la normale calata perpendicolarmente alla superficie dell’acqua dal punto di rifrazione” (211).
La seconda parte dell’esperimento esamina il passaggio della luce attraverso corpi solidi trasparenti (vetro), anziché l’acqua. Vengono utilizzati prima dei cubi di vetro e poi un emisfero (o più precisamente un quarto di sfera) di vetro o cristallo, posizionati sul registro. Si dimostra che quando il raggio di luce incidente è perpendicolare alla superficie del vetro, la sua traiettoria non viene deviata, indipendentemente dalla densità del mezzo: “se la luce incontra un corpo trasparente di diversa trasparenza rispetto a quello in cui giace, e se la linea lungo cui si estende è perpendicolare alla superficie del secondo corpo, la luce si estende attraverso il secondo corpo nella [stessa] linea retta lungo cui si estendeva nel primo corpo” (291). Questo vale sia che il vetro sia più denso o più rarefatto dell’aria, e sia che la luce entri o esca dal vetro.
Tuttavia, se la superficie del vetro è inclinata rispetto al raggio incidente, si osserva nuovamente una deviazione, analoga a quella nell’acqua: “troverà il centro della luce sulla circonferenza del cerchio medio ma al di fuori del punto che forma la sezione comune della circonferenza del cerchio medio e della linea che sta [perpendicolare] sulla parete [interna] del bordo, e la sua inclinazione sarà verso il sole” (296).
Il metodo è rigorosamente geometrico e quantitativo. Si utilizzano strumenti di precisione come un righello sottile (thin ruler) con una linea mediana incisa, uno stilo a forma di ago per proiettare ombre, e si fanno riferimenti a misure standardizzate (ad esempio, il diametro del foro è pari a “un granello d’orzo”). Le conclusioni si basano sull’osservazione della coincidenza o meno di punti, ombre e linee di riferimento tracciate sull’apparato. Il testo ha un significato storico fondamentale come testimonianza dell’applicazione del metodo sperimentale in ottica già nell’XI secolo, con un approccio sistematico volto a isolare variabili (angolo di incidenza, natura del mezzo) e a derivare leggi generali dalla ripetizione controllata delle osservazioni.
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3 Spiegazione della rifrazione della luce secondo Alhazen
Analisi del fenomeno della rifrazione tra corpi trasparenti di diversa densità, con i relativi principi geometrici e meccanici.
Il testo, estratto dal De Aspectibus di Alhazen, fornisce una spiegazione dettagliata e sistematica del fenomeno della rifrazione della luce, basata su principi geometrici e meccanici. L’autore stabilisce innanzitutto le condizioni geometriche fondamentali: la luce incidente obliquamente su un corpo trasparente viene rifratta, e le linee di incidenza e rifrazione giacciono sempre nello stesso piano (345, 346, 373). La direzione della rifrazione dipende dalla densità relativa dei mezzi: passando da un corpo più raro a uno più denso, la luce si rifrange verso la normale alla superficie nel punto di incidenza; passando da un corpo più denso a uno più raro, si rifrange allontanandosi dalla normale (346, 347, 368).
La causa fisica della rifrazione è attribuita alla diversa resistenza che i corpi trasparenti oppongono al moto della luce, legata alla loro densità. La luce si muove più velocemente nei corpi più rari (più trasparenti) che in quelli più densi (meno trasparenti) (349). Poiché “in ogni corpo fisico ci deve essere una certa densità” (350), tutti i mezzi trasparenti ostacolano in qualche misura il passaggio della luce, “impedendola secondo la densità che è in essi” (351). Quando la luce incontra un corpo di densità diversa, questa resistenza altera il suo moto. Se la resistenza non è troppo intensa, la luce non viene riflessa ma deviata, ovvero rifratta (352, 359).
Per spiegare perché la deviazione avvenga precisamente verso o lontano dalla normale, Alhazen introduce un principio meccanico: il moto è più facile e forte lungo la direzione perpendicolare (normale) a una superficie. Tra i moti obliqui, quello più vicino alla normale è più facile di quello più lontano (353, 358, 362). Questa affermazione è sostenuta da esempi concreti, come un proiettile che colpisce una tavola o una spada che taglia un tronco: l’effetto è massimo quando il moto è perpendicolare alla superficie (354, 355, 356, 357). Pertanto, quando la luce passa in un mezzo più denso che la ostacola, essa “deve inclinarsi verso la direzione in cui si muoverebbe più facilmente”, cioè verso la normale (361, 365). Al contrario, passando in un mezzo più rarefatto, la minore resistenza permette al moto di “aumentare” nella direzione che prima era più ostacolata, allontanandosi così dalla normale (369, 370, 372).
Il moto obliquo della luce è descritto come composto da due moti: uno lungo la normale alla superficie e uno perpendicolare ad essa (363, 364). La densità del mezzo resiste principalmente alla componente del moto lungo la direzione di incidenza, ma senza diminuire il moto composito totale, che “rimane lo stesso” (366, 367). Questo porta a una riorganizzazione delle componenti, facendo sì che la luce cambi direzione avvicinandosi o allontanandosi dalla normale, a seconda dei casi. La rifrazione è quindi presentata come una caratteristica della luce obliqua (367).
La parte finale del testo descrive brevemente un apparato sperimentale, menzionando un “cerchio medio” su un bordo, il cui piano è parallelo a una striscia rettangolare e perpendicolare all’orizzonte (374, 376, 377, 379). Questo riferimento a uno strumento concreto suggerisce che la trattazione teorica fosse supportata da verifiche osservative, sottolineando l’approccio metodologico di Alhazen che univa ragionamento astratto e indagine sperimentale.
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4 Metodologia sperimentale per lo studio della rifrazione su superfici concave
Descrizione procedurale per determinare gli angoli di rifrazione della luce attraverso superfici di vetro concave, con implicazioni per la comprensione dei passaggi tra mezzi diversi.
Il testo descrive in dettaglio un metodo sperimentale per investigare la rifrazione della luce su una superficie di vetro concava. La procedura si basa su esperimenti precedenti con un quarto di sfera di vetro, i cui risultati vengono qui applicati e invertiti: se un raggio che passa dall’aria al vetro si rifrange verso la normale, allora un raggio che passa dal vetro all’aria si rifrange “away from the normal” (470). L’autore osserva inoltre che, sostituendo l’aria con l’acqua, lo stesso apparato permetterebbe di studiare la rifrazione tra vetro e acqua, poiché “glass acts in place of the air” (471).
La parte centrale del testo è dedicata alla costruzione e al corretto allineamento dello strumento necessario per l’esperimento sulla superficie concava. Si richiede un pezzo di vetro con un incavo semicilindrico, le cui dimensioni sono specificate con precisione in relazione al raggio della sfera di vetro usata negli esperimenti precedenti: deve essere più lungo e più largo di un “grain of barley” rispetto a quel raggio (472) e spesso il doppio del diametro del foro nell’apparato (473). La produzione di questo vetro è presentata come fattibile tramite fusione in uno stampo appositamente progettato (476). L’allineamento è cruciale: il vetro deve essere posizionato sul “register plate” in modo che il centro dell’incavo semicilindrico giaccia esattamente su un punto specifico, la cui distanza dal centro della piastra è uguale al raggio della base dell’incavo (482). Questo complesso posizionamento garantisce che il piano del “middle circle” sull’apparato tagli l’incavo formando un semicerchio e, soprattutto, che il centro di questo cerchio medio giaccia “on the concave surface” del cilindro (488).
Una volta stabilita questa configurazione geometrica, l’esperimento può procedere. La luce che passa attraverso i due fori dell’apparato viaggia diritta attraverso il corpo del vetro fino a raggiungere la superficie concava (491). A quel punto, subisce una rifrazione perché “it cannot pass through the center of the [middle] circle, which lies on the concave surface of the glass, and it is not perpendicular to the concave surface” (492). Il punto di intersezione tra il raggio luminoso e la superficie concava è proprio il centro del cerchio medio (493). L’esperimentatore può quindi misurare diversi archi sul cerchio medio e testare le corrispondenti rifrazioni per determinare sistematicamente gli angoli di rifrazione per la superficie concava, analogamente a quanto fatto per le superfici convesse (469).
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5 La propagazione della luce e del colore attraverso mezzi trasparenti e il fenomeno della rifrazione
Esposizione dei principi ottici sulla trasmissione della forma visiva, con particolare attenzione alla rifrazione tra mezzi di diversa trasparenza.
Il testo tratta della propagazione della luce e del colore da corpi illuminati attraverso mezzi trasparenti. Viene stabilito che da ogni punto di un corpo colorato e illuminato, “la forma della luce insieme alla forma del colore in esso viene propagata” (510), e questa si estende in ogni direzione possibile lungo linee rette all’interno del mezzo trasparente che lo contiene, fino a raggiungerne la superficie (507, 512). Un principio fondamentale è la differenza nella trasparenza tra i corpi. Quando la luce, portando con sé la forma del colore, incontra un secondo corpo trasparente la cui trasparenza è diversa da quella del primo, il suo comportamento cambia: “passerà attraverso quel corpo o rifratta o dritta” (505). La traiettoria dipende dall’angolo di incidenza. Se la linea di propagazione è perpendicolare alla superficie di separazione, la luce prosegue diritta (514). Se invece la linea è obliqua, “la luce viene rifratta” (515). Di conseguenza, tutte le forme che passano da un mezzo a un altro, tranne quella che viaggia lungo la perpendicolare, subiscono rifrazione (517).
Il discorso costruisce una gerarchia concettuale che parte dalla propagazione basale per arrivare alla percezione visiva. Dopo aver descritto il comportamento della luce ai confini, il testo introduce il concetto di continuità della forma. La forma di luce e colore che da un singolo punto raggiunge la superficie di un mezzo è continua e coerente (519). Quando questa forma continua viene rifratta, rimane un tutto continuo (520). Questo passaggio è cruciale per legare il fenomeno fisico della rifrazione alla formazione dell’immagine. Il punto sulla superficie del mezzo denso in cui la forma si rifrange diventa esso stesso, se illuminato e colorato, una sorgente secondaria, inviando a sua volta la sua forma in ogni direzione nel secondo mezzo (521).
L’applicazione finale di questi principi è la spiegazione della visione di oggetti posti in mezzi come l’acqua o il cielo. Le forme degli oggetti visibili si estendono attraverso l’aria lungo linee rette, e quelle che giungono obliquamente alla superficie vengono rifratte (518). Si introduce quindi un modello geometrico: immaginando un cono di linee rette che da un punto nell’aria raggiunge la superficie di un mezzo diverso, si forma un “corpo continuo rifratto” all’interno del secondo mezzo (522, 523). Se un corpo opaco colorato e illuminato si trova in questo “corpo rifratto”, invia la sua forma lungo queste linee. Se il centro della vista si trova nel punto d’origine del cono nell’aria, la forma che viaggia lungo una linea specifica (quella perpendicolare o la sua continuazione) raggiungerà diritta il centro della vista, mentre le altre arriveranno rifratte (527, 528). La percezione dell’oggetto avviene così “secondo rifrazione”, e solo un singolo punto potrebbe essere visto per visione diretta (530, 531). Il testo afferma che questo meccanismo spiega la visione di oggetti sott’acqua e in generale dietro mezzi trasparenti, e conclude affermando che la validità della teoria “può essere determinata sperimentalmente” (532), descrivendo brevemente un apparato sperimentale con una vasca e dell’acqua (533, 534).
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6 Un esperimento di ottica per dimostrare le leggi della rifrazione
Descrizione di una procedura sperimentale per determinare il comportamento della luce al passaggio tra mezzi trasparenti di diversa densità, convalidando la legge della rifrazione in un piano perpendicolare alla superficie di separazione.
Il testo descrive un esperimento meticoloso che utilizza un apparato specifico, un “vaso” con due fori allineati e una lastra di vetro a forma di quarto di sfera, per investigare le leggi della rifrazione. L’obiettivo è dimostrare come la “facoltà visiva” percepisca gli oggetti attraverso mezzi trasparenti di diversa densità. La procedura si articola in due configurazioni principali, invertendo l’orientamento del vetro rispetto ai fori e alla sorgente luminosa (un “puntale”).
Nella prima configurazione, la faccia piana del vetro è rivolta verso i fori. L’allineamento iniziale è tale che “la linea passante per i centri dei due fori […] sarà perpendicolare alla faccia piana del vetro così come alla sua superficie convessa” (554). Tuttavia, l’esperimentatore modifica intenzionalmente questo allineamento disegnando linee sulla “piastra del registro” per rendere obliqua la linea di vista rispetto alla faccia piana del vetro, pur mantenendola perpendicolare alla superficie sferica convessa, poiché “passa per il suo centro” (560). Muovendo il puntale lungo la circonferenza di un “cerchio medio”, si trova una posizione in cui il suo estremo diventa visibile. Il risultato chiave è che “quando la facoltà visiva percepisce l’estremità del puntale [come se giacesse] lungo una linea retta [di vista], essa è [percepita] secondo la rifrazione” (571). La rifrazione avviene “nel piano del cerchio medio, che è perpendicolare alla faccia piana del vetro” (571), e l’immagine dell’estremità del puntale appare tra la normale alla superficie e la linea dei fori. Poiché in questo caso la luce passa dal vetro (più denso) all’aria (più rada), la conclusione è che “questa rifrazione […] sarà lontana dalla normale” (578).
Nella seconda configurazione, il vetro viene invertito, con “la sua superficie convessa verso i due fori” (581). Ora la linea dei fori è “obliqua alla faccia piana del vetro e normale alla sua superficie convessa” (582). Ripetendo la procedura di ricerca della posizione visibile del puntale, si trova che la linea dei fori si colloca “tra [queste] due linee” (586): la linea retta dall’estremità del puntale al centro del vetro e la normale. La rifrazione avviene quindi “verso la normale” (588). In questo caso, la luce passa dall’aria al vetro, cioè “da un mezzo più rado a uno più denso” (588).
L’esperimento dimostra diversi principi fondamentali. In primo luogo, conferma che la percezione visiva attraverso mezzi diversi avviene per rifrazione, eccetto per gli oggetti posti su linee perpendicolari alla superficie di separazione (587). In secondo luogo, stabilisce che la rifrazione avviene sempre “in piani che sono perpendicolari alle superfici dei corpi trasparenti” (587). Infine, enuncia la legge direzionale della rifrazione: le forme (o i raggi) che passano “da un mezzo più denso a uno più rado […] sono rifratte lontano dalla normale”, mentre quelle che passano “da un mezzo più rado a uno più denso […] sono rifratte verso la suddetta normale” (589). L’apparato, con il suo “cerchio medio” e i fori allineati, serve a isolare e misurare sperimentalmente questi fenomeni, fornendo una prova tangibile dei principi dell’ottica geometrica.
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7 Dimostrazione della differenza di trasparenza tra cielo e aria attraverso la rifrazione stellare
Alhazen stabilisce, tramite osservazione e geometria, che i corpi celesti sono percepiti per rifrazione, dimostrando l’eterogeneità ottica tra la sfera celeste e l’aria.
Il testo presenta un ragionamento scientifico volto a dimostrare che la facoltà visiva percepisce le stelle fisse e la luna non per visione diretta, ma per rifrazione, e che quindi il corpo dei cieli differisce in trasparenza dall’aria. L’argomento principale si sviluppa attraverso due esperimenti osservativi e una successiva dimostrazione geometrica.
Il primo esperimento si basa sull’osservazione di una stella fissa nel corso di una stessa notte. Si nota che la sua distanza angolare dal polo celeste al suo sorgere è minore di quella che ha quando si trova allo zenit: “the distance of the star from the celestial pole at its rising is less than its distance from the celestial pole when it lies at the zenith” (594). Poiché una stella fissa si muove su un circolo parallelo all’equatore senza deviare apprezzabilmente, se fosse percepita per visione diretta le linee visive sarebbero rette e la sua distanza dal polo rimarrebbe costante: “if the form extended straight from the star to the center of sight, the visual faculty would perceive it in its [actual] location” (595). La variazione osservata esclude dunque la visione diretta. Si esclude anche la percezione per riflessione, poiché non esiste “a dense, polished body from which forms can be reflected” (597). Rimane come unica spiegazione la rifrazione: “the visual faculty perceives heavenly bodies by refraction” (597).
Il secondo esperimento, più preciso, coinvolge la luna. Si prepara uno strumento con fori di mira tarato in minuti d’arco prima del sorgere lunare. Al momento del sorgere, si misura la distanza della luna dallo zenit con questo strumento e la si confronta con la distanza calcolata teoricamente. Il risultato è che “the distance of the moon from the zenith at that time according to the apparatus is less than its distance from the zenith at that time according to calculation” (601). La discrepanza prova che la luce lunare non viaggia in linea retta attraverso i fori dello strumento, ma subisce una deviazione: “the moon’s light does not extend from the heavens into the air along straight lines, so [it must do so] by refraction” (602).
Da entrambi gli esperimenti si deduce che tutti i corpi celesti sono percepiti per rifrazione e, di conseguenza, “the entire heavens differ in transparency from the air” (604). Il trattato procede quindi a una dimostrazione geometrica (Proposizione 1) per formalizzare questa conclusione. Viene introdotto un modello con il cerchio del meridiano, lo zenit (Z), il polo celeste (D) e il centro dell’universo (E). Si specifica che quando una stella è allo zenit, o molto vicino ad esso, la linea visiva che passa per il centro della vista e lo zenit è perpendicolare alle sfere concava del cielo e convessa dell’aria. In questa configurazione particolare, “the visual faculty will perceive the star on that line by direct vision” (611), indipendentemente dalla trasparenza dei mezzi, permettendo di stabilire con certezza il cerchio reale su cui giace la stella. Questo dato geometrico di riferimento è essenziale per quantificare la deviazione dovuta alla rifrazione quando la stella è in altre posizioni, come all’orizzonte.
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8 La determinazione sperimentale della rifrazione visiva
Descrizione di un apparato e di una procedura per dimostrare la percezione errata della posizione dei punti in corpi trasparenti densi, stabilendo i principi della rifrazione della luce.
Il testo descrive un esperimento meticoloso per investigare la percezione visiva attraverso mezzi trasparenti di diversa densità. L’apparato centrale è un disco di legno con diametri incisi, immerso parzialmente in acqua. L’esperimentatore deve prima regolare il livello dell’acqua in modo che copra solo una porzione dei diametri marcati sul disco: “fino a quando l’acqua sale sopra il centro del disco di alcune [unità di] cifre… in modo che l’acqua copra una porzione di ciascun diametro mentre l’altra porzione rimane sopra l’acqua” (640). Dopo aver atteso che l’acqua sia ferma, il disco viene inserito e orientato con un diametro perpendicolare alla superficie dell’acqua, mentre l’osservatore abbassa la linea dello sguardo per allinearla quasi parallelamente alla superficie (641, 642).
L’osservazione rivela una discontinuità percettiva cruciale. Mentre il diametro perpendicolare alla superficie dell’acqua appare rettilineo, un diametro inclinato appare spezzato: “lo troverà piegato e la sua piegatura si verificherà sulla superficie dell’acqua” (644). I due segmenti formano un angolo ottuso rivolto verso il diametro perpendicolare (645, 646). La conseguenza fondamentale è che la forma percepita del centro del disco non coincide con la sua posizione geometrica reale. Se fosse nel centro vero, giacerebbe sul prolungamento rettilineo del diametro inclinato, ma “la facoltà visiva percepisce questo punto al di fuori del prolungamento rettilineo del diametro inclinato” (646). Il punto percepito si trova invece sopra il centro reale, lungo la normale abbassata dal centro alla superficie dell’acqua (647).
L’esperimento è iterativo e dimostrativo. Ruotando il disco per scambiare i ruoli dei diametri (perpendicolare/inclinato), si conferma il fenomeno: la forma del centro si sposta sempre sul prolungamento del diametro che di volta in volta è perpendicolare (648, 649). La regolarità è assoluta: “troverà che la forma del punto al centro del disco sul prolungamento rettilineo del diametro perpendicolare giace sempre sopra il prolungamento rettilineo del diametro inclinato” (651). Inoltre, la parte di qualsiasi diametro sott’acqua appare sempre retta (652).
Da queste osservazioni si deduce una legge generale della rifrazione visiva. La forma di qualsiasi punto percepito in un corpo trasparente più denso dell’aria è percepita al di fuori e sopra la sua posizione reale, lungo la linea normale alla superficie del mezzo, purché la linea che congiunge il punto all’occhio non sia essa stessa perpendicolare alla superficie (653). Il punto è percepito nella posizione in cui si trova l’intersezione tra la linea lungo cui la forma raggiunge l’occhio e la normale calata dal punto visibile (654, 656). Una prova ulteriore viene da un apparato con fori: ostruendo il foro che definisce la linea retta tra l’occhio e il punto di rifrazione, l’oggetto cessa di essere visto, dimostrando che la forma viaggia lungo quella linea precisa (655).
La procedura si estende poi allo studio della rifrazione da un mezzo più rarefatto a uno più denso, utilizzando un blocco di vetro dalle dimensioni precise (8x4x4 cifre) (657). Sul retro del disco di legno si traccia una corda, la si bisea e si tracciano linee perpendicolari e diametrali, riempite con sostanze colorate per contrasto (658-660). Il blocco di vetro viene posizionato sopra il disco, allineato con la corda, in modo che una parte sporga oltre il cerchio, e fissato saldamente in questa posizione (661, 662). Questo setup prepara la successiva fase sperimentale per osservare la rifrazione in condizioni controllate.
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9 Dimostrazione dell’unicità dell’immagine nella rifrazione
Analisi geometrica di Alhazen sulla formazione di un’unica immagine per un punto oggetto visto attraverso una superficie rifrangente.
Il testo costituisce un estratto di un trattato di ottica,
probabilmente di Alhazen (Ibn al-Haytham), incentrato su una
dimostrazione geometrica rigorosa riguardante la rifrazione
della luce. L’obiettivo è provare che, date determinate
condizioni di densità dei mezzi trasparenti, un punto oggetto
B genera un’unica e precisa immagine M per un
osservatore in A. La dimostrazione procede per assurdo,
esaminando sistematicamente tutte le posizioni alternative per
l’immagine (N) e mostrando che portano a contraddizioni
geometriche.
La prima parte (proposizioni 3 e 4) affronta due configurazioni
opposte della densità dei mezzi. Inizialmente si considera il caso in
cui il corpo più denso è dalla parte dell’oggetto: “let the
denser [transparent] body lie on the side of the visible object and the
rarer one on the side of the eye” (738). Successivamente si
esamina la situazione inversa: “let the denser [transparent]
body lie on the side of the eye [at A] and the rarer one on the side of
the visible object [B]” (738). In entrambi i casi, il metodo
è identico: si assume per assurdo l’esistenza di un’immagine alternativa
N e, tramite la comparazione degli angoli di incidenza e
rifrazione, si giunge a una conclusione impossibile. Ad esempio, nel
primo caso, se N è tra B e M, si
deduce che “angle AEH > angle AOF, which is
impossible” (734). Se N è oltre M,
si giunge all’altrettanto impossibile “angle AEH < angle
AOF” (736). L’unica conclusione logica è che
“point B has no image other than point M”
(737).
Un elemento peculiare è l’uso costante di un lemma precedentemente
dimostrato (capitolo terzo del libro), secondo cui a un angolo di
incidenza maggiore corrisponde un angolo di rifrazione maggiore:
“as was demonstrated in the third chapter of this book [where
it was shown that a larger angle of incidence yields a larger angle of
refraction]” (734). Questo principio fisico-geometrico è il
cardine di tutta la dimostrazione successiva. La costruzione geometrica
è minuziosa, con l’identificazione precisa di linee come la normale alla
superficie (BK, FOQ) e i percorsi del raggio
(BET, BO, AE,
AO).
La seconda parte del testo (proposizione 5) introduce un lemma geometrico preliminare sui cerchi, necessario per le dimostrazioni successive. Il lemma stabilisce relazioni tra angoli di intersezione di corde e angoli al centro sottesi da archi. Vengono distinti due casi: se due corde si intersecano all’interno del cerchio, “the angle of intersection will be equal to the angle at the circumference that the two arcs… subtend” (759); se si intersecano all’esterno, l’angolo è uguale a quello sotteso dalla differenza tra gli archi maggiori e minori. La dimostrazione di questo lemma, anch’essa fornita, si basa su costruzioni di linee parallele (es. “We will draw line HBZ from [point] B parallel to line AG” (762)) e sull’uso delle proprietà degli angoli alterni interni e degli archi uguali.
Storicamente, questo estratto testimonia il livello di sofisticazione raggiunto dall’ottica matematica medievale islamica. Il metodo è ipotetico-deduttivo e puramente geometrico, caratteristico della scienza ellenistica ripresa e sviluppata da studiosi come Alhazen. Non vi è traccia di sperimentazione diretta, ma di un’astrazione logica che applica principi fisici (la legge della rifrazione, qui in forma qualitativa) a modelli geometrici ideali. Il testo funge da testimonianza diretta del processo di costruzione della conoscenza scientifica attraverso la dimostrazione teoretica.
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10 Dimostrazione dell’unicità del punto di rifrazione e della posizione dell’immagine
Analisi di un passaggio ottico-medievale sulla rifrazione e la formazione di un’immagine unica.
Il testo tratta un problema di ottica geometrica, dimostrando che, date determinate condizioni, la forma luminosa di un punto visibile raggiunge l’occhio da una singola direzione dopo la rifrazione, generando così una sola immagine. L’argomento si sviluppa attraverso un ragionamento logico-deduttivo, partendo da casi specifici per giungere a una conclusione generale.
Viene prima stabilito che se il punto visibile “B” giace sulla linea GD (la normale alla superficie rifrangente passante per il centro della vista A), allora “non è percepito dalla facoltà visiva secondo la rifrazione, quindi è percepito come un solo punto” (804). Questo costituisce un caso limite in cui non c’è deviazione.
Il caso principale è quando B si trova fuori dalla linea GD. Si introduce un piano unico contenente la normale AD e il punto B, che è perpendicolare alla superficie del corpo trasparente. In questo piano avviene la rifrazione, poiché “[la forma del] punto B è rifratta ad A solo in questo piano” (806). L’intersezione di questo piano con la superficie definisce una circonferenza (GED), e si assume che la rifrazione avvenga in un punto E su di essa.
La dimostrazione procede per assurdo, ipotizzando che la rifrazione possa avvenire anche da un altro punto M sulla stessa circonferenza. Vengono definiti gli angoli di incidenza (es. HET per il raggio da E) e di rifrazione (es. HEA) rispetto alle normali (807-809). Si esaminano poi tre possibilità per la relazione tra gli angoli di incidenza da E e da M: uguaglianza, disuguaglianza minore o maggiore.
Si dimostra che ogni possibilità conduce a una contraddizione geometrica. Ad esempio, se l’angolo di incidenza da E (HET) fosse uguale a quello da M (NML), allora anche i rispettivi angoli di rifrazione sarebbero uguali, implicando che “angolo AMB … = angolo AEB, il che è impossibile” (811-812). Un ragionamento analogo, più complesso e basato sulle proprietà degli archi e degli angoli al centro e alla circonferenza, mostra l’impossibilità anche negli altri due casi (813-826). Pertanto, “la forma di B non sarà dunque rifratta ad A da nessun punto diverso da E” (827).
La conseguenza fondamentale è che “poiché la forma di B è rifratta ad A da un solo punto, avrà una sola immagine” (827). La posizione di questa immagine (indicata con K o R) è data dall’intersezione della linea retta che congiunge B al punto di rifrazione E (BZ) con la linea di vista EA. Se questa intersezione cade tra E e B (lato di K), “l’immagine si troverà di fronte al centro della vista, e la forma sarà chiara”. Se cade oltre A (lato di R), il punto R sarà l’immagine, percepita “dritta davanti, ma non chiaramente perché è comunque percepita al di fuori della sua [vera] posizione dalla facoltà visiva” (831). Un caso intermedio si ha quando BZ è parallela a EA, situandosi tra le due configurazioni precedenti (830).
Il testo è un esempio di scienza dimostrativa medievale, che applica rigorosi principi geometrici euclidei (teoremi sugli angoli, archi e triangoli) a un fenomeno fisico come la rifrazione. La struttura argomentativa è peculiare: non si basa su una legge quantitativa della rifrazione (come la legge di Snell), ma sulla pura geometria dei percorsi possibili, escludendone tutti tranne uno attraverso una dimostrazione per casi e per assurdo. Il riferimento finale al fatto che un’immagine percepita fuori posizione non sia chiara “come fu mostrato nel luogo in cui discutemmo della riflessione” (832) colloca questo studio in un trattato sistematico più ampio sull’ottica.
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11 Dimostrazione dell’unicità del punto di rifrazione in un mezzo sferico
Analisi geometrica di un caso di rifrazione ottica in cui si prova che un punto visibile produce una sola immagine per un osservatore.
Il testo costituisce un estratto di una dimostrazione geometrica rigorosa, probabilmente tratta da un’opera di ottica medievale come il De Aspectibus di Alhazen. L’obiettivo è provare che, date le condizioni di rifrazione attraverso una superficie sferica concava che separa due mezzi trasparenti di diversa densità, la forma (cioè l’immagine) di un punto visibile B raggiunge il centro della vista A da un unico punto specifico sulla superficie (H), e non da altri (come M). L’argomento procede per casi, esaminando tutte le possibili posizioni del punto di osservazione A rispetto alla geometria del sistema.
Il metodo è puramente deduttivo e si basa sulla geometria euclidea applicata al fenomeno fisico della rifrazione. Un elemento peculiare è l’uso sistematico del reductio ad absurdum: si assume l’ipotesi contraria (che la rifrazione avvenga anche da un altro punto M) e si mostra che ciò conduce a contraddizioni geometriche. Il testo definisce chiaramente gli angoli rilevanti: l’angolo di incidenza (es. BHL) e l’angolo di rifrazione (es. THA), affermando che la rifrazione avviene “lontano dalla normale” quando il mezzo dal lato dell’occhio è “più rarefatto” di quello dal lato dell’oggetto (868).
La dimostrazione è strutturata in quattro casi principali, a seconda della posizione di A: (1) se A coincide con G (il punto in cui la normale dal centro della sfera incontra la superficie opposta), non c’è rifrazione perché i raggi sarebbero perpendicolari (868). (2) Se A giace sul segmento GD, l’analisi degli angoli porta a conclusioni impossibili. Ad esempio, se l’angolo di incidenza NMG è uguale a THG, ne seguirebbe che “angle BHA = angle BMA, which is impossible” (872). Se NMG è maggiore, si avrebbe “angle BMA < angle BHA, which is impossible” (873). Se NMG è minore, il ragionamento si sviluppa attraverso relazioni tra angoli al centro e alla circonferenza, arrivando all’assurdo che “those two angles [HAM + HBM] together are less than angle HAM, which is impossible” (881). (3) e (4) Gli altri casi, con A su GK o oltre KZ, seguono una logica simile, giungendo ogni volta a una contraddizione (es. “2 arc HM < arc HM - arc RQ, which is impossible” (897)).
La conclusione è categorica: “its form will be refracted to A from only one point, so it will have only one image” (898). Un’ulteriore nota specifica che la prova vale anche nella situazione inversa, quando il mezzo più denso è dal lato dell’occhio (898). Questo frammento testimonia il tentativo, tipico della scienza medievale islamica e poi latina, di sottoporre i fenomeni naturali (qui l’ottica) a un trattamento matematico assiomatico-deduttivo, ereditato dalla tradizione euclidea, con l’obiettivo di fornire dimostrazioni certe e universali.
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12 Il meccanismo della visione e la percezione dei corpi fuori dal cono visivo
Analisi del processo visivo secondo la rifrazione delle forme attraverso i mezzi trasparenti e la definizione del “cono di radiazione”.
Il testo espone una teoria della visione basata sulla propagazione e rifrazione delle “forme” degli oggetti attraverso mezzi trasparenti. L’elemento fondamentale è che nulla viene percepito senza che si verifichi una rifrazione alla superficie dell’occhio, poiché le sue membrane (cornea, umore albugineo e umore glaciale) sono “trasparenti e più dense dell’aria” (958). Quando le forme, che si estendono attraverso i corpi trasparenti, incontrano un mezzo di diversa densità, vengono rifratte (959). Pertanto, la forma di ciò che è nell’aria “è sempre rifratta alla superficie dell’occhio” (960), e la ricezione e rifrazione delle forme è una caratteristica dei corpi trasparenti (961).
Viene introdotto un concetto geometrico cruciale: il ”cono di radiazione”. Esso è definito dall’insieme di tutte le linee radiali perpendicolari alle superfici delle membrane oculari, che convergono al centro della vista e la cui base è la circonferenza dell’apertura nell’uvea (pupilla) (962). Le forme degli oggetti che giacciono all’interno di questo cono “si estendono diritte lungo linee radiali e passano diritte attraverso le membrane dell’occhio” (963). Queste linee convergenti sono appunto chiamate “linee radiali” (964).
Le forme degli oggetti fuori da questo cono, invece, non si estendono lungo linee radiali, ma lungo linee rette che raggiungono la superficie oculare di fronte alla pupilla, subendo una rifrazione (965, 966). Tuttavia, per ogni punto di un oggetto all’interno del cono di radiazione, solo una delle molte linee possibili che formano un cono con vertice in quel punto è una linea radiale; tutte le altre linee oblique all’interno di quel cono vengono rifratte (966, 967).
La percezione visiva avviene in modo selettivo. L’organo sensibile percepisce le forme esclusivamente lungo le linee rette perpendicolari (normali) alla sua superficie, per evitare che le forme si mescolino (970). Di conseguenza, anche le forme rifratte nelle membrane dell’occhio “sono percepite dalla facoltà visiva solo lungo le normali che si estendono dagli oggetti visibili alle superfici delle membrane dell’occhio”, e queste normali sono linee che si estendono dal centro della vista (971, 972). In sintesi, tutte le forme sono percepite “lungo linee rette che connettono il centro della vista con quegli oggetti visibili” (973). La potenza sensibile percepisce tutte le forme di un singolo punto visibile che raggiungono l’umore glaciale “lungo una singola linea che connette il centro della vista con quel punto” (975).
Un passaggio peculiare e rilevante è la dimostrazione sperimentale che la facoltà visiva percepisce anche oggetti al di fuori del cono di radiazione (980). L’autore afferma che le ghiandole lacrimali e le aree attorno all’occhio giacciono fuori da questo cono (981). Si propongono esperimenti empirici: se si pone la punta di un ago sottile all’estremità inferiore dell’occhio, presso i dotti lacrimali o vicino al lato della parte nera dell’occhio, si vedrà comunque la sua punta (981, 982). Allo stesso modo, tenendo un dito indice vicino alla palpebra, parallelo alla superficie dell’occhio, lo si vedrà (983). Ciò è possibile perché il cono di radiazione è “piuttosto piccolo” e la sua ampiezza è “lieve”, quindi non raggiunge le aree che circondano l’occhio (984). Questi oggetti esterni sono percepiti “secondo forme rifratte ma lungo linee rette che si estendono dal centro della vista” verso punti fuori dal cono, linee che per analogia possono essere chiamate anch’esse radiali (979).
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13 La percezione visiva attraverso la rifrazione e le sue illusioni
Analisi della teoria di Alhazen sulle distorsioni percettive causate dalla rifrazione della luce.
Il testo, estratto dal De Aspectibus di Alhazen, tratta sistematicamente delle illusioni visive generate dalla rifrazione della luce attraverso mezzi trasparenti. L’autore stabilisce un principio fondamentale: “ciò che si trova di fronte al centro dell’occhio è percepito sia direttamente che per mezzo della rifrazione allo stesso tempo” (1009). Questo spiega perché la visione centrale è più chiara. Un’affermazione storicamente rilevante è che “ciò che viene percepito dalla facoltà visiva è percepito per mezzo della rifrazione non fu menzionato da nessuno degli antichi” (1010), rivendicando un avanzamento teorico originale.
Le illusioni (misperceptions) da rifrazione sono paragonate a quelle da riflessione: l’oggetto non è percepito nella sua posizione reale ma in quella dell’immagine, con una discrepanza di “luogo e distanza” (1011). La rifrazione indebolisce la forma trasmessa, ossia “la forma della luce e del colore nell’oggetto visibile” (1012). Ciò è dimostrato empiricamente: osservando un oggetto in acqua prima lateralmente e poi allineandosi alla normale (la linea perpendicolare alla superficie), la visione risulta più chiara nel secondo caso, poiché la forma si propaga in modo “retto” o con un “inclinazione dolce” anziché essere “rifratta e fortemente inclinata” (1013, 1014). L’esperimento prova che “la rifrazione indebolisce le forme rifratte” (1015).
Le illusioni specifiche per oggetti visti attraverso l’acqua, il vetro o corpi simili includono l’acquisizione del “colore del corpo in cui giacciono” (1016). A queste si sommano tutte le illusioni proprie della visione diretta, poiché le forme rifratte sono comunque percepite “direttamente di fronte all’occhio lungo linee rette radiali” (1017, 1018). Tuttavia, nei casi di rifrazione, l’illusione “sorge più frequentemente e rapidamente a causa dell’indebolimento di tali forme” (1019).
L’analisi si concentra sui casi più comuni: le cose viste “nei cieli e nell’acqua”, mentre quelle viste attraverso vetro e pietre trasparenti di varie forme sono considerate rare (1020, 1023). A differenza degli specchi, che sono osservati di frequente, la gente “raramente guarda ciò che si trova dietro il vetro e le pietre trasparenti” (1021, 1022). L’inganno percettivo è costante e riguarda, oltre a posizione, distanza e colore, anche “la loro dimensione e… le forme di alcuni di essi” (1024). Gli oggetti in acqua o dietro il vetro appaiono ingranditi, e così a volte le stelle e le distanze tra di esse, mentre altre volte appaiono rimpicciolite (1025). La proposizione geometrica finale (1026-1030) inizia a dimostrare questa affermazione: dato un centro visivo A e un oggetto BG dietro un mezzo più denso dell’aria, “BG appare più grande di quanto [effettivamente] sia” (1027), considerando prima una superficie piana del mezzo e il centro visivo posto sulla normale calata dall’oggetto.
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14 La percezione errata delle dimensioni stellari e la natura piatta del cielo
Spiegazione delle illusioni ottiche nella visione celeste basata sulla stima delle distanze e sulla percezione di una volta celeste piatta.
Il testo spiega perché le stelle appaiono di dimensioni diverse in punti diversi del cielo, in particolare più grandi all’orizzonte che allo zenit, e perché il cielo stesso è percepito come piatto. Il nucleo della teoria si fonda sul principio secondo cui la facoltà visiva percepisce la dimensione degli oggetti correlando l’angolo visivo che essi sottendono con la loro distanza stimata. Tuttavia, per gli oggetti celesti, questa stima è sistematicamente errata.
La percezione accurata della dimensione richiede una determinazione accurata della distanza, la quale a sua volta dipende dalla presenza di oggetti intermedi che permettano di giudicare la profondità in modo continuo: “We also showed that the visual faculty never perceives the sizes of visible objects [properly] unless the distances they span lie in line with [a] continuous [succession of] neighboring objects” (1260). Poiché le stelle non hanno oggetti intermedi tra loro e l’occhio, la loro distanza non può essere determinata con precisione. La facoltà visiva ricorre quindi a una stima, paragonandola alle vaste distanze terrestri a cui è abituata: “the visual faculty assesses the distance of the stars [by estimation] and matches their [estimated] distances to vast terrestrial distances that are perceived” (1261).
Un errore fondamentale è la percezione della volta celeste come una superficie piatta e non come una sfera concava. La ragione è che la vista non può discernere direttamente la tridimensionalità, la rotondità o la concavità del cielo, percependo solo il suo colore bluastro: “its bodily mass, its extension in three dimensions, its roundness, and its concavity can in no way be perceived” (1262). Di conseguenza, la mente assimila la forma del cielo a superfici piane e familiari come muri: “it will perceive it as flat, for it will match it to various customary surfaces, such as walls” (1266). Lo stesso vale per la Terra, percepita come piatta a meno della presenza di montagne e valli (1267).
Sulla base di questa percezione di un piano, la facoltà visiva giudica gli oggetti in alto, sopra la testa, come più vicini, e quelli all’orizzonte come più lontani. Poiché le stelle sottendono angoli visivi pressoché uguali in qualsiasi punto del cielo – “there is hardly any difference between the angle the star subtends at the center of sight when the star lies in the middle of the sky and the angle it subtends… when the star lies at the horizon” (1278) – la correlazione di un angolo simile a una distanza maggiore (all’orizzonte) produce la percezione di una dimensione maggiore: “when the sense [of sight] correlates two angles nearly equal in size to two [noticeably] different distances, it perceives the farther one as larger” (1278). Questo è il motivo principale, fisso e immutabile, dell’illusione: “the cause for this [error] is fixed, constant, and immutable” (1288).
Il testo considera e scarta l’ipotesi che la rifrazione della luce nell’etere celeste possa causare la differenza di dimensione apparente, concludendo che la riduzione dell’angolo dovuta alla rifrazione è trascurabile (1279-1282). Tuttavia, ammette un secondo fattore che può aumentare l’effetto: la presenza di vapori densi all’orizzonte. Questi vapori, agendo come un mezzo più denso tra l’oggetto e l’occhio, possono far apparire le stelle ancora più grandi per un ulteriore effetto di rifrazione (1293-1299). Questo fattore, a differenza del primo, non è costante ma occasionale.
In sintesi, le stelle appaiono piccole a causa della loro enorme distanza e dei minuscoli angoli che sottendono, ma la loro dimensione relativa è distorto da un errore cognitivo sistematico: la percezione di un cielo piatto che porta a una stima errata e differenziata delle distanze celesti.
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15 Ricostruzione delle unità di misura e dell’apparato di Alhazen
Un’indagine filologica per determinare le dimensioni di un dispositivo sperimentale descritto nel De aspectibus, basata sull’interpretazione delle sue unità di misura tradizionali.
Il testo affronta il problema di interpretare le dimensioni fisiche di un apparato sperimentale descritto da Alhazen (Ibn al-Haytham) nel suo trattato ottico, partendo dalle unità di misura da lui utilizzate. L’analisi si concentra sul digit (dito), sul cubit (cubito) e sul grain of barley (grano d’orzo), riconoscendone l’intrinseca variabilità storica. La strategia dell’autore è dedurre la lunghezza del digit di Alhazen da un dato anatomico: nel De aspectibus, Alhazen descrive una tavola larga quattro digits, misura che egli associa alla distanza tra i centri delle pupille. Assumendo tale distanza “intorno a 3 pollici (cioè 6 cm)”, si conclude che “Alhacen’s digit was nearly 9 cm long” (1328).
Per il cubit, non essendo disponibile un riferimento altrettanto diretto, si procede per inferenza. Sapendo che le misure comuni del cubito storico vanno “da circa 46 cm (il cosiddetto cubito corto) a circa 53 cm (il cosiddetto cubito reale)” (1326), e che il cubito è un multiplo del digit, si ipotizza per “vari motivi” che “Alhacen’s cubit contains 26 digits” (1330). Ciò porta a un cubito di circa 50 cm (1.9 cm x 26). Il grain of barley viene trattato come un sottomultiplo del digit, con la scelta “più ovvia” di “two grains of barley per digit” (1335), risultando in un valore di circa 95 cm. L’autore nota però che “Both values are probably somewhat high, .9 and 8 perhaps being nearer the mark” (1337), suggerendo quindi digit di 8 cm e grain of barley di 9 cm, con la sua metà a “circa 5 mm” (1338).
Queste stime, sebbene approssimative, permettono di visualizzare la scala dell’apparato. Il componente principale è un “register plate” (piatto di registrazione) di diametro pari a un cubito, quindi “circa 50 cm” (1341), circondato da un bordo (rim) alto due digits (circa 8 cm) (1342). Al centro del retro del piatto è fissato un sottile cilindro, lungo tre digits (circa 5 cm), che fungerà da perno (1343, 1344). La descrizione geometrica dettagliata (1345-1350) spiega come tracciare diametri sul piatto e segnare punti specifici sul bordo interno, utilizzando il grain of barley e la sua metà come unità di misura per queste marcature. Significativamente, l’autore osserva che “the exactitude of these measures has little or no bearing on the actual use of the apparatus or the experiments based on it” (1332), sottolineando che l’importanza dell’esercizio risiede nella comprensione concettuale della costruzione, non nella precisione metrica assoluta.
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16 Costruzione e impiego di un apparato sperimentale per lo studio della rifrazione
Descrizione tecnica delle fasi costruttive e del principio di funzionamento di un dispositivo per esperimenti ottici, attribuito ad Alhacen.
Il testo tratta della costruzione meticolosa di un apparato sperimentale, presumibilmente per indagare i fenomeni di rifrazione della luce. La procedura è descritta con precisione geometrica e artigianale, utilizzando unità di misura dell’epoca come il grano d’orzo e il dito. Si parte dalla preparazione di una piastra di registro circolare e del suo cerchione. Per quest’ultimo, si suggerisce di tagliare una striscia di bronzo di lunghezza pari a 135 grani d’orzo, “che è tre quarti della circonferenza della piastra di registro” (1396). Su di essa vengono tracciate tre linee parallele a intervalli di mezzo grano, e la linea centrale viene suddivisa in 270 unità da mezzo grano ciascuna (1397, 1398). Un foro del diametro di un grano viene praticato a un punto specifico. Una volta fissato verticalmente al cerchione, questo sistema definisce un quadrante aperto, con un punto (F) che “giace precisamente quattro gradi a destra del punto A” (1400).
L’apparato comprende anche una barra di bronzo a sezione quadrata (due digiti per lato) da fissare al retro della piastra mediante un perno cilindrico. Dopo il montaggio, le estremità sporgenti della barra vengono tagliate e i pezzi rimossi (C) sono riattaccati al segmento centrale (A) con una sovrapposizione di un dito, fissati ulteriormente con “un perno di rame” (1409, 1410, 1411). Un righello di rame è costruito con dimensioni specifiche: lungo almeno mezzo cubito, largo due grani d’orzo e alto uno. La sua forma è tale che, a seconda di come viene posizionato sulla piastra, la sua faccia superiore o una linea mediana tracciata su di essa giacciono “nel piano del cerchio medio tracciato sulla parete interna del cerchione” (1424, 1425).
L’esperimento prevede l’uso di un vaso riempito d’acqua, il cui bordo deve essere perfettamente piallato e il cui diametro deve essere maggiore di quello dell’apparato. L’apparato viene immerso e sospeso al bordo tramite la barra, in modo che il centro della piastra (C) si trovi “un dito sotto l’orlo del vaso” (1439). L’acqua viene versata fino a raggiungere l’altezza di questo centro. Lo scopo principale del test con un oggetto sul fondo è stabilire che, osservando lungo una linea di vista perpendicolare, l’oggetto “apparirà non distorto dalla rifrazione, a condizione che sia piccolo” (1432). Ciò permette di concludere che i raggi luminosi che colpiscono orthogonalmente l’interfaccia aria-acqua “passano direttamente attraverso quell’interfaccia non rifratti” (1429). Questa osservazione, sebbene problematica da confermare empiricamente con l’apparato (1431), fonda il principio metodologico: “da qui in poi [si è] consigliati di fare tutte le nostre osservazioni sperimentali dall’alto direttamente in modo che ciò che vediamo non sia distorto dalla rifrazione” (1434). Una condizione cruciale è che il piano della superficie dell’acqua sia perfettamente parallelo al bordo del vaso, per garantire che la piastra di registro sia perfettamente perpendicolare alla superficie stessa, allineandosi così correttamente con il piano di rifrazione quando la luce solare entra nell’acqua attraverso il foro nel cerchione (1436, 1437).
Il testo è corredato da riferimenti a figure (es. 2.7, 2.8, 2.9) che mostrano i componenti: la piastra di registro con i suoi diametri e il foro sul cerchione, i cerchi concentrici tracciati, il pannello per il secondo foro e la striscia di supporto (1412-1418). L’estratto ha il carattere di una testimonianza storico-scientifica dettagliata, che illustra il rigore metodologico e l’ingegnosità costruttiva nella progettazione di esperimenti ottici in un periodo pre-moderno, ponendo le basi per un’indagine controllata dei fenomeni naturali.
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17 Descrizione di un apparato sperimentale per lo studio della rifrazione della luce
Analisi di un esperimento storico sulla rifrazione, con note metodologiche e vincoli pratici.
Il testo descrive nel dettaglio un apparato sperimentale, attribuito ad Alhazen (Alhacen), progettato per studiare la rifrazione della luce passando dall’aria all’acqua e attraverso il vetro. L’esperimento inizia orientando l’apparato in modo che un raggio di sole passi attraverso due fori: uno sul bordo dell’apparato (F) e uno su un pannello interno (R), per poi raggiungere la superficie dell’acqua contenuta in un vaso. La luce che passa crea un’ombra definita e, se allineata correttamente, proietta un cerchio di luce sia sulla superficie dell’acqua che sulla parete interna del bordo dell’apparato, al di sotto della linea d’acqua, in un’area in ombra che ne facilita l’osservazione (1442, 1443, 1446). Per verificare l’allineamento, si usa un righello di rame (EK) posizionato oltre il foro R: la luce che si forma sulla sua faccia più larga deve essere “uniforme”, interpretata come la formazione di un cerchio, il che richiede che il righello sia tenuto perpendicolare al diametro FCG (1444, 1445).
La descrizione è accompagnata da note critiche che ne evidenziano i vincoli pratici e il genio metodologico. L’uso di due fori, anziché di un unico tubo, è presentato come una soluzione pragmatica a problemi di manipolazione. Un tubo della lunghezza necessaria (circa 5 cm) avrebbe richiesto un allineamento perfetto con il sole; la minima deviazione avrebbe causato la riflessione della luce sulle pareti, attenuandola fortemente (1447-1450). Inoltre, l’intero apparato, incluso il vaso d’acqua (del peso di almeno 50 kg), è ingombrante da manovrare. Ogni aggiustamento per orientare i fori verso il sole turba l’acqua, che invece deve essere perfettamente calma perché l’esperimento funzioni. Il tempo necessario per ogni regolazione e per far calmare l’acqua farebbe inoltre spostare la posizione del sole (1451-1453). “Il pregio della disposizione a due fori di Alhazen, quindi, è che permette un certo margine nell’allineamento dei fori con il sole, cosicché non deve essere perfetto perché l’esperimento funzioni” (1454), il che a sua volta concede il tempo necessario per gli aggiustamenti e la stabilizzazione dell’acqua (1455).
Le osservazioni confermano principi ottici fondamentali. Il cerchio di luce sul bordo, centrato sul punto D, dimostra che i raggi incidente e rifratto giacciono sullo stesso piano, specificamente il piano del cerchio medio tracciato sulla parete interna del bordo (1456, 1457, 1467). Si tiene conto della naturale dispersione conica della luce che passa attraverso un foro: il cerchio di luce sul bordo può estendersi moderatamente oltre i limiti dei cerchi tracciati, ma lo fa in modo simmetrico (1458, 1459). Un esperimento con uno stilo (acus) dimostra che, indipendentemente da dove questo venga posto rispetto al foro, la sua ombra apparirà sempre nello stesso punto preciso nel cerchio di luce proiettato, confermando che il raggio assiale passa per i centri di tutti i fori e dei cerchi di luce (1464-1466).
Un test successivo con un righello e un ago lungo conferma ulteriormente la linearità della propagazione della luce rifratta nell’acqua. Posizionando il righello in modo che la sua faccia superiore giaccia “sulla linea mediana del cerchio di luce sulla superficie dell’acqua all’interno del piano del cerchio medio” (1472) e che il suo bordo anteriore passi per il punto centrale C del piatto di registrazione, esso blocca un quarto della luce. L’ombra dell’ago, posizionato sul bordo superiore del righello a livello dell’acqua, cade sul vertice dell’ombra del righello stessa sul bordo sommerso. Ciò dimostra che la luce rifratta prosegue in linea retta attraverso l’acqua e che il raggio assiale rifratto giace sullo stesso piano del raggio incidente (1469-1480).
L’analisi si sposta quindi sulla dimostrazione che la luce si rifrange verso la normale. Se il raggio assiale FC proseguisse diritto nell’acqua, raggiungerebbe un punto G’; invece, rifrangendosi in C, raggiunge un punto D. L’osservatore, guardando lungo la linea di vista AD, noterà una discrepanza tra G’ e D, e vedrà che D si trova tra G’ e il punto finale della normale EK, dimostrando così la rifrazione verso la normale (1481-1486).
Viene poi discusso il problema pratico di verificare che un raggio ortogonale all’interfaccia aria-acqua passi diritto. Tale verifica richiederebbe che il sole fosse allo zenit dell’esperimentatore, condizione che si verifica solo alle latitudini comprese tra i tropici del Cancro e del Capricorno (circa 5° nord e sud). Ad esempio, “Alhazen, per esempio, non avrebbe potuto condurre il test al Cairo, dove presumibilmente si stabilì negli anni 1020, perché il Cairo si trova leggermente oltre i 30° a nord dell’equatore” (1490-1491). Ai tropici, il sole è allo zenit solo durante il rispettivo solstizio; all’equatore, durante gli equinozi; e alle latitudini intermedie, due volte l’anno in date simmetriche (1487-1494).
La parte finale descrive un esperimento con il vetro. Diversi cubi di vetro, con spigoli lunghi due chicchi d’orzo e angoli perfettamente retti, vengono incollati in fila sul piatto di registrazione per formare una barretta rettangolare che va dal punto C verso R (1497-1500). La precisione è cruciale: “Qualsiasi deviazione causerà un’inclinazione nell’allineamento, e quell’inclinazione sarà moltiplicata per il numero di cubi di vetro che compongono la barra” (1501). Un raggio di sole fatto passare attraverso i fori e la barretta di vetro proietta un cerchio di luce su un righello di rame posizionato oltre di essa, dimostrando il passaggio rettilineo attraverso il mezzo (1506-1508). La luce può disperdersi, ma i bordi dei cubi si estendono oltre la circonferenza dei fori di almeno mezzo chicco d’orzo, “che è più che sufficiente per accogliere la luce che si diffonde” (1509). Esperimenti successivi di rimozione selettiva dei cubi dimostrano che il fascio di luce segue una linea perfettamente retta indipendentemente dal numero di cubi attraversati, e non uno percorso a zig-zag per rifrazione alle interfacce (1514-1515).
L’ultimo dettaglio costruttivo riguarda la preparazione di una sezione di sfera di vetro (un quarto di sfera, sebbene tecnicamente leggermente più grande) per ulteriori esperimenti, specificandone le dimensioni in relazione a un cubito e a un chicco d’orzo (1516-1522).
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18 Analisi del modello vettoriale di Alhacen per riflessione e rifrazione
Un’esposizione critica della spiegazione dinamica della luce, tra intuizioni geometriche e limiti concettuali.
Il testo analizza la teoria di Alhacen (Ibn al-Haytham) sulla riflessione e rifrazione della luce, basata su un modello vettoriale e dinamico. La luce è concepita come una “palla” dotata di forza e velocità, il cui comportamento è determinato dalla resistenza incontrata sulle superfici. Per la riflessione, si parte dal caso limite in cui la luce colpisce una superficie “perfettamente liscia, compatta e non porosa” (1638) perpendicolarmente, rimbalzando lungo il percorso originale poiché incontra una resistenza “uguale e opposta alla forza esercitata dalla luce incidente” (1605). Quando l’incidenza è obliqua, la superficie oppone resistenza solo lungo la componente verticale del moto, lasciando inalterata la componente orizzontale. Ciò determina un rimbalzo simmetrico, per cui “l’uguaglianza degli angoli di incidenza ARN e di riflessione NRB segue automaticamente dal modello” (1617).
Il modello per la rifrazione è analogo, ma presuppone un’interfaccia permeabile tra un mezzo più rarefatto e uno “più denso, meno trasparente” (1618). Alhacen suppone che “la luce si muova più velocemente nei mezzi più rarefatti” (1619). Nell’impatto ortogonale, la luce perde velocità e forza a causa della resistenza verticale del mezzo denso, percorrendo una traiettoria più corta. Nell’impatto obliquo, la resistenza del mezzo agisce sia lungo la verticale che lungo l’orizzontale. Per spiegare la deviazione della luce verso la normale, Alhacen introduce un “principio di conservazione del moto composito” (1628), secondo cui la luce, per conservare il più possibile questo moto complessivo, viene “deviata verso un passaggio più facile, e tale passaggio necessariamente si inclina verso la normale” (1629). Il percorso seguito nel mezzo più denso è dunque “il percorso di minima resistenza secondo la conservazione del moto composito” (1631).
Il testo sottolinea però le criticità di questa “analisi vettoriale e spiegazione dinamica” (1632). Problematico è il legame stabilito tra trasparenza, densità e potere rifrattivo. Si osserva che “l’acqua è più densa della maggior parte dei tipi di legno, eppure il legno è chiaramente meno trasparente dell’acqua” (1634) e che alcuni mezzi, come l’olio, sono “meno densi e più rifrangenti dell’acqua” (1635). Una contraddizione fondamentale emerge riguardo alla riflettività: se essa dipende da superfici perfettamente opache e impermeabili (1638), come si spiega che “il vetro lucidato, sebbene eminentemente trasparente, è anche eminentemente riflettente” (1639)? Il testo evidenzia un dilemma irrisolto: le proprietà ottiche derivano “dalla natura intrinsecamente densa della materia” o “dalla struttura fisica di quella materia secondo la sua porosità” (1641). Infine, viene messa in discussione la coerenza del principio di conservazione, poiché esso dipende dal fatto che “le resistenze verticale e orizzontale poste dal mezzo più denso agiscano in modi fondamentalmente diversi” (1644). Nonostante queste difficoltà, si riconosce che i tre mezzi indagati empiricamente da Alhacen (aria, acqua e vetro) rispettano la correlazione tra densità e rifrattività (1636).
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19 Analisi del Modello di Rifrazione di Alhazen e del Contesto Cosmologico
Una critica interna alla coerenza dinamica del modello di rifrazione di Alhazen e una precisazione sul quadro cosmologico tolemaico.
Il testo affronta due nuclei distinti: una critica dettagliata al modello causale della rifrazione proposto da Alhazen (Ibn al-Haytham) e una chiarificazione terminologica e concettuale relativa a un apparato sperimentale e alla cosmologia antica.
La contraddizione dinamica nel modello di Alhazen L’analisi si concentra sull’apparente simmetria formale tra la descrizione della rifrazione da un mezzo più denso a uno più raro e quella da un mezzo più raro a uno più denso. Sebbene geometricamente speculari, le due situazioni rivelano un’incongruenza nei principi dinamici sottostanti. Il modello presuppone che la luce, passando ortogonalmente dall’acqua all’aria, segua il percorso “più facile e più potente possibile” (1664). Tuttavia, quando si considera un’incidenza obliqua (A’R), la logica interna del modello conduce a un paradosso. Se il percorso ortogonale (RB) è ottimale, qualsiasi deviazione (rifrazione) verso RB’ implicherebbe un moto più difficile, creando una discontinuità concettuale: “o RB rappresenta il percorso di massima difficoltà o c’è un salto quantico tra esso, come traiettoria più facile possibile, e il suo vicino più prossimo alla destra, che è la traiettoria più difficile possibile” (1677). Ne risulta che, nonostante la simmetria geometrica, i due casi “non sono chiaramente simmetrici dal punto di vista dinamico secondo i principi analitici di Alhazen” (1680). Questa critica interna non ha inficiato l’influenza storica del lavoro di Alhazen, dato che Cartesio “attinse ampiamente da esso per costruire il proprio modello di rifrazione nella Dioptrique” (1657).
Precisazioni terminologiche e cosmologiche Il testo chiarisce due elementi contestuali. Primo, corregge l’interpretazione del sottotitolo latino “De qualitate reflexionis lucis in corporibus diaffonis”, specificando che il contenuto che segue è in realtà “un’analisi quantitativa della rifrazione basata sulla divisione del cerchio medio sul bordo dell’apparato sperimentale in 360 gradi” (1681). Secondo, definisce il termine latino “mundus”, tradotto come “mondo”, spiegando che nell’ottica aristotelica e tolemaica esso comprende “sia la sfera terrestre che la sfera celeste con tutti i suoi contenuti: in breve, l’universo” (1682). Questo universo geocentrico è strutturato in sfere concentriche: al centro c’è la sfera della terra, avvolta in successione da sfere d’acqua, aria e fuoco (1683, 1684, 1685).
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20 Analisi comparativa dei metodi sperimentali e dei dati di rifrazione in Alhazen e Tolomeo
Un confronto tra l’approccio sperimentale di Alhazen e le tavole di Tolomeo, evidenziando convergenze, discrepanze e l’assenza di dati tabellari nel primo.
Il testo analizza il metodo sperimentale di Alhazen (Alhacen) per misurare la rifrazione dell’aria all’acqua, confrontandolo con la legge moderna del seno e, soprattutto, con i dati storici forniti da Tolomeo. Alhazen descrive in dettaglio un apparato per cui, con un angolo di incidenza di 70°, “quel raggio luminoso sarà rifratto verso un nuovo punto D sul bordo dell’apparato sott’acqua, l’arco risultante GD misurando l’angolo di rifrazione” (1744). Fornisce istruzioni per angoli da 10° a 80° ma, a differenza di Tolomeo, “non fornisce le proprie tabulazioni” (1754), né per altri mezzi come aria-vetro o vetro-acqua (1755).
I valori teorici moderni, basati su un indice di rifrazione di 33, sono usati come riferimento. Si ipotizza che le misurazioni di Alhazen, se eseguite “nel limite della precisione strumentale” (1749), forse al più vicino 10’ o 12’ d’arco (1750), avrebbero potuto divergere solo leggermente da quelli elencati (1751). Un punto peculiare è la definizione di Alhazen dell’angolo di rifrazione come angolo di deviazione (R(Alh.)), diversa da quella moderna rispetto alla normale (R(Mod.)). Il testo nota che “in ogni caso il rapporto tra qualsiasi angolo di rifrazione/deviazione più piccolo nell’ultima colonna e il suo corrispondente angolo di incidenza è minore del rapporto tra qualsiasi angolo di rifrazione/deviazione più grande nell’ultima colonna e il suo corrispondente angolo di incidenza” (1752), coerentemente con una generalizzazione discussa precedentemente.
Il confronto storico è centrale. Se Alhazen avesse convertito i suoi valori in angoli rispetto alla normale e li avesse paragonati a quelli di Tolomeo, avrebbe notato che per angoli di incidenza tra 10° e 70° le discrepanze sarebbero state minori di 1°, “notevolmente minori in alcuni casi: es. 5 vs 0, 9 vs 5, 5 vs 0, 0 vs 8, 0 vs 0, 2 vs 5, e 8 vs 5” (1761). Tuttavia, a 80° d’incidenza, i valori divergono di almeno due gradi (47.8° vs 50°) (1763-1765). L’assenza di tabulazioni nel De aspectibus rende impossibile stabilire se Alhazen concordasse con i risultati tolemaici (1766). Tuttavia, un’indicazione chiara viene da un’opera successiva, il “Trattato sulla Sfera Ustoria”, dove Alhazen cita esplicitamente il libro V dell’Ottica di Tolomeo e riporta due valori per la rifrazione aria-vetro: “25° e 30° per gli angoli di rifrazione ad angoli di incidenza di 40° e 50°, rispettivamente” (1768-1771), che equivalgono a “15° e 20°” (1772-1773) secondo la sua definizione basata sulla deviazione. Questo riferimento attesta la sua conoscenza e l’implicita accettazione dei dati tolemaici.
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21 Descrizione di un esperimento di ottica medievale sulla rifrazione
Ricostruzione critica di un apparato sperimentale descritto da Alhacen per studiare la rifrazione della luce attraverso una superficie di vetro convessa.
Il testo analizza la riproduzione grafica e la spiegazione di un complesso esperimento di ottica attribuito allo scienziato medievale Alhacen (Ibn al-Haytham). L’apparato principale, rappresentato in una figura copiata da un manoscritto originale, impiega un quarto di sfera di vetro posizionato con la faccia piana allineata a una linea perpendicolare. Un raggio di luce, passando attraverso due fori allineati, colpisce obliquamente la superficie convessa del vetro. L’autore nota che “it strikes the convex face obliquely so as to refract away from normal ACA’ when it enters the air below the glass” (1868), descrivendo così il fenomeno della rifrazione all’uscita dal mezzo più denso.
La descrizione di Alhacen, sebbene meticolosa, viene definita “somewhat difficult to follow because of its painstaking, sometimes confusing detail” (1869), ma risulta chiara una volta rappresentata graficamente. La procedura richiede la preparazione di un pezzo di vetro cavo supplementare, la cui costruzione è minuziosamente specificata. Questo pezzo presenta un incavo semicilindrico il cui raggio (EN) è uguale a quello del quarto di sfera usato in precedenza. Le sue dimensioni sono definite con precisione usando come unità di misura il ”grano d’orzo”; ad esempio, i bordi paralleli HEM e KL sono “equal to the diameter at the base of the semicylindrical hollow plus a grain of barley” (1872), e l’altezza totale del pezzo è di due grani d’orzo.
L’esperimento prevede un rigido protocollo di allineamento geometrico. Sul piatto di registrazione dell’apparato principale, si traccia una linea ACA’ che “will pass along a radius of the semicircle at the base of the hollow” (1879). Il pezzo di vetro cavo deve essere applicato in modo che il suo bordo inferiore sia a filo con una perpendicolare tracciata e che il punto centrale E “lies directly above the intersection of that perpendicular and line ACA’” (1878). Questo assicura che il raggio assiale del fascio luminoso, proveniente dai fori F e R e giacente nel piano del cerchio medio del bordo, colpisca ortogonalmente la faccia piana KL del vetro, attraversandola senza deviazione: “it will pass straight through because it strikes that face orthogonally” (1883). L’apparato è progettato in modo che l’altezza del pezzo di vetro (due grani d’orzo) sia sufficiente a intercettare il fascio luminoso, poiché il foro sul bordo si trova a un solo grano d’orzo sopra il piatto.
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22 Analisi delle Regole di Rifrazione di Alhazen e delle Discrepanze Moderne
Confronto tra le affermazioni universali di Alhazen sulla rifrazione e i dati sperimentali moderni, con esame delle varianti testuali e dei limiti di applicabilità.
Il testo analizza le regole di rifrazione della luce enunciate da Alhazen (Ibn al-Haytham), confrontandole con i dati tabulari ottenuti da esperimenti condotti con precisione strumentale entro certi limiti. Le tabelle di rifrazione per aria-acqua e aria-vetro risultano “estremamente vicine” a quelle che Alhazen avrebbe dovuto ottenere con procedure sperimentali il più precise possibile (1891). L’analisi si concentra su diverse affermazioni universali (“meant to be universally true”) avanzate da Alhazen (1893). La prima è che, per due mezzi trasparenti dati, lo stesso angolo di incidenza produce invariabilmente lo stesso angolo di rifrazione/deviazione (1894). La seconda afferma che un angolo di incidenza maggiore produce un angolo di rifrazione/deviazione maggiore, sia nel passaggio da un mezzo più rarefatto a uno più denso che viceversa (1895). Questa affermazione è confermata (“borne out”) da tutte le tabulazioni esaminate (1896-1897).
Vengono poi esaminate regole più specifiche sulle relazioni proporzionali tra angoli. Una regola (Regola 3) afferma che se i > i’, allora la differenza tra gli angoli di rifrazione corrispondenti (r/d - r/d’) è minore della differenza tra gli angoli di incidenza (i - i’) (1898). Sebbene questa regola valga generalmente, si riscontra un’eccezione per la rifrazione dal vetro all’aria per angoli di incidenza di 30° e 40°, dove r/d - r/d’ = 16°, valore “significativamente maggiore” di i - i’ = 10° (1899-1900). Un’altra formulazione proporzionale è che r/d : i > r/d’ : i’ (1901), inizialmente articolata da Alhazen in ordine inverso (1902). La Regola 4, universalmente valida per le tabulazioni date, asserisce che quando la luce passa da un mezzo più rarefatto a uno più denso, l’angolo di rifrazione/deviazione è “invariabilmente minore” dell’angolo di incidenza (1908), cosa ritenuta auto-evidente (1909). Tuttavia, si nota una discrepanza tra la versione latina e quella araba di questa regola. Secondo Omar e Rashed, la versione araba afferma che r/d è sempre minore della metà di i (1910). Questa regola, sebbene applicabile ai dati per angoli fino a 80°, non vale per valori dell’angolo di incidenza aria-vetro (con indice di rifrazione 5) a partire da poco meno di 83°, punto in cui l’angolo di rifrazione/deviazione supera la metà di i (1911). Questo limite decresce al crescere dell’indice di rifrazione (1912).
Per il passaggio inverso (da mezzo più denso a più rarefatto), la versione latina sembrerebbe affermare che l’angolo di rifrazione è la metà della somma dei due angoli (r/d = .5(i + r/d)) (1913-1914), regola smentita (“contravened”) da tutti i casi presumibilmente testati da Alhazen (1915-1917). La versione araba, invece, riportata da Omar e Rashed, afferma che r/d è sempre minore di metà di quella somma (r/d < .5(i + r/d)), il che equivale a dire che l’angolo di incidenza è sempre maggiore dell’angolo di rifrazione (1918-1919). Anche questa regola, tuttavia, non ha validità universale: per il vetro (indice 5), l’angolo di rifrazione/deviazione comincia a superare l’angolo di incidenza quando i raggiunge un valore di poco superiore a 4°, fino a raggiungere l’angolo critico di circa 8° (1920-1921).
Infine, il testo spiega un principio generale: se la luce passa da un mezzo rarefatto a due mezzi densi di diversa densità con lo stesso angolo di incidenza, la deviazione sarà più accentuata nel mezzo più denso, producendo un angolo di rifrazione/deviazione maggiore (1922). Viene fornito l’esempio di un raggio con angolo di incidenza di 80°: l’angolo di deviazione per l’acqua è 4°, mentre per il vetro (più denso) è 39° (1923-1926).
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23 Analisi del Trattato di Alhacen sulla Radiazione e la Rifrazione
Ricostruzione dei principi ottici di Alhacen, dalla propagazione rettilinea della luce alla reversibilità del percorso luminoso, basata su deduzioni geometriche e modelli conici.
Il testo analizza le argomentazioni di Alhacen (Ibn al-Haytham) sulla natura della luce e della visione, evidenziando come la sua spiegazione della rifrazione si fondi su deduzioni logico-geometriche piuttosto che su verifiche sperimentali dirette. Si nota infatti che la sua affermazione sul passaggio della luce “dall’acqua all’aria e… dall’acqua al vetro è basata sulla deduzione piuttosto che sull’induzione perché il suo apparato sperimentale non è progettato per far passare la luce dall’acqua in un altro mezzo” (1930). Il nucleo concettuale è il modello della radiazione delle forme luminose. Alhacen postula che ogni punto sulla superficie di un oggetto luminoso e colorato irradi la sua “forma”, definita come luce mista a colore (“luminous color”), in tutte le direzioni attraverso un mezzo trasparente lungo linee rette (1933). Quando questa forma incontra una superficie, come quella di un mezzo trasparente diverso, “si irradierà a ogni punto su quel punto” creando una distribuzione continua (1934).
Un concetto strutturale fondamentale è quello del cono di radiazione. Il punto luminoso è il vertice di un cono la cui base è lo “spot” o luogo geometrico formato dalla sua forma sulla superficie del mezzo confinante (1935, 1948). Questo modello geometrico viene applicato sia alla rifrazione che, per analogia, alla riflessione (1939). Quando la luce passa in un mezzo di densità diversa, subisce una rifrazione. Il testo chiarisce un principio chiave spesso nascosto da una “verbose intricata”: la reversibilità del percorso luminoso. “La luce che si irradia da un dato punto in un mezzo trasparente e rifratta a un dato punto in un altro mezzo trasparente seguirà lo stesso percorso se la direzione della radiazione è invertita” (1938). Questo principio di reciprocità è illustrato con un’analisi dettagliata: si immagina un punto A nell’aria che irradia verso un mezzo più denso; i raggi si rifrangono verso la normale (tranne quello perpendicolare) (1942-1945). Invertendo il processo, se i punti sulla superficie del mezzo denso irradiano verso l’aria, i raggi si rifrangeranno lontano dalla normale convergendo esattamente nel punto A originario (1950-1951).
La conseguenza per la teoria della visione è diretta: se un “centro di vista” (center of sight) è posto nel punto A, vedrà le forme di tutti i punti dell’oggetto attraverso il mezzo denso, convergenti in A. Solo il punto che giace sulla perpendicolare (N’) raggiungerà l’occhio senza rifrazione (1952). Lo stesso vale per la situazione inversa, con l’osservatore nel mezzo più denso e l’oggetto in quello più rarefatto (1953). Infine, il testo descrive un esperimento concreto che è l’“obverse” di uno precedentemente illustrato: una sorgente luminosa sott’acqua (punto D) illumina un occhio posto in aria (punto F), che la vede attraverso un foro di puntamento in una canna. Quando l’apparato è allineato perpendicolarmente alla superficie, l’esperimentatore vede l’estremità di uno stilo al punto G, dimostrando che il raggio sulla normale non subisce rifrazione (1954). Questo esperimento convalida il modello teorico in un caso specifico e controllato.
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24 Analisi di un esperimento storico sulla rifrazione atmosferica
Descrizione dell’apparato sperimentale e del fenomeno osservato da Alhacen per dimostrare la rifrazione atmosferica della luce stellare.
Il testo analizza un esperimento condotto dallo scienziato Alhacen (Ibn al-Haytham) volto a dimostrare l’effetto della rifrazione atmosferica sulla luce delle stelle. L’atmosfera terrestre, definita come “The shell of fire and air surrounding the Earth below the heavens” (1992), agisce come un mezzo rifrangente tra l’etere celeste e l’aria, facendo sì che “those bodies are always seen by means of refraction” (1992). Sebbene il termine latino stella possa riferirsi genericamente a corpi celesti come la luna e i pianeti (1993), l’analisi di Alhacen si concentra sulle stelle fisse.
Per l’esperimento, viene utilizzato uno strumento di misurazione chiamato armillare equatoriale, una versione semplificata dello strumento tolemaico (2000). Questo strumento, descritto in dettaglio (2001, 2002), è costituito da anelli fissi (meridiano ed equatoriale) e un anello mobile (delle declinazioni) dotato di mirini. Viene orientato in modo che il suo asse nord-sud sia allineato con il polo celeste e l’anello meridiano coincida con il meridiano dell’osservatore (2003). L’osservazione deve essere condotta da un punto elevato su un orizzonte pianeggiante, per evitare irregolarità topografiche (2007).
Il procedimento prevede di misurare la posizione di una stella in due momenti: al suo sorgere all’orizzonte (punto H) e a mezzanotte, quando passa allo zenit (punto B) (2019, 2020, 2022). In assenza di rifrazione, la distanza angolare della stella dal polo nord celeste (arco HD all’orizzonte e arco BD allo zenit) dovrebbe essere identica, poiché la stella è fissa sulla sfera celeste e “will always lie the same angular distance from the north pole” (2017). Tuttavia, l’esperimento rivela una discrepanza: “arc HD is slightly smaller than arc BD” (2023).
Questa differenza viene spiegata da Alhacen con la rifrazione atmosferica. La luce della stella, quando è bassa all’orizzonte, attraversa obliquamente l’atmosfera e viene deviata. Di conseguenza, “the star appears to lie at H” (2030), mentre la sua posizione reale è in S’. Il percorso apparente (HSB’) risulta quindi diverso da quello reale (KS’B) (2028, 2031). Solo allo zenit, dove la luce attraversa l’atmosfera perpendicolarmente, i percorsi coincidono e la misura è esatta (2032). Il testo specifica che, in condizioni normali, “the angle of refraction at the horizon is slightly higher than 30’” (2034). La spiegazione di Alhacen è storicamente significativa in quanto applica un modello ottico-matematico a un fenomeno astronomico osservabile, fornendo una prova sperimentale contro l’ipotesi di un cambiamento nell’orbita della stella stessa (2025).
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25 Sull’esperimento ottico e sull’uso del termine bombax nel De aspectibus
Un’analisi di un passaggio sperimentale e di una nota filologica concernenti la traduzione latina del Kitāb al-Manāẓir di Alhazen.
Il testo fornisce istruzioni per la preparazione di un esperimento ottico e, in una lunga nota, discute l’importanza storica e filologica del termine usato per indicare la carta. Un mattone di vetro di dimensioni precise (otto digiti per quattro) viene fissato a un cerchio, con un’estremità che sporge oltre il diametro bianco e l’altra oltre l’estremità L del diametro LX, in modo che il bordo FE sia a filo con la corda KL (2122, 2123). L’esperimento prevede quindi che l’osservatore posizioni l’occhio destro in linea con il punto L per stabilire la linea di vista EL (2148).
La nota si concentra sull’uso del termine latino bombax, qui tradotto come “carta” (2124). Si spiega che presumibilmente traduce l’arabo qirtas, a sua volta derivato dal greco per “papiro”, ma che all’epoca di Alhazen indicava già la carta (2125). L’etimologia latina rimanda ai termini bizantini per “carta” legati alla città siriana di Manbij (Bambyke), un grande centro di produzione medievale (2126, 2127). Questo uso solleva due questioni. In primo luogo, anticipa la prima attestazione nota del termine bombax per “carta”, finora collocata in Italia nel XIII secolo, suggerendo invece un’origine nella Spagna del XII secolo, dove la traduzione fu presumibilmente eseguita e la carta era già in produzione (2132, 2133, 2136, 2137). In secondo luogo, evidenzia un’importante discontinuità nella traduzione dell’opera: il termine arabo qirtas era stato precedentemente reso con pargamenum (“pergamena”) nei libri 3 e 4 (2139, 2140). Il passaggio a bombax in questa parte successiva del testo, unitamente ad altre analisi sui cambi di traduttore (2141, 2142, 2143, 2144), porta a concludere che “non fu lo stesso traduttore” e che sul trattato lavorarono almeno tre traduttori distinti (2146).
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26 Analisi di un costrutto geometrico per gli angoli limite nella rifrazione
Ricostruzione e interpretazione di un modello geometrico storico per determinare gli angoli critici nel passaggio della luce tra mezzi di diversa densità.
Il testo analizza una costruzione geometrica, attribuita ad Alhazen (Alhacen), per determinare gli angoli limite nella rifrazione della luce attraverso una sfera, probabilmente di vetro o acqua. Il fulcro del modello è l’identificazione di angoli critici: ZEK come “limiting angle of refraction” e LEA come angolo la cui metà corrisponde all’angolo di deviazione massimo (KET). La costruzione dimostra che “the first angle of incidence at which refraction into the sphere will occur is infinitesimally smaller than 90?”, mentre il primo angolo di incidenza per cui avviene la rifrazione in uscita è “infinitesimally smaller than ZEK”. Un elemento peculiare è l’attenzione alla percezione empirica: Alhazen specifica “as far as can be empirically determined”, indicando che i valori per ZEK e LEA si basano su dati sperimentali tabulati, presumibilmente per acqua o vetro, i soli mezzi più densi testati.
La costruzione è strettamente dipendente dal differenziale di densità tra i due mezzi: “the location of point E in this construction is absolutely specific to the density differential between the two media”. L’analisi suggerisce che il caso più semplice considerato da Alhazen sia la rifrazione dal vetro all’aria con un rapporto di densità di 5. Esaminando i dati tabulati per la rifrazione dall’aria al vetro, si nota che l’angolo di deviazione per un angolo di incidenza (i) di 80° è di 39°, “slightly less than one-half i”, e che all’aumentare di i, l’angolo di deviazione si avvicina continuamente alla metà di i. Questo modello trova un parallelo nelle tavole di Tolomeo, dove i valori dell’angolo di rifrazione (r) sono calcolati con un algoritmo: per trovare r per i = 80°, si prende la differenza tra i valori di r per i = 60° e i = 70° (4°), si sottrae 5°, ottenendo 5°, che viene aggiunto al valore di r per i = 70° (38.5°).
Il significato storico del testo risiede nella sua testimonianza di un approccio geometrico-matematico sofisticato all’ottica nel medioevo islamico. Mostra il tentativo di derivare relazioni quantitative e angoli limite a partire da dati sperimentali (attribuiti a Tolomeo), integrandoli in un modello teorico coerente. La discussione sugli angoli “infinitesimally smaller” e sull’impercettibilità di piccole differenze di rifrazione rivela una consapevolezza delle limitazioni della percezione sensoriale nella verifica sperimentale.
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27 La Teoria Ottica di Alhazen sulla Selezione delle Immagini e la Visione Periferica
Analisi del meccanismo di formazione dell’immagine visiva secondo Alhazen, che integra proprietà ottiche e sensibilità dell’organo per spiegare la visione diretta e periferica.
Il resoconto si basa sulla teoria della visione di Alhazen (Alhacen), come descritta nel suo trattato. Il nucleo concettuale è la selezione delle forme visive da parte dell’umore glaciale (il cristallino), che avviene secondo due principi complementari: uno ottico e uno sensibile. La teoria parte dal presupposto che la facoltà visiva percepisca tutto dalla prospettiva del centro della vista (C), situato al centro del bulbo oculare e comune alle superfici anteriori di cornea, umore albugineo (umor acqueo) e umore glaciale (2319, 2321, 2322).
Quando l’occhio è rivolto a un oggetto, le forme di tutti i punti della sua superficie si irradiano verso ogni punto della cornea e, attraverso la pupilla, sulla porzione anteriore dell’umore glaciale (2324, 2325). Ciò crea un bombardamento incoerente di forme su quella superficie (2326). Per spiegare come si formi un’immagine ordinata, Alhazen combina le proprietà fisiche e sensoriali dell’umore glaciale. Otticamente, i tre mezzi (cornea, umore albugineo, umore glaciale) hanno diversa trasparenza e densità, causando la rifrazione dei raggi luminosi (2328). I raggi che colpiscono la cornea obliquamente subiscono una serie di rifrazioni che li deviano sempre lontano dal centro della vista C (2330-2333). Al contrario, i raggi che viaggiano lungo gli ortogonali (linee radiali) passano diritti senza rifrazione, formando il ”cono di radiazione” (piramis radialis) con vertice in C (2334). Solo gli oggetti entro questo cono sono visti lungo le linee radiali (2335).
La selettività ottica è integrata dalla natura sensibile dell’umore glaciale, che percepisce l’impressione della luce e del colore come un lieve “dolore” (dolor) (2336). L’intensità di questa percezione dipende dall’intensità dell’impressione, che è massima lungo la perpendicolare e si attenua con l’obliquità (2337, 2338). Pertanto, la superficie dell’umore glaciale “è disposta a essere influenzata solo da quelle forme che la raggiungono perpendicolarmente” (2339), ignorando le altre come troppo deboli (2340). In sintesi, l’umore glaciale seleziona una rappresentazione punto per punto dell’oggetto accettando solo le forme che lo colpiscono ortogonalmente (2341).
Tuttavia, Alhazen modifica questa teoria per spiegare la visione periferica. Ammette la percezione di forme che raggiungono l’umore glaciale obliquamente, necessaria per rendere conto della visibilità di punti oggetto, come O3 nella figura, che si trovano fuori dal cono di radiazione e che altrimenti sarebbero invisibili (2342, 2343). Il testo fornisce anche dettagli anatomici, descrivendo l’uvea (o “tonaca acinosa”) come una sfera opaca che racchiude gli umori, con un foro anteriore (pupilla) e di colore nero internamente (2344-2347). Infine, viene accennata una definizione del campo visivo basata sulla possibilità di tracciare una linea da un punto oggetto al centro della superficie dell’occhio senza intersecare l’occhio stesso prima di quel punto (2353, 2354).
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