A. Gramsci - Quaderni del carcere - I | L | m
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1 La genesi e la struttura dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci
“Un lavoro «fùr ewig», tra leggenda, autodifesa intellettuale e costruzione di sé”
Si presenta la genesi, la struttura e il contesto dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, attraverso le riflessioni sulla loro formazione, le condizioni carcerarie e le intenzioni teoriche dell’autore. Ci si riferisce alla complessità interpretativa dell’opera, spesso ridotta a “testimonianza eroica” o separata dalle circostanze storiche e personali che ne hanno determinato la nascita (“Si tende a considerare questa genesi come un semplice dato di fatto […] qualcosa a cui non deve darsi eccessivo peso” (fr:9)).
Si discute il rapporto tra la figura di Gramsci e la sua rappresentazione leggendaria, alimentata da narrazioni come quella di Piero Gobetti (“vi è l’immagine di un Gramsci come «profeta» rivoluzionario” (fr:18)) o da aneddoti carcerari che ne sottolineano la discrepanza tra fama e realtà (“Antonio Gramsci deve essere un gigante e non un uomo così piccolo” (fr:29)). Si cita la sua stessa percezione di sé come “uomo medio”, lontano da mitizzazioni (“Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde” (fr:54)).
Si analizza il passaggio dallo studio come mezzo di sopravvivenza intellettuale alla progettazione dei Quaderni, nati dall’esigenza di “fare qualcosa «fùr ewig»” (fr:69) e di centralizzare la vita interiore. Il piano iniziale prevedeva ricerche sugli intellettuali italiani, la linguistica comparata, il teatro di Pirandello e la letteratura popolare (“una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel secolo scorso” (fr:71)), ma la sua realizzazione fu ostacolata dalle condizioni carcerarie, dalla mancanza di strumenti e dalla difficoltà di dialogo (“non può contare che sulle proprie forze” (fr:91)).
Si evidenzia come Gramsci abbia alternato fasi di studio sistematico a momenti di ripiegamento su attività terapeutiche, come lo studio delle lingue (“sono proprio deciso a fare dello studio delle lingue la mia occupazione predominante” (fr:100)), senza mai abbandonare del tutto l’idea di un lavoro teorico disinteressato. Le letture, anche quelle apparentemente insulse, venivano sfruttate per estrarne spunti critici (“saper razzolare anche nei letamai” (fr:104)), mentre la scrittura dei Quaderni divenne il mezzo per rielaborare esperienze storiche e politiche (“guerra e dopoguerra, sviluppo e crisi del movimento operaio, rivoluzione d’Ottobre” (fr:90)).
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2 La genesi e l’evoluzione dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci
“Un lavoro teorico concepito «für ewig» tra sofferenze fisiche e isolamento, tra frammenti e piani riorganizzati”
Si presenta la genesi e lo sviluppo dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, analizzando le condizioni materiali e psicologiche in cui furono redatti. Le prime intenzioni di studio, inizialmente disordinate (“tali letture disordinate” (fr:105)), lasciano traccia nei successivi scritti (“non andranno del tutto perdute, e anche di esse si trovano precise tracce nel futuro lavoro dei Quaderni” (fr:111)). L’inizio concreto della stesura avviene nel 1929, in una cella del carcere di Turi, dove Gramsci affronta una detenzione lunga e logorante (“La prospettiva di una lunga detenzione […] potrebbe apparire astrattamente una condizione propizia per un’analisi teorica” (fr:113)), aggravata da sofferenze fisiche (“un attacco di acidi urici non gli permette più di muoversi senza difficoltà” (fr:115)).
Con il permesso di scrivere in cella (“È in queste condizioni che gli arriva infine il permesso per scrivere in cella” (fr:116)), Gramsci adotta misure per disciplinare il lavoro: limita le letture casuali e si dedica a traduzioni come esercizio preparatorio (“la prima è di evitare la casualità delle letture […] la seconda è di dedicare una parte del suo tempo […] a una serie di esercizi di traduzione” (fr:118)). L’avvio è lento (“l’inizio della stesura dei Quaderni ha […] un andamento lento” (fr:120)), ma dalla seconda metà del 1929 il lavoro procede regolarmente (“il lavoro tuttavia appare avviato in modo regolare” (fr:122)), fino a una crisi di salute nell’agosto 1931 (“Gramsci è colpito improvvisamente da una prima grave crisi del suo organismo logorato” (fr:123)).
Dopo la crisi, Gramsci riorganizza il piano di lavoro sotto il titolo Note sparse e appunti per una storia degli intellettuali italiani, raggruppando temi in quaderni specializzati (“il piano di lavoro è riformulato […] con un elenco di «Raggruppamenti di materia»” (fr:169)). Questa fase, tra il 1931 e il 1933, è caratterizzata da un’intensa attività nonostante il peggioramento delle condizioni fisiche (“le risorse naturali del suo organismo vengono compromesse irrimediabilmente” (fr:171)). Gramsci sottolinea il carattere provvisorio delle note (“si tratta spesso di affermazioni non controllate, che potrebbero dirsi di ‘prima approssimazione’” (fr:178)), motivato dalla mancanza di strumenti filologici e dalla volontà di non precludersi sviluppi futuri (“l’esigenza politica di controllare sugli sviluppi reali del movimento” (fr:184)).
L’isolamento e le sofferenze fisiche (“le mie forze di resistenza stanno per crollare completamente” (fr:190)) si riflettono nei Quaderni, ma Gramsci riesce a trasformare l’esperienza personale in riflessioni universali (“diventano esperienze esemplari, dotate di quella «pedagogica universalità e chiarezza»” (fr:199)). Con il trasferimento a Formia nel 1933, il lavoro rallenta (“il ritmo del lavoro appare piuttosto rallentato” (fr:204)), a causa dell’aggravarsi delle condizioni di salute (“L’organismo, profondamente intaccato, non rivela più possibilità di ripresa” (fr:206)). I Quaderni restano così un’opera incompiuta, frutto di un equilibrio precario tra resistenza fisica e tensione intellettuale.
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3 La genesi e la trasmissione dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci
“Un lavoro «fiir ewig», interrotto dalla prigionia e salvato dall’abnegazione di pochi.”
Si presenta la composizione, la struttura e la sorte postuma dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. Il testo ricostruisce il processo di stesura dei manoscritti durante la detenzione, le condizioni materiali e psicologiche dell’autore, e le vicende che ne hanno permesso la conservazione e la pubblicazione.
La stesura dei Quaderni Gramsci organizza i suoi appunti in “quaderni speciali”, suddivisi per “raggruppamenti di materia” (fr:211). Il lavoro consiste nel riprendere note sparse da quaderni miscellanei per riorganizzarle tematicamente: “le note sono a volte rielaborate, con qualche aggiornamento sulla base di nuove letture e di nuovi dati acquisiti, ma più spesso sono soltanto riprese alla lettera, come in una semplice copiatura meccanica” (fr:212). I momenti più creativi emergono in “alcune note aggiunte nei quaderni del periodo precedente” (fr:213). Tuttavia, la situazione non cambia con la libertà condizionale (ottobre 1934) o il ricovero nella clinica “Quisisana” (agosto 1935): “la vita del «libero vigilato» non è praticamente diversa da quella del recluso” (fr:215), poiché “la mente rimane lucida, ma le sue energie lo abbandonano a poco a poco” (fr:216) fino a che “l’organismo, estenuato, si spegne lentamente” (fr:217). Il lavoro si interrompe definitivamente: “Il lavoro dei Quaderni è finito, e non potrà più essere completato” (fr:218).
La salvaguardia dei manoscritti Dopo la morte di Gramsci (27 aprile 1937), “Tania Schucht provvede a mettere in salvo i manoscritti” (fr:219). Il suo ruolo è cruciale: “grazie alla sua attività silenziosa e discreta sono stati anche sventati i primi e più gravi pericoli di una dispersione dell’opera gramsciana” (fr:220). Senza questo intervento, “di Gramsci sarebbe rimasto soprattutto il ricordo di una leggenda” (fr:221). I manoscritti vengono preparati per l’invio a Mosca: Tania applica “etichette con una numerazione di controllo” (fr:237), escludendo due quaderni già numerati (“La filosofia di Benedetto Croce” e “Note su Machiavelli II”) (fr:238). In totale, “33 i quaderni gramsciani” (fr:239) partono per Mosca nel luglio 1938, dopo un anno di ritardo (fr:240).
La ricezione e la pubblicazione La commozione per la morte di Gramsci è diffusa, ma “l’impressione che la sua personalità non avesse avuto modo di esprimersi in tutta la sua pienezza” (fr:223) persiste fino alla conoscenza dei Quaderni. La pubblicazione immediata in Italia è impossibile: “i manoscritti erano tutt’altro che approntati per la stampa” (fr:225). Tania, seguendo le volontà di Gramsci, affida i testi alla moglie Giulia, ma “queste ultime [disposizioni] non erano più venute” (fr:226). Si rivolge allora a Piero Sraffa, che consiglia di inviarli a Mosca per evitare interferenze (fr:228). La pubblicazione avviene solo dopo la guerra: nel 1947 escono le Lettere dal carcere, seguite dai Quaderni (1948-1951), raggruppati per temi (“Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce”, “Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura”, ecc.) (fr:257-258). Questa scelta editoriale, seppur funzionale alla diffusione, “non poteva non venire alla luce quando si è incominciato ad approfondire lo studio dell’opera gramsciana” (fr:272), poiché Gramsci non aveva lasciato “precise disposizioni sul modo di utilizzare la sua eredità letteraria” (fr:275).
Il carattere provvisorio dell’opera Gramsci stesso aveva sottolineato la natura non definitiva dei suoi scritti: “È evidente che il contenuto di queste opere postume deve essere assunto con molta discrezione e cautela, perché non può essere ritenuto definitivo, ma solo materiale ancora in elaborazione” (fr:275). L’edizione critica successiva mira a rispettare questa provvisorietà, riproducendo i quaderni “così come sono stati scritti” (fr:288) e ordinati cronologicamente (fr:292). Le note di prima stesura (“testi A”) sono distinte da quelle rielaborate (“testi C”), con rinvii reciproci (fr:301-303). L’obiettivo è “offrire uno strumento di lettura che permetta di seguire il ritmo di sviluppo con cui la ricerca gramsciana si snoda” (fr:285), evitando interpretazioni precostituite.
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4 Edizione critica dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci
Criteri filologici, scelte editoriali e apparato critico nella nuova edizione dei manoscritti gramsciani
Si presenta la struttura e i principi metodologici adottati per l’edizione critica dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. Si specifica la distinzione tra titoli redazionali e autoriali (“La stessa avvertenza vale anche per i titoli dei Quaderni: sono redazionali quelli tra parentesi angolari, mentre, dove queste mancano, i titoli sono di Gramsci” (fr:311)) e l’uso delle parentesi quadre per indicare aggiunte successive dell’autore (“Nel testo le parentesi quadre [ ] sono state usate per indicare parole o frasi aggiunte da Gramsci in un secondo tempo” (fr:312)).
Si elencano i 29 quaderni riprodotti integralmente, suddivisi tra il periodo di detenzione a Turi (17) e a Formia (12), escludendo quelli contenenti esclusivamente esercizi di traduzione (“Nella nostra edizione sono riportati integralmente 29 quaderni […] Gli altri quattro quaderni conservati […] contengono esclusivamente esercizi di traduzione” (fr:313-314)). Gli esercizi di traduzione, presenti anche in altri due quaderni (“Altri esercizi di traduzione occupano anche una parte di altri due quaderni” (fr:315)), sono omessi dall’edizione principale per la loro natura accessoria (“Non si è ritenuta necessaria la riproduzione integrale di questi lavori […] giacché essi si collocano chiaramente al di fuori del piano di lavoro propostosi da Gramsci” (fr:316)). Si motiva la scelta con la funzione distensiva e di allenamento mentale attribuita da Gramsci a tali esercizi (“questi lavori di traduzione erano concepiti da Gramsci come un esercizio distensivo e un allenamento mentale” (fr:316)), pur riconoscendone il valore documentario per l’interesse verso il tedesco e il russo (“documentano il particolare interesse di Gramsci per alcuni argomenti e per l’approfondimento di due lingue” (fr:317)). La loro interruzione coincide con il peggioramento delle condizioni di salute e la necessità di concentrarsi sulla stesura teorica (“Tale lavoro è infatti interrotto quando le sue condizioni di salute cominciano ad aggravarsi” (fr:318)). Si fornisce comunque una documentazione analitica nell’Apparato critico e si riportano in Appendice esempi di traduzioni di Marx (“Si è quindi ritenuto sufficiente […] offrire ai lettori una minuziosa documentazione analitica […] e riportare in Appendice alcuni esempi delle traduzioni gramsciane” (fr:319)).
Si descrive la presenza di pagine con appunti personali legati alla vita carceraria (“In alcuni dei Quaderni vi sono pagine utilizzate da Gramsci per minute o appunti personali” (fr:320)), escluse dal testo principale ma riprodotte nell’Apparato critico per il loro valore documentario (“non è parso opportuno inserire questo materiale eterogeneo nel testo vero e proprio, si è ritenuto utile riprodurlo integralmente […] nella ‘Descrizione dei Quaderni’” (fr:321-322)). Si sottolinea il rispetto dell’integralità del testo gramsciano, senza interventi di selezione o attenuazione di giudizi polemici (“Nessun intervento […] è sembrato lecito che potesse menomare in qualche modo il carattere integrale della riproduzione delle note dei Quaderni” (fr:322)), giustificato dal carattere provvisorio delle annotazioni (“Il carattere chiaramente provvisorio di queste pagine […] dovrebbero bastare a sollevare da ogni preoccupazione estranea al carattere ‘disinteressato’ dell’opera gramsciana” (fr:323)).
Si evidenzia la fedeltà alla scrittura originale, incluse particolarità stilistiche e lessicali (“Si sono rispettate tutte le particolarità stilistiche e lessicali del testo gramsciano” (fr:326)), con interventi minimi per correggere lapsus evidenti (“Quando si è corretto nel testo qualche lapsus evidente […] si è ritenuto opportuno segnalare la cosa a piè di pagina” (fr:329)) o completare abbreviazioni casuali, mentre si segnalano in nota quelle intenzionali per eludere la censura (“si sono completate […] le parole abbreviate […] quando l’abbreviazione è sembrata del tutto casuale […] quando invece l’abbreviazione appariva intenzionale […] la circostanza è stata segnalata in nota” (fr:331)). Si analizzano le precauzioni adottate da Gramsci per sfuggire alla sorveglianza carceraria, variabili nei diversi periodi di detenzione (“Le precauzioni usate da Gramsci […] variano nei diversi periodi della sua detenzione” (fr:332)), e il ruolo dei testi di prima stesura per la comprensione di quelli successivi, più criptici (“la presenza dei testi di prima stesura […] rende il suo discorso più immediatamente intelligibile e facilita spesso la comprensione dei successivi testi di seconda stesura” (fr:333)).
Si illustra la funzione dell’Apparato critico, concepito per fornire strumenti di comprensione del testo senza condizionarne l’interpretazione (“L’ampiezza dell’apparato critico vuole rispondere all’esigenza di fornire al lettore tutti gli strumenti utili a una più esatta comprensione del testo” (fr:334)). Le Note al testo evitano commenti interpretativi, limitandosi a indicazioni sulle fonti, chiarimenti su opere, eventi e personaggi, e riferimenti incrociati con le Lettere dal carcere e altri scritti gramsciani (“Le ‘Note’ […] contengono soprattutto indicazioni sulle fonti utilizzate da Gramsci […] chiarimenti […] e infine riferimenti ai rapporti con le Lettere dal carcere” (fr:336)). Si sottolinea il controllo delle fonti citate da Gramsci (“Tutte le fonti sono state controllate […] ciò ha permesso in molte occasioni di chiarire il significato di riferimenti o di allusioni” (fr:337)), pur mantenendo un approccio filologico rigoroso (“Non sarebbe stato giusto tuttavia semplificare sostituendo alle ‘minuzie’ della filologia le grandi linee di un perfetto impianto interpretativo” (fr:339)), in linea con l’esigenza gramsciana di un lavoro preliminare scrupoloso (“occorre […] fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso […] di onestà scientifica” (fr:345)).
Si conclude con i ringraziamenti per i contributi ricevuti: dall’Istituto Gramsci (promotore dell’edizione) e dall’editore Einaudi (“L’iniziativa della presente edizione è dell’Istituto Gramsci […] in collaborazione con l’editore Einaudi” (fr:347-348)), ai collaboratori specializzati (“Il lavoro del curatore è stato validamente coadiuvato da un gruppo di collaboratori” (fr:351)), fino ai consulenti esterni e al personale tecnico (“Desideriamo inoltre esprimere un vivo ringraziamento […] a tutti coloro che ci hanno fornito utili informazioni” (fr:360)).
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5 Antonio Gramsci: formazione intellettuale e impegno politico (1912-1920)
Dalla frequenza universitaria all’abbandono degli studi, dall’adesione al socialismo alla fondazione de «L’Ordine Nuovo»
Si presenta la cronologia degli anni formativi di Antonio Gramsci, tra studio accademico, crisi personali e ingresso nel movimento socialista. Si ricostruisce il passaggio dall’ambiente universitario torinese all’attivismo politico, con particolare attenzione alla nascita dei consigli di fabbrica e alla collaborazione con riviste e gruppi rivoluzionari.
1912-1914: gli studi e i primi contatti col socialismo Gramsci si iscrive all’Università di Torino, frequentando corsi di lettere e legge con docenti come Arturo Farinelli e Luigi Einaudi (“Si applica a una intensa vita di studio […] corsi delle facoltà di lettere e di legge” (fr:406)). Supera esami con voti elevati (“geografia (30), glottologia (30 e lode), grammatica greca e latina (27)” (fr:405)), ma le precarie condizioni di salute ne ostacolano la regolarità (“non riesce […] a preparare nessun esame” (fr:407)). Nel 1912 aderisce al Gruppo di azione e propaganda antiprotezionista sardo (“invia la propria adesione” (fr:409)), pubblicata su «La Voce» (fr:410), e assiste alle prime elezioni a suffragio universale in Sardegna, rimanendo colpito dalla partecipazione contadina (“trasformazioni prodotte […] dalla partecipazione delle masse contadine” (fr:411)). Nel 1913-14 entra in contatto con il socialismo torinese, iscrivendosi alla sezione locale (“primi contatti col movimento socialista” (fr:413); “iscrizione […] alla sezione socialista” (fr:414)).
1914-1915: militanza e abbandono dell’università Nel 1914 supera altri esami (“filosofia morale (23), storia moderna (27), letteratura greca (24)” (fr:415)), ma la sua attività si concentra sulla stampa socialista: legge «La Voce» e «l’Unità» (fr:416) e appoggia la candidatura di Salvemini a Torino (fr:417). Partecipa alla “settimana rossa” del giugno 1914 (“grande manifestazione operaia” (fr:419)) e interviene nel dibattito sulla neutralità italiana nella Prima guerra mondiale con l’articolo «Neutralità attiva e operante» («Il Grido del popolo», 31 ottobre 1914), in polemica con Tasca (fr:421). Le crisi nervose compromettono definitivamente gli studi: nel 1915 sostiene l’ultimo esame (“letteratura italiana” (fr:426)) e abbandona l’università, pur non rinunciando al progetto di laurearsi in glottologia (fr:428). Il professor Bartoli segnala alla Fondazione Albertina le sue “crisi nervose” (fr:423).
**1915-1918: giornalismo e direzione de «Il Grido del popolo» Dal 1915 Gramsci intensifica l’attività giornalistica: collabora con «Il Grido del popolo» (fr:431), diventandone direttore de facto dopo la sommossa operaia di Torino dell’agosto 1917 (“segretario della Commissione esecutiva provvisoria” (fr:442)). Scrive di teatro, costume e politica, attaccando nazionalismo e interventismo (“cronista teatrale, estensore di note di costume e polemista” (fr:433)). Tiene conferenze nei circoli operai su Marx, la Comune di Parigi e la Rivoluzione francese (fr:434) e, nel 1917, cura un numero unico della Federazione giovanile socialista («La città futura»), pubblicando articoli su Croce e Salvemini (fr:435). Esalta la Rivoluzione russa (“esalta la figura di Lenin” (fr:437)) e, dopo l’arresto dei dirigenti socialisti torinesi, assume la direzione del giornale, dedicandovi “buona parte del suo tempo” (fr:442). Nel dicembre 1917 propone la creazione di un’associazione proletaria di cultura (“integrare l’azione politica […] con un organo di attività culturale” (fr:452)) e fonda un «Club di vita morale» con giovani intellettuali (fr:453). Pubblica «La rivoluzione contro il “Capitale”» («Avanti!» milanese, 24 dicembre 1917), in cui interpreta la rivoluzione bolscevica come superamento del determinismo marxiano (fr:455-456).
1918-1920: «L’Ordine Nuovo» e i consigli di fabbrica Nel 1918 Gramsci entra nella redazione torinese dell’«Avanti!» (fr:432) e, nel 1919, con Tasca, Terracini e Togliatti, fonda «L’Ordine Nuovo», rivista settimanale di cultura socialista (“Rassegna settimanale di cultura socialista” (fr:480)). Il primo numero esce il 1° maggio 1919 con il motto: «Istruitevi […] Agitatevi […] Organizzatevi» (fr:486-487). Gramsci ne è segretario di redazione (fr:481) e imposta il problema delle commissioni interne come “centri di vita proletaria” e “organi del potere proletario” («Democrazia operaia», 21 giugno 1919) (fr:490-491). La rivista pubblica documenti sui consigli operai internazionali (fr:492), testi di Lenin e Zinov’ev (fr:493), e voci della cultura rivoluzionaria come Barbusse e Gor’kij (fr:495). Nel 1919 Gramsci è arrestato durante uno sciopero di solidarietà con la Russia sovietica (fr:496) e, nel settembre, «L’Ordine Nuovo» lancia un appello ai commissari di reparto delle officine Fiat (“manifesto Ai commissari di reparto” (fr:499)). Tra il 1919 e il 1920, il movimento dei consigli di fabbrica si diffonde a Torino: la sezione socialista e la Camera del Lavoro ne approvano i principi (fr:505, 510), mentre il dibattito coinvolge «Il Soviet» di Bordiga, «Comunismo» di Serrati e l’«Avanti!» (fr:512-513). Sorel definisce «L’Ordine Nuovo» “ben più interessante della ‘Critica sociale’” (fr:515). Nel 1920, Gramsci prosegue la propaganda tra i soldati della Brigata Sassari (fr:478) e, con la rivista, si schiera con la mozione massimalista di Serrati al congresso del PSI di Bologna (ottobre 1919), che delibera l’adesione all’Internazionale comunista (fr:501).
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6 Antonio Gramsci: l’impegno politico e la nascita del Partito Comunista d’Italia (1920-1922)
Dalla fondazione dei Consigli di fabbrica alla scissione di Livorno: azione, scontro e organizzazione.
Si presenta un periodo cruciale dell’attività politica di Antonio Gramsci, segnato dall’impegno nel movimento operaio torinese, dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia e dal confronto con le correnti socialiste e internazionaliste.
1920: i Consigli di fabbrica e lo scontro con gli industriali Si discute l’azione di Gramsci nel contesto della rivista «L’Ordine Nuovo», di cui è figura centrale. “Gramsci pubblica nell’« Ordine Nuovo» (24-31 gennaio) il Programma d’azione della sezione socialista torinese” (fr:516), e partecipa alla “scuola di cultura” con lezioni sulla Rivoluzione russa (fr:517). Il gruppo promuove i Consigli di fabbrica come strumento di autogestione operaia: “«L’Ordine Nuovo» pubblica il manifesto Per il congresso dei Consigli di fabbrica” (fr:521), firmato da diverse realtà torinesi (fr:522). Lo scontro con gli industriali esplode con il “cosiddetto «sciopero delle lancette»” (fr:524), che porta alla serrata e alla richiesta di abolire le elezioni dei commissari di reparto (fr:524). “È proclamato lo sciopero generale cui aderiscono oltre 200 mila lavoratori torinesi” (fr:527), ma il movimento fallisce per mancanza di appoggio nazionale (fr:527, 530). “Lo sciopero d’aprile […] è sconfessato dalla cgl e dalla direzione del partito socialista” (fr:532), mentre Gramsci elabora la mozione “Per un rinnovamento del Partito socialista” (fr:534), presentata al consiglio nazionale del PSI.
La frattura con il PSI e la nascita del PCd’I Si delinea la posizione di Gramsci rispetto alle correnti socialiste. Partecipa come osservatore alla conferenza della frazione comunista astensionista di Bordiga (fr:537), pur criticandone l’astensionismo come base per il partito (fr:538). Il dibattito sui Consigli di fabbrica lo vede in aperto contrasto con Tasca (fr:543), mentre promuove i “gruppi comunisti di fabbrica” (fr:544) e invia un rapporto sull’esperienza torinese all’Internazionale comunista (fr:545). Il secondo congresso dell’Internazionale (luglio-agosto 1920) impone i “21 punti” per l’ammissione dei partiti (fr:546-547), e Lenin definisce la mozione gramsciana “pienamente rispondente ai principi della III Internazionale” (fr:549). In agosto, Gramsci si distacca da Togliatti e Terracini, rifiutando di aderire alla frazione comunista elezionista (fr:551), e pubblica “Il programma dell’Ordine Nuovo” (fr:552). Durante l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920), mette in guardia gli operai dall’illusione che l’occupazione risolva “di per sé il problema del potere” (fr:557), sottolineando la necessità di una difesa militare (fr:557).
La scissione di Livorno e la fondazione del PCd’I Si descrive il processo che porta alla costituzione del Partito Comunista d’Italia. In ottobre, Gramsci favorisce la fusione dei gruppi comunisti torinesi (fr:559) e partecipa alla riunione milanese che accetta i “21 punti” dell’Internazionale (fr:561). Viene elaborato un “Manifesto-programma” firmato da Bordiga, Gramsci e altri (fr:562), e al convegno di Imola (novembre 1920) si costituisce ufficialmente la “frazione comunista del psi” (fr:564). Al XVII Congresso del PSI (gennaio 1921), la mozione comunista ottiene 783 voti contro i 028 dei massimalisti (fr:584-585). “I delegati della frazione comunista deliberano […] la costituzione del «Partito comunista d’Italia. Sezione della Terza Internazionale»” (fr:586-587), con Gramsci nel Comitato centrale (fr:588). Sulla scissione, scrive l’articolo “Caporetto e Vittorio Veneto” (fr:590), attaccando sia i riformisti che il centrismo massimalista (fr:591) e avviando un’analisi del fascismo come fenomeno di classe (fr:592).
1921-1922: la direzione del PCd’I e il confronto internazionale Si tratta l’attività di Gramsci come direttore dell’«Ordine Nuovo» quotidiano (fr:573-575), con collaboratori come Togliatti e Gobetti (fr:576-578). Fonda l’Istituto di cultura proletaria (fr:580) e partecipa al secondo congresso del PCd’I (marzo 1922), che approva le “tesi di Roma” in polemica con la tattica del “fronte unico” (fr:613-614). Gramsci giudica il fronte unico attuabile solo sul piano sindacale (fr:615) e viene designato a rappresentare il partito a Mosca (fr:619). Nel 1922, pubblica articoli sull’Internazionale comunista (fr:624) e partecipa alla Conferenza di Genova (fr:625), mentre Gobetti ne analizza il ruolo nel movimento torinese (fr:626). Il periodo si chiude con la riflessione sulle tesi dell’Internazionale per la “conquista della maggioranza del proletariato” (fr:607-608) e la partecipazione alla riunione del Comitato centrale del PCd’I (fr:609).
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7 Antonio Gramsci: 1922-1924 – Tra Mosca, l’Internazionale comunista e la lotta antifascista
Viaggio, malattia, direzione politica e nascita di un nuovo partito
Si ricostruisce il biennio cruciale nella vita di Antonio Gramsci, segnato dall’esilio forzato, dall’impegno nell’Internazionale comunista e dalla riorganizzazione del Partito Comunista d’Italia (Pcd’i) sotto il fascismo.
1922: Mosca e l’ingresso nell’esecutivo comunista Si parte dal trasferimento a Mosca in condizioni di salute precarie (“In difficili condizioni di salute parte per Mosca” (fr:628)), attraverso la Lettonia (“Arriva a Mosca attraverso la frontiera lettone” (fr:630)). A giugno, Gramsci partecipa alla seconda conferenza dell’esecutivo allargato dell’Internazionale comunista (“Partecipa alla seconda conferenza dell’esecutivo allargato dell’Internazionale comunista (7-11 giugno)” (fr:632)) ed entra nel suo esecutivo (“Entra a far parte dell’esecutivo dell’Internazionale comunista” (fr:633)). Durante il ricovero nella casa di cura Serebrjanyj bor, conosce Giulia Schucht (“dove in settembre conosce Julija («Giulia») Schucht” (fr:634)). Su richiesta di Trockij, redige una nota sul futurismo italiano, pubblicata in appendice a Literatura i revoljucija (“Stende, su invito di Trockij, una nota sul futurismo italiano” (fr:636); “Trockij la pubblica in appendice a Literatura t revoljucija (1923)” (fr:637)).
In Italia, il congresso del PSI espelle i riformisti e conferma l’adesione all’Internazionale comunista (“Il XIX congresso del psi decide l’espulsione della corrente riformista” (fr:639)), mentre la “Marcia su Roma” segna l’ascesa del fascismo (“« Marcia su Roma »: i fascisti prendono il potere” (fr:641)). Gramsci, unico a prevedere la dittatura fascista (“nessuno, «eccettuato Gramsci», ammetteva la possibilità di una dittatura fascista” (fr:643)), partecipa al IV Congresso dell’Internazionale (novembre-dicembre), che discute la fusione tra Pcd’i e PSI (“si occupa della «questione italiana» e […] della fusione tra il PCd’i e il psi” (fr:645)). La commissione di fusione, di cui fa parte, vede però fallire il progetto per l’arresto di Serrati e l’opposizione interna (“Il progetto di fusione […] non ha però seguito” (fr:647)). Pubblica un articolo sulle origini del governo Mussolini (“Gramsci pubblica […] un articolo su Les origines du cabinet Mussolini” (fr:647)), mentre in Italia il fratello Gennaro viene aggredito dai fascisti (“Durante la strage di Torino il fratello di Gramsci […] è aggredito e ferito” (fr:649)) e contro di lui viene spiccato un mandato d’arresto (“Anche contro Gramsci viene spiccato un mandato d’arresto” (fr:652)).
1923: Riorganizzazione del Pcd’i e conflitti interni Dopo gli arresti di dirigenti comunisti (Bordiga, Grieco), il comitato esecutivo del Pcd’i viene riorganizzato con Scoccimarro, Tasca e Togliatti (“il comitato esecutivo […] chiama a far parte del comitato centrale Scoccimarro, Tasca, Graziadei” (fr:655)). Bordiga, dal carcere, critica l’Internazionale comunista con un “appello” che Gramsci rifiuta di firmare (“L’appello […] è avversato nei mesi seguenti da Gramsci che rifiuta di firmarlo” (fr:659)). A giugno, Gramsci partecipa alla terza conferenza dell’esecutivo allargato, dove l’Internazionale impone un nuovo comitato esecutivo del Pcd’i con rappresentanti della minoranza (“L’esecutivo allargato procede d’autorità alla designazione di un nuovo comitato esecutivo” (fr:663)). Propone il titolo “l’Unità” per un nuovo quotidiano e enuncia per la prima volta l’alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud (“Gramsci […] enuncia per la prima volta il tema dell’alleanza tra gli strati più poveri della classe operaia del Nord e le masse contadine del Sud” (fr:670)).
A settembre, Gramsci viene trasferito a Vienna per mantenere i collegamenti tra il Pcd’i e gli altri partiti europei (“Viene deciso il trasferimento di Gramsci a Vienna” (fr:678)). Qui alloggia presso il segretario del partito comunista austriaco e riceve visite di compagni (“Alloggia […] nella casa di Josef Frei […] poi presso una pensionante” (fr:681); “Riceve […] le visite dei compagni Bruno Fortichiari e Pietro Tresso” (fr:683)). Tra fine 1923 e inizio 1924, collabora con La Correspondance internationale sotto pseudonimo (“riprende la collaborazione […] con alcuni articoli sulla situazione interna italiana” (fr:685)) e progetta una rivista marxista (“Progetta di fondare una rivista trimestrale di studi marxisti” (fr:687)) e una nuova serie dell’Ordine Nuovo.
1924: Ritorno in Italia, elezione a deputato e crisi Matteotti A febbraio, in una lettera a Togliatti e Terracini, espone la sua concezione del partito e annuncia la creazione di un nuovo gruppo dirigente (“espone per la prima volta diffusamente la sua concezione del partito” (fr:694)). Il 12 febbraio esce il primo numero dell’Unità, con Gramsci che imposta il “problema nazionale” della conquista del proletariato milanese (“Nel numero del 22 febbraio appare l’articolo Il problema di Milano” (fr:704)). A marzo, esce il quindicinale L’Ordine Nuovo, con l’obiettivo di creare uno “Stato dei consigli” (“L’Ordine nuovo si propone di suscitare […] un’avanguardia rivoluzionaria” (fr:707)).
Ad aprile, Gramsci viene eletto deputato (“È eletto deputato nella circoscrizione del Veneto” (fr:712)) e rientra in Italia dopo due anni (“Rientra in Italia dopo due anni di assenza” (fr:714)). Alla conferenza nazionale del Pcd’i, critica la linea di Bordiga, ma la maggioranza dei quadri rimane su posizioni bordighiane (“Gramsci critica la linea politica di Bordiga, ma la grande maggioranza […] rimane sulle posizioni della sinistra bordighiana” (fr:717)). Dopo il delitto Matteotti (10 giugno), partecipa alle riunioni delle opposizioni antifasciste, proponendo uno sciopero generale (“propone un appello alle masse e lo sciopero generale politico” (fr:724)) e criticando la passività dell’Aventino (“conduce una campagna contro la passività e il legalitarismo dell’Aventino” (fr:725)). Dirige i servizi politici dell’Unità e la Sezione agitazione e propaganda.
A Mosca, il V Congresso dell’Internazionale avvia la “bolscevizzazione” dei partiti aderenti (“comincia la campagna […] per la «bolscevizzazione» delle «sezioni»” (fr:727)), mentre in Italia la fusione con i “terzinternazionalisti” rafforza il Pcd’i (“La frazione dei «terzinternazionalisti» si scioglie e confluisce nel pcd’i” (fr:732)). Gramsci, segretario generale, relaziona al comitato centrale sulla crisi italiana (“Gramsci […] svolge una relazione […] su I compiti del Partito comunista” (fr:734)). A settembre, avvia la riorganizzazione del partito in “cellule” (“Avvia la trasformazione della struttura organizzativa del partito sulla base delle «cellule»” (fr:737)), mentre Giulia dà alla luce il figlio Delio (“A Mosca Giulia dà alla luce un bambino: Delio” (fr:736)).
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8 Vita politica e carceraria di Antonio Gramsci (1924-1927)
“Un percorso tra congressi, polemiche interne e repressione fascista”
Si presenta la cronaca dell’attività politica e personale di Antonio Gramsci tra il 1924 e il 1927, con particolare attenzione alle dinamiche interne del Partito Comunista d’Italia (Pcd’I), ai rapporti con l’Internazionale comunista e alla progressiva repressione del regime fascista.
Attività politica e dibattiti interni (1924-1926) Si discute il ruolo di Gramsci nei congressi provinciali e nazionali, dove interviene su questioni strategiche. “È presente al congresso provinciale di Napoli dove svolge la relazione a nome del comitato centrale in polemica con Bordiga” (fr:739) e “partecipa a diversi congressi provinciali che devono pronunciarsi sul nuovo orientamento del partito” (fr:741). A Roma, nel ottobre 1924, “svolge una relazione sulla situazione politica italiana in vista della ripresa dei lavori parlamentari” (fr:742), mentre il gruppo parlamentare comunista propone la costituzione di un “Parlamento delle Opposizioni (Antiparlamento)” (fr:744), respinta dal Comitato aventiniano (fr:745). In Sardegna, tiene un convegno a Punta Is Arenas (fr:747) e ha contatti con il Partito Sardo d’Azione (fr:748).
Nel 1925, si trasferisce a Milano (fr:754) e partecipa a riunioni clandestine, come quella alla Capanna Mara (fr:757). Collabora alla creazione di una “scuola di partito per corrispondenza” (fr:759) e si reca a Mosca per la V sessione dell’esecutivo allargato dell’Internazionale comunista (fr:762), intervenendo su agitazione e propaganda (fr:763). L’Internazionale dei contadini trasmette al congresso di Macomer del Partito Sardo d’Azione un manifesto “sull’alleanza fra la classe operaia italiana e i contadini e pastori sardi”, ispirato da Gramsci (fr:764).
Si apre un confronto interno al partito: Gramsci imposta il problema della “bolscevizzazione” (fr:769) e polemizza con il “comitato d’intesa” bordighiano (fr:774), sciolto per decisione dell’Internazionale comunista (fr:777). In agosto, a Napoli, ha un incontro con Bordiga (fr:779) e conclude un accordo per lo scioglimento del comitato (fr:780). Con Togliatti, elabora le tesi per il terzo congresso nazionale (fr:782), che si tiene a Lione nel gennaio 1926: “svolge la relazione sulla situazione politica generale” (fr:788) e ottiene una “schiacciante affermazione” (90,8% dei voti) (fr:789). Il nuovo comitato esecutivo include Gramsci, Togliatti e altri (fr:790).
Repressione fascista e arresto (1926-1927) Si descrive il progressivo isolamento di Gramsci sotto il regime fascista. Nel maggio 1926, pronuncia un discorso alla Camera contro il disegno di legge sulle associazioni segrete (fr:768). In ottobre, invia una lettera al comitato centrale del partito comunista russo, esprimendo preoccupazione per le lotte interne al partito bolscevico (fr:806-807). Nello stesso mese, stende il saggio incompiuto “Alcuni temi della questione meridionale” (fr:810). La direzione del Pcd’I organizza un piano per il suo passaggio clandestino in Svizzera, ma Gramsci non lo asseconda (fr:811-812).
L’8 novembre 1926, “in dispregio dell’immunità parlamentare, è arrestato” e rinchiuso a Regina Coeli (fr:818). La Camera dichiara decaduti i deputati comunisti (fr:819), e Gramsci è assegnato al confino per cinque anni (fr:821-823), inizialmente destinato alla Somalia (fr:824), poi all’isola di Ustica (fr:830). Qui organizza una scuola per i confinati, dirigendo la sezione storico-letteraria (fr:833-834).
Nel gennaio 1927, il Tribunale militare di Milano spicca un mandato di cattura (fr:836). Gramsci lascia Ustica il 20 gennaio (fr:838) e intraprende un viaggio di diciannove giorni verso Milano, con soste in vari carceri (fr:840). A San Vittore, è sottoposto a isolamento (fr:842-843) ma ottiene di leggere quotidiani e libri (fr:844-845). Comunica a Tatiana il suo “piano di studi”, che include ricerche sugli intellettuali italiani, la linguistica comparata, Pirandello e i romanzi d’appendice (fr:849).
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9 Cronologia del carcere e degli studi di Antonio Gramsci (1927-1931)
“Dal trasferimento in cella alla scrittura dei Quaderni: detenzione, malattia e riflessione politica”
Si presenta un periodo della detenzione di Antonio Gramsci, segnato da interrogatori, trasferimenti, condizioni di salute precarie e un’intensa attività intellettuale. Dopo un nuovo interrogatorio da parte del giudice Macis (fr:851), Gramsci è trasferito in una cella del “20 raggio” (fr:852), dove soffre di insonnia (fr:853). In carcere incontra figure politiche come Ezio Riboldi (fr:854) e riceve visite di familiari, tra cui la cognata Tatiana (fr:855) e il fratello Mario (fr:859). Rinuncia temporaneamente ai quotidiani per conversare con un detenuto (fr:860) e chiede libri di argomento sardo (fr:863) e opere di linguistica e Machiavelli (fr:864, fr:868).
Nel 1928, Gramsci è rinviato a giudizio (fr:874) e prevede una condanna tra 14 e 17 anni (fr:879). Il processo, noto come “processone”, si conclude con una condanna a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni (fr:885-886). Trasferito a Turi (Bari), ottiene una cella individuale (fr:896-897) e inizia a scrivere, traducendo e redigendo appunti che confluiranno nei Quaderni del carcere (fr:908-909). Definisce un piano di studi su storia italiana, intellettuali e americanismo (fr:912-913) e progetta uno studio su Dante (fr:919).
Le discussioni politiche con i compagni di carcere vertono su temi come il ruolo degli intellettuali, la strategia del partito e la Costituente (fr:945). Gramsci critica la linea del PCd’I, che prevede una crisi imminente del fascismo, proponendo invece una fase democratica (fr:947-948). Le divergenze portano alla sospensione dei dibattiti (fr:950). Nel 1931, pur colpito da crisi di salute (fr:961), continua a ricevere libri e a scrivere, beneficiando di un condono parziale della pena (fr:930-931).
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10 Cronologia della prigionia e della malattia di Antonio Gramsci
“Le forze di resistenza stanno per crollare completamente” (fr:975)
Si presenta il periodo compreso tra il 1931 e il 1937, focalizzato sulla detenzione di Antonio Gramsci nel carcere di Turi e sulle sue condizioni di salute in progressivo deterioramento.
Nel 1931, Gramsci subisce un’emorragia improvvisa (“ebbi uno sbocco di sangue all’improvviso” (fr:962)) e riceve visite dal fratello Carlo (fr:963) e dall’amico Piero Sraffa, che non ottiene il permesso di vederlo (fr:964). Invia a Tania uno schema per un saggio sul X canto dell’Inferno (fr:966) e richiede senza successo il permesso di leggere riviste (fr:968-969). Nel 1932, viene prospettato uno scambio di prigionieri politici tra URSS e Italia, progetto che non si concretizza (fr:970). Gramsci riceve un’altra visita del fratello (fr:972) e, su suggerimento di Tatiana, viene valutata l’ipotesi di una visita medica (fr:974). In una lettera, esprime il cedimento delle proprie forze (“Sono giunto a un punto tale che le mie forze di resistenza stanno per crollare completamente” (fr:975)). Tatiana presenta un’istanza per una visita medica (fr:977), che avviene in ottobre (fr:978). La condanna di Gramsci viene ridotta per amnistia (fr:980), e Sraffa si adopera per la libertà condizionale (fr:981), mentre le autorità insistono per una domanda di grazia (fr:982). Nonostante l’isolamento imposto ai detenuti politici, Gramsci riprende i contatti con i compagni (fr:984-985). Nel dicembre 1932, muore la madre, notizia che apprende in ritardo (fr:987).
Nel 1933, Tatiana si trasferisce a Turi per assisterlo (fr:988-989) e il Ministero concede la visita di un medico di fiducia (fr:990). Gramsci subisce una grave crisi (“cadde a terra senza più riuscire a levarsi” (fr:992)) e viene assistito da compagni (fr:993-994). Il professor Arcangeli, dopo una visita, dichiara la necessità di un trasferimento in ospedale o clinica (“Gramsci non potrà lungamente sopravvivere nelle condizioni attuali” (fr:999)). Nonostante l’opposizione di Gramsci, viene evitata la menzione di una domanda di grazia nel certificato (fr:998). La dichiarazione di Arcangeli viene pubblicata all’estero (fr:1003), e si costituisce un comitato internazionale per la sua liberazione (fr:1004-1005). Gramsci chiede con urgenza il trasferimento in un’infermeria (fr:1009) e, dopo ulteriori visite mediche (fr:1010-1011), ottiene una cella più tranquilla (fr:1012). In ottobre, viene accolta l’istanza per il trasferimento (fr:1016), ma il Tribunale respinge il ricorso sull’amnistia (fr:1018). Il 19 novembre lascia Turi per Civitavecchia (fr:1019) e, il 7 dicembre, viene ricoverato nella clinica Cusumano a Formia (fr:1021), dove riceve visite regolari (fr:1022-1024).
Nel 1934, chiede il trasferimento in un’altra clinica (fr:1027-1028) e, in settembre, viene rinnovata la campagna internazionale per la sua liberazione (fr:1029-1030). In ottobre, ottiene la libertà condizionale (fr:1034-1035) e lascia per la prima volta la clinica (fr:1036). Nel 1935, chiede di essere trasferito a Fiesole (fr:1037) e, dopo una nuova crisi (fr:1039-1040), viene ricoverato nella clinica Quisisana di Roma (fr:1042-1043), dove è assistito da Tatiana e visitato da Carlo e Sraffa (fr:1044-1045).
Nel 1936, riprende la corrispondenza con la famiglia (fr:1046). Nel 1937, terminata la libertà condizionale, riacquista la piena libertà (fr:1048) e progetta di ritirarsi in Sardegna (fr:1049). Il 25 aprile subisce un’emorragia cerebrale (fr:1050) e muore due giorni dopo (fr:1052-1053). I funerali si svolgono il 28 aprile (fr:1054), e le ceneri vengono inizialmente sepolte al Verano (fr:1055), per poi essere trasferite al Cimitero degli Inglesi (fr:1056). All’estero, la sua morte suscita omaggi da parte di esponenti antifascisti e comunisti (fr:1057).
Parallelamente, si elencano i temi dei Quaderni del carcere (1929-1930), tra cui teoria della storia, sviluppo della borghesia italiana, intellettuali, letteratura popolare, Divina Commedia, Azione Cattolica, folklore, esperienze carcerarie, questione meridionale, americanismo, lingua italiana e senso comune (fr:1058-1073).
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11 Critica politica e analisi culturale: strumenti e metodi per una rivista militante
“Si delinea un metodo per l’analisi dei partiti, della stampa e delle dinamiche sociali, con particolare attenzione alle distorsioni ideologiche e alle stratificazioni culturali”
Si presenta una trattazione metodologica per l’analisi dei fenomeni politici e culturali, con focus su partiti, stampa e dinamiche sociali. Ci si sofferma sulla necessità di distinguere tra teoria e prassi nell’esame delle questioni politiche (“Ogni quistione due aspetti: come è stata trattata teoricamente e come è stata affrontata praticamente” (fr:1526)), evidenziando come le versioni ufficiali dei discorsi parlamentari spesso subiscano manipolazioni (“ci possono essere tre versioni del suo discorso: […] riveduta e corretta e spesso edulcorata post festum” (fr:1529)).
Si discute il ruolo della stampa come strumento di mediazione politica, citando esempi di testate che hanno favorito combinazioni tra partiti (“la « Stampa », il « Resto del Carlino », il « Tempo » […] hanno servito da casse di risonanza” (fr:1531)) e sottolineando come l’omogeneità di un partito possa essere saggiata attraverso le collaborazioni dei suoi membri con organi di opinione pubblica (“quali indirizzi sono favoriti dai membri di questi partiti nella loro collaborazione a giornali di altri partiti” (fr:1536)).
Si propone la struttura di una rivista critica, con rubriche enciclopediche (“un dizionario enciclopedico politico-scientifico-filosofico” (fr:1539)), biografie (“rubrica delle biografie” (fr:1548)), autobiografie politiche (“autobiografie politiche-intellettuali” (fr:1552)) e rassegne storico-bibliografiche regionali (“Pesame storico-bibliografico delle situazioni regionali” (fr:1557)). Le voci enciclopediche dovrebbero essere pratiche e colmare lacune culturali diffuse (“trattazioni […] adeguate alla media dei lettori” (fr:1543)), mentre le recensioni dovrebbero essere di due tipi: informative (“si suppone che il lettore non possa leggere il libro” (fr:1564)) e teorico-critiche (“si suppone che il lettore debba leggere il libro” (fr:1565)).
Si affronta poi il tema della formazione di una coscienza collettiva, criticando l’illusione illuministica che la diffusione di idee chiare sia sufficiente (“È illusorio pensare che una «idea chiara» […] si inserisca nelle diverse coscienze con gli stessi effetti” (fr:1575)). Si sottolinea la necessità di un lavoro educativo complesso (“la « ripetizione » paziente e sistematica è il principio metodico fondamentale” (fr:1580)), che tenga conto delle differenze culturali tra città e campagna (“ciò che è diventato « ferravecchio » in città è ancora «utensile» in provincia” (fr:1591)). Si evidenzia come in Italia l’urbanesimo non sia un fenomeno esclusivamente industriale (“Napoli […] non è una città industriale” (fr:1601)) e come le dinamiche tra urbano e rurale siano complesse e storicamente radicate (“l’odio e il disprezzo contro il «villano»” (fr:1606)).
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12 Nord e Sud nel Risorgimento: dinamiche di un rapporto asimmetrico
“Un territorio vasto dove la città industriale domina la campagna come suddita, non come alleata”
Si presenta un’analisi del rapporto tra Nord e Sud Italia durante il Risorgimento e oltre, con particolare attenzione alle dinamiche politiche, economiche e culturali che hanno definito la relazione tra le due aree. Il testo evidenzia come il rapporto tra Nord e Sud assuma “l’aspetto di un vasto territorio, [dove] si accentuano le colorazioni di contrasto nazionale” (fr:1609), configurandosi non come un legame organico tra centro e periferia, ma come una relazione di dipendenza e squilibrio.
12.1 Iniziativa meridionale e sincronismi storici
Si discute il ruolo propulsivo del Sud nelle crisi politiche del Risorgimento, con esempi come “1799 Napoli - 20-21 Palermo - 47 Messina, 47-48 Napoli e Sicilia” (fr:1610). L’Italia centrale emerge come zona intermedia, con “il periodo delle iniziative popolari (relativamente) [che] va dal 1815 al 48 e culmina nella Repubblica Romana” (fr:1611), mentre fenomeni come “i fatti del giugno 1914 [che] hanno avuto una forma particolare nel Centro (Romagna e Marche)” (fr:1612) confermano la persistenza di queste dinamiche. Le crisi, come “la crisi del 94 in Sicilia e Lunigiana, col contraccolpo a Milano nel 98” (fr:1613), mostrano come “nei periodi di crisi, sia la parte più debole, periferica, a reagire per la prima” (fr:1614), rivelando una struttura economico-politica omogenea ma gerarchica.
12.2 Cultura e intellettuali: due modelli a confronto
Si analizza la divergenza tra le classi intellettuali del Nord e del Sud. Nel Mezzogiorno domina “il tipo del «curiale» o del paglietta, che pone a raffronto la sua funzione con quella dei proprietari fondiari e con la burocrazia statale” (fr:1617), mentre al Nord prevale “il tipo del «tecnico», [che] serve di collegamento tra la massa operaia e la classe capitalistica” (fr:1618). Questa differenza si riflette anche nella cultura: “Benedetto Croce e Giustino Fortunato sono a capo […] di un movimento culturale che si contrappone al movimento culturale del Nord (futurismo)” (fr:1615). La Sicilia, tuttavia, si distingue per una maggiore vicinanza al Nord, come evidenziato da figure quali “Crispi [che] è l’uomo dell’industria settentrionale” e “Pirandello [che] nelle linee generali è più vicino al futurismo” (fr:1616).
12.3 Politiche di controllo e trasformismo
Si esamina il programma politico di Giolitti, basato sulla creazione di un “blocco «urbano» (capitalisti-operai) [per] rafforzare l’industria settentrionale, cui il Mezzogiorno è mercato di vendita semicoloniale” (fr:1620). Il Mezzogiorno viene gestito attraverso “sistema poliziesco (repressione implacabile di ogni movimento di massa)” e “misure politiche: favori personali al ceto dei paglietta o pennaioli” (fr:1620), con l’obiettivo di “incorporamento a «titolo personale» degli elementi più attivi meridionali nelle classi dirigenti” (fr:1621). Questo meccanismo, definito “trasformismo”, impedisce al malcontento meridionale di assumere forma politica, riducendolo a fenomeno di “polizia” (fr:1621). Anche intellettuali come Croce e Fortunato vengono coinvolti passivamente in questo sistema, per “il feticismo dell’«unità»” (fr:1622).
12.4 Suffragio universale e rottura del blocco rurale
L’introduzione del suffragio universale nel 1913 e l’esperienza della Prima Guerra Mondiale portano a una “rottura relativa del blocco rurale meridionale” (fr:1628), con la nascita di movimenti come “il sardismo, il partito riformista siciliano (gruppo Bonomi) e il «rinnovamento» nell’Italia meridionale” (fr:1628). L’indipendenza degli intellettuali meridionali varia a seconda della forza dei grandi proprietari terrieri, massima in Sicilia e minima in Sardegna (fr:1629-1630).
12.5 Fallimento del Partito d’Azione e egemonia moderata
Si sottolinea il fallimento del Partito d’Azione nel risolvere il rapporto Nord-Sud, a causa di un atteggiamento “paternalistico” (fr:1636) e della mancata impostazione della “quistione agraria” (fr:1666). Il partito non riesce a creare “una coesione tra tutte le forze urbane nazionali” (fr:1649), finendo per essere guidato dai moderati, che “volevano soldati nell’esercito piemontese e non eserciti garibaldini troppo grandi” (fr:1664). La direzione politica dei moderati si basa su una “condensazione organica” (fr:1694), dove gli intellettuali sono espressione diretta delle classi dominanti, mentre il Partito d’Azione, privo di una base sociale definita, viene “incorporato molecolarmente” (fr:1637) dai moderati.
12.6 Conseguenze storiche e repressione
La mancata soluzione della questione agraria e del clericalismo porta a una repressione sistematica dei movimenti contadini, come documentato “nelle Noterelle di uno dei mille [dove] il criterio storico-politico su cui bisogna fondare le proprie ricerche è questo: che una classe è dominante in due modi, è cioè «dirigente» e «dominante»” (fr:1673). La spedizione dei Mille, ad esempio, include “schiacciamento implacabile dei movimenti dei contadini insorti contro i baroni” (fr:1671), mentre sotto il nome di “brigantaggio” si nasconde “il movimento dei contadini per impadronirsi delle terre” (fr:1686). I moderati, diversamente dal Partito d’Azione, “non esitarono a mettere le mani sulle congregazioni” (fr:1679), consolidando il loro dominio attraverso l’assorbimento delle élite avversarie.
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13 Il ruolo degli intellettuali e la dinamica politica nel Risorgimento italiano
“Ogni classe ha i suoi intellettuali, ma quelli della classe progressiva esercitano un potere di attrazione tale da subordinare gli altri” (fr:1699).
Si presenta una riflessione sul rapporto tra intellettuali, classi sociali e dinamiche politiche nel contesto del Risorgimento italiano. Si discute il concetto di egemonia culturale e politica esercitata dagli intellettuali di una classe storicamente progressiva, che “fa avanzare l’intera società” (fr:1701) e attrae spontaneamente gli intellettuali di altre classi. Questo fenomeno si verifica finché la classe dominante mantiene una funzione propulsiva; quando questa si esaurisce, “alla «spontaneità» succede la «costrizione»” (fr:1702), con misure repressive sempre più dirette.
Ci si sofferma sul Partito d’Azione (P. d’A.), incapace di esercitare un’egemonia autonoma a causa della mancanza di un programma organico che includesse le rivendicazioni popolari, in particolare dei contadini. “Avrebbe dovuto contrapporre all’azione « empirica » dei moderati […] un programma organico di governo” (fr:1706), ma rimase “un movimento di agitazione e propaganda dei moderati” (fr:1712), segnato da conflitti interni e da una direzione politica debole. Si cita il caso di Garibaldi e Mazzini, le cui divisioni derivavano da questa carenza strategica (fr:1713-1714), e si evidenzia come il P. d’A. confondesse “l’unità culturale con l’unità politica e territoriale” (fr:1717), seguendo una tradizione retorica piuttosto che una visione pragmatica.
Il confronto con i giacobini francesi sottolinea la loro capacità di legare città e campagna, pur dovendo reprimere le istanze operaie (fr:1718). Si menziona l’influenza della letteratura politica francese, come i Misteri del Popolo di Eugenio Sue, che diffondevano ideali giacobini e anticlericali (fr:1719). Il P. d’A., invece, pur essendo antifrancese per ideologia mazziniana, mancava di una tradizione politica concreta, a differenza dei moderati che seppero attrarre persino settori cattolici-liberali, come nel caso del movimento “cattolico-liberale” (fr:1708), che indebolì il papato.
Si analizza il ruolo di Crispi, definito “giacobino” solo per il suo temperamento energico, ma moderato nel programma (fr:1737-1738). La sua politica unitaria si basava sull’egemonia piemontese e sulla repressione delle rivendicazioni contadine, come dimostra lo stato d’assedio in Sicilia (fr:1741). Crispi rafforzò l’industrialismo settentrionale a scapito del Mezzogiorno, “gettando tutto il Mezzogiorno in una crisi commerciale paurosa” (fr:1743), e promosse un imperialismo coloniale privo di basi economiche, sostituendo la realtà con “la «passionalità»” (fr:1752). La sua eredità creò un clima di sospetto verso ogni accenno di separatismo, come evidenziato dalle minacce dei latifondisti siciliani nel 1920 (fr:1755).
Si affronta poi la questione meridionale, con la diffusione di stereotipi razzisti nel Nord, che attribuivano la miseria del Sud a “incapacità organica degli uomini” (fr:1768), teorizzati da positivisti come Niceforo e Ferri (fr:1769). Questa visione alimentò una polemica Nord-Sud, con reazioni meridionali come il Congresso Sardo del 1919 (fr:1774) e le campagne di Salvemini (fr:1776). Si descrive la formazione di un blocco intellettuale liberale-democratico, guidato da Croce e Fortunato, che influenzò riviste come “La Voce” e “L’Unità” (fr:1777), fino alla sua dissoluzione nel dopoguerra.
Infine, si propone un criterio per valutare le correnti politiche del Risorgimento: la capacità di “collegare le diverse classi rurali […] facendo forza sui contadini di base e sugli intellettuali” (fr:1781). Si sottolinea l’importanza di un rapporto dialettico tra queste due azioni, data la difficoltà di organizzare i contadini in partiti strutturati (fr:1784). Si cita Giuseppe Ferrari come esempio di intellettuale che, pur occupandosi di questioni agrarie, non riuscì a tradurre le sue idee in azione politica efficace (fr:1785-1786).
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14 Il Risorgimento italiano tra egemonia moderata e assenza di giacobinismo
Dalla polemica agraria padana al ruolo degli intellettuali: un processo nazionale senza rivoluzione borghese
Si presenta una trattazione del Risorgimento italiano come fenomeno storico caratterizzato dall’egemonia dei moderati e dall’assenza di una spinta giacobina paragonabile a quella francese. Ci si sofferma sulle dinamiche sociali, politiche e internazionali che ne determinarono i limiti e le peculiarità.
Il dibattito sulla riforma agraria emerge come nodo cruciale, con particolare riferimento alla contrapposizione tra i senatori Bassini e Tanari sulla formula “la terra ai contadini” (fr:1789). Si evidenzia come la questione fosse più acuta nella valle padana, dove il bracciantato era mantenuto artificialmente attraverso politiche di lavori pubblici e l’alternanza tra mezzadria e conduzione diretta, strumento usato dai proprietari per “selezionare un gruppo di mezzadri privilegiati che fossero i loro alleati politici” (fr:1792). Il fenomeno del bracciantato padano viene descritto come “pauperismo” nel Risorgimento (fr:1793), con richiami a fonti come la Storia dell’Internazionale di Tullio Martello (fr:1794).
Si discute il ruolo del federalismo e degli interessi statali francesi, citando Proudhon e i suoi pamphlet contro l’unità italiana, visti come espressione di una politica estera francese ostile all’unificazione (fr:1795-1796). Si sottolinea come i moderati abbiano costruito un “blocco nazionale” sotto la loro egemonia sfruttando le parole d’ordine di “unità e indipendenza” (fr:1798), come dimostrato da esempi quali la lettera di Guerrazzi a uno studente siciliano: “Sia che vuoisi - o dispotismo, o repubblica o che altro, - non cerchiamo di dividerci” (fr:1799).
Il confronto con la Rivoluzione francese evidenzia l’assenza in Italia di uno “spirito giacobino” (fr:1810). Si analizza il giacobinismo come forza capace di “forzare la situazione” e di “creare fatti compiuti irreparabili” (fr:1801), spingendo la borghesia oltre i suoi interessi immediati. I giacobini vengono descritti come coloro che “fondarono non solo lo Stato borghese, ma fecero della borghesia la classe dirigente, egemone” (fr:1808), mentre in Italia il Partito d’Azione non seppe assumere questa funzione, limitandosi a una lotta contro l’Austria senza denunciare con energia il legame tra questa e le classi nobiliari (fr:1811-1813). La questione dei “costituti” di Federico Confalonieri diventa emblematica di questa debolezza, con polemiche sterili e strumentalizzazioni politiche (fr:1814-1815).
Si esaminano le ragioni dell’assenza di un partito giacobino in Italia, attribuendole alla “relativa debolezza della borghesia italiana” e al diverso contesto europeo (fr:1823). Si confrontano i processi di presa del potere borghese in Francia, Germania e Italia, notando come in Germania e Inghilterra la borghesia abbia lasciato sussistere elementi del vecchio regime per “velare il suo dominio” (fr:1828-1831). Si sottolinea l’influenza dei fattori internazionali, come le guerre napoleoniche e la diplomazia cavouriana, nel determinare la linea del Risorgimento (fr:1835-1837).
Si cita la parola d’ordine giacobina lanciata da Marx nel 1848 tedesco (“rivoluzione in permanenza”), ripresa in modo astratto e inefficace dal gruppo Parvus-Bronstein, mentre in Russia fu applicata concretamente come “alleanza tra due classi con l’egemonia della classe urbana” (fr:1839-1842).
Infine, si tratta il ruolo degli intellettuali nel Risorgimento, con particolare attenzione alla loro adesione ai moderati. Gioberti viene presentato come figura capace di offrire una filosofia “nazionale e originale”, mentre Mazzini appariva agli intellettuali meridionali come un retore (fr:1863). Si descrivono le iniziative scolastiche dei moderati, come l’insegnamento reciproco e gli asili di Ferrante Aporti, strumenti per costruire egemonia attraverso “una concezione generale della vita” e un “programma scolastico” (fr:1865-1870). I congressi degli scienziati e le riviste enciclopediche vengono citati come esempi di questa strategia di concentrazione intellettuale (fr:1871-1873).
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15 L’evoluzione del costituzionalismo e l’egemonia politica tra consenso e crisi
“Governo col consenso organizzato, non generico e vago quale si afferma nell’istante delle elezioni”
Si presenta una trattazione storica e teorica sull’evoluzione del costituzionalismo e dei meccanismi di egemonia politica, partendo dalle radici rivoluzionarie francesi fino alle dinamiche parlamentari del XX secolo. Si discute l’origine del costituzionalismo come strumento per dare concretezza alle esperienze politiche della Rivoluzione francese (“Essa derivò storicamente dalle esperienze politiche della Rivoluzione francese e doveva servire a dare una maggiore concretezza al costituzionalismo” - fr:1879).
Si analizza il concetto di consenso organizzato, contrapposto a quello elettorale generico, e il ruolo dello Stato nell’educare tale consenso attraverso associazioni politiche e sindacali (“Governo col consenso dei governati, ma col consenso organizzato […] lo Stato ha e domanda il consenso, ma anche «educa» questo consenso” - fr:1880). Si cita Hegel come teorico dello Stato parlamentare e del regime dei partiti, superando il puro costituzionalismo (“Hegel […] teorizza lo Stato parlamentare col suo regime dei partiti” - fr:1881).
Si confrontano le concezioni associative di Hegel e Marx, evidenziando i limiti storici delle loro esperienze: Hegel si basa sull’esempio corporativo, mentre Marx si muove tra organizzazioni di mestiere, clubs giacobini e cospirazioni segrete (“Il concetto di Marx dell’organizzazione rimane ancora impiantato tra questi elementi” - fr:1883). Si descrivono i clubs rivoluzionari francesi come strutture centralizzate attorno a figure politiche e ai loro giornali (“i clubs […] centralizzate da singole individualità politiche, ognuna delle quali ha il suo giornale” - fr:1884), con gruppi ristretti che ne influenzano le dinamiche (“aggruppamenti ristretti e selezionati di gente che si conosceva reciprocamente” - fr:1885).
Si ricostruisce lo sviluppo delle cospirazioni segrete post-Termidoro e la differenziazione del campo politico popolare tra il 1815 e il 1830 (“la differenziazione del campo politico popolare […] appare già notevole nelle «gloriose giornate» del 1830” - fr:1887), con figure come Blanqui e Buonarroti che ne rappresentano l’evoluzione (“questo processo di differenziazione si perfeziona e dà dei tipi abbastanza compiuti” - fr:1888).
Si esamina il giacobinismo come modello di egemonia borghese, realizzato nel regime parlamentare attraverso il consenso organizzato (“Il giacobinismo […] ha trovato la sua perfezione formale nel regime parlamentare” - fr:1891). Si descrive il superamento dei limiti giacobini (come la legge Chapelier) tramite processi teorico-pratici che allargano la base economica e mantengono l’egemonia (“si riottiene il consenso politico […] allargando e approfondendo la base economica” - fr:1892). Si elencano le variabili istituzionali che caratterizzano questo processo: suffragio, libertà associative, equilibrio dei poteri, ruolo della magistratura e delle forze armate (“forme diverse del suffragio […] con le varie combinazioni che ne risultano” - fr:1893).
Si affronta la crisi dell’egemonia nel dopoguerra, manifestata come “crisi del principio di autorità” e “dissoluzione del regime parlamentare” (“I più comuni sono: «crisi del principio di autorità» - «dissoluzione del regime parlamentare»” - fr:1901). Si analizzano le cause: moltiplicazione dei partiti, instabilità governativa, lotte interne ai partiti (“difficoltà di governo […] crisi interne [permanenti] di ognuno di questi partiti” - fr:1903), e le dinamiche di corruzione e personalismo (“contrattazioni cavillose e minuziose che non possono non essere personalistiche” - fr:1904). Si critica l’uso demagogico di tali interpretazioni (“la demagogia può essere ritenuta arma eccellente” - fr:1906).
Si approfondisce il caso francese, caratterizzato da una forte egemonia borghese e da un sistema partitico frammentato ma funzionale (“La molteplicità dei partiti è stata utile nel passato: ha permesso una vasta opera di selezione” - fr:1914). Si evidenzia la solidità dell’apparato statale (burocrazia, intellettuali, esercito) e la neutralizzazione dell’influenza clericale-monarchica (“La debolezza interna più pericolosa […] era data dal clericalismo alleato ai monarchici” - fr:1919). Si descrive la resilienza del sistema durante la Prima guerra mondiale (“La guerra non ha indebolito, ma rafforzato l’egemonia” - fr:1922) e si confronta con altri paesi, sottolineando le peculiarità della fanteria francese (“La fanteria francese formata in maggioranza di coltivatori diretti […] rese più difficile il collasso fisico” - fr:1929).
Si interpreta la crisi parlamentare francese come malessere diffuso ma non radicale (“La crisi parlamentare francese indica che c’è un malessere diffuso […] non ha posto in gioco questioni «intangibili»” - fr:1932), legato a spostamenti di masse urbane e a lotte per la redistribuzione dei benefici statali (“lotta per la divisione dei carichi statali e dei benefici statali” - fr:1937). Si menziona l’ascesa di Maurras e dell’Action Française, criticandone il giacobinismo rovesciato e il metodo settario (“Maurras è solo un giacobino alla rovescia” - fr:1943; “Il linguaggio politico è diventato un gergo, si è formata un’atmosfera da conventicola” - fr:1955). Si descrive l’organizzazione dell’Action Française: cooptazione, selezione sociale, finanziamenti, campagne mediatiche (“La sua forza è costituita […] da tipi sociali selezionati intellettualmente” - fr:1960) e la sua strategia di isolamento e antigoverno (“i nazionalisti integrali devono: appartarsi dalla vita reale della politica francese” - fr:1963).
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16 Filosofia, cultura popolare e dibattiti intellettuali tra Ottocento e Novecento
Concezioni del mondo, polemiche letterarie e il ruolo del folklore nella formazione nazionale
Si presenta una raccolta di riflessioni e citazioni tratte da quaderni di appunti, recensioni e pubblicazioni tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, con particolare attenzione a tre nuclei tematici: la filosofia politica di Giovanni Gentile, la natura e lo studio del folklore, e le dinamiche culturali e letterarie dell’epoca.
Sulla filosofia gentiliana e la sua ricezione Ci si riferisce alla concezione gentiliana della filosofia come azione, non come sistema di formule. “Filosofia che non si pensa, ma che si fa, e perciò si enuncia ed afferma non con le formule ma con l’azione” (fr:2458). Si discute la dicotomia tra la filosofia enunciata e quella reale, incarnata nella storia: “Ogni Stato ha «due» filosofie: quella che si enuncia per formule ed è una semplice arte di governo, e quella che si afferma con l’azione ed è la filosofia reale, cioè la storia” (fr:2459). Il problema della loro coincidenza o divergenza è centrale (fr:2460), con critiche che vedono nella formula gentiliana una “camuffatura sofistica della «filosofia politica più nota col nome di opportunismo ed empirismo»” (fr:2461). La figura di Gentile è associata ironicamente a Bouvard e Pécuchet, personaggi flaubertiani simbolo di un’attività intellettuale caotica e priva di sistematicità (fr:2462).
Gioberti e il Risorgimento Si riportano giudizi di Giosuè Carducci su Vincenzo Gioberti, descritto come figura complessa e contraddittoria: “Staccatosi dalla Giovane Italia nel 1834 tornò a quello che il Santarosa voleva e chiamava cospirazione letteraria […] fino a uscire nell’agone col Primato” (fr:2466). Carducci ne sottolinea il ruolo nel Risorgimento, tra riformismo, giacobinismo e influenza sul clero e sul popolo (fr:2467).
Il folklore come concezione del mondo Si tratta la critica di Giovanni Crocioni alla classificazione del folklore proposta da Giuseppe Pitré, giudicata “confusa e imprecisa” (fr:2471). Crocioni propone una ripartizione in quattro sezioni (arte, letteratura, scienza, morale), a sua volta contestata per la vaghezza dei confini (fr:2472). Raffaele Ciampini solleva dubbi metodologici: “È essa scientifica? […] Come studiarla scientificamente?” (fr:2473-2477). Il folklore è definito come “concezione del mondo di determinati strati della società, che non sono toccati dalle correnti moderne di pensiero” (fr:2481), caratterizzata da una “giustapposizione meccanica di parecchie concezioni del mondo” (fr:2482). Si evidenzia come anche la scienza moderna contribuisca al folklore, venendo “arrangiata nel mosaico della tradizione” (fr:2483). Lo studio del folklore è proposto come strumento per comprendere le condizioni di vita del popolo e superare il distacco tra cultura moderna e cultura popolare (fr:2484, 2495-2497), con un parallelo tra questo lavoro e la Riforma protestante (fr:2498).
Dibattiti letterari e culturali Si menziona la difesa di Giuseppe Prezzolini della rivista “La Voce” contro accuse di “protestantesimo” (fr:2504), con riferimenti alla sua influenza su socialisti e revisionisti (fr:2509-2510). Si cita Mino Maccari su “Strapaese”, movimento che si oppone alle “importazioni modernistiche” per preservare l’identità culturale italiana (fr:2513). Sul tema dell’americanismo, Eugenio Giovannetti contrappone l’“energia tecnica” alla retorica letteraria, definendo l’eroe moderno come “uno studioso nel più bel senso classico” (fr:2519). Si critica l’applicazione selettiva della formula gentiliana all’americanismo, accusato di meccanicismo, mentre si riconosce in esso una “azione reale” capace di modificare la realtà (fr:2521-2527).
Critica letteraria e superstizione Si riporta la figura di Tommaso Gallarati Scotti, associato ai “nipotini di padre Bresciani” per il suo estetismo folkloristico, giudicato “rivoltante” (fr:2533, 2535). Si citano esempi di superstizione religiosa, come il dialogo tra un protestante e un cardinale su san Gennaro (fr:2534), e si elogiano i bollandisti per il loro lavoro di demistificazione (fr:2533).
Proudhon e la cultura del lavoro Giuseppe Raimondi esalta Proudhon come mito del lavoro socialmente organizzato, distinguendo tra un’ammirazione “sentimentale” e una “d’intelletto” (fr:2539-2542). Si critica la posa intellettuale di Raimondi, definito un “poseur” (fr:2542-2543).
Critica al relativismo storico Adelchi Baratono sostiene che l’arte e la letteratura di un’epoca debbano corrispondere al “gusto del tempo”, rifiutando giudizi di merito sui contemporanei (fr:2551-2552). Si contesta questa posizione come “vigliaccheria morale e civile”, citando De Sanctis come esempio di critica non moralistica (fr:2556-2559).
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17 Progetti politici e limiti del Risorgimento italiano
“L’Italia farà da sé” – fallimento di una strategia e divisioni interne.
Si presenta una trattazione delle dinamiche politiche e militari che caratterizzarono il movimento risorgimentale italiano, con particolare attenzione ai progetti confederativi e alle cause della sconfitta del Si discute il ruolo degli Stati minori italiani e del Piemonte, dove la prospettiva di una Confederazione politica e doganale fu inizialmente sostenuta da figure come Cesare Balbo (“La lega doganale […] doveva preludere alla costituzione della Confederazione politica che poi fu disdetta dallo stesso Balbo” – fr:2662) ma osteggiata dai reazionari piemontesi, timorosi di compromettere l’espansione territoriale (“i piemontesi […] non volevano pregiudicarla con legami che l’avrebbero ostacolata” – fr:2663). La Confederazione, ritenuta impraticabile finché parte dell’Italia fosse stata sotto dominio straniero (“la Confederazione era impossibile finché una parte d’Italia fosse stata in mano agli stranieri” – fr:2664), fu abbandonata nel 1848, segnando il primo fallimento di un progetto unitario condiviso.
Si analizza la direzione politica e militare del Risorgimento, evidenziando come l’assenza di una strategia coerente e l’egoismo dei moderati piemontesi abbiano minato la rivoluzione. La parola d’ordine “L’Italia farà da sé” (fr:2694-2695) si rivelò un errore: la mancanza di alleanze e di una politica popolare (“Essi non favorivano i volontari […] volevano che soli armati vittoriosi fossero i generali piemontesi” – fr:2701) portò al ritiro degli eserciti degli altri Stati italiani e alla sconfitta. Si sottolinea come la destra piemontese, con la sua ambiguità, abbia ritardato l’unità di vent’anni (“La politica della destra piemontese ritardò l’unità d’Italia di 20 anni” – fr:2709), mentre l’assenza di una mobilitazione contadina permise all’Austria di sfruttare i reggimenti italiani per reprimere le rivolte (“i contadini lombardi e veneti arruolati dall’Austria furono lo strumento per soffocare la rivoluzione di Vienna” – fr:2702). Il problema militare, inteso in senso ampio, non fu risolto: mancò la creazione di masse ausiliarie e di riserve popolari (“La direzione militare […] riguarda la mobilitazione di forze popolari che insorgano alle spalle del nemico” – fr:2707), e dopo il 1848 si cercò l’alleanza con la Francia reazionaria (“si cercò l’aiuto della Francia […] quando al governo in Francia erano andati i reazionari” – fr:2706).
Parallelamente, si menziona un confronto tra la situazione italiana e quella polacca, dove il tradimento della nobiltà – che preferì cedere la nazione agli stranieri piuttosto che concedere diritti ai contadini (“Preferirono vendere la nazione al nemico piuttosto che cedere la benché minima parte delle terre ai contadini” – fr:2718) – spiega la debolezza militare e la spartizione del Paese. L’episodio polacco è presentato come istruttivo per comprendere le dinamiche italiane (“spiega molta parte degli avvenimenti fino al 48 anche in Italia” – fr:2721).
Infine, si accenna alla struttura culturale e giornalistica italiana, contrapposta a quella francese. Si nota la mancanza di una concentrazione intellettuale paragonabile all’Istituto di Francia (“Confronto tra la concentrazione culturale francese […] e la non coordinazione italiana” – fr:2731) e il ruolo dei quotidiani italiani, che assorbirono funzioni culturali e politiche in assenza di partiti organizzati (“i giornali […] costituiscono i veri partiti” – fr:2736). Si cita il caso del “Corriere della Sera”, legato all’industria lombarda e antigiolittiano (“Il «Corriere» fu sempre antigiolittiano” – fr:2735), e la creazione della Guardia Regia da parte di Nitti come tentativo di bilanciare il potere militare (“Nitti creò la Guardia Regia […] come contrappeso contro ogni velleità di colpo di Stato” – fr:2740).
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18 Il Nittismo e le dinamiche politiche italiane tra guerra e dopoguerra
“Due facce di una stessa medaglia: potere, giornali e manovre occulte nella crisi dello Stato liberale”
Si presenta una trattazione del Nittismo come fenomeno politico a doppia anima: da un lato, un progetto riformista legato all’industrializzazione accelerata e alle politiche sociali (“nel 1918 […] fece una campagna oratoria sostenendo la industrializzazione accelerata dell’Italia” (fr:2751)); dall’altro, una rete di interessi economici e alleanze opache con industriali protetti, proprietari terrieri e ambienti giornalistici (“legato all’industria protetta e ai grandi proprietari terrieri” (fr:2746)). Si discute la lotta sotterranea del 1922 tra fazioni politiche e militari, con particolare attenzione al ruolo dei carabinieri, della Guardia Regia (composta per il “90% di meridionali” (fr:2754)) e dei nazionalisti, che reagiscono alle pressioni per smantellarne la cavalleria (“al Senato il generale Giardino parla contro la Guardia Regia, ne fa sciogliere la cavalleria” (fr:2748)).
Ci si sofferma sulle contraddizioni di Francesco Saverio Nitti, le cui direttive appaiono “molto confuse” (fr:2750): promosse l’industrializzazione basandosi su risorse inesistenti (“il ferro era quello di Cogne, il carbone era la lignite toscana” (fr:2751)), propose amnistie ai disertori con effetti economici controversi (“Significato dell’amnistia ai disertori […] di cui la Banca di Sconto aveva il quasi monopolio” (fr:2752)), e teorizzò l’impossibilità tecnica della rivoluzione in Italia, influenzando il Partito Socialista (“Discorso di Nitti […] che produsse un effetto folgorante” (fr:2753)). Vengono citati episodi simbolici, come il suicidio del generale Ameglio (capo della Guardia Regia) e il collegamento con la morte del generale Pollio nel 1914, legata a “convenzioni militari-navali con la Germania” (fr:2757).
Il testo analizza poi il ruolo dei giornali come attori politici, con figure chiave come Mario Missiroli, Pippo Naldi e Francesco Ciccotti. Naldi è descritto come “agente importantissimo di Giolitti e di Nitti” (fr:2761), mentre Ciccotti emerge per la sua “attività […] complessa e difficile” (fr:2762), oscillante tra disfattismo durante la guerra (“a Torino nel 16-17 era assolutamente disfattista” (fr:2764)) e manovre per creare alleanze tra Giolitti e gli operai (“necessità del blocco tra Giolitti e gli operai” (fr:2773)). Si ipotizza un suo coinvolgimento nei fatti di Torino dell’agosto 1917, dove la mancanza di pane – attribuita a “sabotaggio della burocrazia giolittiana” (fr:2784) – scatenò rivolte spontanee. La scelta di Torino come epicentro della crisi è motivata dalla sua “quasi totale neutralità” e dal suo peso simbolico (“i fatti avevano importanza specialmente a Torino” (fr:2786)).
Infine, si affronta il rapporto tra direzione politica e militare nel Risorgimento, con esempi storici (Cesare, Napoleone, Bismarck) per dimostrare che “la direzione militare deve essere sempre subordinata alla direzione politica” (fr:2810). Si critica la tendenza a sovrastimare il ruolo dei volontari nel Risorgimento, evidenziando come la loro marginalizzazione rifletta “la deficienza della direzione politico-militare” (fr:2823). Il testo si chiude con un parallelo tra la crisi del 1848-49 (sconfitta di Novara) e la necessità di una strategia politica che tenga conto delle “aspirazioni più profonde delle masse” (fr:2810) per evitare la disgregazione delle forze armate.
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19 Conflitti generazionali, potere e ideologie nella società moderna
Giovani e anziani, Chiesa e Stato, Italia reale e legale: tensioni strutturali e contraddizioni storiche
Si presenta una trattazione delle dinamiche di potere, conflitto generazionale e ruolo delle istituzioni nella società italiana tra Ottocento e Novecento. Ci si sofferma su tre nuclei tematici principali:
Il conflitto generazionale e la crisi delle élite Si discute la ribellione dei giovani come fenomeno strutturale, non riconducibile a semplici divergenze anagrafiche. “Esistono molte «quistioni» dei giovani” (fr:2885), ma due risultano centrali: la trasmissione educativa tra generazioni, spesso conflittuale ma fisiologica (“ci sarà conflitto, discordia ecc. ma si tratta di fenomeni superficiali” (fr:2886)), e la ribellione di classe, dove i giovani della classe dirigente passano a quella progressiva (“i «giovani» […] passano alla direzione degli «anziani» di un’altra classe” (fr:2887)). Quando il fenomeno assume carattere “nazionale” senza apparente interferenza di classe, la questione si complica: “I «giovani» sono in istato di ribellione permanente” (fr:2888) perché le cause profonde persistono, mentre gli anziani dominano senza riuscire a educarli. La mancata soluzione di queste tensioni genera degenerazioni sociali (“forme morbose, di misticismo, di sensualismo, di indifferenza morale” (fr:2891)) e disoccupazione intellettuale (“la disoccupazione permanente o semipermanente dei cosi detti intellettuali” (fr:2892)), in un contesto di “quadri chiusi di carattere feudale-militare” (fr:2893).
Chiesa, potere e società civile Si analizza il ruolo della Chiesa nel Medioevo e oltre, non come principio religioso ma come “organizzazione di interessi economici molto concreti” (fr:2896). La sua funzione a favore delle classi inferiori fu “subordinata e incidentale” (fr:2896), e il contadino subiva taglieggiamenti paragonabili a quelli feudali. La Rivoluzione francese viene interpretata come rottura tra “fedeli-infedeli” e “clero ordine feudale” (fr:2898), con la Controriforma come vero punto di frattura tra democrazia e Chiesa (“quando la Chiesa ebbe bisogno del braccio secolare […] abdicò alla sua funzione democratica” (fr:2899)). Si critica inoltre la tesi secondo cui il Risorgimento fu opera delle sole “classi colte” (fr:2900): se queste non assolsero alla loro funzione storica di guidare le masse, si tratta di “demerito, cioè di immaturità e debolezza intima” (fr:2902).
Italia reale vs. Italia legale: Stato e società civile Si esamina la formula clericale del dissidio tra “Italia legale” (lo Stato) e “Italia reale” (la società civile), emersa dopo il La società civile appare “informe e caotica” (fr:2911), dominata solo apparentemente dal clericalismo, che non riuscì a organizzarla nazionalmente (“non era politicamente omogenea ed aveva paura delle stesse masse” (fr:2914)). Il “non expedit” (fr:2915) – il boicottaggio parlamentare – viene letto come opportunismo, non come intransigenza. L’allargamento del suffragio nel 1882 e la reazione crispina (fr:2917) mostrano come lo Stato percepisse clericalismo e socialismo come “ugualmente «sovversivi»” (fr:2918). La svolta avviene con l’abbandono del “non expedit” e l’introduzione del suffragio universale (fr:2920), che porta alla fondazione del Partito Popolare nel La questione permane fino alla soppressione dei partiti negli anni Venti, quando si afferma “una raggiunta identità tra reale e legale” (fr:2921) grazie al dominio di un’unica organizzazione statale.
Parallelamente, si riflette sul suffragio universale in Francia, criticando l’ingenuità di chi lo considera uno “schema sociologico astratto” (fr:2926). Si evidenzia come le sue crisi dipendano dai rapporti tra Parigi e la provincia (fr:2828-2932), con la Comune del 1871 come momento di consapevolezza del potenziale conflitto tra progresso e democrazia formale. Infine, si affronta il dibattito filosofico sull’idealismo attuale, che “fa coincidere ideologia e filosofia” (fr:2937), riducendo la filosofia a sociologismo astratto (“un insieme di schemi astratti sorretti da una fraseologia tediosa” (fr:2939)). Si sottolinea la resistenza di Croce a questa tendenza, che vede come preludio a una “rivalutazione trionfale del materialismo storico” (fr:2940).
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20 Stato, intellettuali e formazione della modernità europea
Giacobini autoctoni e cosmopoliti: la dialettica tra esperienza nazionale e modelli stranieri nella costruzione degli Stati moderni.
Si presenta una riflessione sulla genesi degli Stati moderni in Europa, con particolare attenzione al ruolo degli intellettuali e alle contraddizioni tra modelli politici “importati” e realtà nazionali. Ci si sofferma sul caso italiano, dove “le correnti italiane che vengono «bollate» di razionalismo francese e di «illuminismo» sono invece proprio le più aderenti alla realtà empirica italiana” (fr:3172), in quanto concepiscono lo Stato come “forma concreta di uno sviluppo economico italiano” (fr:3172). Tuttavia, si problematizza l’idea di un’autenticità nazionale: “Invece sono proprio «giacobini» le correnti che appaiono più autoctone” (fr:3174), poiché “sviluppano una corrente tradizionale italiana” (fr:3174), ma “è una illusione storica” (fr:3176). La cultura italiana, infatti, viene descritta come “continuazione del «cosmopolitismo» medioevale legato alla Chiesa e all’Impero” (fr:3179), con intellettuali “cosmopoliti, non nazionali” (fr:3181) che “riflettono la Francia, la Spagna ecc.” (fr:3181) più che l’Italia stessa.
Si discute il modello francese di formazione statale, nato dalla Rivoluzione e “opposto dalle altre nazioni europee” (fr:3192), che genera “ondate successive” (fr:3193) di reazioni nazionali, come la Restaurazione, definita “forma politica in cui la lotta delle classi trova quadri elastici” (fr:3194) per l’ascesa borghese senza rotture violente. Il testo sottolinea come questo modello abbia creato una “mentalità” (fr:3198) diffusa, ma si interroga sulla sua riproducibilità: “È da escludere, per lo meno in quanto alla ampiezza e per quanto riguarda i grandi Stati” (fr:3197). Gli intellettuali, in particolare quelli meridionali nel Risorgimento, vengono identificati come studiosi dello “Stato in sé” (fr:3184), la cui concezione “riappare con tutto il corteo «reazionario» che di solito la accompagna” (fr:3185) quando assumono ruoli dirigenti.
Parallelamente, si analizza il rapporto tra filosofia e politica, citando la “riduzione che fa Marx della formula francese «liberté, fraternité, égalité» con i concetti filosofici tedeschi” (fr:3201) come esempio di come “ciò che è «politica» per la classe produttiva diventa «razionalità» per la classe intellettuale” (fr:3202). Si critica l’idealismo filosofico moderno, legato a “questa base di rapporti storici” (fr:3204), e si evidenzia come alcuni marxisti cadano nell’errore di “ritenere superiore la «razionalità» alla «politica»” (fr:3203).
Il testo affronta anche la questione della cultura e della formazione intellettuale, notando come “la cultura per un grande periodo si è svolta specialmente nella forma oratoria o retorica” (fr:3218), con un passaggio cruciale segnato dalla stampa (fr:3223) e dalle istituzioni accademiche. Si riflette sull’efficacia della logica formale, “reazione contro il «facilonismo» dimostrativo dei vecchi metodi” (fr:3221), e sulla necessità di un apprendistato critico per le nuove classi sociali, citando il caso degli studenti del Politecnico “meglio preparati” (fr:3236) se provenienti dal liceo classico, grazie all’insegnamento umanistico. Si conclude con una riflessione sulla lingua e la logica, dove “l’identità che pare esista agli inizi dello studio […] va sempre più complicandosi” (fr:3244), allontanandosi dallo schema matematico per approdare a una dimensione storica e psicologica.
Infine, si accenna alla necessità di uno studio organico sul clero come “classe-casta” (fr:3252), per comprendere il suo ruolo nello sviluppo storico e intellettuale, e si cita Hegel attraverso Labriola, che definisce gli uomini della Convenzione francese come coloro che “tentarono di capovolgere la nozione del mondo, poggiando questo sulla ragione” (fr:3258). Il testo si chiude con una domanda sul rapporto tra passato e presente: “È da gettar via ciò che il presente ha criticato «intrinsecamente»?” (fr:3265), suggerendo una dialettica di superamento selettivo.
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21 Disciplina sociale, crisi ideologica e gestione finanziaria nello Stato post-bellico
“L’ipocrisia sociale totalitaria nasce dove la virtù è predicata ma non praticata, né per convinzione né per coercizione” (fr:3305).
Si presenta una riflessione sulla tensione tra ideologia e prassi nel contesto di uno Stato a classe unica, dove il lavoro richiede disciplina degli istinti e stabilità familiare (“Il lavoro domanda una rigida disciplina degli istinti sessuali, cioè un rafforzamento della «famiglia»” (fr:3301)). Si discute il ruolo dell’illuminismo come fattore di depravazione (“In questa questione il fattore ideologico più depravante è il vulluminismo” (fr:3302)), generando una dicotomia tra retorica progressista e comportamenti regressivi: “Si forma una situazione a doppio fondo, tra l’ideologia «verbale» che riconosce le nuove necessità e la pratica «animalesca»” (fr:3304). In assenza di coercizione esterna, si prospetta una crisi permanente, risolvibile solo attraverso autodisciplina (“sarà autodisciplina (Alfieri che si fa legare alla sedia!)” (fr:3309)) o interventi autoritari (“nascerà una qualche forma di bonapartismo, o ci sarà un’invasione straniera” (fr:3311)).
Parallelamente, si analizza la gestione finanziaria dello Stato, con particolare attenzione al bilancio pubblico e alla tesoreria. Si evidenzia il successo formale nel raggiungimento dell’equilibrio di bilancio (“Equilibrio del bilancio raggiunto” (fr:3354)), ma si sottolinea la discrepanza tra dati contabili e realtà economica: “L’avanzo di un bilancio di competenza può non coincidere con una cassa egualmente florida” (fr:3367). La critica si concentra sui residui passivi, che mascherano deficit strutturali (“aumentando le spese di competenza si è normalmente avuto un aumento di residui passivi” (fr:3374)), e sulla manipolazione contabile (“si cancella la iscrizione di un capitolo per aumentarne un altro” (fr:3378)). Si cita il caso italiano, francese e belga, dove la crisi di tesoreria persiste nonostante l’equilibrio di bilancio (“dopo aver assicurato l’equilibrio del bilancio, dovettero fronteggiare una crisi di Tesoreria” (fr:3382)), con soluzioni come la conversione obbligatoria dei debiti (“conversione obbligatoria dei buoni del Tesoro in titoli del debito consolidato” (fr:3393)) o la creazione di casse autonome (“la Francia provvide al debito fluttuante con la creazione di una cassa autonoma di consolidamento” (fr:3386)).
Infine, si menzionano studi storici sul Risorgimento, come l’influenza di Raffaello Lambruschini (“Lambruschini espressione principale di questo secondo gruppo” (fr:3344)), la cui visione religiosa si contrapponeva al formalismo esteriore (“moltiplicare, sminuzzare, materializzare il culto esterno, e trascurare il sentimento” (fr:3349)), e l’analisi delle dinamiche militari nel Piemonte del 1848 (“come mai nel 48 in Piemonte non esistesse nessun capo militare” (fr:3315)). Si riportano anche dati sull’industria elettrica italiana, dominata dal gruppo Edison (“Il gruppo Edison rappresenta il 30% dell’attività complessiva” (fr:3332)), e le criticità del settore (“industria sempre affamata di danaro” (fr:3335)).
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22 Politiche finanziarie e fiscali nell’Italia fascista (1926-1927)
“Un decreto eccezionale, una finanza straordinaria, un debito pubblico in bilico tra ammortamento e deficit”
Si presenta un’analisi delle misure finanziarie adottate dal governo italiano tra il 1926 e il 1927, con particolare attenzione alla gestione del debito pubblico, alle operazioni di bilancio e alle politiche fiscali. Il quadro emerge da provvedimenti emergenziali, critiche degli economisti e confronti con modelli stranieri.
Gestione degli avanzi di bilancio e debito pubblico Si discute il decreto regio del 3 dicembre 1926, che eleva da 3/4 a 4/5 la quota dell’avanzo di bilancio destinata a “opere inerenti alla ricostruzione economica e alla difesa militare della nazione” (fr:3418). Il provvedimento è definito “eccezionalissimo” e “contrario alla dottrina finanziaria di tutti gli economisti” (fr:3420), privo di riscontri in altri paesi. Il Direttore Generale della Banca d’Italia lo critica come “tendenza nuova di far pesare sugli avanzi passati spese riguardanti l’avvenire” (fr:3421), mentre il relatore Olivetti alla Camera osserva che gli avanzi dovrebbero essere impiegati per “ridurre i debiti prebellici” o “dare maggiore elasticità alla Tesoreria” (fr:3421). Nonostante le obiezioni, la Giunta del Bilancio approva il decreto per “gravi ragioni contingenti”, auspicando un futuro ammortamento del debito (fr:3422), pur rilevando che “a parole tutti sostengono questa necessità ma non se ne fa niente” (fr:3423).
Si evidenzia la discrepanza tra principi teorici e prassi: il Senato, fin dal 1920, aveva richiesto “prudente riduzione della circolazione, rigorose economie, sosta nell’indebitamento” (fr:3424), ma le operazioni fuori bilancio minano la trasparenza. “Occorre studiare a fondo la questione delle operazioni fuori bilancio” (fr:3427), che nel 1926 hanno causato “progressivo impoverimento della cassa” (fr:3428). Le cifre mostrano un aumento delle spese per ammortamento: da 23 milioni di sterline nel 1921-22 a 60 milioni nel 1926-27, con un deficit di 36 milioni nello stesso anno (fr:3429, fr:3448). Si cita l’esempio inglese, dove l’ammortamento del debito prebellico (650 milioni di sterline dal 1919 al 1924) è stato possibile grazie a “eccedenze di bilancio” (fr:3452), mentre in Italia la Cassa per l’ammortamento del debito (istituita con R.D. 3 marzo 1926) manca di “una somma annua fissa e intangibile” (fr:3462).
Critiche all’ammortamento e benefici attesi Si riportano i vantaggi dell’ammortamento: “allevia il bilancio, rialza il credito dello Stato, rende possibile ottenere nuovi prestiti in circostanze gravi” (fr:3467). Tuttavia, si contesta l’assenza di stanziamenti fissi, definita “un vero e proprio agiotaggio” (fr:3469), poiché lo Stato compra i propri titoli per “elevarne la quotazione” (fr:3469) senza estinguerli. Sir Felix Schuster sottolinea che “anche nei momenti più difficili l’ammortamento deve essere mantenuto” (fr:3468) per evitare il crollo dei titoli.
Prestiti esteri e controllo dei cambi Si tratta la politica dei prestiti americani, inizialmente non assecondati, poi mutata dopo la sistemazione dei debiti di guerra. Lo Stato assume la valuta dei cambi per i rimborsi, “imprimendo agli occhi dei prestatori uno speciale carattere all’operazione” (fr:3473). Il controllo dei cambi, prima del Tesoro e poi dell’Istituto dei cambi, è giudicato “opportuno” (fr:3474). Si distingue tra debiti per l’industria (“opportuni”) e quelli ai Comuni (“pericolosi, perché si spende e non si saprà come restituire”) (fr:3475-3476).
Sistema fiscale e pressione tributaria Si documenta l’aumento delle imposte: da 577 milioni nel 1922-23 a 417 milioni nel 1925-26, con un carico complessivo (incluse imposte locali) di 17,22 miliardi, “superiore a quello di tutti gli Stati europei e americani” (fr:3479-3481). Si confronta con la riduzione delle imposte in USA e Inghilterra (fr:3482-3483), mentre in Italia si auspica “cessazione di terrore fiscale” (fr:3484). Si critica la riforma tributaria di De Stefani, che avrebbe dovuto unificare e semplificare il sistema, ma subisce “deviazioni” (fr:3487). L’imposta complementare sul reddito, inizialmente basata su accertamenti diretti, è minata dall’introduzione dell’imposta sul celibato, che reintroduce “accertamenti indiziari” (fr:3489), portando a “due accertamenti del reddito con risultati diversi” (fr:3490). I Comuni, “affetti da mania spendereccia”, applicano doppie tassazioni (fr:3495), mentre gli agenti del fisco utilizzano vecchi accertamenti sperequati per la nuova imposta (fr:3497-3498).
Si riportano le critiche al fiscalismo: il senatore Mayer invoca “una completa riforma del sistema tributario, dei sistemi di accertamento e dei regolamenti antiquati” (fr:3502), auspicando che i cittadini non vedano più l’Erario come “un implacabile nemico” (fr:3502). Si cita un articolo di Tittoni (fr:3504-3505) che paragona la situazione italiana a quella francese pre-rivoluzionaria, dove “vessazione fiscale” (fr:3503) era sinonimo di ingiustizia. De Stefani, in risposta, ribadisce la necessità di “rigida obbedienza alle leggi tributarie” e lotta alle evasioni (fr:3506), proponendo “maggiore universalità nell’applicazione dei tributi” e “economie nella spesa” (fr:3508-3509). Si suggerisce di “diminuire la pressione finanziaria nominale proporzionatamente alla rivalutazione monetaria” (fr:3510) per non aggravare il carico reale.
Note marginali e riferimenti culturali In appendice, si citano osservazioni di carattere storico e culturale, come il giudizio di Manzoni su Victor Hugo (“un suonatore d’organi senza chi gli tenga il mantice”) (fr:3518) e le riflessioni di Bonghi sulla Rivoluzione francese, secondo cui i “filosofi” teorizzarono una pratica già in atto (fr:3524). Questi passaggi, pur non centrali, contestualizzano il clima intellettuale dell’epoca.
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23 Le perdite e la ricostruzione della marina mercantile italiana nel primo dopoguerra
“Danni di guerra, riparazioni, trasformazioni e sfide della flotta transatlantica”
Si presenta un’analisi delle perdite subite dalla marina mercantile italiana durante la Prima guerra mondiale e della successiva ricostruzione. Le perdite complessive ammontarono a “872 341 tonn. lorde (238 piroscafi per 769 430 tonn. e 395 velieri per 102 891)” (fr:3534-3536), pari al 49% della flotta, una percentuale superiore a quella di Inghilterra (41%) e Francia (46), nonostante l’entrata in guerra più tardiva dell’Italia. A queste si aggiunsero “9 piroscafi per 37 440 tonn. affondati per incidenti” (fr:3537-3538), legati a misure di navigazione in convoglio o a manovre evasive. Il danno finanziario totale fu di “L. 2 202 733 047” (fr:3540), includendo navi e carichi, con una ripartizione dettagliata tra naviglio nazionale, estero noleggiato e pesca.
Si discute la rapidità con cui le perdite furono riparate: entro il 1921, la flotta italiana passò da “644 piroscafi per 1 192 838 tonn.” (fr:3551-3552) a “836 per 3 297 987 tonn.” (fr:3558), grazie a nuove costruzioni, acquisti all’estero, recuperi dalla Regia Marina e incorporazioni dalla Venezia Giulia (“210 piroscafi per 763 943 tonn.”, fr:3558), frutto di negoziati postbellici (fr:3563). Tuttavia, si rileva uno squilibrio tra naviglio da carico e di linea: “Le perdite della marina di linea furono meno gravi […] e perciò non prontamente riparate” (fr:3564), portando a una sovrabbondanza di navi da carico e a una carenza di quelle passeggeri. Ciò determinò una specializzazione delle compagnie, con alcune dedicate al carico e altre alla linea, e una preferenza per “piroscafi di lusso” (fr:3569) a causa della crisi dell’emigrazione e della domanda di comfort.
Si analizzano le tendenze tecniche ed economiche del settore: l’aumento del tonnellaggio, giustificato dalla “legge economica del rendimento crescente” (fr:3573), e la moderazione della velocità (“non può oltrepassare per ora i 24 nodi”, fr:3576), bilanciata dall’adozione di turbine, motori Diesel e combustibili liquidi (fr:3583-3586). Si sottolinea l’obsolescenza rapida delle navi: “Una nave nuova […] svaluta subito tutte le precedenti” (fr:3588), imponendo ammortamenti brevi (“poco meno d’un decennio”, fr:3591) e rendendo cruciale l’età del naviglio per valutare l’efficienza di una flotta (fr:3592).
In parallelo, si menziona il contesto geopolitico postbellico, con l’ascesa degli Stati Uniti come potenza mondiale. Si ripercorrono le tappe della loro espansione territoriale (dall’acquisto della Louisiana all’Alaska, fr:3627-3641) e il consolidamento dell’egemonia economica e finanziaria dopo la guerra, che li rese “arbitri della finanza mondiale” (fr:3647). Si cita la dottrina Monroe (“non potrebbero rimanere indifferenti spettatori di un intervento” in America Latina, fr:3633) e il ruolo degli Stati Uniti nel rifornire l’Intesa durante il conflitto (fr:3646).
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24 L’egemonia anglo-americana dopo la Prima guerra mondiale e la ridefinizione degli equilibri globali
Dalla vittoria inglese alla supremazia statunitense: economia, imperi e nuovi assetti geopolitici
Si presenta un’analisi degli equilibri di potere emersi dopo la Prima guerra mondiale, con particolare attenzione al declino relativo della Gran Bretagna e all’ascesa degli Stati Uniti come potenza dominante. Si discute il ridimensionamento delle potenze sconfitte o indebolite – Germania e Russia – e l’espansione territoriale britannica (“Ha acquistato circa altri io milioni di Km2 di possedimenti con circa 35 milioni di abitanti” (fr:3653)), bilanciata però dal riconoscimento tacito della supremazia economica e militare statunitense.
Economia e debito Si confrontano i dati macroeconomici delle due potenze: mentre la ricchezza degli Stati Uniti raddoppia (“da 923 miliardi di franchi oro nel 1912 a 1600 miliardi nel 1922” (fr:3656)), quella britannica cresce in misura minore (“da 387 a 443 miliardi” (fr:3661)). La marina mercantile americana supera quella inglese (“7 928 688 tonn. nel 1914, 12300000 nel 1919” (fr:3657-3658)), e le esportazioni statunitensi triplicano (“1913,13 miliardi; 1919,37 miliardi” (fr:3659)). Il debito pubblico britannico esplode (“1913: 1162 milioni di sterline; 1919: 7481 milioni” (fr:3665)), con crediti incerte verso alleati come l’Italia (“debito italiano […] ridotto a 276 730 000 sterline” (fr:3669)), mentre gli Stati Uniti consolidano il ruolo di creditore (“debito inglese verso gli USA: 4600 milioni di dollari” (fr:3700)).
Trasformazione dell’Impero britannico Si descrive la metamorfosi dell’Impero in British Commonwealth of Nations (“Da Regno Unito […] a ‘Unione britannica di Nazioni’” (fr:3672)), con tendenze centrifughe nei dominions (“Canadà, Australia e Nuova Zelanda in posizione intermedia tra Inghilterra e Stati Uniti” (fr:3674)). Si ipotizza un rischio di sgretolamento in caso di conflitto tra Londra e Washington (“Se urto serio […] l’Impero inglese si sgretolerebbe” (fr:3677)).
Politica estera statunitense: dal wilsonismo all’isolazionismo Si ripercorre il fallimento della visione wilsoniana (“Fallimento della sua politica mondiale” (fr:3681)) e l’ascesa di Harding, che riafferma i diritti statunitensi senza revisioni del trattato di Versailles (“non intendono intervenire nei rapporti fra gli Alleati e la Germania” (fr:3683)). La Conferenza di Washington (1921-22) segna un punto di svolta: si limita la corsa agli armamenti navali (“limitazione degli armamenti navali” (fr:3684)), si garantisce lo statu quo nel Pacifico (“rispettare i loro possedimenti insulari” (fr:3722)), e si ottiene la parità navale con la Gran Bretagna (“Ottenimento della parità navale” (fr:3730)). Il Giappone, pur mantenendo posizioni in Manciuria (“Solo in Manciuria il Giappone mantenne la sua posizione” (fr:3713)), è costretto a rinunciare a privilegi in Cina (“rinunziassero a buona parte dei vantaggi speciali” (fr:3711)).
Controllo del Mar dei Caraibi e dell’America Centrale Si documenta l’espansione statunitense nella regione: dall’acquisto delle Isole Vergini (“1917 […] arcipelago delle Vergini” (fr:3700)) al controllo su Haiti (“1914 […] alto commissario americano” (fr:3698)) e Santo Domingo (“controllo finanziario americano” (fr:3699)). Il Canale di Panama diventa un asse strategico (“trattato di Washington […] dividere le sorti degli Stati Uniti” (fr:3704)), mentre si esclude l’immigrazione asiatica (“L’immigrazione gialla definitivamente esclusa” (fr:3692)).
Estremo Oriente: tra alleanze e tensioni Si ricostruiscono le dinamiche sino-giapponesi: gli Stati Uniti promuovono la “porta aperta” in Cina (“politica dell’integrità territoriale cinese” (fr:3708)), ma il Giappone ottiene concessioni con le “ventun domande” (1915). Alla Conferenza di Washington, Tokyo è costretto a rinunciare a privilegi (“sgombrare il Kiau-Ceu” (fr:3712)) e a limitare le fortificazioni navali (“mantenere lo statu quo” (fr:3727)), mentre gli USA consolidano il controllo sulle Filippine (“reciproca garanzia dello statu quo” (fr:3725)). Si ipotizza una futura coalizione asiatica contro l’egemonia anglo-americana (“coalizione che può comprendere la Cina, il Giappone e la Russia” (fr:3732)).
Nota conclusiva Si cita una fonte storiografica (“Guido Bustico […] memorie inedite del generale Rossetti” (fr:3735)) che, pur estranea al nucleo tematico principale, introduce una digressione sulla politica italiana di Murat, suggerendo un interesse per le dinamiche di potere in Europa.
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25 Politica europea e rapporti internazionali tra le due guerre (1926-1927)
“L’Europa tra diplomazia, nazionalismi e interessi coloniali: Germania, Inghilterra, Italia e le tensioni in Africa”
Si presenta una trattazione delle dinamiche politiche europee e coloniali tra la fine degli anni Venti, con particolare attenzione ai rapporti tra Germania, Inghilterra, Italia e le potenze occidentali, nonché alle questioni territoriali e nazionaliste in Etiopia e Asia Minore.
Politica estera e alleanze Si discute l’atteggiamento della Germania nei confronti della Russia, percepito come un nodo cruciale dalla diplomazia britannica. Gli intellettuali tedeschi, interrogati dagli anglosassoni, dichiarano: “Ma noi non possiamo prendere parte nelle controversie tra Londra e Mosca!” (fr:3741). Al centro della visione britannica vi è la convinzione che “il conflitto con la Russia non solo è inevitabile ma è già impegnato” (fr:3742), pur in forme non manifeste. L’Inghilterra è descritta come una potenza “lealmente amica” (fr:3748) verso l’Italia, nonostante alcune resistenze interne al regime fascista, e come fautrice di una politica di equilibrio: “l’Inghilterra vuol essere amica di tutti” (fr:3745), con un avvicinamento anche a Polonia e Francia. Si cita un articolo di Manfredi Gravina sul «Corriere della Sera», definito di “anglofilia scandalosa” (fr:3743), che predicava la subordinazione dell’Italia all’Inghilterra.
Italia e Asia Minore Si ricostruisce l’interesse italiano per l’Asia Minore a partire dal 1900, con missioni diplomatiche, scuole e ospedali ad Adalia e Smirne: “L’Italia si interessa per la prima volta nel 1900 dell’Asia Minore” (fr:3752). Gli articoli 8 e 9 del Patto di Londra (1915) prevedevano la cessione all’Italia del Dodecaneso e di “la regione mediterranea che avvicina la provincia di Adalia” (fr:3754-3755). Tuttavia, l’assegnazione di Smirne alla Grecia da parte di Venizelos (1917) e la cessione di Mossul all’Iraq (1926) segnano una perdita di influenza italiana: “Nel gioco anatolico l’Italia ha perduto nel 1926 le sue due carte migliori” (fr:3764). La pressione italiana è riconosciuta dai giornali londinesi, ma “il governo inglese non si preoccupa troppo dell’Italia” (fr:3763).
Vaticano e Centro tedesco Si analizzano i rapporti tra il Vaticano e il Partito di Centro tedesco, con un articolo di André Lavedan che rivela le tensioni tra Leone XIII e i leader del partito. Il papa chiese di votare a favore della legge sul settennato di Bismarck, ma “Frankestein e Windthorst non vollero uniformarsi all’invito del Vaticano” (fr:3768), con solo 7 deputati su 90 che obbedirono.
Etiopia: indipendenza e modernizzazione Si descrive l’Etiopia come “il solo Stato indigeno indipendente in un’Africa ormai tutta europea” (fr:3771), grazie alla sua conformazione geografica e alle rivalità tra potenze. Menelik è presentato come il fondatore dell’unità etiopica, mentre Tafari (futuro Hailé Selassié) emerge come figura riformista: “Tafari ha cercato di imprimere un ritmo nuovo alla politica estera abissina” (fr:3793), ottenendo l’ammissione alla Società delle Nazioni e promettendo l’abolizione della schiavitù, pur incontrando resistenze: “Gli schiavisti molto forti” (fr:3797). La Convenzione di Londra del 1906 tra Italia, Francia e Inghilterra mirava a preservare lo statu quo etiopico, ma le tensioni persistono, come dimostra l’accordo italo-britannico del 1925, che suscita proteste francesi: “La Francia sollevò gran rumore su questo accordo, presentato come una minaccia dell’indipendenza abissina” (fr:3811). Il nazionalismo etiopico, ispirato al Giappone, si manifesta con xenofobia e richieste di autonomia religiosa, come la nomina di un abuna abissino al posto di quello egiziano: “Il nazionalismo etiopico vuole un abuna abissino” (fr:3788).
Questioni di confine e interessi coloniali Si menziona una disputa tra Italia ed Etiopia sui confini della Somalia, rimasta irrisolta dopo la Convenzione di Addis Abeba del 1908: “Oggi Obbia è occupata dalle armi italiane e bisognerà fissare il tracciato del confine con l’Etiopia” (fr:3822). La Francia, grazie alla ferrovia Gibuti-Addis Abeba, mantiene un monopolio sul traffico esterno etiopico, pur adottando una politica di “apparente disinteressamento” (fr:3817).
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26 Stefano Jacini e il conservatorismo nazionale / L’eurasiatismo e la stampa tedesca / Figure del Risorgimento italiano
“Un ritratto di classe, una visione geopolitica, una mappa dei poteri mediatici”
Si presenta la figura di Stefano Jacini senior, attraverso la biografia scritta dal nipote. Si ricostruisce la sua posizione politica e il ruolo nella storia italiana tra il 1830 e il 1890, attingendo a fonti inedite come l’archivio domestico e l’epistolario (“Lo Jacini ha utilizzato l’archivio domestico, ricco fra l’altro di un epistolario in molta parte inedito” (fr:3828)). Jacini, pur non essendo una personalità di primo piano, emerge per il suo contributo all’unificazione economica nazionale — ferrovie, valico del Gottardo, inchiesta agraria — e per l’adesione a un conservatorismo nazionale di matrice clericale (“Ebbe una parte non trascurabile nell’opera di unificazione economica della nazione” (fr:3831); “Sostenitore di un partito conservatore nazionale (clericale)” (fr:3832)). La sua visione politica si delinea come reazionaria e filo-austriaca, con una cultura internazionale che lo porta a evitare il coinvolgimento nei moti del 1848 (“Non prese parte al movimento del 48” (fr:3833); “seguì l’atteggiamento della sua classe che era reazionaria ed austriacante” (fr:3834)). Collaboratore sotto Massimiliano e fautore di Cavour, Jacini si distingue per la difesa dell’indipendenza senza rivoluzione (“Fautore di Cavour, cioè dell’indipendenza senza rivoluzione” (fr:3837)) e per le critiche al parlamentarismo, come espresso nel libro Sulle condizioni della cosa pubblica in Italia (1870), dove propone un modello di Italia “reale” contrapposta a quella “legale”, con decentramento regionale e suffragio indiretto (“contro il Parlamento che voleva ridotto alle grandi quistioni della difesa dello Stato, della politica estera, della finanza centrale” (fr:3840)). Nel 1879, con I conservatori e la evoluzione naturale dei partiti politici in Italia, immagina un equilibrio politico basato su due partiti di governo — conservatore nazionale e liberale-monarchico progressivo — tra estremismi repubblicani e clericali (“Immagina l’equilibrio politico così: estrema sinistra, repubblicani; estrema destra, clericali intransigenti” (fr:3841)). La sua figura incarna gli agrari settentrionali, influenzando movimenti successivi come il Partito Popolare (“Lo Jacini offre un esemplare compiuto di una classe, gli agrari settentrionali” (fr:3844)).
Si discute poi l’eurasiatismo, movimento intellettuale russo sorto intorno al giornale Nakanune (1921), che propone una revisione dell’atteggiamento degli emigrati. Le tesi principali sono due: la Russia come entità più asiatica che europea, chiamata a guidare l’Asia contro il predominio occidentale (“La prima tesi dell’eurasiatismo è che la Russia è più asiatica che occidentale” (fr:3849); “La Russia deve mettersi alla testa dell’Asia nella lotta contro il predominio europeo” (fr:3850)), e il bolscevismo come evento decisivo per la storia russa, capace di attivare il popolo e rafforzare l’influenza globale del paese (“il bolscevismo è stato un avvenimento decisivo per la storia della Russia: ha «attivato» il popolo russo” (fr:3851)). Gli eurasiatici, pur non essendo bolscevichi, si oppongono alla democrazia e al parlamentarismo occidentale, auspicando uno Stato forte e gerarchico, con una dittatura che sostituisca l’ideologia proletaria con quella nazionale (“Sono partigiani di una dittatura e salutano l’ordine statale vigente nella Russia dei Soviet” (fr:3854)). L’ortodossia è vista come espressione del carattere popolare russo (“L’ortodossia è per loro l’espressione tipica del carattere popolare russo” (fr:3855)).
Si analizza la stampa tedesca degli anni Venti-Trenta, descrivendo le tre principali concentrazioni editoriali: Ullstein, Mosse e Scherl. La Ullstein, democratica, pubblica giornali come la Vossische Zeitung (per il pubblico colto) e la Morgenpost (per la piccola borghesia), con legami internazionali tra cui il Corriere della Sera (“La Ullstein è legata col «Telegraaf» di Amsterdam, l’«Az Est» di Budapest, la «Neue Freie Presse»” (fr:3875)). La Mosse, anch’essa democratica, edita il Berliner Tageblatt, giornale di rilievo europeo con edizioni in più lingue, e la Stampa di Torino (“Alla casa Mosse si appoggia la «Stampa» di Torino” (fr:3877)). La Scherl, di destra, pubblica il Lokal Anzeiger (per la piccola borghesia) e il Tag (per un pubblico più selezionato). Si elencano poi altri giornali, da quelli nazionalisti come il Völkischer Beobachter di Hitler a quelli cattolici come la Germania, fino ai democratici come la Frankfurter Zeitung (“I giornali democratici sono i meglio fatti” (fr:3884)).
Si riportano inoltre due articoli di giornale: uno del Correspondant (1927), rivista conservatrice-cattolica, che attribuisce a Mussolini l’intenzione di scatenare una guerra già nel 1927, con Badoglio che avrebbe ritardato l’azione fino al 1935 (“Il Duce […] avrebbe già voluto due volte la guerra dopo il suo avvento al potere” (fr:3888)); l’altro di Frank Simonds, che paragona Mussolini e Stresemann come politici opportunisti, privi di una visione strategica a lungo termine (“L’uno e l’altro sacrificano allo spirito di opportunismo” (fr:3893)).
Infine, si traccia il profilo di Quintino Sella, figura atipica della borghesia industriale italiana del Risorgimento, caratterizzata da una cultura tecnica e umanistica, indipendenza dalla corte e moralismo puritano (“Quintino Sella è uno dei pochi borghesi, tecnicamente industriali, che partecipano in prima fila alla formazione dello Stato moderno in Italia” (fr:3898)). Sella si distingue per la sua opposizione alla corruzione (come nel caso della Regia dei tabacchi) e per le critiche alla monarchia, chiedendo riduzioni della lista civile (“osa rivolgersi con chiara allusione al re […] per ammonirlo che il popolo non fa credito ai suoi governanti se essi non danno esempio costante di moralità” (fr:3910)). Ministro con Rattazzi e avversario di Minghetti e Menabrea, Sella sostiene la conquista di Roma e si oppone all’alleanza con la Francia, pur muovendosi tra destra e sinistra (“Deciso per la conquista di Roma” (fr:3906); “Sella si oppone risolutamente all’alleanza con la Francia” (fr:3912)). La sua figura è sintetizzata da Lamarmora come quella di un uomo in costante movimento, senza una posizione definita (“corre sempre, ora in alto ora in basso, un po’ a destra, un po’ a sinistra” (fr:3907)).
[12.4/4-88-3915|4002]
27 Italia, Yemen e dinamiche geopolitiche nel mondo arabo (1926-1927)
“Un trattato, due ambizioni, molte pedine: lo Yemen tra Italia e Inghilterra, l’Arabia tra Wahhabiti e Zeiditi”
Si presenta una ricostruzione delle relazioni italo-yemenite e delle tensioni geopolitiche nella penisola arabica tra gli anni Venti e Trenta, con particolare attenzione al ruolo dell’Italia, dell’Inghilterra e delle fazioni locali. Il trattato di Sana del 2 settembre 1926 (“Trattato di Sana del 2 settembre 1926 tra Ita- / a ?’” (fr:3917)) sancisce il riconoscimento dell’indipendenza dello Yemen sotto l’imam Yahyà, discendente da Maometto (“sotto una dinastia di imam che discende da el-Usein, secondo figlio del califfo Ali e di Fatimah, figlia di Maometto” (fr:3918)), e ne formalizza i rapporti commerciali con l’Italia (“Lo Yemen im¬ porterà le sue forniture dall’Italia” (fr:3935)). Il trattato assume rilievo strategico per Roma, che vede nello Yemen “la pedina per il mondo arabico” (fr:3957), in un contesto segnato dalla rivalità tra Yahyà e Ibn Saud, entrambi aspiranti all’unificazione araba (“Rivalità tra Ibn Saud e Yahyà: ambedue aspirano a promuovere e do¬ minare Punità araba” (fr:3940)).
Si discute il ruolo degli attori esterni nella regione: l’Italia appoggia Yahyà durante la guerra italo-turca (1911-1912) (“Yahyà […] consolidò la sua indipenden¬ za” (fr:3921)), mentre l’Inghilterra sostiene lo sceriffo Husein e l’emiro dell’Asir, Mohammed Ali el-Idrisi, cui concede territori e concessioni petrolifere (“ebbe dagli Inglesi la Tihamah con Hodeidah; fece la concessione a una compa- gnia inglese di giacimenti petroliferi delle isole Farsan” (fr:3926)). La competizione tra le potenze si intreccia con le dinamiche locali: Ibn Saud, alleato degli inglesi (“Ibn Saud fece un trattato con l’Inghilterra il 26 dicembre 1915” (fr:3936)), estende il dominio wahhabita sull’Heggiaz (1926) (“i Wahhabiti vittoriosi procla¬ marono Ibn Saud re dell’Heggias” (fr:3929)), mentre Yahyà, leader zeidita (“Yahyà e la maggioranza degli yemeniti seguono il rito zeidita” (fr:3949)), cerca di sfruttare la reazione religiosa contro il puritanesimo wahhabita (“Yahyà cerca di spe¬ culare su questa reazione religiosa” (fr:3948)).
Le tensioni culminano con l’espansione yemenita nell’Asir e nel Hadramaut (“conquistò tutta la parte meri¬ dionale sino a Loheyyah e compresa Hodeidah” (fr:3932)), mentre l’emiro dell’Asir, spinto dall’ex-senusso, assume posizioni ostili all’Italia (“L’emiro dell’Asir si lasciò spingere dall’ex-senusso ad atti di ostilità verso l’Italia” (fr:3933)). Il trattato italo-yemenita genera attriti con l’Inghilterra (“si parlò di attriti italo-inglesi” (fr:3939)), ma evita un conflitto diretto tra Wahhabiti e Yemen (“i Wahhabiti non attaccarono […] lo Yemen” (fr:3939)).
Si descrivono inoltre le caratteristiche dello Yemen: territorio fertile (“Lo Yemen […] è la parte piu fertile dell’Arabia (Arabia felice)” (fr:3917)), con una popolazione stimata tra 1 e 2 milioni (“Pare che lo Yemen abbia 170 000 Km2 di superficie, con una popolazione tra 1 e 2 milioni” (fr:3953)), un apparato amministrativo embrionale (“C’è un certo apparato amministrativo, scuole embrio¬ nali, esercito con leva obbligatoria” (fr:3955)) e una leadership ambivalente tra modernità e conservatorismo (“Yahyà è intraprendente e di tendenze moderne sebbene geloso della sua indipenden¬ za” (fr:3956)). La religione zeidita, minoritaria nel mondo sunnita, spinge Yahyà a rivendicare il califfato in virtù della sua discendenza dal Profeta (“egli cerca di premere […] sulla nazionalità e sul fatto della sua discendenza dal profeta” (fr:3950)), come testimoniato dalla moneta coniata a Sana (“Nel tallero da lui coniato c’è la scritta: « co¬ niato nella sede del califfato a Sana »” (fr:3951)).
Parallelamente, si analizza il contesto culturale italiano attraverso la “Rivista d’Italia” del 15 luglio 1927, dedicata a Machiavelli per il IV centenario della morte (“La «Rivista d’Italia» del 15 giu- 31 gno 1927 è interamente dedicata al Machiavelli” (fr:3960)). Gli articoli, pur eterogenei, rivelano critiche alla retorica accademica: Vittorio Cian è accusato di “rettorica stopposa” (fr:3967) e di forzature interpretative (“il Cian che vede precursori [da per tutto] e divinazioni miracolose in ogni frasetta banale” (fr:3969)), mentre Guido Mazzoni fraintende il carattere di messer Nicia nella Mandragola (“il Mazzoni non abbia ben capito la lettera della commedia” (fr:3963)). La discussione su Machiavelli si intreccia con riflessioni sulla politica estera, come dimostra la figura di “Augur”, collaboratore della “Nuova Antologia” e sostenitore di una linea anti-russa e filo-angloamericana (“predica stretta unione angloamericana” (fr:3977)), nonché di una guerra preventiva contro l’URSS (“una guerra di sterminio sia inevitabile tra l’Inghilterra e la Russia” (fr:3978)).
Infine, si riportano analisi su temi economici e diplomatici: un articolo di Guido Borghesani sulla politica annonaria italiana (“Per una politica annonaria razionale e nazionale” (fr:3992)) sostiene la necessità di ridurre il consumo di grano, pur riconoscendo che il problema italiano è di “miseria, non di soverchio consumo” (fr:4000). Sul fronte diplomatico, A. De Bosdari critica la parzialità dei documenti ufficiali britannici e tedeschi sull’origine della Prima guerra mondiale (“la scarsez¬ za […] di quei documenti che riguardano le deliberazioni del Gover¬ no” (fr:3989)), evidenziando come i rapporti diplomatici siano spesso frutto di “telegrammi e rapporti […] telegrafati a getto continuo” (fr:3990) senza verifica.
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[13.1/1-67-4108|4173]
28 Quintino Sella, razzismo e istituzioni internazionali tra Ottocento e Novecento
Tra politica economica, teorie razziali e assetti imperiali: un blocco di riflessioni storiche e culturali.
Si presenta una trattazione su Quintino Sella, figura politica e scientifica italiana, con particolare attenzione alle sue posizioni economiche e religiose. “La parola 98 QUADERNO 2 (XXIV) d’ordine del Sella è tuttavia notevole per descrivere l’uomo)“ (fr:4108) introduce una riflessione sulla sua visione, mentre si sottolinea come Roma non divenne ”la città della scienza” per mancanza di un ”grande programma industriale” (fr:4107). Si discute inoltre la sua posizione non atea né positivista: ”Tuttavia il Sella non era né un ateo né un positivista che volesse sostituire la scienza alla religione” (fr:4109). Un focus è dedicato alla tassa sul macinato, definita ”insopportabile dai piccoli contadini” (fr:4114) e causa di rivolte spontanee: ”Le rivolte contro la tassa sul macinato, le uccisioni e le bastonature agli esattori non erano certo inspirate dalle agitazioni politiche” (fr:4115). Si cita un discorso di Alberto De Stefani che collega il macinato al dazio sul grano, evidenziando come la misura fosse un ”epigramma, non una critica”* (fr:4113).
Ci si sofferma poi su teorie razziali e nazionaliste, con riferimento al libro di Madison Grant, “Una grande stirpe in pericolo”, che denuncia l’immigrazione mediterranea negli Stati Uniti come “un pericolo” e “peggio di una conquista armata” (fr:4120, fr:4123). Grant sostiene che “l’aristocrazia greca e romana era composta di uomini venuti dal Nord” (fr:4121) e che il progresso umano sia dovuto ai “nordici” (fr:4122). Si riporta una critica a queste tesi, citando una lettera di Sorel che definisce l’Italia “il paese meno romano” e attribuisce alla Francia l’eredità romana (fr:4128-4129). Si conclude che tali questioni sono “assurde se si vuole fare di esse elementi di una scienza” (fr:4131).
Si passa poi alle istituzioni internazionali, analizzando la Camera di Commercio Internazionale e la costituzione dell’Impero Britannico. Si descrive la ricerca di equilibrio tra autonomia dei Dominions e unità imperiale, con esempi come il rifiuto del Canada di ratificare il Trattato di Losanna (fr:4156) e la definizione dei membri dell’Impero come “comunità autonome, uguali in diritto” (fr:4161). Si evidenzia la complessità della politica estera, con l’Inghilterra che assume impegni “per sé sola” (fr:4159) e i Dominions riluttanti a essere coinvolti in questioni non di loro interesse (fr:4154).
Infine, si menzionano brevi note su figure culturali come Ada Negri, definita “poetessa proletaria” in un periodo della sua vita (fr:4140), e Alessandro Mariani, le cui riflessioni sono criticate per essere “pretenziose e confuse” (fr:4170). Si riportano anche tre paragrafi sulle “Tre potenze” (Chiesa cattolica, Internazionale Rossa, Internazionale ebraica), con la Chiesa descritta come “la più possente forza conservatrice” (fr:4172).
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[14.1/1-66-4393|4457]
29 Emigrazione italiana, questioni agrarie e dibattiti politici tra le due guerre
“Colonie italiane in Egitto e Mediterraneo: tra ascesa sociale, Capitolazioni e snazionalizzazione”
Si presenta una trattazione delle dinamiche migratorie italiane nel Mediterraneo, con particolare attenzione alla colonia italiana in Egitto. Si discute la selettività della comunità, composta da discendenti di emigrati proletari divenuti industriali, commercianti o professionisti, che “mantengono il carattere nazionale” e “aumentano la clientela commerciale dell’Italia” (fr:4392). Si osserva come le Capitolazioni garantiscano unità alla colonia, permettendo a funzionari e borghesi di controllare la massa degli emigrati (fr:4394). Nei paesi dove le Capitolazioni sono abolite, invece, “l’emigrazione italiana o è cessata, o viene gradualmente eliminata” (fr:4395), con il rischio di “snazionalizzazione” (fr:4396). Si cita un riferimento al giornale Tritonj, che riconosce l’importanza di mantenere buoni rapporti con l’Egitto (fr:4397).
Parallelamente, si analizza il dibattito sulla questione agraria in Italia, attraverso articoli pubblicati sulla Nuova Antologia. Si riporta l’intervento di Claudio Faina sulle potenzialità della selvicoltura italiana, che “se coltivata e sfruttata industrialmente, può aumentare di molto il suo rendimento” (fr:4403), con un accenno al disboscamento irrazionale in Sardegna per vendere carbone alla Spagna (fr:4405). Si critica poi l’articolo di Nello Toscanelli sul latifondo, definito “una verbosa scorribanda giornalistica senza alcun valore” (fr:4420), che ridicolizza l’aspirazione alla proprietà terriera come “l’aspirazione segreta del cittadino” (fr:4411-4413).
Il focus si sposta sulla figura del senatore Tanari e sulla sua controversa posizione riguardo alla formula “la terra ai contadini”. Si ricostruisce la sua giustificazione postuma, in cui afferma di aver proposto una riforma “non coattivamente, ma liberamente” per facilitare il trapasso della proprietà ai coltivatori diretti (fr:4438), ma di essere stato frainteso da socialisti e proprietari terrieri (fr:4441-4442). Si evidenzia l’ipocrisia del Tanari, che “si vergogna” di aver fatto promesse ai soldati-contadini durante la guerra (fr:4446), e si contestualizza il suo articolo del 1917 come tentativo di “difendere il principio di proprietà” in un clima di crisi militare (fr:4445). Si cita la sua lettera del 1928, in cui descrive la teoria del “carciofo” (fr:4434) e ammette di aver proposto una soluzione “rivoluzionaria” per aumentare il numero dei proprietari (fr:4438). L’episodio è definito “molto educativo” per comprendere le dinamiche politiche dell’epoca (fr:4453).
Infine, si menzionano altri contributi pubblicati sulla Nuova Antologia, tra cui uno studio sulle idee politiche del Petrarca (fr:4455) e un articolo realistico sulla colonizzazione agraria in Tripolitania (fr:4456).
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[15.1/1-97-4506|4601]
30 L’Action Française, il laicismo e la dinamica dei partiti politici tra fine ’800 e primi ’900
“La politica contava più dell’integrità dottrinale” (fr:4508) – “Il partito non è che una frazione, pars pro toto” (fr:4546)
Si presenta una trattazione storica e teorica delle tensioni politiche e ideologiche in Francia tra fine Ottocento e anni Trenta, con particolare attenzione all’Action Française, al laicismo e alla natura dei partiti politici.
Sull’Action Française e il cattolicesimo politico Si discute il ruolo dell’Action Française come movimento reazionario e nazionalista, accusato di perseguitare avversari interni al mondo cattolico – come l’Action Libérale di Piou o il Sillon di Marc Sangnier – attraverso “mezzi poco onesti, come la delazione” (fr:4507). Si cita una critica alla sua strumentalizzazione della religione per fini politici: “la religione venga separata da certe avventure che l’hanno compromessa” (fr:4508). Il conflitto con la Santa Sede emerge in frasi come “L’Action Française dichiara che su questo terreno non può ricevere ordini da Roma” (fr:4514), riferendosi al rifiuto di adeguarsi alle direttive vaticane per l’adesione dei cattolici alla Repubblica. Parallelamente, si menziona la proposta di un “grande partito che abbracci i ‘clericali’ e una frazione del vecchio partito radicale” (fr:4510), con i cattolici che “hanno ripudiato ogni spirito di predominio” (fr:4511) e chiedono solo il diritto di partecipare alla vita pubblica.
Critiche e dissensi interni Si riportano testi che attaccano l’Action Française da prospettive diverse. Georges Valois, ex membro del movimento, ne denuncia la “politica della calunnia” (fr:4520) in un’opera autobiografica che ripercorre la storia del Cercle Proudhon e il ruolo di intellettuali come Sorel. Si cita inoltre una previsione fallita di Maurras: “Maurras s’était presque engagé à faire la monarchie pour la fin de 1925” (fr:4524). Un altro testo, L’équivoque du laïcisme (fr:4509), propone invece un’alleanza tra cattolici e radicali per superare le “leggi laiche”, distinguendo tra norme oppressive e altre compatibili con la fede.
La natura dei partiti politici Si analizza la struttura e la dinamica dei partiti attraverso la lente di Robert Michels e Max Weber. Si definisce il partito come “una frazione organizzata sul terreno della politica” (fr:4545), mosso da “Machtstreben” (brama di potere), sia personale che impersonale (fr:4550). Si distinguono due modelli: - Partiti di patronage: basati sulla protezione di un leader carismatico, come nel caso di Lassalle, che “si vantava dell’idolatria delle masse” (fr:4569) e teorizzava la necessità di un “martello del dittatore” (fr:4572). - Partiti charismatici: dove il capo esercita un’influenza “soprannaturale” (fr:4561), come Bebel, Jaurès o Mussolini. Su quest’ultimo si osserva che “il partito sono io” (fr:4586), con una fusione tra Stato e partito che elimina ogni dibattito interno. Tuttavia, si critica la tesi di Michels sul “charisma” come fase primitiva dei partiti di massa, notando che essa riflette ideologie “incoerenti e arruffate” (fr:4591), tipiche di classi in declino.
Casi marginali e bibliografia Si include una breve nota su La Commedia Socialista di Ottavio Cina (fr:4526), definito “un libercolo banale e pedestre” (fr:4532), utile solo come esempio di “letteratura ai margini della polemica di quel tempo” (fr:4533). Il testo cita errori fattuali e un appello alla resistenza violenta della borghesia contro gli operai (fr:4538-4539). La bibliografia spazia da studi sul petrolio (L’impérialisme du pétrole, fr:4516) a riflessioni sulla politica francese (Les lois de la Politique française, fr:4518), dove si afferma che “il francese è guerriero, ma non militare” (fr:4519) e necessita di quadri solidi per il servizio militare breve.
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[16.1/1-73-5031|5103]
31 Denatalità e tendenze economiche internazionali tra analisi demografica e politica doganale
“Il fattore preponderante della bassa natalità è la decrescente fecondità dei matrimoni” (fr:5031) – “Si delinea un mercato mondiale organizzato in blocchi economici regionali sotto egemonia politica” (fr:5051).
Si presenta un’analisi della denatalità in Europa, con particolare riferimento all’Italia e alla Francia. Si discute la limitazione volontaria delle nascite come causa principale del fenomeno (“la causa della denatalità è da ricercarsi nella limitazione volontaria” (fr:5037)), con differenze regionali marcate: il Piemonte e la Liguria mostrano tassi inferiori (“contagio della Francia” (fr:5039)), mentre il Mezzogiorno, pur con indizi di limitazione (“non mancano indizi di limitazione volontaria” (fr:5040)), registra valori più alti. Le città, come Torino e Milano, hanno medie di natalità inferiori a quelle delle campagne (“la città ha meno nascite che la campagna” (fr:5041)) e persino a Parigi (“media di natalità inferiore a Parigi” (fr:5042)). Si riportano dati statistici regionali per il 1926 (fr:5035), evidenziando squilibri demografici compensati in Francia dall’immigrazione (“equilibrio tra nascite e morti è faticosamente mantenuto coll’immigrazione” (fr:5034)).
Parallelamente, si tratta l’evoluzione della politica doganale internazionale, con focus sugli Stati Uniti e l’Europa. Si cita un articolo di Lodovico Luciolli (“La politica doganale degli Stati Uniti d’America” (fr:5044)) come utile sintesi storica, mentre si analizzano nuove tendenze del nazionalismo economico: accordi bilaterali di import-export controllato (“le loro importazioni […] siano ‘controllate’ in blocco” (fr:5047)) e la formazione di mercati regionali organizzati (“accordi economici regionali” (fr:5052)). Si ipotizza un sistema di blocchi economici sotto egemonia politica (“ogni nazione importante può tendere a dare un sostrato economico organizzato alla propria egemonia” (fr:5051)), citando esempi come l’Impero britannico (“politica di libero scambio interimperiale” (fr:5053)) e il Zollverein tedesco (fr:5054). Si menzionano difficoltà nei cartelli internazionali delle materie prime (“tentativi di cartelli internazionali basati sulle materie prime” (fr:5058)) e si prospetta un modello di mercato mondiale articolato in aree interstatali stabili (“mercati non più nazionali ma internazionali” (fr:5055)).
Il testo include riferimenti a saggi e articoli di riviste (“Nuova Antologia”, “Civiltà Cattolica”), come l’analisi della crisi di Wall Street (fr:5066) e la recensione di opere storiche (es. La Consulta dei Mercanti genovesi (fr:5078)). Si segnala inoltre l’intervento del Vaticano nel conflitto sindacale di Lilla (“lodo […] che riconosce agli operai cattolici il diritto di formare un fronte unico anche con i socialisti” (fr:5091)), interpretato come mossa politica verso la sinistra francese (“sfida all’Action française” (fr:5094)). Infine, si accenna a temi culturali, come la leggenda albanese delle Zane (fr:5099), e a dibattiti interni al cattolicesimo su neomaltusianismo ed eugenetica (“neanche fra i cattolici le idee sono ormai più concordi” (fr:5103)).
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[17.1/1-91-5898|5986]
32 Strati sociali marginali e sovversivismo nella società italiana
“Due volti della miseria: i «morti di fame» e il loro ruolo nel sovversivismo locale”
Si presenta una disamina degli strati sociali emarginati nelle campagne e nei piccoli centri urbani, con particolare attenzione alla distinzione tra “giornalieri agricoli” e “piccoli intellettuali” definiti come “morti di fame” (fr:5898). Si discute la loro eterogeneità, sottolineando come “i «morti di fame» non sono uno strato omogeneo” (fr:5897) e come la loro condizione non sia solo economica, ma anche “intellettuale-morale” (fr:5899). I giornalieri sono descritti come individui privi di risorse, “ubriaconi, incapaci di laboriosità continuata” (fr:5899), mentre il contadino tipico è rappresentato come “piccolo proprietario o mezzadro primitivo” che si procura il capitale attraverso “emigrazione, miniere o servizio nei carabinieri” (fr:5901).
Ci si sofferma sul ruolo dei “morti di fame” come elemento perturbatore nelle campagne, “avido di cambiamenti” (fr:5905) e capace di allearsi con la borghesia rurale contro i contadini (fr:5906). Si evidenzia come questi strati abbiano “propaggini anche nelle città”, dove si confondono con la malavita (fr:5907), e come molti piccoli impiegati ne conservino “la psicologia arrogante del nobile decaduto” (fr:5908). Il loro “sovversivismo” è descritto come ambiguo, “verso sinistra e verso destra”, ma con una tendenza a schierarsi con i carabinieri nei momenti decisivi (fr:5909).
Si tratta poi il tema dell’“internazionalismo” italiano, correlato al sovversivismo e interpretato come un “vago cosmopolitismo” legato alla tradizione cattolica e alla mancanza di una storia politica nazionale (fr:5912). Si nota come “scarso spirito nazionale e statale” (fr:5913) conviva con uno “sciovinismo culturale” (fr:5917), alimentato dalla tradizione umanistica e rinascimentale, priva però di “elemento politico-militare” (fr:5917). Si cita il caso del Cinquecento-Seicento, quando “una maggior fioritura scientifica, artistica, letteraria ha coinciso col periodo di decadenza politica” (fr:5918), spiegato come esito di una “cultura aulica, cortigiana” (fr:5919).
Si analizza infine il rapporto tra spontaneità e direzione consapevole nei movimenti popolari. Si afferma che “non esiste nella storia la «pura» spontaneità” (fr:5939) e che gli elementi di “direzione consapevole” sono spesso incontrollabili (fr:5940). Si critica la concezione accademica che riconosce valore solo ai movimenti “consapevoli al cento per cento” (fr:5972), sottolineando come la realtà sia “ricca delle combinazioni più bizzarre” (fr:5973). Si cita l’esempio del movimento torinese, accusato di “spontaneismo” ma in realtà guidato da una direzione “non astratta” (fr:5956), capace di “educare” la spontaneità e renderla “storicamente efficiente” (fr:5957). Si conclude che la teoria moderna non può essere in opposizione ai sentimenti “spontanei” delle masse, ma deve “tradurre in linguaggio teorico gli elementi della vita storica” (fr:5973).
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[18.1/1-93-6798|6888]
33 Il ruolo cosmopolita degli intellettuali e dei tecnici italiani tra Cinquecento e Ottocento
“L’Italia non dà più tecnici all’Europa” (fr:6800)
Si discute il declino della funzione cosmopolita delle classi colte italiane, con particolare riferimento al contributo di tecnici militari, ingegneri e diplomatici nei secoli XVI-XVIII. Si osserva come, fino alla fine del Cinquecento, l’Italia abbia fornito figure di rilievo nelle guerre europee, come Alessandro Farnese, Ambrogio Spinola e Giorgio Basta, citati come esempi di “capitani di gran fama” (fr:6805) e “tecnici del genio” (fr:6821). Si menziona la fortificazione di Namur da parte di ingegneri italiani (fr:6806) e si cita un articolo di Eugenio Barbarich su Giorgio Basta, che “sarà ripresa dal Montecuccoli” (fr:6822).
Ci si interroga sulle origini di queste capacità militari, collegandole alla tradizione comunale e alla formazione delle compagnie di ventura, ipotizzando che i condottieri fossero “piccoli nobili” (fr:6815) di estrazione feudale o mercantile. Si rileva come l’apporto italiano alle guerre della Controriforma abbia avuto un significato particolare, ma si domanda se vi sia stata partecipazione anche alla difesa dei protestanti (fr:6820). Si distingue il ruolo degli italiani da quello di altri mercenari europei, sottolineando che essi non fornirono solo soldati, ma anche “tecnici della politica, della diplomazia ecc.” (fr:6821).
Si problematizza il concetto di “arte militare italica” (fr:6823), osservando che l’attività di questi individui fu incorporata negli Stati stranieri in cui operarono, senza lasciare una tradizione nazionale. Si confronta il caso degli italiani con quello degli ebrei, notando che questi ultimi mantennero una “preoccupazione di carattere nazionale” (fr:6825) assente nei primi. Si conclude che la funzione cosmopolita degli intellettuali italiani, pur avendo arricchito altri Stati, contribuì alla debolezza nazionale, poiché le innovazioni tecniche e militari si integrarono nelle tradizioni straniere anziché in quella italiana (fr:6828).
Si analizza l’emigrazione italiana prima e dopo la Rivoluzione francese: inizialmente si trattò di “elementi rappresentanti la tecnica e la capacità direttiva” (fr:6831), mentre successivamente divenne emigrazione di massa, con lavoratori che “aumentarono il plusvalore dei capitalismi stranieri” (fr:6832). Si critica la classe dirigente italiana per non aver saputo “dare la disciplina nazionale al popolo” (fr:6833), portando alla perdita di queste forze in funzione subalterna.
Si riflette sulla differenza tra storia nazionale e storia della cultura europea, notando che l’attività degli italiani all’estero non può essere incorporata nella storia nazionale se non esprime un “blocco sociale nazionale” (fr:6843). Si osserva che la funzione cosmopolita, pur avendo avuto un ruolo culturale, indebolì lo sviluppo nazionale, poiché le capacità si formarono per esigenze internazionali anziché per quelle italiane (fr:6845).
Infine, si collega questa debolezza storica alla fragilità dei partiti politici italiani, caratterizzati da “squilibrio tra agitazione e propaganda” (fr:6849) e da una struttura economica e sociale “gelatinosa” (fr:6850). Si critica lo Stato-governo per aver agito come un partito, disgregando le forze politiche e favorendo fenomeni come il trasformismo (fr:6852). Si denuncia la mancanza di una cultura politica organica, sostituita da “erudizione scarnita” (fr:6857) e da una burocrazia che divenne “un vero partito politico” (fr:6861), incapace di dare coesione nazionale.
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34 Metodologia per lo studio di un pensiero non sistematico
“Ricostruire il ritmo del pensiero, più importante delle singole citazioni staccate”
Si presenta una riflessione metodologica per l’analisi di concezioni filosofiche non esposte sistematicamente, con particolare riferimento al marxismo e ai suoi interpreti. Si discute la necessità di un lavoro minuzioso e scientificamente rigoroso per studiare autori le cui opere teoriche e pratiche risultano indissolubilmente intrecciate (“Questa avvertenza è essenziale appunto quando si tratta di un pensatore non sistematico” (fr:7352)). Si sottolinea l’importanza di seguire lo sviluppo intellettuale del pensatore, distinguendo tra elementi stabili e permanenti e quelli provvisori o strumentali (“Occorre seguire, prima di tutto, il processo di sviluppo intellettuale del pensatore” (fr:7351)).
Si propone una suddivisione cronologica delle opere in periodi (formazione, maturità, applicazione) e si distingue tra testi pubblicati dall’autore e materiali inediti o incompiuti, questi ultimi da trattare con cautela (“Il contenuto di queste deve essere assunto con molta discrezione e cautela” (fr:7357)). Per Marx, si individuano due categorie di opere: quelle pubblicate sotto la sua responsabilità diretta (compresi scritti non stampati ma destinati a operare, come lettere e manifesti) e quelle pubblicate postume da altri, per le quali si suggerisce l’uso di testi diplomatici o descrizioni accurate degli originali (“L’una e l’altra categoria devono essere sezionate per periodi cronologico-critici” (fr:7360)).
Si analizza il rapporto tra Marx ed Engels, evidenziando la necessità di non identificare acriticamente il pensiero di Engels con quello di Marx (“Engels non è Marx” (fr:7370)). Si cita il libro di Mondolfo sul materialismo storico di Engels come utile strumento per distinguere le differenze tra i due autori (“Il libro del Mondolfo mi pare perciò molto utile” (fr:7375)). Si menziona inoltre la critica di Sorel alla scarsa originalità teorica di Engels e la sua influenza sulla diffusione del marxismo (“Il Sorel […] pone il dubbio che si possa studiare un argomento di tal fatta” (fr:7373)).
Si affronta la doppia revisione subita dal marxismo: da un lato, l’assorbimento di suoi elementi da parte di correnti idealistiche (Croce, Sorel, Bergson); dall’altro, la sua combinazione con filosofie non marxiste da parte dei marxisti “ufficiali” (“Il marxismo ha subito una doppia revisione” (fr:7394)). Si valorizza la posizione di Antonio Labriola, che afferma l’originalità e l’indipendenza del marxismo come filosofia autonoma (“Il Labriola si distingue dagli uni e dagli altri con la sua affermazione che il marxismo stesso è una filosofia indipendente e originale” (fr:7397)).
Si riflette sul rapporto tra cultura popolare e alta cultura, notando come il marxismo, pur avendo influenzato la cultura moderna, non sia riuscito a elaborare un programma scolastico o una cultura popolare autonoma (“Il materialismo storico è il coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale” (fr:7428)). Si paragona il marxismo alla Riforma protestante, che creò una cultura popolare prima di sviluppare una cultura superiore, e si critica la sterilità culturale dei riformatori italiani, incapaci di penetrare nel popolo (“La Riforma […] ebbe questa efficacia di penetrazione popolare” (fr:7418)).
Si conclude con una riflessione sulla critica letteraria propria del materialismo storico, rappresentata da De Sanctis, che unisce analisi del contenuto, lotta culturale e fervore militante (“Il tipo di critica letteraria propria del materialismo storico è offerto dal De Sanctis” (fr:7471)). Si contrappone la critica militante di De Sanctis alla serenità e indulgenza del Croce, pur riconoscendo in entrambi una radice comune nella lotta per la cultura.
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35 Filosofia, scienza e politica: materialismo storico tra Machiavelli e Marx
Superstrutture, concezioni del mondo e il ruolo della scienza nella struttura sociale
Si presenta una riflessione sul rapporto tra struttura e superstruttura, con particolare attenzione al ruolo della scienza e alla sua natura ideologica. Si discute la posizione della scienza come superstruttura, evidenziando come essa non sia mai “nuda nozione obiettiva”, ma sempre rivestita da un’ideologia: “La scienza non si presenta come nuda nozione obbiettiva mai; essa appare sempre rivestita da una ideologia e concretamente è scienza l’unione del fatto obbiettivo e dell’ipotesi o di un sistema di ipotesi che superano il mero fatto obbiettivo” (fr:7558). Si sottolinea inoltre che la scienza ha avuto periodi di eclisse, sostituita da ideologie dominanti come la religione: “Che la scienza sia una superstruttura è dimostrato dal fatto che essa ha avuto periodi interi di eclisse, scacciata da un’ideologia dominante, la religione soprattutto” (fr:7557).
Parallelamente, si analizza il pensiero di Machiavelli e il suo impatto sulla scienza politica, confrontandolo con Marx. Si evidenzia come Machiavelli abbia innovato la concezione della politica, rendendola autonoma dalla morale e dalla religione: “Nel Machiavelli sono da vedere due elementi fondamentali: 1) l’affermazione che la politica è un’attività indipendente e autonoma che ha suoi principi e sue leggi diversi da quelli della morale e della religione in generale” (fr:7567). Si nota inoltre che le sue idee, ancora oggi discusse, non si sono pienamente realizzate come forma pubblica della cultura nazionale: “L’importanza storica e intellettuale delle scoperte del Machiavelli si può misurare dal fatto che esse sono ancora discusse e contraddette ancora al giorno d’oggi” (fr:7568).
Si prosegue con un confronto tra Marx e Machiavelli, sottolineando come Marx abbia superato l’idea di una “natura umana” fissa e immutabile, concependo la scienza politica come un organismo storicamente in sviluppo: “La innovazione fondamentale introdotta da Marx nella scienza politica e storica in confronto del Machiavelli è la dimostrazione che non esiste una «natura umana» fissa e immutabile” (fr:7565). Si riflette inoltre sulla necessità di un “nuovo Principe” moderno, incarnato dal partito politico, che non sia un’astrazione ma un soggetto storico concreto: “Il protagonista di questo «nuovo principe» non dovrebbe essere il partito in astratto […] ma un determinato partito storico, che opera in un ambiente storico preciso” (fr:7591).
Infine, si affronta il tema del materialismo storico, definendolo come una filosofia originale che supera le correnti precedenti (hegelismo, spinozismo, materialismo francese) e rinnova il modo di concepire la filosofia stessa: “In sede teorica, il marxismo non si confonde e non si riduce a nessun’altra filosofia: esso non è solo originale in quanto supera le filosofie precedenti, ma è originale specialmente in quanto apre una strada completamente nuova” (fr:7600). Si critica inoltre il Saggio popolare per la sua mancanza di sistematicità teorica, evidenziando come esso non affronti domande fondamentali sulla natura della filosofia e del materialismo storico: “La prima osservazione da farsi è che il titolo non corrisponde al contenuto del libro” (fr:7626).
[20.2/8-102-7652|7753]
36 Il concetto di ortodossia nel marxismo e il suo rapporto con la filosofia crociana
“L’ortodossia non è in questo o quel discepolo, ma nel marxismo come civiltà integrale”
Si presenta una riflessione sul ruolo e la definizione dell’ortodossia marxista, contrapposta a interpretazioni dogmatiche o subordinate a correnti estranee. Si discute come il marxismo, inteso come “concezione del mondo autonoma” (fr:7662), non necessiti di “sostegni eterogenei” (fr:7667) e anzi eserciti un’egemonia sul pensiero tradizionale, pur rischiando di essere “ridotto a un corpo di criteri subordinati” (fr:7700) da parte degli avversari. L’ortodossia viene ridefinita come “elemento di separazione completa” (fr:7665) tra vecchi e nuovi paradigmi, analogamente al cristianesimo rispetto al paganesimo.
Parallelamente, si analizza il rapporto tra Croce e Marx, evidenziando le oscillazioni del filosofo italiano: dal giovane avvicinamento al marxismo come “condimento” per la democrazia (fr:7676-7678) al successivo distacco, culminato in una critica alle “alcinesche seduzioni” (fr:7692) delle ideologie borghesi. Si contesta la lettura crociana delle superstrutture marxiane come “apparenza e illusione” (fr:7680), ribadendo che per Marx esse sono “realtà oggettiva ed operante” (fr:7683), strumenti di coscienza e direzione politica. Il paragone tra struttura e scheletro umano (fr:7696) serve a illustrare il “nesso necessario e vitale” (fr:7696) tra base materiale e ideologie.
Si critica inoltre la trattazione superficiale delle filosofie precedenti nel “Saggio popolare”, dove “le dottrine sono presentate su uno stesso piano di trivialità” (fr:7705), e si problematizza l’uso del termine “immanenza” in Marx, che “continua la filosofia dell’immanenza depurandola dal suo apparato metafisico” (fr:7728). Infine, si sottolinea l’importanza della “tecnica del pensare” (fr:7738), intesa come “lavoro tecnico del pensiero” (fr:7739) paragonabile alla ricerca scientifica, per superare le storture del senso comune e costruire un metodo dialettico rigoroso.
[20.3/8-102-7754|7855]
37 Critica al concetto di “strumento tecnico” nel materialismo storico e riflessioni sulla tecnica del pensiero
“Lo strumento tecnico non è la causa unica dello svolgimento economico, né la sua riduzione a mero fattore materiale esaurisce la complessità delle forze produttive” (fr:7769).
Si discute la concezione di “strumento tecnico” nel materialismo storico, evidenziandone le criticità attraverso il confronto con le posizioni di Marx, Croce e altri autori. Si contesta l’equiparazione tra tecnica e forze materiali di produzione, come operata nel “Saggio popolare” (fr:7763-7765), dove si sostituisce arbitrariamente il termine marxiano con una nozione riduttiva. “Nel suo saggio sul Loria il Croce nota come sia appunto stato il fiero Achille a sostituire [arbitrariamente] l’espressione marxista «forze materiali di produzione» l’altra di «strumento tecnico»” (fr:7766). La critica si estende alla tendenza a ridurre lo sviluppo economico alla “metamorfosi dello strumento tecnico” (fr:7772), ignorando la multidimensionalità delle condizioni materiali descritte da Marx: “grado di sviluppo delle materiali forze di produzione”, “modo di produzione della vita materiale”, “condizioni economiche della produzione” (fr:7770).
Parallelamente, si affronta il tema della tecnica del pensiero, distinguendola da abilità strumentali come leggere e scrivere. “La tecnica del pensiero non può essere paragonata a queste cose” (fr:7759), poiché non è un mero ausilio mnemonico (fr:7758) ma un processo intrinseco al pensiero stesso. Si cita un passaggio di Mario Camis per illustrare la differenza tra approccio empirico e scientifico: “A seconda del metodo con cui questi mezzi [osservazione, ragionamento, fantasia] sono usati si ha un indirizzo empirico o scientifico” (fr:7792). Esempi come il ragionamento di Babbitt sulle associazioni sindacali (fr:7795-7800) o quello di Don Ferrante (fr:7803) mostrano come la logica formale possa essere distorta da premesse errate o interessi immediati.
Si analizza inoltre il valore delle ideologie, contro la tesi crociana che ne nega l’intrinseca validità. “Quel concetto [diritto di natura] potrebbe essere sorto come strumento per un fine pratico e occasionale ed essere nondimeno intrinsecamente vero” (fr:7785). Si sottolinea come Marx riconoscesse alle ideologie un ruolo storico concreto, legato alla lotta di classe (fr:7786). Il parlamentarismo in crisi viene proposto come caso di studio per discutere “il valore delle soprastrutture e della morfologia sociale” (fr:7810).
Infine, si chiarisce il concetto di materia nel materialismo storico, che non coincide con la materia delle scienze naturali ma con “la materia socialmente e storicamente organizzata per la produzione” (fr:7737). Si critica l’uso acritico di teorie scientifiche (come l’atomismo) per spiegare fenomeni storici, poiché “la scienza spiega la storia?” (fr:7747). La materia, in questa prospettiva, è “tutta la storia passata cristallizzata” (fr:7842), un rapporto umano dinamico e non un dato fisico statico.
[20.4/8-102-7856|7957]
38 Critica al materialismo storico e alle sue interpretazioni dogmatiche
Dalla teoria atomistica alla teleologia: aporie del marxismo, revisionismi e figure intellettuali tra Hegel, Croce e Sorel
Si discute la validità e i limiti della teoria marxista del materialismo storico, evidenziandone le contraddizioni interne e le interpretazioni dogmatiche. Ci si interroga sulla portata universale della teoria atomistica applicata alla storia: “Ma ci sono altre quistioni: se la teoria dell’atomo fosse quello che il Saggio popolare pretende […] a quale periodo si riferisce la spiegazione legata a questa teoria?” (fr:7856). Si contesta l’idea di una storia immutabile (“Ma allora la storia sarebbe sempre stata uguale” (fr:7858)) e si problematizza il rapporto tra struttura e sovrastruttura, suggerendo che la teoria atomistica possa essere essa stessa influenzata dalla storia: “O non si potrebbe pensare invece il contrario, che cioè la teoria degli atomi sia stata essa influenzata dalla storia umana, che cioè si tratti di una superstruttura?” (fr:7862).
Si critica il Saggio popolare per la sua riduzione del materialismo storico a ricerca di una “causa ultima” (fr:7866), un approccio dogmatico già respinto da Engels (“Contro questo dogmatismo aveva posto in guardia Engels” (fr:7868)). La discussione si estende alla teleologia, citando Goethe (“Il teleologo […] quando il sughero creò, inventò insieme il tappo” (fr:7872-7874)) e la critica crociana al finalismo estrinseco.
Viene analizzato il contributo di Antonino Lovecchio, il cui libro Filosofia della prassi e filosofia dello spirito (fr:7877) è definito un “abbozzo, ricco di molti e non lievi difetti di forma” (fr:7882), ma che offre una rassegna delle tesi marxiste di Labriola, Croce e altri. Si menziona anche il libro di Vorländer Von Machiavelli bis Lenin (fr:7887), di cui si sottolinea l’incertezza sul valore storiografico.
Un focus è dedicato a Hendrik De Man e alla sua opera, recensita da Paolo Milano. De Man propone un “superamento del marxismo” (fr:7892) attraverso una lettura psicologica dei moventi umani, influenzata da Freud e Adler, ma la sua analisi è giudicata ambigua: “I fenomeni psicologici […] si prestano ad essere volta a volta indicati come tendenze volitive o come fatti materiali” (fr:7902). La recensione conclude che il libro nasce da una “crisi di sfiducia” (fr:7903) e non offre una confutazione teorica adeguata.
Infine, si esamina un saggio postumo di Georges Sorel, pubblicato sulla Nuova Antologia (fr:7911), che riassume le sue tesi sul marxismo, Proudhon e la funzione dell’Italia nel dopoguerra. Sorel interpreta Marx come un hegeliano che credeva in una “subordinazione della storia alle leggi dello sviluppo dello spirito” (fr:7932), e vede nell’Italia un possibile “Weltgeist” (fr:7955). Tuttavia, il saggio è giudicato “incoerente e incompleto” (fr:7955), con conclusioni non dimostrate.
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39 Sorel, Proudhon e il materialismo storico: interpretazioni e critiche
“L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire” (fr:7994)
Si discute il ruolo di Georges Sorel nel dopoguerra, attribuendo al suo pensiero un’influenza decisiva sulla cultura occidentale attraverso la rilettura di Proudhon. Si analizza la legittimità della sua interpretazione, contrapponendola a quella di Hendrik De Man: mentre Sorel “ascrive al pensiero di Proudhon tutta una serie di istituzioni e di atteggiamenti ideologici” (fr:7959), De Man viene criticato per un approccio “scientifista” (fr:7971), incapace di “comprendere disinteressatamente” (fr:7971) i sentimenti popolari. Sorel, al contrario, identifica come “proudhoniano” ciò che è “spontanea creazione del popolo” (fr:7967), contrapponendolo al “marxismo ortodosso” (fr:7967) burocratico.
Si tratta poi il concetto di “materialismo storico”, evidenziando come il “Saggio popolare” (fr:7976) ne fraintenda la natura, riducendolo a una mera somma quantitativa. Si sottolinea invece la centralità della “connessione tra quantità e qualità” (fr:7980), criticando sia l’idealismo che il materialismo volgare per le loro “ipostasi” (fr:7981-7982). Viene citata la novella del Saladino (fr:7985) per illustrare la distinzione tra realtà materiale e astrazione.
Si affronta inoltre il rapporto tra sapere, comprendere e sentire, distinguendo tra “pedanteria” (fr:7992) e “passione cieca” (fr:7992). Si afferma che l’intellettuale deve “sentire le passioni elementari del popolo” (fr:7994) per evitare un rapporto “burocratico” (fr:7995) con le masse. De Man viene nuovamente criticato per il suo approccio “folkloristico” (fr:7996), che studia i sentimenti popolari senza “guidarli a una catarsi di civiltà moderna” (fr:7996).
Si esamina infine l’origine del termine “ideologia”, nato come “scienza delle idee” (fr:8011) nel sensismo francese, e il suo successivo slittamento semantico. Si contrappone il materialismo storico, che analizza le ideologie come “soprastrutture” (fr:8019), all’ideologia intesa come sistema astratto. Si conclude con criteri di giudizio letterario, distinguendo tra originalità assoluta, riorganizzazione di materiali noti e divulgazione (fr:8023-8028), e si riflette sul rapporto tra struttura e superstrutture, definito “problema cruciale del materialismo storico” (fr:8048).
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40 Metodologia storica e rapporti di forza nella Rivoluzione Francese
“La biscia morde il ciarlatano: il demagogo è la prima vittima della sua demagogia”
Si discute il ruolo dell’errore storiografico e della demagogia nella costruzione della storia presente, evidenziando come i desideri personali sostituiscano l’analisi imparziale (“I propri desideri sostituiscono l’analisi imparziale” (fr:8061)). Si propone l’applicazione di criteri metodologici a studi storici concreti, con particolare riferimento al periodo 1789-1870 in Francia, ritenuto necessario per comprendere l’esaurimento dei germi rivoluzionari nati nel 1789 (“solo nel 1870-71, col tentativo comunalistico, si esauriscono storicamente tutti i germi nati nel 1789” (fr:8065)).
Si analizzano le divergenze tra storici nel definire i limiti della Rivoluzione Francese: per alcuni essa si conclude a Valmy (Salvemini), per altri si estende fino al Termidoro o include Napoleone (“Per alcuni […] la Rivoluzione è compiuta a Valmy” (fr:8068); “Per altri però anche Napoleone deve essere incluso nella Rivoluzione” (fr:8070)). Si sottolinea come le contraddizioni sociali francesi trovino composizione solo con la Terza Repubblica, dopo decenni di oscillazioni politiche (“le contraddizioni interne della struttura sociale francese […] trovano la loro relativa composizione solo con la terza repubblica” (fr:8072)).
Si introduce il concetto di “rapporto delle forze”, distinguendone tre momenti fondamentali: 1. Rapporto strutturale: legato alle forze materiali di produzione e ai raggruppamenti sociali (“un rapporto delle forze sociali strettamente legato alla struttura” (fr:8079)). 2. Rapporto politico: valutazione dell’omogeneità e autocoscienza dei gruppi sociali, con gradi progressivi di consapevolezza (“un momento successivo è il ‘rapporto delle forze’ politiche” (fr:8082)). 3. Rapporto militare: decisivo nell’immediato, suddiviso in momento tecnico-militare e politico-militare (“il terzo momento è quello del ‘rapporto delle forze militari’” (fr:8093)).
Si esplora la dinamica tra questi momenti, citando esempi come l’oppressione nazionale (“rapporto di oppressione militare nazionale” (fr:8098)) e il Risorgimento italiano, dove si nota l’assenza di una direzione politico-militare (“l’assenza di una direzione politico-militare specialmente nel Partito d’Azione” (fr:8103)). Si critica l’“economismo”, inteso come riduzione della storia a fattori economici immediati, distinguendo tra liberismo teorico (proprio dei gruppi dominanti) e sindacalismo teorico (dei gruppi subalterni), entrambi limitanti per l’egemonia politica (“Il significato di queste due tendenze è molto diverso” (fr:8115); “l’economismo […] impedisce di diventare mai dominante” (fr:8120)).
Si conclude con una riflessione sulla dialettica tra struttura e superstrutture, citando Marx (“fase importante […] in cui i singoli membri di una organizzazione economico-corporativa lottano […] per lo sviluppo dell’organizzazione presa a sé” (fr:8130)) e Engels (“l’economia è ‘in ultima analisi’ la molla della storia” (fr:8132)). Si respinge l’“economismo storico” di tipo loriano, che riduce la storia a fattori materiali immediati, contrapponendolo al materialismo storico marxiano (“il materialismo storico […] è d’interpretazione loriana” (fr:8132)).
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41 Critica dell’economismo storico e difesa del materialismo storico
“L’autore non conosce la filosofia moderna e non capisce che le «passioni» sono fatti economici” (fr:8162)
Si discute la degenerazione del materialismo storico in economismo, riducendo la complessità della storia e della politica a schemi semplificati. “Degenerato in economismo storico, il materialismo storico perde una gran parte della sua espansività culturale” (fr:8163). Si critica l’interpretazione riduttiva della tesi marxiana sulla coscienza dei conflitti, letta come gioco di illusioni piuttosto che come processo gnoseologico: “si è creata la forma mentis di considerare la politica […] come un marché de dupes” (fr:8164). L’attività culturale si riduce a “svelare trucchi” (fr:8165), generando errori grossolani che screditano la dottrina originaria (fr:8166).
Si propone di combattere l’economismo sul piano teorico e pratico, recuperando il concetto di egemonia: “la reazione deve essere condotta sul terreno del concetto di egemonia” (fr:8168). Si suggerisce un’analisi storica di movimenti politici (es. boulangismo) per smascherare il ragionamento stereotipato dell’economismo, che riduce la valutazione dei fenomeni a “a chi giova immediatamente?” (fr:8170). Si evidenzia come tale approccio, pur avendo una logica apparente, sia moralistico e non scientifico: “l’interpretazione è un’ipotesi storica possibile […] che assume una tinta moralistica” (fr:8173-8174). Si propone invece un’analisi articolata in cinque punti: contenuto sociale, rivendicazioni, esigenze oggettive, mezzi e fini, ipotesi di snaturamento del movimento (fr:8175).
Si ribadisce la centralità del concetto di egemonia, definito come “apporto massimo di [Lenin] alla filosofia marxista” (fr:8182), e si sottolinea la necessità di una trattazione sistematica del materialismo storico che integri filosofia, storia, politica ed economia: “deve trattare tutta la parte generale filosofica e in più essere una teoria della storia, una teoria della politica, una teoria dell’economia” (fr:8187). Si critica la tendenza del materialismo storico a diventare un’ideologia assoluta, soprattutto quando confuso con il materialismo volgare (fr:8202-8203), e si riflette sul passaggio dal regno della necessità a quello della libertà, limitato agli uomini e non alla natura (fr:8204).
Si affronta il tema dell’oggettività della realtà, distinguendo tra la concezione scientifica e quella del senso comune, legata a pregiudizi religiosi: “il senso comune afferma l’oggettività del reale in quanto questa oggettività è stata creata da Dio” (fr:8223). Si sostiene che la scienza non possa dimostrare l’oggettività del reale, ma solo selezionare e organizzare le sensazioni (fr:8216-8219). Si afferma che “per il materialismo storico non si può staccare il pensare dall’essere” (fr:8235), criticando l’idealismo che separa l’uomo dalla natura.
Si analizza infine il linguaggio scientifico e la traducibilità tra sistemi concettuali, citando Marx e Vailati: “due culture […] sono riducibili una all’altra, sono traducibili scambievolmente” (fr:8251). Si menziona la posizione di Lukács sulla dialettica, limitata alla storia umana e non alla natura (fr:8261), evidenziando i rischi di un dualismo tra uomo e natura.
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42 Materialismo storico, intellettuali e critica delle ideologie
“La dialettica non può essere staccata dalla natura” (fr:8264) – “Ogni filosofo è convinto di esprimere l’unità dello spirito umano” (fr:8290) – “Gli intellettuali hanno una funzione organizzativa nell’egemonia sociale” (fr:8356)
Si presenta una riflessione sul materialismo storico come sviluppo critico dell’hegelismo, evidenziandone le contraddizioni interne e il rapporto con la prassi. Si discute la posizione di Lukács, accusato di oscillare tra materialismo volgare e idealismo (“ogni conversione del materialismo storico nell’idealismo o addirittura nella religione” – fr:8265), e si analizza il pensiero di Sorel attraverso le lettere a Missiroli, dove emerge il giudizio sprezzante di Clemenceau sul socialismo (“giudica la filosofia di Marx […] buona per i barbari di Germania” – fr:8269) e la sua diffidenza verso le masse (“non crede all’esistenza di una classe che si travaglia a formarsi la coscienza di una grande missione storica” – fr:8274). Sorel viene ritratto come figura ambivalente: “un ‘puro’ intellettuale” (fr:8283), la cui opera richiede una “analisi accurata” per separare il “superficiale” dal “polposo” (fr:8285).
Si affronta poi il tema della filosofia come espressione delle contraddizioni sociali, con Hegel unico pensatore a comprenderle in un sistema unitario (“si riesce a comprendere cos’è la realtà” – fr:8291). Il materialismo storico viene definito come “coscienza piena delle contraddizioni” (fr:8292), ma anche come fase transitoria destinata a dissolversi nel “regno della libertà” (fr:8288). La religione è descritta come “la più ‘mastodontica’ utopia” (fr:8298), tentativo mitologico di conciliare le contraddizioni storiche, mentre le rivendicazioni di uguaglianza e libertà emergono nei sommovimenti popolari (“ogni sommovimento generale delle moltitudini […] pone queste rivendicazioni” – fr:8300).
Si introduce il concetto di egemonia e il ruolo degli intellettuali, definiti non come gruppo autonomo ma come categoria organica ai gruppi sociali dominanti (“ogni gruppo sociale […] crea insieme […] un ceto di intellettuali” – fr:8338). La loro funzione è “organizzativa” (fr:8356), mediata dalla società civile e dallo Stato, con una distinzione tra intellettuali “creatori” e “divulgatori” (fr:8360). Si nota infine l’ampliamento moderno della categoria intellettuale, standardizzata dalla formazione di massa (“la formazione di massa ha standardizzato gli individui” – fr:8363), e la differenza tra intellettuali urbani (legati all’industria) e rurali.
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43 Ruolo e funzione degli intellettuali nella società
“Gli intellettuali come mediatori tra masse e potere, organici o tradizionali, e il loro impatto sulla struttura sociale e politica”
Si presenta una trattazione sistematica del ruolo degli intellettuali, distinguendoli in due categorie principali: organici (legati a un gruppo sociale emergente) e tradizionali (eredi di strutture storiche preesistenti). Ci si sofferma sulla loro funzione di mediazione tra masse e istituzioni, con particolare attenzione alle dinamiche rurali e urbane.
43.1 Intellettuali rurali e contadini
Nelle campagne, gli intellettuali (preti, avvocati, notai, medici) fungono da ponte tra la massa contadina e l’amministrazione statale. “Gli intellettuali di tipo rurale mettono a contatto la massa contadina con l’amministrazione statale o locale” (fr:8366). Rappresentano un modello sociale aspirazionale: “Il contadino pensa sempre che almeno un suo figlio potrebbe diventare intellettuale (specialmente prete), cioè diventare un signore” (fr:8370). Tuttavia, l’atteggiamento dei contadini verso di loro è ambivalente: “ammira la posizione sociale dell’intellettuale […] ma la sua ammirazione istintiva è intrisa da elementi d’invidia e di rabbia appassionata” (fr:8371). Si sottolinea come “ogni sviluppo delle masse contadine […] è legato ai movimenti degli intellettuali e ne dipende” (fr:8372).
43.2 Intellettuali urbani e industriali
Diverso è il caso degli intellettuali urbani, come i tecnici di fabbrica, che “non esercitano nessun influsso politico sulle masse strumentali” (fr:8373). La distinzione tra intellettuali organici e tradizionali diventa centrale: “Il punto centrale della quistione rimane però la distinzione tra intellettuali (come) categoria organica di ogni gruppo sociale e intellettuali come categoria tradizionale” (fr:8374). Si analizza il ruolo del partito politico come meccanismo di saldatura tra queste due categorie: “procura la saldatura tra intellettuali organici di un gruppo sociale e intellettuali tradizionali” (fr:8377). Il partito eleva i membri economici di un gruppo a “intellettuali politici”, organizzatori delle funzioni sociali, e “compie la sua funzione molto più organicamente di quanto lo Stato compia la sua” (fr:8378). Si osserva che molti intellettuali tradizionali “pensino di esser loro lo Stato”, generando conflitti con il gruppo economico dominante (fr:8379).
43.3 Formazione storica degli intellettuali
Si discute la genesi degli intellettuali tradizionali, legata a fenomeni storici come la schiavitù nel mondo classico e il ruolo dei liberti nell’Impero romano. “Questo distacco […] tra masse notevoli di intellettuali e la classe dominante nell’Impero Romano si riproduce dopo la caduta di Roma” (fr:8388). Il cattolicesimo e l’organizzazione ecclesiastica assorbono per secoli le attività intellettuali, esercitando un monopolio con “sanzioni penali per chi vuole opporsi” (fr:8389). Si evidenzia la funzione cosmopolita degli intellettuali italiani, effetto e causa della disgregazione politica della penisola fino al 1870 (fr:8391).
43.4 Differenze nazionali
Si confrontano modelli di sviluppo intellettuale in vari paesi: - Francia: sviluppo armonico delle categorie intellettuali, con un nuovo gruppo sociale che “è completamente attrezzato per tutte le sue funzioni sociali” (fr:8392). La Francia esercita una funzione intellettuale “di irradiazione e di espansione a carattere imperialistico” (fr:8394). - Russia: assimilazione passiva delle influenze straniere, seguita da un fenomeno inverso in cui un’élite intellettuale emigra, assimila la cultura occidentale e “rientra nel paese, costringendo il popolo a un forzato risveglio” (fr:8398). - Inghilterra: conservazione del monopolio politico-intellettuale della vecchia aristocrazia terriera, che si unisce agli industriali “con un tipo di sutura simile a quello con cui alla classe dominante si uniscono gli intellettuali tradizionali” (fr:8407). - Germania: sviluppo industriale entro un involucro semifeudale, con gli Junker prussiani che “rassomigliano a una casta sacerdotale” (fr:8412). - Stati Uniti: assenza di intellettuali tradizionali e formazione di una cultura industriale massiccia. Si nota la “formazione di un sorprendente numero di intellettuali negri” (fr:8419), con possibili implicazioni per l’Africa. - America Latina: persistenza di strutture coloniali (clero e esercito) e una situazione di “Kulturkampf” (fr:8429), con intellettuali rurali legati ai latifondi e al clero.
43.5 Intellettuali e scuola
Si tratta il rapporto tra intellettuali e sistema educativo, criticando la crisi della scuola moderna. Si propone una “scuola unica iniziale di cultura generale, umanistica”, che bilanci “lo sviluppo della potenza di operare manualmente e della potenza di pensare” (fr:8453). Si auspica una riforma che superi la divisione tra scuola professionale e classica, con un percorso unitario fino ai 15-16 anni (fr:8478). Si sottolinea l’importanza degli asili infantili e delle strutture collegiali per “abituare i bambini a una certa disciplina collettiva” (fr:8484).
43.6 Metodologia del lavoro intellettuale
Si suggerisce un approccio rigoroso alla produzione culturale, con “discussione e critica collegiale” (fr:8460) e un metodo di lavoro “molto severo e rigoroso” (fr:8462). Si propone la creazione di circoli di cultura per “innalzare il livello medio dei membri” (fr:8460) e la specializzazione attraverso “schedari, spogli bibliografici, raccolte delle opere fondamentali” (fr:8461).
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44 Riforma della scuola e trasformazione culturale: dal Liceo alle Accademie, tra umanesimo e americanismo
Dalla crisi giovanile alla scuola creativa, dal ruolo delle Accademie alla razionalizzazione fordista del lavoro: un progetto di rigenerazione intellettuale e sociale.
Si presenta una riflessione sulla transizione educativa e culturale, articolata in due nuclei tematici: la riforma della scuola e la riorganizzazione delle istituzioni intellettuali, con un’appendice critica sull’americanismo e i suoi effetti sulla forza lavoro.
44.1 1. La scuola unitaria: dal Liceo alla formazione dell’autonomia morale
Si discute il ruolo del Liceo come fase cruciale di passaggio tra l’educazione di base e la specializzazione, sia universitaria che professionale. Il Liceo è concepito come spazio di “creazione dei valori fondamentali dell’umanesimo, l’autodisciplina intellettuale e l’autonomia morale” (fr:8491), necessarie per qualsiasi percorso successivo. Si sottolinea la necessità di anticipare lo studio del metodo scientifico già in questa fase, superando il monopolio universitario: “Lo studio del metodo scientifico deve cominciare nel Liceo” (fr:8492). La distinzione tra scuola attiva (basata sulla partecipazione) e scuola creativa (fase avanzata di autonomia) è centrale: quest’ultima non mira a formare “inventori e scopritori” (fr:8494), ma a rendere l’allievo capace di “scoprire da sé” (fr:8495), anche se la verità è già nota. L’attività didattica si svolge in “seminari, biblioteche, gabinetti sperimentali” (fr:8496), con l’obiettivo di orientare professionalmente gli studenti.
44.2 2. Riorganizzazione delle Accademie: un sistema integrato per la cultura e il lavoro
Si propone una radicale trasformazione delle Accademie, oggi “indipendenti” (fr:8498) e gerarchicamente superiori alle Università. Con l’avvento della scuola unitaria, le Accademie dovrebbero diventare il polo intellettuale per chi, terminato il Liceo, non prosegue gli studi universitari ma entra nel mondo del lavoro. Il loro compito sarebbe duplice: “sistemazione del sapere esistente” e “guida delle attività intellettuali” (fr:8505), ma con un’enfasi sulla creatività e la divulgazione, non più limitata a una funzione conservatrice. Il modello prevede una struttura gerarchica territoriale (centro nazionale, sezioni provinciali, circoli locali) e settoriale, con laboratori, biblioteche e “sezioni specializzate” (fr:8503) per ogni branca industriale o intellettuale. Si ipotizza un meccanismo di selezione delle capacità individuali attraverso “congressi periodici” (fr:8508) e premi, con stretta collaborazione tra Accademie, Università e scuole superiori specializzate (militari, navali). L’obiettivo è “una centralizzazione e un impulso della cultura inaudito su tutta l’area nazionale” (fr:8512), da realizzare gradualmente senza soluzioni di continuità.
44.3 3. Americanismo e fordismo: razionalizzazione del lavoro e controllo sociale
Si analizza il fenomeno dell’americanismo come tentativo di creare un “tipo nuovo di lavoratore e d’uomo” (fr:8539), attraverso la razionalizzazione del lavoro e il controllo dei costumi. Il modello fordista è descritto come una “fase più brutale” (fr:8545) di un processo iniziato con l’industrialismo, volto a spezzare il “nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato” (fr:8541) per ridurre l’operaio a “parte macchinale”. Le iniziative “puritane” degli industriali (proibizionismo, controllo della moralità) non mirano alla “umanità” del lavoratore, ma a preservarne l’efficienza fisica: “L’equilibrio [psico-fisico] è puramente esterno” (fr:8552), mentre quello interiore spetta al lavoratore costruirlo. Si osserva un distacco di moralità tra classe lavoratrice e classi dirigenti (fr:8560), con i lavoratori sottoposti a una disciplina ferrea (orari, proibizionismo, monogamia “meccanizzata” (fr:8569)) per garantire la produttività. Il fenomeno è letto come sintomo di una “passività sociale” (fr:8579) che rischia di erodere il dinamismo originario della società americana, dove “il popolo era un popolo di lavoratori” (fr:8574). La critica si estende alla selezione forzata di una parte della classe lavoratrice, destinata a essere “eliminata dal mondo della produzione” (fr:8546), e alla meccanizzazione della sessualità, presentata come funzionale al nuovo ordine industriale.
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45 Concordati e sovranità statale: natura e implicazioni
Quando il trattato diventa capitolazione: la doppia sovranità su un territorio.
Si discute la natura dei concordati, distinguendoli dai trattati internazionali. Si osserva che “la capitolazione dello Stato moderno che si verifica per i concordati viene mascherata identificando verbalmente concordati e trattati internazionali” (fr:8612), ma si precisa che “un concordato non è un comune trattato internazionale” (fr:8613). A differenza dei trattati, infatti, i concordati comportano “un’interferenza di sovranità in un solo territorio statale” (fr:8613), con “tutti gli articoli […] che si riferiscono ai cittadini di un solo Stato” (fr:8613). Si cita l’esempio della Prussia e della Città del Vaticano (“Che poteri ha acquistato la Prussia sulla città del Vaticano in virtù del concordato recente?” (fr:8614)), notando come la fondazione dello Stato vaticano “dà un’apparenza di legittimità alla finzione giuridica che il concordato sia un trattato bilaterale” (fr:8615), pur essendo “un’apparenza” (fr:8617), dato che “mentre il concordato limita l’autorità statale di una parte contraente nel suo territorio […], nessuna limitazione è neppure accennata per il territorio dell’altra parte” (fr:8617).
Si definisce il concordato come “il riconoscimento di una doppia sovranità, su uno stesso territorio statale” (fr:8618), una forma di compromesso rispetto alla sovranità papale medievale (“Non è certo più la stessa forma di sovranità supernazionale […] ma ne è una derivazione” (fr:8619)). Si ricorda che anche nel Medioevo “la supremazia papale […] era contrastata aspramente di fatto” (fr:8620) e si sottolinea come il concordato “intacca essenzialmente il carattere di autonomia della sovranità dello Stato moderno” (fr:8621).
Si analizza la contropartita ottenuta dallo Stato: “che la Chiesa non intralci l’esercizio del potere statale ma anzi lo favorisca e lo sostenga” (fr:8624), ma si evidenzia che ciò equivale a “la capitolazione dello Stato” (fr:8625), poiché esso “si mette sotto tutela di una sovranità che riconosce superiore” (fr:8625). Si rileva come il concordato comporti “il riconoscimento pubblico ad una casta di cittadini […] di determinati privilegi politici” (fr:8629), ripristinando “il monopolio della cultura e dell’educazione” (fr:8631) che la modernità aveva eroso. Ciò genera “la lotta sorda e sordida degli intellettuali laici” (fr:8633), ma anche “la loro intrinseca capitolazione” (fr:8634), poiché “il carattere intellettuale o morale dello Stato […] è determinato dalla sua legislazione” (fr:8635), non dalle polemiche culturali. Si critica infine l’atteggiamento dei “filosofi dell’idealismo attuale” (fr:8637), accusati di “machiavellismo da bassi politicanti” (fr:8637).
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46 La crisi degli intellettuali tradizionali e il ruolo della Chiesa nella società moderna
“La Chiesa, salvata dallo Stato, trasforma la crisi in opportunità di espansione culturale e politica”
Si presenta una disamina della crisi degli intellettuali subalterni (maestri, insegnanti, clero) nel contesto dell’ascesa delle professioni legate all’industria e al capitalismo, come il giornalismo, che assorbe figure tradizionalmente legate all’insegnamento (“sottoposto alla concorrenza delle profes¬ sioni liberali legate allo sviluppo dell’industria” (fr:8651)). La crisi, già visibile prima della guerra, è descritta come parte di un più ampio declino delle carriere a reddito fisso e degli organismi burocratici lenti (“crisi generale delle carriere a reddito fìsso con orga¬ nici lenti e pesanti” (fr:8650)). Il clero, in particolare, soffre di una debolezza qualitativa dovuta alla scarsità di vocazioni genuine, attratte solo da prospettive economiche limitate (“la religione dava scarse possibilità di carriera all’infuori della car¬ riera ecclesiastica” (fr:8649)).
Si discute poi l’ingresso delle donne e dei preti nelle università, fenomeno che segna un cambiamento strutturale: le donne nelle scuole magistrali (“Già era incominciata l’invasione da parte del¬ le donne delle scuole magistrali e delle Università” (fr:8652)), i preti nelle università per ottenere titoli pubblici e impieghi statali (“con le donne en¬ trano nell Università Ì preti, ai quali la Curia non può proibire di pro¬ curarsi un titolo pubblico” (fr:8653)). Molti preti, una volta ottenuti i titoli, abbandonano la Chiesa, aggravando la crisi dell’organizzazione ecclesiastica (“Molti di questi preti appena ottenuto il titolo pubblico, abbandonarono la Chiesa” (fr:8654)). La Chiesa rischia di essere “vinta automaticamente” (fr:8656) nella competizione con lo Stato laico, ma viene salvata dall’intervento statale, che ne migliora la posizione economica (“Lo Stato salvò la Chiesa” (fr:8657); “La posizione economica del clero fu migliorata a piu riprese” (fr:8658)).
Il miglioramento economico porta a un aumento delle vocazioni e a una selezione più rigorosa degli aspiranti al sacerdozio (“le «vocazioni» si sono maravigliosamente moltipli¬ cate” (fr:8659); “La base della scelta degli idonei al eieticato e stata dunque ampliata” (fr:8660)). Tuttavia, la carriera ecclesiastica non esaurisce le ambizioni della Chiesa, che mira a permeare lo Stato attraverso la formazione di laici colti (“essa vuole permeare Io Stato […] e per quest’azione sono necessari dei laici” (fr:8666)). Si cita l’Università del Sacro Cuore e il movimento neoscolastico come centri di questa strategia (“L’Università del Sacro Cuore e il centro culturale neoscolastico so¬ no solo la prima cellula di questo lavoro” (fr:8669)), con un approccio battagliero e pragmatico, indifferente alle confutazioni teoriche degli avversari (“i cattolici sono fortissimi perché si infischiano delle « confuta¬ zioni perentorie»” (fr:8672)).
Si affronta poi la questione finanziaria della Chiesa, con particolare riferimento ai fondi raccolti in America e alle implicazioni internazionali dei sussidi statali (“l’organizzazione del cattolicismo in America dà la possibilità di raccogliere fondi molto vi¬ stosi” (fr:8680)). Si ipotizza che la denuncia del trattato con lo Stato potrebbe scatenare una crisi irreversibile per la Chiesa, data l’impossibilità di restituire le somme ricevute (“la denunzia del trattato scatenerebbe una tale crisi nella organizzazione pratica della Chiesa, che la solvibilità di questa […] sarebbe annientate” (fr:8685)). Si cita infine il ripristino dei sussidi statali al culto cattolico nel 1918, abbandonando il principio cavouriano di separazione tra Stato e Chiesa (“lo Stato ri¬ prendeva a sussidiare il culto cattolico” (fr:8690)).
Parallelamente, si tratta la questione educativa, con una critica alla frattura tra scuola elementare e media, e alla degenerazione della scuola moderna verso un modello professionale che perpetua le differenze sociali (“la scuola di tipo professionale […] è proprio destinata a perpetuare | le differenze sociali” (fr:8757)). Si difende la scuola tradizionale, basata sullo studio del latino e del greco, come strumento formativo capace di educare attraverso lo studio disinteressato e la disciplina (“Si impara il latino […] per abituare i ragazzi a studiare, ad ana¬ lizzare un corpo storico” (fr:8743)). Si sottolinea come la scuola debba essere unica e preparatoria, formando cittadini capaci di pensare e dirigere, piuttosto che moltiplicare i tipi di scuole professionali (“occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria” (fr:8763)). Si critica infine la tendenza a rendere lo studio più facile, sostenendo che la fatica è parte essenziale del processo educativo (“Se si vorrà creare un nuovo corpo di intel¬ lettuali […] si do¬ vranno superare difficoltà inaudite” (fr:8791)).
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47 Machiavelli, Croce e la dialettica del politico: autonomia, rivoluzione e cultura
Autonomia del politico, dialettica dei distinti, rivoluzione passiva e critica delle riforme filosofiche
Si presenta una riflessione sull’autonomia del fatto politico e sul suo rapporto con la filosofia, la storia e le classi subalterne. Ci si sofferma sul machiavellismo come tema centrale nello sviluppo della scienza politica italiana, citando “la quistione del machiavellismo e antimachiavellismo (ogni vero « machiavellico » incomincia la sua attività politica con una confutazione in forma delle dottrine del Machiavelli: es. i gesuiti e Federico II di Prussia)” (fr:8795-8796) e “l’importanza della quistione del machiavellismo nello sviluppo della scienza della politica” (fr:8797).
Si discute il contributo di Croce all’autonomia del momento politico-economico, interrogandosi se “il Croce non sarebbe giunto a questo risultato senza l’apporto culturale del marxismo e del materialismo storico” (fr:8800). Viene citata una sua osservazione incidentale: “il Croce dice di maravigliarsi del come mai nessuno abbia pensato di dire che il Marx ha compiuto, per una classe moderna determinata, la stessa opera compiuta dal Machiavelli” (fr:8801), da cui si deduce una possibile contraddizione nella sua riduzione del materialismo storico a “mero canone empirico di metodologia storica” (fr:8802).
Si affronta la dialettica crociana dei distinti, definita “una contraddizione in termini” (fr:8804-8805), e il rapporto tra politica e altre manifestazioni storiche: “la politica distrugge l’arte, la filosofia, la morale […] si può affermare […] la priorità del fatto politico-economico, cioè la « struttura » come punto di riferimento e di « causazione » dialettica” (fr:8806). Si propone uno studio critico di questa posizione, confrontandola con le obiezioni della scuola gentiliana e con Hegel: “è «completamente» esatta la riforma dello hegelismo compiuta dal Croce-Gentile? Non hanno essi reso più « astratto » lo Hegel?” (fr:8808-8809). Si suggerisce che il marxismo sia nato proprio dalla parte più realistica e storicistica di Hegel, “mentre la riforma di Croce-Gentile è appunto solo una « riforma » e non un superamento” (fr:8812).
Si analizza il ruolo di Vico e Spaventa come anelli di congiunzione con l’hegelismo, chiedendosi se ciò non rappresenti “un far arretrare la filosofia di Hegel a una fase precedente” (fr:8815). Si contrappone l’esperienza storica di Hegel – legata a “la Rivoluzione Francese e le guerre di Napoleone” (fr:8816) – a quella di Vico, la cui genialità consiste nell’aver “concepito il vasto mondo da un angoletto morto della storia” (fr:8822), ma senza il movimento storico totale che caratterizza l’epoca napoleonica.
Si introduce il concetto di rivoluzione passiva, mutuato da Vincenzo Cuoco: “ha chiamato rivoluzione passiva quella avutasi in Italia per contraccolpo delle guerre napoleoniche” (fr:8827), estendendolo ad altri paesi che modernizzarono lo Stato “senza passare per la rivoluzione politica di tipo radicale-giacobino” (fr:8828).
Si accenna a temi di cultura popolare e storia delle classi subalterne, citando opere come il Saggio sul comunismo e sul socialismo di Rosmini (fr:8837) e una rassegna critico-bibliografica sul capitalismo antico (fr:8842). Si nota come la polemica moderna sul capitalismo antico sia “reazionaria” (fr:8848), a differenza di quella settecentesca su antichi e moderni, che esprimeva “la coscienza in via di sviluppo che una nuova fase storica era ormai iniziata” (fr:8846). Si critica infine la posizione di Barbagallo, legato al “materialismo storico italiano” e al lorianismo (fr:8849-8850), e si menziona uno studio sulla funzione mondiale di Londra e la concorrenza postbellica a New York e Parigi (fr:8851-8852).
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48 Il Canto X dell’Inferno: struttura, dramma e interpretazioni critiche
“Un’analisi della rappresentazione indiretta, delle didascalie e del tormento di Cavalcante attraverso la lente della critica dantesca”
Si discute la complessità del Canto X dell’Inferno, focalizzandosi sulla sua struttura narrativa e sulle dinamiche drammatiche tra i personaggi. Il canto è presentato come un esempio di come Dante utilizzi elementi non espliciti per suggerire il dramma, affidando al lettore la ricostruzione degli eventi attraverso indizi testuali.
Si evidenzia il tormento di Cavalcante dei Cavalcanti, padre di Guido, il cui dolore è legato all’incertezza sulla sorte del figlio. “Cavalcante vede nel passato e vede nell’avvenire, ma non vede nel presente” (fr:9062), e “questo è il tormento di Cavalcante, il suo assillo, il suo unico pensiero dominante” (fr:9065). Il suo dramma si manifesta in tre battute: l’apparizione umile e dubbiosa (“non dritto e virile come Farinata, ma umile, abbattuto” (fr:9070)), la reazione al verbo “ebbe” (fr:9071), e la disperazione crescente nelle domande (“Come dicesti: egli ‘ebbe’?” - “Non vive egli ancora?” - “Non fiede gli occhi suoi lo dolce lume?” (fr:9074)). La terza domanda, in particolare, è descritta come “tutta la tenerezza paterna di Cavalcante” (fr:9075), che trasforma la vita umana in un’esperienza concreta e sensoriale.
Parallelamente, si analizza il ruolo di Farinata degli Uberti, la cui figura è contrapposta a quella di Cavalcante. Mentre quest’ultimo è travolto dall’emozione, Farinata mantiene una postura altera e imperturbabile (“non mosse collo, non piega costa” (fr:9080)), anche se si nota un mutamento nel suo atteggiamento dopo la scomparsa di Cavalcante (“La sua ripresa non è più così altera come la prima sua apparizione” (fr:9083)). Dante, colpito dalla scena, interroga Farinata non solo per informarsi, ma per “sciogliere il nodo che gli impedì di rispondere a Cavalcante” (fr:9085), sentendosi in colpa per la sofferenza inflitta.
Si sottolinea come la struttura del canto non sia mero artificio, ma elemento poetico e drammatico. “Il brano strutturale non è solo struttura, dunque, è anche poesia” (fr:9086), poiché fornisce gli elementi per ricostruire il dramma. Tuttavia, emerge un’obiezione critica: si potrebbe accusare l’analisi di concentrarsi sull’“inespresso” (fr:9089), ovvero su ciò che Dante non rappresenta direttamente, ma che il lettore deve dedurre. Si confronta questa dinamica con l’approccio manzoniano nei Promessi Sposi, dove l’autore lascia al lettore il compito di “figurarsi” le emozioni dei personaggi (“non ci proveremo a dire ciò che sentisse” (fr:9091)).
Si citano esempi artistici per illustrare come la rappresentazione indiretta sia una scelta stilistica consapevole. Si menziona la pittura pompeiana di Medea che uccide i figli, dove il volto bendato della protagonista suggerisce l’orrore dell’atto senza mostrarlo (“il pittore non sa o non vuole rappresentare quel viso” (fr:9050)). Allo stesso modo, si ricorda il dipinto di Timante di Sicione del sacrificio di Ifigenia, in cui Agamennone è raffigurato con il volto velato per esprimere un dolore troppo intenso per essere rappresentato (“non avrebbe saputo dare un’impressione tanto penosa d’infinita mestizia come con questa figura velata” (fr:9099)).
Si affronta anche la questione della data di morte di Guido Cavalcanti, fissata da Isidoro Del Lungo nella sua opera su Dino Compagni. Si osserva che, nonostante questa scoperta, “neanche l’accertamento fatto dal Del Lungo servì a interpretare la figura di Cavalcante” (fr:9060), lasciando irrisolte domande sul suo tormento e sul ruolo di Farinata nel canto.
Infine, si critica l’interpretazione di Vincenzo Morello, che definisce il Canto X “per eccellenza politico” (fr:9137), senza però dimostrarlo. Si contesta la sua preparazione e la superficialità nell’analisi, evidenziando come Morello non colga la lettera più evidente del testo (“non ne ha compreso la lettera più evidente” (fr:9136)). Si sottolinea invece che il canto, pur avendo una dimensione politica, non può essere ridotto a essa, poiché la sua forza risiede nella complessità drammatica e umana dei personaggi.
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49 Il canto X dell’Inferno dantesco: critica e interpretazioni
“Un dilettante tra erudizione e fraintendimenti: il Morello e la lettura politica di Farinata e Cavalcante”
Si discute l’analisi del canto X dell’Inferno proposta da un critico identificato come Morello, evidenziandone limiti metodologici e contraddizioni. Si contesta la sua interpretazione politica del canto, ridotta a una semplificazione della questione “Dante fu guelfo o ghibellino?” (fr:9170), e la tesi secondo cui Farinata sarebbe “l’eroe” dantesco (fr:9171). Il Morello viene accusato di superficialità: ignora il testo letterale, come dimostra la sua ipotesi che Farinata non conosca la parentela con Guido Cavalcanti (“Se Farinata non muta aspetto […] è, forse, perché ignora la persona di Guido” (fr:9145)), in contrasto con quanto dichiarato dagli eresiarchi stessi (“gli eresiarchi del suo gruppo ignorano i fatti ‘quando s’approssiman e son’, non sempre” (fr:9150)). La sua lettura è definita “strabiliante” (fr:9148) e “deficiente” (fr:9148), frutto di una mentalità “dell’uomo del popolo” che estende arbitrariamente la vita dei personaggi oltre il testo (fr:9154).
Si sottolinea come il Morello fraintenda il rapporto tra Farinata e Cavalcante, riducendo il dramma di quest’ultimo a una conseguenza delle “guerre civili” (fr:9158), mentre il testo dantesco lo lega esclusivamente all’amore filiale (“solo motivo drammatico è l’amore figliale” (fr:9162)). La sua interpretazione è giudicata “cervellotica” (fr:9160) e “stupidaggine” (fr:9166), incapace di cogliere la struttura poetica del canto, dove i due personaggi sono legati da una “funzione strutturale” (fr:9155): Farinata come “explicator” del dramma di Cavalcante, contrapposto fisicamente a lui (“Cavalcante cade, si affloscia […] Farinata ‘analiticamente’ non muta aspetto” (fr:9156)).
Parallelamente, si riporta una riflessione di Luigi Russo sulle “rinunzie descrittive” nel Paradiso, citando un articolo che nega tali rinunzie come segni di impotenza, ma le interpreta come “poesia dell’ineffabile” (fr:9188), espressioni “piene” di ciò che agita il poeta (fr:9190). Si menziona inoltre un’interpretazione alternativa del dramma di Cavalcante, legata al topos del veggente cieco (fr:9198), e una lettera del prof. Cosmo che difende l’importanza della struttura nella Commedia contro la tesi crociana, sostenendo che “la struttura dell’opera ha valore di poesia” (fr:9211) e che “togliete queste e la poesia svanisce” (fr:9220).
Il testo si chiude con una polemica contro la “cultura ufficiale”, rappresentata dalla Casa di Dante romana, accusata di ospitare conferenze di critici come il Morello, definiti “ruffiani intellettuali” (fr:9240) e “filistei” (fr:9240), la cui inettitudine non viene contrastata nonostante la loro irrilevanza.
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50 Cultura e trasformazioni sociali tra Europa e mondo anglosassone
“L’educazione umanistica cede il passo a una cultura tecnica, mentre il gentleman lascia spazio a nuove élite”
Si presenta una trattazione dei rapporti culturali tra mondo arabo e Europa, con particolare attenzione al contributo islamico in ambiti come la cucina, la medicina e la chimica (“enumera tutta una serie di prestiti fatti dall’Islam all’Europa” (fr:9306)). Si cita il volume Castelli di Spagna di Ezio Levi, che raccoglie studi sull’influenza araba in Europa attraverso la Spagna (“rapporti di cultura tra gli Arabi e l’Europa, realizzati specialmente attraverso la Spagna” (fr:9305)).
Ci si sofferma poi sulle trasformazioni della cultura inglese tra tradizione e modernità. Si discute il declino del modello educativo umanistico, basato sulla formazione del gentleman (“la parola gentleman […] indica una persona che abbia non solo buone maniere, ma […] una disciplina morale” (fr:9315)), a favore di un orientamento tecnico-scientifico (“in Inghilterra si va sempre più accentuando un orientamento verso una forma di cultura tecnica e scientifica” (fr:9313)). Si descrive la struttura elitaria delle public schools e delle università storiche (Oxford, Cambridge), riservate a pochi (“educazione superiore o universitaria […] era riservata ai figli di famiglie grandi per nobiltà o per censo” (fr:9317)), e la nascita di nuovi atenei nei centri industriali (“Manchester, Liverpool, Birmingham” (fr:9326)), con programmi orientati alle scienze applicate e alle professioni (“medicina, ingegneria, economia politica” (fr:9330)). Si rileva come anche le istituzioni tradizionali abbiano dovuto adattarsi (“Oxford e Cambridge hanno dovuto fare concessioni” (fr:9331)), mentre si diffonde una letteratura scientifica popolare e si afferma una nuova mentalità (“anche i giovani delle classi colte ed aristocratiche considerano gli studi classici come un inutile perditempo” (fr:9333)).
Si analizza infine il mutamento del panorama editoriale inglese, con un aumento di pubblicazioni tecniche e scientifiche (“il secondo posto […] è dei libri pedagogici ed educativi” (fr:9341)) e una crescente influenza americana (“il libro americano è stato commercializzato con la cultura” (fr:9338)). Parallelamente, si accenna al Concordato italiano e alle dinamiche interne alla Chiesa cattolica, con particolare riferimento alle correnti degli integrali, dei gesuiti e dei modernisti (“le tre principali sezioni del cattolicismo politico” (fr:9383)), e al ruolo del Rotary Club come fenomeno di diffusione di un nuovo spirito capitalistico (“l’industria e il commercio […] sono un servizio sociale” (fr:9392)).
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[28.1/1-123-9477|9597]
51 Geopolitica, Azione Cattolica e correnti interne al cattolicesimo tra XIX e XX secolo
Tra egemonia americana, strategie vaticane e fratture dottrinali
Si presenta una trattazione articolata in tre nuclei tematici principali, con riferimenti incrociati a figure, eventi e pubblicazioni.
Prospettive geopolitiche e ruolo del Mediterraneo Si discute il posizionamento strategico della Sicilia e del Mediterraneo nel commercio transcontinentale. “La Sicilia ritrarrebbe grandi benefici […] diven¬tando intermediaria del commercio americano-asiatico” (fr:9477). Si argomenta la centralità del Mediterraneo come “grande arteria del commercio America-Asia” (fr:9476), in un contesto di “fatale egemonia mondiale dell’America” (fr:9478). Il punto di partenza analitico è definito come “quello «siciliano»” (fr:9475).
Azione Cattolica e dinamiche socio-politiche Ci si sofferma sull’Azione Cattolica in Francia e Belgio, con dati quantitativi e organizzativi. Per la Francia, si cita la “Settimana sociale di Nancy del 1927” (fr:9483), le cui conclusioni sulla partecipazione femminile furono approvate da Pio XI (fr:9484-9485). Si menziona Lucien Romier, relatore su “la «deproletarizzazione delle moltitudini»” (fr:9481), e la sua collaborazione con Herriot (fr:9570-9572). Per il Belgio, si riportano cifre di adesioni: “60 000 giovani” (fr:9492), “18 000 soci” della Jeunesse Ouvrière Chrétienne (fr:9494), “70 000 socie” delle ligues féminines (fr:9496), e strutture come il Boerenbond con “112 686 membri” (fr:9500).
Correnti interne al cattolicesimo e conflitti dottrinali Si analizzano le tensioni tra “cattolici integrali, gesuiti, modernisti” (fr:9503). Si cita la rivista “Fede e Ragione” come organo degli integrali (fr:9504), e si riportano accuse reciproche: gli integrali definiscono i gesuiti “modernizzanti” (fr:9547), mentre la “Civiltà Cattolica” denuncia la “Sapinière” (fr:9551), associazione segreta che “organizzò la lotta contro i gesuiti” (fr:9550). Si menziona l’Action Française, condannata dal Vaticano, e il suo legame con gli integrali (fr:9525-9528). Si riportano episodi di diffamazione, come “le peggiori calunnie” contro Benedetto XV (fr:9554), e la pubblicazione di libelli antigesuitici (fr:9552). Si cita infine l’enciclica Mortalium animos contro il movimento pancristiano (fr:9584-9585).
Casi storici e figure di riferimento Si tratta la figura di Solaro della Margarita, “reazionario piemontese” (fr:9515), e la sua visione di “egemonia piemontese in Italia” (fr:9516). Si cita un articolo della “Civiltà Cattolica” per ricostruire la politica di Pio IX (fr:9518). Per l’Azione Cattolica italiana, si segnala un articolo dell’“Osservatore Romano” sulle “precise direttive” (fr:9591-9593). Si conclude con un riferimento al pensiero sociale cattolico e al rapporto tra Chiesa e regimi politici (fr:9595-9597).
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52 Politica, religione e cultura tra Italia, Giappone e Cina (1907-1929)
“Un intreccio di anticlericalismo, riforme religiose e dibattiti intellettuali tra Occidente e Oriente”
Si presenta una trattazione frammentaria ma coerente su tre assi tematici: la figura di Tommaso Tittoni e il suo ruolo nella politica italiana di inizio Novecento; le dinamiche religiose e culturali in Giappone e Cina tra Stato, nazionalismo e sincretismi; infine, spunti di riflessione su cultura, filosofia e letteratura in Italia.
52.1 Tommaso Tittoni: politica e ordine pubblico
Ci si sofferma sulla figura di Tittoni, collaboratore di Giolitti, e sulle sue posizioni ambivalenti. Si cita la sua reticenza nel chiarire i rapporti con Giolitti (“Tittoni non spiega con molta chiarezza i suoi rapporti politici con Giolitti” (fr:9877)), ma si sottolinea come tale collaborazione sia “significativa anche per giudicare la politica dello stesso Giolitti” (fr:9877). Il contesto è segnato da tensioni sociali: si menziona l’“ondata anticlericale del 1907” (fr:9879) e lo “scandalo Fumagalli-don Riva” (fr:9880), con Tittoni descritto come “clericaleggiante” (fr:9881) ma anche “propugnatore della guerra civile” (fr:9882). Centrale è la sua riflessione sulla fragilità dell’ordine pubblico, esemplificata dal caso della “settimana rossa” del 1914, quando per reprimere i moti di Ancona si sguarnì Ravenna, lasciando la città in balia dei rivoltosi (“durante la settimana rossa del giugno 14 […] il prefetto […] dovette chiudersi nella Prefettura abbandonando la città ai rivoltosi” (fr:9883)). Da qui la sua proposta di arruolare “volontari dell’ordine”, ex combattenti inquadrati da ufficiali in congedo (“Tittoni propose al Governo l’arruolamento dei ‘volontari dell’ordine’” (fr:9885)), progetto “degno di considerazione, ma non ebbe seguito” (fr:9886). Si riporta anche una sua domanda retorica: “Piu volte io ebbi a domandarmi, che cosa avrebbe potuto fare il Governo se un movimento di rivolta fosse scoppiato contemporaneamente in tutta la penisola” (fr:9884).
Parallelamente, si accenna al suo rapporto con il Partito Popolare: Tittoni “aveva riposto molte speranze” in esso, ma non vi aderì perché diverso dal “primo movimento cattolico politico” (fr:9888). Si citano inoltre le sue critiche a figure come Miglioli, Meda e Rodinò (“Contro Miglioli, ma anche contro Meda e Rodino” (fr:9889)).
52.2 Religione e Stato in Giappone e Cina
Si discute la religione giapponese attraverso l’analisi di Raffaele Pettazzoni, il cui saggio sulla Mitologia Giapponese solleva questioni terminologiche e storiche. Si evidenzia la distinzione tra “Religione” e “Mitologia” (fr:9906), con il titolo del libro giudicato “equivoco” (fr:9908) perché lo Shintoismo — religione nazionale — viene presentato come ancora “viva e operante” (fr:9907), non mero folklore. Si ricostruisce la storia religiosa del Giappone: - Introduzione del Buddismo nel 552 d.C. e sincretismo con lo Shintoismo (“Successe un sincretismo religioso: Buddismo-Shintoismo” (fr:9923)). - Arrivo del Cristianesimo nel 1549, sradicato nel XVII secolo e reintrodotto senza successo nel XIX (“il cristianesimo […] non ha avuto grande importanza” (fr:9910)). - Nel 1868, con la modernizzazione Meiji, lo Shintoismo viene dichiarato “religione di Stato” (fr:9926) e il Buddismo perseguitato (“Persecuzione del Buddismo” (fr:9927)), ma presto riabilitato (“Nel 1872 il Buddismo fu riconosciuto ufficialmente” (fr:9929)). - La riforma del 1875 separa lo Shintoismo in due forme: una “istituzione patriottica e nazionale” (fr:9931), priva di carattere religioso stretto, e una popolare, gestita da un “Ufficio delle religioni” (fr:9934). Pettazzoni critica questa riforma come “applicazione meccanica delle Costituzioni occidentali” (fr:9935), mentre l’autore delle note osserva che “nel popolo […] rimane viva la coscienza dello Shinto come religione” (fr:9937).
Per la Cina, si analizza il culto di Sun Yat-sen (Sun Wen) e il “triplice demismo” (nazionalismo, democrazia, benessere sociale), imposto come dottrina di Stato. Si descrive la “cerimonia del lunedì” (fr:9943), con inchini al ritratto di Sun e lettura del suo Testamento politico (fr:9944), obbligatoria in scuole e uffici. Il delegato apostolico Celso Costantini interviene per chiarire la posizione cattolica: gli inchini sono “ossequio meramente civile” (fr:9954), non idolatrici, mentre l’insegnamento del demismo è “lecito” se spiegato da maestri cattolici (“Si deve procurare […] di deputare alla spiegazione di questa materia, dei maestri cattolici ben formati” (fr:9959)). Si cita la strategia gesuita di “creare una tendenza ‘nazionalistica cattolica’” (fr:9960), con il padre d’Elia che difende la necessità di affrontare il tema: “Non parlare di queste questioni, non vuol dire risolverle” (fr:9963).
52.3 Cultura e filosofia in Italia
Si riportano brevi note su temi culturali: - Industrie chimiche italiane: articolo di Domenico Meneghini sulla “Nuova Antologia” (fr:9968). - Nicola Cusano: si discute la sua figura come “riformatore del pensiero medioevale” (fr:9975) e precursore della modernità (“per primo concepì l’idea dell’infinito” (fr:9981)). Si menziona il suo ruolo al Concilio di Basilea (“sostenne la riforma della Chiesa” (fr:9978)) e i tentativi di dialogo con hussiti e musulmani (“rilevando il nucleo comune nel Corano e nell’Evangelo” (fr:9979)). Si cita una polemica tra L. von Bertalanffy (che lo vede come “precursore del pensiero liberale”) e il critico italiano Rotta (che lo colloca “nell’orbita del pensiero medioevale” (fr:9972)). - Letteratura popolare: si riflette sul concetto di “interessante” nell’arte, variabile secondo “individui o gruppi sociali” (fr:9990), ma non estraneo all’arte stessa (“l’arte stessa interessa […] in quanto soddisfa una esigenza della vita” (fr:9992)).
Si chiudono le note con un riferimento ironico ai “nipotini di padre Bresciani” (fr:9987), simbolo di una letteratura “popolare-nazionale” di bassa qualità.
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[30.1/1-76-10125|10200]
53 Dizionari e conversioni: il cattolicesimo tra scrittori e istituzioni
“Dalla guerra in qua si nota un certo ridestarsi della coscienza religiosa negli scrittori contemporanei” (fr:10127)
Si presenta un’analisi del Dizionario degli scrittori cattolici italiani curato da Casati, con particolare attenzione ai “convertiti” (fr:10125) come Papini, Giuliotti e Mignosi (fr:10126). La rivista «Civiltà Cattolica» rileva un crescente interesse per i temi religiosi e un orientamento verso la Chiesa, attribuendolo in parte all’influenza di tali figure (“un orientarsi più di frequente verso la Chiesa Cattolica” – fr:10127). Dei 591 scrittori cattolici italiani viventi, 374 sono ecclesiastici (tra cui cardinali, vescovi e abati), mentre 217 sono laici, con una sola donna religiosa (fr:10128). Si segnala la presenza di errori nel computo (fr:10129) e si confronta il panorama italiano con analoghe pubblicazioni straniere: il Katholischer Literaturkalender tedesco (5313 scrittori, fr:10130-10131), l’Almanach Catholique Français (fr:10132) e The Catholic Who’s Who inglese (fr:10133). La «Civiltà Cattolica» auspica un ampliamento dell’elenco italiano, includendo giornalisti e superando la “ritrosia dei modesti” (fr:10134), citando come esempio il caso di P.S. Rivetta, orientalista e al contempo umorista sotto lo pseudonimo Toddi (fr:10135-10136).
Si discute poi il rapporto tra Chiesa e Stato in Italia prima della Conciliazione, con riferimenti a fonti storiche come l’articolo della «Civiltà Cattolica» del 2 marzo 1929 (fr:10138). Vengono menzionate le Settimane Sociali di Venezia (1912) e Milano (1913), in cui i cattolici affrontarono la Questione romana (fr:10139), e il contesto della guerra libica come fattore di unità morale (fr:10140). Si riportano brani di articoli coevi alla Conciliazione, tra cui quello del senatore Petrillo sul Popolo d’Italia (17 febbraio 1929), che ricorda il tentativo del governo Bonomi di evitare una commemorazione parlamentare di Benedetto XV (fr:10142-10144). Si sottolinea l’assenza di interventi in aula e si ipotizza un ruolo di Salandra (fr:10145-10147).
Il testo affronta inoltre la revisione storiografica del Risorgimento, con particolare riferimento al nodo 1848-1849 (fr:10149-10150). La «Civiltà Cattolica» difende i gesuiti dall’accusa di antiunitarismo e austriacantismo, sostenendo che Pio IX e il clero italiano non avversarono l’unità nazionale, ma ne proposero un modello alternativo (fr:10152-10156). Si cita un articolo di Antonio Bruers (fr:10158) e si riporta la posizione della rivista: “i gesuiti […] non combatterono mai l’unità in se stessa, ma l’unità violenta” (fr:10162). Si ricorda inoltre che Carlo Alberto fece porre all’Indice le opere di Gioberti (fr:10163-10164).
Infine, si analizza la figura di Ugo Ojetti e il suo rapporto con i gesuiti, attraverso una lettera pubblicata su «Pègaso» (marzo 1929) e ripresa dalla «Civiltà Cattolica» (fr:10169-10170). Ojetti, educato dai gesuiti e abbonato alla rivista, si definisce un cattolico “tradizionale” (“non è un cattolico di oggi, un cattolico delPn febbraio, per convenienza o per moda” – fr:10175), elogiando la tolleranza e l’ordine delle scuole gesuitiche (fr:10172). La sua posizione sulla Conciliazione è di “ilare benevolenza” (fr:10177), ma emerge una tensione tra fede e arte: Ojetti propone una distinzione tra dogmi e libertà culturale (“Conciliazione non è confusione” – fr:10189), pur riconoscendo il ruolo della religione nella formazione morale (fr:10178). La lettera solleva interrogativi critici (“E la poesia? E l’arte?” – fr:10180-10181) e si conclude con un riferimento a Baudelaire come esempio di dibattito tra cattolicesimo e creazione artistica (fr:10192-10193).
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54 Il Rinascimento come fenomeno storico e culturale
“Un nuovo mondo spirituale, germogliato dopo il Mille, ridefinisce l’Europa: borghesia, volgare e contraddizioni tra universalismo e nazionalità”
Si discute la tesi di Vittorio Rossi sul Rinascimento, presentata in un articolo del Secondo Rossi, il Rinascimento non si riduce al rifiorire degli studi classici, ma rappresenta l’emergere di un nuovo mondo spirituale dopo il Mille, caratterizzato da trasformazioni economiche, politiche e culturali. “Il fatto centrale e fondamentale […] fu la nascita e la maturazione d’un nuovo mondo spirituale” (fr:10680). Si sottolinea come, dopo il Mille, si avvii una reazione al feudalesimo, con lo sviluppo dell’agricoltura, dei commerci e la nascita della borghesia, “nuova classe dirigente […] stretta in corporazioni finanziarie potenti” (fr:10681). Tuttavia, si evidenziano limiti nell’analisi di Rossi, come la mancata precisazione sul ruolo della borghesia in Europa e la natura corporativa dello Stato comunale italiano, che non riuscì a superare il feudalesimo medioevale: “In Italia i Comuni non seppero uscire dalla fase corporativa” (fr:10685).
Si citano i movimenti di riforma religiosa e le eresie come sintomi del nuovo contesto, sebbene spesso soffocati: “Eresie (ma soffocate col ferro e col fuoco)” (fr:10697). Si menziona l’influenza araba ed ebraica sulla cultura europea, con riferimenti alle dispute filosofiche e teologiche in Francia: “Nelle scuole filosofiche e teologiche di Francia s’accendono fieri dibattiti” (fr:10692). La lotta per le investiture e la cavalleria sono interpretate come espressioni di un rinnovato senso politico e culturale, ma si critica Rossi per non distinguere le diverse forme di feudalismo: “Il Rossi non distingue i movimenti contraddittori” (fr:10699).
Si analizza il rapporto tra Medioevo e Rinascimento, contestando l’idea di una cesura netta. Rossi sostiene che il Rinascimento nasca dalla consapevolezza di una separazione dall’antichità, ma si obietta che tale distacco sia più retorico che reale: “È strana […] questa proposizione: ‘Nello sforzo con cui quegli uomini rigenerano se stessi […] essi sentono ribulicare i fermenti profondi della loro storia’” (fr:10702). Si critica inoltre la visione unitaria del Rinascimento, evidenziando come esso sia caratterizzato da due correnti: una progressiva (borghese-popolare, espressa nel volgare) e una regressiva (aristocratico-feudale, legata al latino e all’antichità). “Non significa ciò che erano in lotta due concezioni del mondo?” (fr:10713). Si nota come il latino umanistico e il volgare rappresentino due lingue e due visioni del mondo, con il primo che sopravvive nella Chiesa e nelle scienze fino al Settecento: “Il latino dal campo laicale fu espulso solo dalla borghesia moderna” (fr:10773).
Si confronta lo sviluppo italiano con quello francese, sottolineando come in Francia la monarchia abbia favorito l’unità nazionale, mentre in Italia la borghesia comunale rimase corporativa e incapace di creare uno Stato integrale: “L’involucro monarchico […] permise alla borghesia francese di svilupparsi più che la completa autonomia economica raggiunta dalla borghesia italiana” (fr:10725). Si analizza il ruolo degli intellettuali, definiti “una casta cosmopolita” (fr:10779), e si critica la concezione retorica del Rinascimento, che non seppe tradursi in un progetto politico nazionale. “L’umanesimo ebbe il carattere di una restaurazione […] rimase patrimonio di una casta intellettuale” (fr:10785-10786). Si conclude che il contenuto ideologico del Rinascimento si sviluppò fuori dall’Italia, in Germania e Francia, dove diede vita allo Stato moderno e alla filosofia moderna.
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[32.1/1-57-10852|10906]
55 Machiavelli: tra filosofia della praxis e autonomia della politica
Pensiero politico come azione concreta, non utopia; distinzione tra diritto e scienza politica; ruolo dell’intuizione e del “capo”
Si presenta una riflessione sul pensiero di Machiavelli, caratterizzato come filosofia dell’azione concreta e non come costruzione utopica. “Il Machiavelli ha scritto dei libri di «azione politica immediata», non ha scritto un’utopia in cui uno Stato già costituito […] fosse vagheggiato” (fr:10852). La sua trattazione, critica del presente, esprime concetti generali in forma aforistica, definibili come “«filosofia della praxis» o «neo-umanesimo»” (fr:10853), basati sull’azione umana che trasforma la realtà storica.
Si discute la relazione tra diritto costituzionale e politica. Machiavelli, pur non sistematizzando il diritto, ne afferma la centralità: “in tutto il Machiavelli si trovano sparsi principi generali di diritto costituzionale” (fr:10854), come la necessità che “nello Stato domini la legge” (fr:10854). Tuttavia, si distingue tra “ordine giuridico” (statico, analitico) e “ordine politico” (dinamico, critico), poiché “i criteri con cui l’una o l’altra scienza riguardano la medesima materia sono del tutto diversi” (fr:10869). La politica, infatti, non si limita a osservare lo Stato come prodotto storico, ma lo valuta “da un punto di vista dinamico” (fr:10872), indagando le leggi del suo divenire.
Si introduce il concetto di “autonomia della politica”, legata all’arte di governare e fondare Stati. Machiavelli, con la sua opera, mira a “disputerò come questi principati si possano governare e tenere” (fr:10873), giustificando la distinzione tra politica e diritto pubblico. Si contrappone la figura dello scienziato politico (teoretico) a quella dell’artista politico (intuitivo), capace di “rapidità di connettere fatti apparentemente estranei” (fr:10890) e di “suscitare le passioni degli uomini” (fr:10891). L’intuizione politica, diversa da quella estetica, si esprime nell’azione del “capo” (fr:10892), che può essere un individuo o un gruppo coeso, come nel caso di “Machiavelli e del Mazzini” (fr:10893).
Si propone una rilettura moderna del Principe, traducibile come “partito politico” (fr:10899), inteso come “elemento equilibratore dei diversi interessi” (fr:10900) nella società civile. Questo ruolo, non regolato dal diritto costituzionale tradizionale, si basa su “principii che affermano come fine dello Stato la sua propria fine” (fr:10901), ovvero il riassorbimento della società politica in quella civile.
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